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LETTERA AI MIEI ALLIEVI RISTRETTI, di Pietro Tartamella PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 20 Maggio 2020 04:46

 

 ad  Ally, Antonio, Carmine, Donato, Emilio,
Gian Luca, Giuseppe C., Giuseppe S., Gugliemo,
Ibrahim, Luigi, Maurizio, Niveo, Roberto

 

 

LETTERA AI MIEI ALLIEVI RISTRETTI

carcere Rodolfo Morandi – Saluzzo

di Pietro Tartamella

 




L’anno 2020 sarà ricordato in tutto il mondo come l’anno del coronavirus.
Agli inizi del mese di marzo, dopo le molteplici restrizioni emanate dal governo per far fronte alla pandemia inaspettata che coglie tutti, o quasi tutti, di sorpresa, siamo stati catapultati in una sorta di incubo e indefinito tormento.
Ci ritroviamo improvvisamente prigionieri delle nostre case, reclusi, agli arresti domiciliari, senza poter uscire, se non per motivi particolari e giustificati.
La sanità non è preparata, non ci sono mascherine, guanti sanitari, posti letto a sufficienza negli ospedali, mancano i tamponi per individuare i contagiati.
Chiuse le scuole, le fabbriche, i cantieri edili, i negozi, le palestre, le discoteche.
Le piazze e le vie delle città sono un deserto desolante.
Annullati gli assembramenti, le assemblee di qualunque tipo, i matrimoni, le messe in chiesa, pena la prigione o le multe salate. Siamo testimoni della tristezza dei funerali dove, a volte, l’unica presenza nel corteo è quella del morto.
Chiusi gli aeroporti e le frontiere, sospesi i voli.  I telegiornali ci stordiscono con numeri e numeri a raffica, statistiche, diagrammi, quanti morti, quanti contagiati, quanti guariti, quanti, tanti, i decessi nelle case per anziani, quante bare trasportate ai crematori di altre città per l’impossibilità di eseguire nei propri territori le numerosissime esequie.
Si diffonde la paura.
Aumentano i delatori, zelanti, a segnalare e denunciare, spesso verbalmente aggressivi, coloro che si sono allontanati troppo dalla propria abitazione, coloro che hanno sconfinato nel comune limitrofo, coloro che non indossano la mascherina.
Vigili, carabinieri, poliziotti, finanzieri, esercito, elicotteri, droni, pattuglie con i mitra ai posti di blocco per far rispettare le ordinanze. Si progettano App da installare sui cellulari per tracciare i movimenti di coloro che sono stati infettati dal virus. Già si prevede, non appena si sarà trovato un antidoto, di vaccinare in un prossimo futuro, milioni di persone obbligatoriamente.
Questi sono fatti reali, quelli che dànno la sensazione di un pericolo, non solo sanitario.
Non penso si tratti di vera dittatura.
Però, ora, tutti hanno visto, e tutti ora sanno, che potrebbe essere un modo geniale di instaurare una dittatura futura.
Gli insegnanti sono incoraggiati a utilizzare la tecnologia per fare lezioni a distanza.
Lo Stato e i giornali esultano, incentivano, elogiano la tecnologia ritenuta strumento ideale per continuare a far vivere la scuola in altra modalità.
Il richiamo al “nazionalismo” al “restare uniti” al “sentirsi comunità” viene inserito anche in questa linea d’azione nel campo della didattica. Potrebbe venire un dubbio: in un prossimo futuro qualche politico potrebbe avere l’dea di obbligarci a fare lezione così? In questo nuovo sistema didattico avremmo un insegnante e, nelle case dinanzi al televisore, decine di studenti. Ad essere maliziosamente preveggenti, a qualcuno potrebbe venire in mente di proporre un taglio immane alla categoria corpo decente della scuola pubblica, tanto più che dovendo, dopo l’emergenza coronavirus, reinvestire e potenziare la Sanità Pubblica, le risorse economiche potrebbero essere reperite, appunto, con un taglio gigante all’istruzione tradizionale!

Nel volgere di un mese – era inevitabile – tutti accusano grandi perdite economiche.
Ora è un problema doppiamente serio.
Cascina Macondo, la nostra Associazione di Promozione Sociale, è stata costretta ad annullare le lezioni a scuola, quelle rivolte alla disabilità, quelle rivolte a voi detenuti, siamo stati obbligati ad annullare gli incontri, le presentazioni dei nostri libri, le gite didattiche già prenotate per i mesi primaverili, le cene solidali per raccogliere fondi da destinare ai nostri progetti.
Lo Stato promette di aiutare i cittadini somministrando contributi economici, bonus, cassa integrazione. L’Unione Europea stanzia molti miliardi per far fronte al dissanguamento delle piccole imprese, delle ditte, delle partite iva.
Molti soggetti che subiscono perdite economiche non compaiono però, come destinatari degli aiuti, negli elenchi stilati dal governo: gli artisti di strada, le associazione di promozione sociale, il settore cultura, i riders che consegnano cibo a domicilio, le onlus, i precari del settore agricolo, i raccoglitori di frutta e ortaggi sfruttati dal caporalato, e molti altri.
Se il governo stanzia miliardi per aiutare le famiglie e le imprese, vuol dire che riconosce che i cittadini stanno restando realmente senza reddito.
Da questa premessa, mi chiedo, qual è il senso di punire con una multa di quattrocento euro i trasgressori, già in difficoltà, che non rispettano le distanze, che non portano le mascherine, che si allontanano più di duecento metri dalla propria abitazione per portare a passeggio il cane?
Conoscendo quanto è drammatico in Italia il sovraffollamento nelle carceri, non può altresì che suonare ridicolo il sanzionare con la prigione i molti che, si sa già, trasgrediranno.
Si incomincia a equiparare tutte le azioni compiute per non farci travolgere dal coronavirus come azioni di battaglia, come strategie di guerra. In televisione, e in tutti i mass-media, si parla di “guerra”. La metafora della guerra in relazione al Covid-19 è immediata e si diffonde a macchia d’olio. Lo Stato comincia a fare appello, con infiniti spot pubblicitari in cui compaiono vip e personaggi famosi, alla solidarietà, restiamo uniti, restate a casa, ce la faremo, insieme vinceremo, sconfiggeremo il virus. Viene diffusa un’idea di “nazionalismo”, di “siamo italiani”, siamo una “nazione”. In molti quartieri, schiere di cittadini si affacciano ai balconi e alle finestre, dimostrando una brillante inventiva poetica e da navigatori: cantano insieme, ballano, fanno concerti, restando nei propri ballatoi e terrazze a distanze di sicurezza.
Molti espongono il tricolore.
Lo Stato ha avuto il buon gusto di non chiamare “Patria” la nostra Italia paralizzata dal coronavirus, forse per non tirarsi addosso le critiche di Friedrich Dürrenmatt che diceva lucidamente: “Quando lo Stato si fa chiamare “Patria”, vuol dire che si sta preparando ad assassinare”.
E in tutto questa marasma ci siete voi detenuti nelle prigioni, e voi, miei allievi carissimi del progetto di scrittura “Vite Parallele”.
Da molte settimane non ci vediamo di persona fisicamente.
Per non abbandonare il progetto ci stiamo scambiando i testi per posta tradizionale, facendo anche noi,  in qualche modo, lezioni a distanza.
I tempi si sono dilatati è vero, e tutto procede a rilento, ma se non altro procediamo.
Sono consapevole di quanto vi è costato l’obbligo di non ricevere più le visite dei vostri familiari e dei parenti. L’amministrazione del carcere, molto responsabilmente, vi ha concesso però di telefonare più spesso, consapevole del sacrificio che vi veniva richiesto.
È stata apprezzabile quella vostra raccolta fondi per la Caritas e per aiutare gli ospedali del territorio, e quell’idea del vostro laboratorio di pasticceria, accollandovi i costi, di preparare pizzette e pasticcini per i medici e gli infermieri, e l’altra idea di produrre, con una macchina per cucire, mascherine da destinare ai detenuti.
Dimenticati spesso tra le mura del carcere, avete compiuto gesti importanti che vi hanno connotato come “cittadini” sensibili e degni di maggiore attenzione rispetto a quella che oggi l’opinione pubblica e l’Amministrazione Penitenziaria vi riservano.
Mi rendo conto di quanto vuoto e incertezze vi hanno portato la chiusura della scuola e l’interruzione delle lezioni. Il silenzio e l’isolamento, già problematici all’interno delle carceri, si sono fatti più grandi e inquietanti. Ma, come più volte abbiamo avuto modo di dirci, “ogni male non viene per nuocere”. Un atteggiamento mentale e filosofico in cui so che voi siete maestri.
E allora, questo periodo insolito della nostra vita ha indubbiamente prodotto pensieri e riflessioni nuove, nuova consapevolezza e compassione. Tutti hanno potuto notare che le vostre paure e preoccupazioni, in questa circostanza, sono state le stesse che hanno avuto gli agenti penitenziari, che sembravano un mondo così lontano e antagonista.
So dei molti detenuti e dei quattro agenti contagiati al Rodolfo Morandi di Saluzzo e delle vostre apprensioni per quanto riguarda la salute, non sempre seguita nelle carceri con la dovuta responsabilità, puntualità e attenzione.

Ad ogni modo, per me, essendo obbligato a restare a casa, il coronavirus ha significato un gran recupero di tempo a disposizione da dedicare alla scrittura.
Se aggiungo il tempo che posso ora dedicare a questa mia antica passione, anche a causa delle metastasi alle ossa che mi impediscono di fare sforzi e, praticamente, nient’altro, posso dire che la combinazione di coronavirus, cancro, e la chiusura, dopo diciassette anni, del Concorso Internazionale di Poesia Haiku di Cascina Macondo che mi impegnava per alcune centinaia di ore all’anno, si sono trasformati in mali che non del tutto sono venuti per nuocere!
E così riesco, ora, a fare realmente, per la prima volta, quello che avevo sognato di fare fin da ragazzo: lo scrittore a tempo pieno.
Ora posso stare al computer (da ragazzo mi vedevo con la macchina per scrivere o con la penna a biro), fare passeggiate riflessive, leggere libri, prendere appunti, programmare una trama, consultare dizionari, enciclopedie, internet soprattutto, leggere il giornale, prendere un caffè o un aperitivo nei bar di Poirino o di Riva Presso Chieri dopo una passeggiata (quando riapriranno i bar), andare alle Poste per spedire un libro, e guardare sempre la cassetta delle lettere in attesa di trovarvi un altro plico con i vostri nuovi testi che mi avrete inviato.

Con l’augurio di poterci rivedere presto e di poter continuare a scavare
per portare alla luce un coccio, un frammento alla volta,
di quell’inconsapevole “scrittore” che giace sepolto dentro di voi,
invio un caro saluto e un abbraccio fraterno a voi tutti.


Pietro Tartamella

Riva Presso Chieri, 10 maggio 2020

 

 

 LETTERE E PAROLE SUL & DAL CARCERE

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 21 Maggio 2020 17:07 )
 

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