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CASCINA MACONDO - ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE
MusicarteatroCultureAssociate
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e POETICA HAIKU

 

 

CHI SIAMO

 

Tutti gli uòmini, nell'arco della loro vita,
hanno in sostanza due veri grandi problèmi da risòlvere.
Il primo è come far passare il tèmpo,
il secondo come fermarlo.
(Piètro Tartamèlla)



 

cènt’anni di solitùdine

Cascina Macondo è la casa di Anna e Piètro.  In alcuni locali òspita la sède dell’associazione culturale “Cascina Macondo” fondata nel 1993 da un gruppo di artisti che proponévano in strada performance musicali, letture, poètiche. Con gli anni Cascina Macondo è andata specializzàndosi nell’arte dell’insegnamento e della formazione. I percorsi didàttici, riabilitativi, interculturali, sono progettati per le scuòle matèrne, elementari, mèdie, mèdie superiori, per gli adolescènti, gli adulti, gli insegnanti, le famiglie,  la disabilità, i carcerati. Cascina Macondo, lavorando con allièvi adolescènti, scòpre spesso di aver già lavorato con loro ai tèmpi in cui frequentàvano la scuòla matèrna o la scuòla elementare. L’esperiènza peculiare di Cascina Macondo è appunto la sua didàttica trasversale. Con molti progètti sperimentati e sperimentali, con la lettura ad alta voce, la scrittura creativa, la manipolazione dell’argilla, la poètica Haiku, la danza, il teatro, la mùsica, le buòne contaminazioni culturali, la sperimentazione, la ricerca, Cascina Macondo vuòle creare momenti di benèssere e socializzazione, stimolare  l’incontro, la creatività, la créscita personale, la comunicazione, il confronto, il fermento delle idèe, la consapevolezza dei luòghi comuni.  Bambini, ragazzi, uòmini, dònne, disàbili, anziani, stranièri, in un clima di naturalezza si incóntrano e lavórano. Cascina Macondo òpera sul tutto il territòrio nazionale. Dal 2003 anche a livèllo internazionale, con l’Haicom (Haiku International Community Cascina Macondo), con la Ceràmica Rakuhaikù, con la Danza di Espressione Africana.


Un grazie a Gabriel Garcia Marquez che ha regalato all’umanità Cènt’anni di Solitùdine al cui villaggio “Macondo” ci siamo ispirati per dare il nome alla nòstra Cascina.

 

accentazione

ACCENTAZIONE ORTOÈPICA LINEARE

scelta editoriale di Cascina Macondo
(ùltimo aggiornamento 20 ottobre 2015)

di Piètro Tartamèlla

 

Milioni di persone di ogni livèllo culturale spesso si imbàttono in paròle italiane che non sanno come pronunciare esattamente, spècie se si tratta di paròle pòco usate. Il risparmio di tèmpo, inchiòstro, professionalità, perseguìto dai quotidiani e dai rotocalchi che stàmpano ogni giorno milioni di paròle in lingua italiana, non è motivazione sufficiènte a giustificare l’abbandono della precisione della nòstra lingua. Tròppo spesso gli adulti diménticano di vìvere circondati da una mirìade di bambini in fase evolutiva che stanno imparando la loro lingua madre. Diménticano altresì che òggi siamo circondati sèmpre più da migliàia di bambini stranièri. La precisione non può che aiutarli ad acquisire mèglio e più profondamente la lingua che parleranno, evitando loro incertezze e confusioni. La scelta di Cascina Macondo di stampare libri con scrittura ortoèpica lineare vuòle èssere pràtica applicazione di uno dei principi della recublènza. Per l’adulto molte còse pòssono èssere òvvie e scontate, ma non per il bambino. La scrittura ortoèpica, resistèndo alle tentazioni dell’ovvietà, realizza un sòrta di “patto di solidarietà” con il mondo infantile, ricordàndoci ogni momento che quel mondo, di cùi ogni adulto è responsàbile, vive e cresce sèmpre parallèlo al nòstro fianco. Ogni tipo di lettore può ricavare beneficio dalla scrittura ortoèpica: adulti alfabetizzati, laureati, bambini, insegnanti, studènti, stranièri, dislèssici, casalinghe, attori, anziani, giornalisti, polìtici. Rèndere un buòn servizio alla nòstra lingua italiana, con l’augurio che pòssa diventare davvero patrimònio di una collettività sèmpre più ampia e più consapévole, ci sembra insomma una còsa buòna.



ÒTTO RÈGOLE ORTOÈPICHE


1)  si accèntano sèmpre le paròle che nella sìllaba tònica hanno una “è” o una “ò” con suòno apèrto:  (portière, ruòta, accondiscendènza, intempèrie, bèllico, còsa, mòlle…)

2)  si accèntano sèmpre le paròle tronche, sdrùcciole, bisdrùcciole:
      (canterò, perché, àlbero, convénnero, càpitano)

3)  ci sono paròle che pòssono avere dùe accènti ortoèpici, (quando la prima parte della paròla contiène un suòno apèrto): i numerali  (cèntovénti, trecèntonòve) - le paròle composte  (pòrtaombrèllo, fèrrovìa) - gli avvèrbi di mòdo che finìscono in “ménte”  (lièveménte, orrèndaménte, sòlitaménte, mòlleménte)

4)  si accèntano i mònosìllabi e gli omògrafi il cùi significato cambia a seconda del loro accènto ortoèpico. Es.  da (preposizione) - (vèrbo); se (congiunzione) - (pronome)

5)  si consiglia di accentare lo iato, per ricordare al lettore che le vocali coinvòlte costituìscono appunto sìllabe separate. A vòlte  è consigliabile accentare anche la vocale tònica del dittòngo, dello iato, del trittòngo quando, ponèndoci nei panni di uno stranièro o di un bambino, abbiamo il ragionévole dubbio che pòssa lèggere la paròla in mòdo errato, e anche se la paròla è piana: in-tùi-to, in-tu-ìt-o, co-stru-ì-to.
Si accènta il dittòngo in fine di paròla, in quanto la paròla è tronca:
por-tài, con-si-de-rài, per-met-téi…

6)  è consigliàbile porre l’accènto ortoèpico sùi nomi pròpri di persona. Sùi cognomi è mèglio di nò (a meno che non si è sicuri dell’esatta pronuncia) in quanto essi pòssono discostarsi molto dalle règole ortoèpiche comuni. Nel dubbio si preferisca lasciare il cognome come se fosse una paròla piana.

7)  tutte le vocali  a, i, u  contenute nelle paròle italiane hanno suòno apèrto (à, ì, ù)

8)  la maggioranza delle paròle italiane sono piane (accènto tònico sulla penùltima sìllaba) e normalmente non si accèntano, a meno che la penùltima sìllaba non contènga una “è”, o una “ò” con suòno apèrto.



SUÒNO APÈRTO (accènto grave)     -     SUÒNO CHIUSO (accènto acuto)

è   =  suòno apèrto (con accènto grave) come nelle paròle:
         bène, insième, Irène, sciènza

é   =  suòno chiuso (con accènto acuto) come nelle paròle:
         méla, séra, perché, potére, volévo

ò   =  suòno apèrto (con accènto grave) come nelle paròle:
         buòno, ruòta, paròla, cuòre

ó   =  suòno chiuso (con accènto acuto) come nelle paròle:
         dizióne, canzóne, attóre, corróso



DITTÒNGO – IATO – TRITTÒNGO


FÓRMANO DITTÒNGO (è l’incontro di dùe vocali che fórmano una sola sìllaba)

MM  l’unione di dùe vocali mòlli àtone (i-u):  
       Lui-sèl-la,  Giu-sèp-pe, giu-rà-to, giu-ràs-si-co, frui-tó-re, à-qui-la

MM  l’unione di due vocali molli (i-u) se  la seconda è accentata: 
       guì-da,  più-ma, dol-ciù-me, fiù-to, fiù-me, mar-ciù-me, schiù-ma  
Forma invece iato se la vocale mòlle àtona (i-u) viène pronunciata con un suòno allungato, sufficiènteménte autònomo, leggèrménte separato dal suòno della vocale mòlle tònica che la segue: su-ì-no, re-dar-gu-ì-re, li-ù-to, in-tu-ì-to, li-ù-to, i-stru-ì-to

MM  l’unione di due vocali molli (i-u) se  la prima è accentata: for-tùi-to, flùi-do
Forma invece iato se la prima vocale accentata viène pronunciata con un suòno allungato, sufficiènteménte autònomo, leggèrménte separato dal suòno della vocale mòlle àtona che la segue: lù-i, sù-i, bù-io

DM  forma dittòngo l’unione di una vocale dura (a-e-o) con una vocale molle (i-u), entrambe àtone: au-rò-ra,  dei-tà, au-stè-ro

MD  l’unione di una vocale molle (i-u) con una vocale dura (a-e-o) se sono entrambe àtone: pio-và-no, gua-dà-gno

DM - MD  l’unione di una vocale dura (a-e-o) con una mòlle (i-u), se la vocale dura è accentata: àu-ra,  lài-co, fià-to, co-rèu-ti-ca, ma-iò-li-ca, plèu-ra, piàt-to (agg. superficie piatta), piòg-gia
Forma invece iato se la vocale mòlle àtona viène pronunciata con un suòno allungato, sufficiènteménte autònomo: pi-àt-to (oggètto dove si mangia), pi-ò-lo, flu-èn-te, cru-èn-to, co-sti-tu-èn-te



FÓRMANO IATO (è l’incontro di dùe vocali che fórmano sìllabe separate)

MM   l’incontro di dùe vocali mòlli (i-u) quando la prima è tònica e viène pronunciata con un suòno allungato, sufficiènteménte autònomo, leggèrménte separato dal suòno della vocale mòlle àtona che la segue: Lù-i,  sù-i,  bù-io.  

MM   fórma iato l’incontro di dùe vocali mòlli (i-u), quando la seconda è tònica, ma la prima vocale àtona viène pronunciata con un suòno allungato, sufficiènteménte autònomo, leggèrménte separato dal suòno della vocale mòlle tònica che la segue: su-ì-no, re-dar-gu-ì-re, li-ù-to, in-tu-ì-to, i-stru-ì-to, re-sti-tu-ì-to

MD   l’incontro di una vocale mòlle (i-u) e una dura (a-e-o) quando la prima vocale mòlle è tònica: mì-o, tù-o, sù-o, trì-o, mia-go-lì-o, mì-o-pe

DM   l’incontro di una vocale dura (a-e-o) àtona con una vocale mòlle (i-u) tònica: ba-ù-le,  pa-ù-ra  

DD (DD, DD) forma sèmpre iato l’incontro di dùe vocali dure (a-e-o), indipendènteménte da dove cade l’accènto tònico: be-à-to, a-è-re-o, be-a-tri-ce, pa-é-se, ca-ò-ti-co, pa-le-o-lì-ti-co



FÓRMANO TRITTÒNGO (è l’incontro di tre vocali che fórmano una sola sillaba)

-  il trittòngo scaturisce solo dall’incontro di dùe vocali mòlli (i, u)  e una vocale dura (a, e, o). La vocale dura dève avere però l’accènto tònico: a-iuò-la, tuòi, mièi, fi-gliuò-lo, cro-giuò-lo


per ascoltare i suòni apèrti e i suòni chiusi delle vocali  (è / é) – (ò / ó):    http://www.youtube.com/watch?v=10eMTwhdrOY

 

 

la recublènza

Una nuòva sciènza sociale? Una filosofìa? Una corrènte di pensièro? Un atteggiamento mentale? Una pràtica?
La Recublènza è l’arte del “recùpero”. Indaga sulle còse cadute in oblìo che dopo attènta anàlisi, avèndo in esse riscontrato una profonda utilità per la créscita dell’uòmo, vèngono riportate alla luce e alla pràtica. La sua ragión d’èssere nasce dalla constatazione che stòricaménte, e ancór più in època modèrna, il “progrèsso” avanza e si afferma per spinte di natura soprattutto econòmica. La concorrènza nel mercato mondiale dei prodotti, dei servizi, delle idèe, è governata dalla necessità di arrivare primi ad occupare quei luòghi privilegiati che pòssono assicurare le migliori condizioni di potere e di sfruttamento econòmico. L’elemento che caratterizza il progrèsso è quindi “la fretta”. Ciò signìfica che non sèmpre una scopèrta, o un’abitùdine nuòva, corrispóndono a un reale benèssere per l’uòmo. Occorre anche ricordare che la vita sociale, e la cultura di cui questa vita è intessuta, rappresèntano un “sistèma”. Agèndo su una parte del sistèma si verificheranno cambiamenti e aggiustamenti in altri “luòghi” del sistèma, anche lontani e inimmaginàbili. La fretta che govèrna il progrèsso impedisce di “vedere” tutti i meccanismi che si méttono automaticamente in èssere.
La Recublènza si òccupa di questi cambiamenti cercando, con la sua anàlisi, di cògliere ciò che si “guadagna” e ciò che si “pèrde” con l’avvènto di nuòvi prodotti e abitùdini che agìscono sulla vita.
La recublènza diacrònica indaga sulle còse passate cadute in disuso (Lìnea temporale)
La recublènza sincrònica indaga sulle còse contemporànee (Lìnea geogràfica)
La recublènza ponderale indaga sulle còse nuòve cercando un equilibrio con le còse vècchie (Lìnea decisionale o di scelta)
In mòdo inconsapévole la recublènza è sèmpre esistita. Definirla come “sciènza” o “arte” signìfica darle un obiettivo riconoscimento, un valore “istituzionale” che ne avalli il ricorso come consuetùdine. La Recublènza aiuta a mantenere vivi alcuni concètti che spesso sono considerati sogno, ingenuità, romanticismo.


a) la preminènza dell’interèsse sociale e collettivo sull’interèsse privato
b) il recùpero di còse ùtili cadute in disuso non è una “nostalgìa”, ma un reale investimento per il benèssere dell’uòmo
c) il ricorso ad una “scelta consapévole” seguèndo critèri di umanità e di benèssere collettivo
d) il ricordare sèmpre che una comunità è costituita, in ogni luògo e momento, da uòmini, dònne, bambini, vècchi, malati, stranièri

 

 
 dellevatori

“I poèti non invèntano le poesìe; la poesìa è in qualche posto là diètro,
è là da moltìssimo tèmpo. Il poèta non fa che scoprirla”
(Jan Skàcel)
 
Uno scultore dève soltanto tògliere da un blòcco di marmo ciò che è supèrfluo.
La sua bellìssima statua è già lì, nascosta dentro il blòcco di marmo informe.
Lo scultore non dève fare altro che scoprirla, tògliere il marmo supèrfluo.
La scultura è l’arte del levare”.
(Michelàngelo)


Ci piace la sperimentazione, consapévoli che essa potrèbbe aprire strade nuòve, e potrèbbe farci comprèndere altri aspètti della “comunicazione”,  della “realtà”, della “poesìa”.  La sperimentazione ci èduca ad abbandonare il nòstro egocentrismo, ci mostra come praticàbile la possibilità di abbandonare la grande chimèra di èssere al cèntro dell’univèrso. Ci spinge ad “osservare” il mondo, a “vederlo” nella sua essènza, a riconciliarci con esso. Sono le riflessioni di alcuni autori, l’approfondimento e la comprensione delle loro riflessioni, il mòdo di pensare degli Indiani d’Amèrica e di molte altre culture “primitive”, la nòstra pràtica della poesìa, della scrittura, della creatività, la nòstra esperiènza, che ci hanno fatto scoprire la poesìa dell’handicap e la sua bellezza.

La poesìa esiste già! Assecondando questa riflessione ci mettiamo alla ricerca dei “luòghi” (reali o mentali) in cui la poesìa si annida. ll poèta ha il cómpito di scovarla e portarla alla luce.
Si apre dunque un nuovo universo sui “modi” di “scoprire” la poesia. La parola “poeta” dovrebbe essere sostituita con “dellevatore”

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edùcere

Lo studioso Andrèa Canevaro racconta di un calzolaio tedesco che aveva la passione dei modellini e un giorno costruì un modellino gigante della cattedrale del suo paese. Realizzò ogni mìnimo particolare con pezzettini di legno, fiammìferi, stuzzicadènti, stecchini. Èra così bèlla che la mìsero nel musèo. Dopo moltìssimi anni il legno cominciò a marcire; marciva così velocemente che quel capolavoro sarèbbe andato perduto. Le autorità delle Bèlle Arti decìsero di ristrutturarla per salvare la cattedrale in miniatura. Quando cominciarono a smontare i pezzettini di legno, rimàsero stupefatti nello scoprire che il calzolaio con incredìbile minuzia aveva costruito anche l’intèrno della cattedrale: il prète, l’altare, i banchi, il leggìo, i candelabri. E nessuno lo sapeva. L’anèddoto Canevaro lo cita a propòsito dell’handicap. Le persone con handicap sono delle cattedrali che hanno dentro tanti dettagli che nessuno vede.
“Edùcere” Dobbiamo usarlo più spesso questo vèrbo, tenerlo vivo, coniugarlo, farlo entrare nel nòstro linguaggio quotidiano. Io edùco, tu edùci, egli edùce, noi educiàmo, voi educéte, essi edùcono. Dal latino ex-dùcere, che vuòl dire “condurre fuòri, portare fuori”. Che è lo stesso significato che aveva un tèmpo il vèrbo “educare”, ma educare confonde le idèe, perché òggi gli diamo piuttòsto il significato contrario, quello di “riempire, portare dentro” più che “portare fuòri”. L’azione dell’ ex-dùcere ha un’importanza càrdine nella didàttica tassellare che  pratichiamo con la disabilità,  l’handicap, i bambini, gli adulti.

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estetica Wabi-Sabi

Con i manufatti Raku, con l’Haikù, con la poesìa dell’handicap e dei bambini, con la scrittura, cerchiamo di realizzare una estètica Wabi-Sabi così come Leonard Koren, architetto, la descrive nel suo libro “Wabi-Sabi, per artisti, designer, poèti e filòsofi”. Il Wabi-Sabi è la bellezza delle còse imperfètte, temporànee, incompiute. E’ la bellezza delle còse ùmili e modèste. E’ la bellezza delle còse insòlite. Il fango, la carta, il bambù sono wabi-sabi e le loro qualità intrìnseche sono superiori all’òro, all’argènto, ai diamanti. Nel wabi-sabi non esiste il concètto di “prezioso”. Un oggètto raggiunge la concezione di wabi-sabi solo nel momento in cui viène apprezzato per quello che è.  Le còse wabi-sabi sono pìccole e compatte, sòbrie e raccòlte. Come se ci facéssero segno di avvicinarci, di toccarle. Ci fanno percepire una distanza psicològica ridotta fra noi e le còse. I luòghi wabi-sabi sono ambiènti pìccoli, appartati, ìntimi, che facìlitano la riflessione.

 

 

nella condizione di

Èssere persone qualunque non signìfica non avere idèe. Non solo, ma più si è persone qualunque, più si ha possibilità di cambiare il mondo. I polìtici, gli scienziati, gli scrittori, gli uòmini d'affari, i poèti, i giornalisti, sono persone particolarmente attènte. Essi prèndono appunti, ossèrvano, elàborano, ma soprattutto còpiano e rùbano le idèe degli altri. Mettétevi nella condizione di farvi rubare le idèe, e capirete che più siète insignificanti e sconosciuti, meno le persone che vi hanno rubato le idèe dovranno temere di èssere scopèrte. In questo mòdo siète sicuri che le vòstre idèe si diffonderanno, anche se non dirèttaménte attravèrso di voi. In più eviterete di farvi logorare i nèrvi dagli scontri sèmpre messi in atto da coloro che si confróntano sulle idèe. Cèrto, pagherete con l'anonimato il privilègio di cambiare il mondo. Ammesso, naturalmente, che vi interèssi cambiare il mondo.

 

 

dal primo o dal secondo tempo?

Milioni di bambini lèggono i giornalini cominciando a sfogliarli dal fondo. Quando un bambino vede un film, o lègge un fumetto dall’inizio, probabilmente vuòl dire che è intervenuto lo zampino di un adulto o di un fratèllo maggiore. Diffusa, tra gli adulti, è l’opinione che i bambini hanno pòco da insegnarci. Forse costoro hanno dimenticato di èssere stati un giorno bambini anche loro. Il bambino che vede un film o un fumetto dall’inizio elàbora ipòtesi su come potrèbbe proseguire la stòria. Man mano che lègge verìfica se le sue ipòtesi èrano corrètte. Che differènza c’è tra il ragionamento a ritroso, e quello proteso in avanti?  Un pìccolo, piccolìssimo dettaglio che ha a che fare col tèmpo. La nòstra cosciènza sembra avere una percezione particolare del Futuro e del Passato, a seconda se leggiamo una stòria dall’inizio o dalla fine.  Quando pensiamo alle còse future noi sappiamo che pòssono evòlversi in divèrse direzioni. Una situazione attuale può generare una conseguènza A, o una conseguènza B. Entrambe “potrèbbero” accadere. Le còse passate invece sono percepite dalla nòstra cosciènza come ormai “già accadute!”. Esse non hanno “uguali probabilità di accadere”, sono accadute e basta. Le còse passate sémbrano èssere ammantate di una sòrta di verità più vera. Anche indovinando un evènto futuro avrò indovinato una verità. L’evènto futuro che hò indovinato mi lascia il sapore dell’indovino. Indovinare il passato lascia il sapore della stòria.

La lìnea didàttica e pedagògica di Cascina Macondo, scaturita da anni di esperiènza e di insegnamento, si propone il recùpero della visione dei film a cominciare dal secondo tèmpo, al fine di stimolare nel bambino, oltre al ragionamento sintètico, anche il ragionamento analìtico.
Ècco come in un suo aforisma Arthur Conan Doyle (Sherlock Holmes) descrive la differènza:
“La maggior parte delle persone, se gli descrivete una cèrta successione di evènti, vi diranno quali potrèbbero èssere le conseguènze. Infatti, pòssono méttere insième quegli evènti mentalmente e, da essi, dedurre ciò che accadrà in séguito. Esìstono però altre persone, pòche, che, se gli raccontate un fatto, sono in grado di ricostruire mentalmente le circostanze che lo hanno provocato. A questa capacità alludo quando parlo di ragionamento “regressivo”,  o “analìtico”,    o ”a ritroso.”

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insegnare òggi signìfica ancora il più delle vòlte
derubare gli allièvi della giòia
di scoprire il mondo da soli

( Piètro Tartamèlla)

 

 

tassellare, ovvero èlleeèmme


 a un bambino diamo tre informazioni:

1)  gli indiani delle Grandi Praterie èrano nòmadi
2)  gli indiani delle Grandi Praterie vivévano in case rotonde fatte di pèlle di bisonte che si chiamàvano tepee
3)  gli indiani delle Grandi Praterie accendévano il fuòco nel cèntro del tepee; il fumo usciva dall’apertura superiore della tènda

Sono informazioni tassellari. Ciò che non sveliamo ai bambini sono le “connessioni” che pòssono scaturire dal méttere insième le informazioni tassellari. Ad un cèrto punto chiediamo ai bambini: “di che colore èrano, all’interno, le tènde indiane?”. Dovrèbbero saperlo se hanno attivato un ragionamento deduttivo. Se non lo sanno, o se rispÓndono a caso, li aiutiamo con altri dettagli, ma non li priviamo del piacere di scoprire il mondo da soli. Perverranno infine alla conclusione che il colore intèrno delle tènde indiane èra nero, per via del fumo che restava appiccicato alla pèlle del bisonte e formava uno strato untuoso che la rendeva impermeàbile.
La didàttica tassellare di Cascina Macondo, detta anche didàttica èlleeèmme, è usata in tutti i percorsi di formazione rivòlti agli adulti, ai bambini, all’handicap. Principi della didàttica tassellare: plurisensoriale, sperimentazione, anàlisi, intuizione, deduzione, lògica, creatività, ipòtesi, ragionamento sintètico, ragionamento analìtico, precisione, verìfica, curiosità, passione, interèsse, comunicazione, benèssere, autostima, sdrammatizzazione della lettura al contrario dei fumetti…

 

 

filosofia interstiziale

Respirare aria di salòtto antico, dove le paròle, le lìbere idèe, la pura speculazione filosòfica appartèngono ancora agli uòmini, anche se ùsano il computer e la multimedialità. Non partiamo da idèe precostituite, non inventiamo règole o principi, non analizziamo il mondo per farlo rientrare in quelle règole e in quei principi. Osserviamo il mondo per lèggere il più possìbile quello che è effettivamente. Vogliamo impegnarci a ricercare un atteggiamento mentale nuòvo e a praticare procedimenti di anàlisi e di osservazione illuminista. Vogliamo azzerare tutte le nòstre idèe e i nòstri concètti accumulàtisi durante tutta una vita. Ripartire da zèro. Méttere in dubbio tutto, non dare nulla per scontato. Scovare i preconcètti, snidare i luòghi comuni  e risalire, dove possìbile, ai meccanismi, alle fonti, alle modalità che li hanno generati e fatti penetrare in noi così profondamente da non èssere più in grado di  riconÓscerli.
Coltivare la semplicità, l’essenzialità, la profondità, l’haikù, la poesìa. Comprèndere la vita e la mòrte, l’infanzia e la vecchiaia, l’ironìa e la teatralità, la natura e la modernità, il sociale e il personale, la compassione, l’amicizia, l’amore.  Un’utopìa cèrto. Come utopìe fùrono un tèmpo l’abolizione della schiavitù, l’abolizione della pena di mòrte, il ripudio della guèrra, il voto alle dònne, l’Euròpa Unita, la pràtica della sterilizzazione degli strumenti in medicina, l’esplorazione dello spazio, la radio, i raggi X, la penicillina, il cìnema,  il computer, la democrazìa.

 Non fare filosofìa per scherzo, ma sul sèrio,
perché non abbiamo bisogno di apparire sani,
ma piuttòsto di èsserlo veramente.

 (Epicuro)



 

strofinare le scarpe

òggi la legge sanziona chi fa pubblicità ingannévole. Se la legge sulla pubblicità ingannévole è ritenuta giusta, essa va applicata anche allo Stato. Le frasi esposte dallo Stato nei tribunali su lastre di marmo dove si lègge a gran voce: “la legge è uguale per tutti” oppure “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” sono frasi pubblicitarie (cércano di convìncere che la legge è uguale per tutti). Ma poiché la realtà non corrisponde al principio, siamo di fronte ad una pubblicità ingannévole (anche se si tratta di un principio ideale). Basterèbbe scrìvere:     


 “tutti i cittadini e tutte le istituzioni hanno il dovere di impegnarsi,
ciascuno secondo le pròprie possibilità e il pròprio ruòlo,
affinché la legge sia davvero uguale per tutti
e che tutti siano uguali davanti alla legge”.

 

 Proposizione molto più veritiera e onèsta, e molto più pragmàtica.
Il principio della “legge uguale per tutti” è disatteso continuamente nella nòstra falsa democrazìa che si règge sulla “dittatura della maggioranza”.
Quando per esèmpio si paga una cauzione per uscire dal càrcere, stiamo asserèndo automaticamente che “la legge non è uguale per tutti”. Chi non ha danaro e non può pagare una cauzione infatti rèsta in càrcere!
Non bisogna confÓndere ciò che è "aspirazione e desidèrio", con ciò che è la realtà. Una dichiarazione di intènti dève sèmpre restare tale. Se viène asserita come se fosse una realtà, essa si sposta nella categorìa delle “falsità e delle bugìe”, malgrado tutte le buòne intenzioni.

 sullo zerbino
strofino le mie scarpe
uscèndo di casa

 (Piètro Tartamèlla)

 

 

coltivare

Per realizzare una onèsta ed efficace integrazione (razziale, religiosa, e di ogni altra natura) non sèrvono gli slogans, né le manifestazioni, né le ricorrènze, né le buòne intenzioni. Ciò che occorre veramente è ricavare un vero piacere dall’incontro e dalla frequentazione della diversità. Scoprire quel piacere e coltivarlo.

 

 

quali frecce in un arco di sessant’anni…

Nell’anno 1963 quando conobbi l’anziano pittore mantovano Carlo Zanfrognini, avevo quìndici anni e la tèrza mèdia appena terminata. Dalla Sovraintendènza alle Bèlle Arti di Gènova, Zanfrognini aveva ricevuto l’incarico di restaurare la chiesetta medievale di San Bernardino. Mi trasferii così per tre mesi estivi a Triora vestèndo il ruòlo di suo giÓvane aiutante restauratore. Non potrò mai dimenticare quando pòi, a 22 anni, studènte universitario a Torino, ricevètti una sua lèttera con cui mi informava che aveva mandato una mensilità della sua pensione a sostegno della rivista di poesìa La Tènda che avevo fondato e iniziato a stampare in quegli anni col ciclostile. Èra davvero commovènte incontrare qualcuno che credeva in me.
Non potrò mai dimenticare Ernèsto Manzini che aveva un rinomato studio di investigazioni in Via Accadèmia Albertina a Torino che mi aiutò per molti anni. E Giovanni Menchetti. E tante altre persone che hanno contribuìto a realizzare sogni e progètti investèndo nella mia passione intellettuale.
Òggi, sessant’anni compiuti, di progètti e idèe ce ne sono ancora.
Non pòsso che provare la stessa emozione di allora quando mi imbatto in persone nuòve che concedèndomi la loro stima e la loro fiducia invèstono nei progètti e nelle idèe di Cascina Macondo.
Se pènsi di potér èssere una di queste persone, scrivici …

Pietro Tartamella

 

 

 

Cascina Macondo fondata nel 1993 da – Cascina Macondo founded in 1993 by


Anna Maria Verrastro    - presidente - responsabile pedagogico dei percorsi didattici

Pietro Tartamella          - direttore artistico

                                     – briografia di un poeta

                                     - intervista

Marcella Pischedda       - cantante

Massimo Lupotti           - musicista

Beppe Finello               - musicista

Beppe Finello               – un suo brano



Redazione - Editorial Staff

 

Anna Maria Verrastro

Annette Seimer

Antonella Filippi

Domenico Benedetto

Clelia Vaudano

Fiorenza Alineri

Florian Lasne

Luana Varagnolo

Nagi Tartamella

Nello Quatrano (web master)

Pietro Tartamella

 

 

Giuria Concorso Internazionale Haiku – Jury of the Haiku International Contest

 

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Annette Seimer

Antonella Filippi

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Domenico Benedetto

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Pietro Tartamella

Terry Olivi

 

 

 


Giuria Onoraria Concorso Internazionale Haiku - Honorary Members of the Jury

 

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Danilo Manera (Italy)

David Cobb (UK)

Jim Kacian (USA)

Max Verhart (Holland)

Nico Orengo (Italy)

Visnja Mcmaster (Croatia)

Zinovy Vayman (Russia)

 

 

Atetelier di Ceramica - Atelier of Ceramics

 

Anna Maria Verrastro

 

Clelia Vaudano


 

Collaboratori - Contributors

 

Alfio Bastiancich

Ajdi Tartamella

 

Alessandra Gallo

Ana Oliveira
Annamaria Nigro

Arianna Sacerdoti


Bruno Burdizzo

Claudio Fumagalli collaboratore di ferro

Clirim Muca

Eduard Tara

Enzo Bartolone - Edizioni Angolo Manzoni

Filippo Chiello

Fiorenza Alineri

Floriana Porta

Gian Carlo Marchesini

Hans Elzinga

Josef Kiss

Laura Uboldi

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Marina Goffi

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Oscar Luparia

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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"


Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.

 

 

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