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UN NUOVO NEMICO IN AGGUATO

di Emilio Toscani

 



In questi ultimi tempi, ho dovuto affrontare una nuova insidia che, per la prima volta, ha fatto la sua comparsa nella mia vita. Improvvisamente, senza segni premonitori, mi sento in balia di una profonda stanchezza. E’ una stanchezza mentale, non fisica, e non scompare con una bella dormita. Essendo una sensazione per me sgradevole, ho cercato di capirne il motivo, nel tentativo di neutralizzarla. Mi spaventa, perché mina alla base la mia capacità di essere come vorrei e di fare quello che desidero. Come una subdola pigrizia, una indecifrabile apatica indolenza, questa generalizzata assenza di desiderio mi impedisce di fare cose, per me, del tutto normali. La paura scatena l’irrazionalità e io ho paura di questo mio nuovo modo di essere e fatico a rimanere lucido. Sono privato della libertà di movimento, ma non di pensiero critico e responsabile che garantisce la libertà di scelta, di opinione, di decisione, di espressione, e di parola.
Semplicemente e disastrosamente, molto spesso, non ne ho più voglia.
Indagando sulle possibili cause, forse ne ho trovata una: l’incapacità di sopportare l’attesa.
In carcere, dove si finge tutto, nulla è reale, tranne l’obbligo assoluto di attendere.
L’attesa è l’incertezza. Scompagina il conosciuto, il saputo, il visto, sorprendendo la padronanza di noi stessi. L’attendere implica il non lasciarsi sopraffare dal tempo, resistere, non arrendersi all’impazienza e mantenere vivi i nostri progetti, quali che siano.
Per qualunque cosa dobbiamo attendere, a partire dai nostri diritti che qualche volta sono concessi, ma mai riconosciuti, quasi fossero un generoso regalo non dovuto e non un obbligo cogente, come dovrebbero sempre essere.
La mia attesa, iniziata dodici anni fa, e ancora lontanissima dal finire, è fatta di milioni di momenti in cui l’unica costante è la frustrazione. Sono in perenne attesa di qualcosa. Qualche volta, addirittura, non so esattamente di cosa, che è peggio che aspettare un accadimento definito.
Ho una collezione sterminata di attese: aspetto decisioni di Magistrati, di Presidenti della Sorveglianza, attendo gli esiti del lavoro dell’educatrice, un’udienza con il Direttore, con il Dirigente sanitario, e  aspetto infine che avvengano tante piccole cose, come ad esempio di sapere se potrò andare in permesso, se potrò telefonare a casa e decine di piccole e grandi cose che determineranno la qualità della mia vita.
Mentre attendo, perennemente, in qualunque direzione io volga il mio sguardo, vedo qualcuno che per un motivo o per un altro, spesso anche senza motivo, non vuole, non può o non riesce a fare il suo lavoro. Sembra che solo io, nel mio inedito e sgradevole ruolo di detenuto, sia costretto ad adempiere ai miei obblighi. Per tutti gli altri, a dispetto di tutte le leggi, sembra assolutamente facoltativo fare il proprio dovere.
La cosa più angosciante è sicuramente la mia totale impotenza per tentare almeno di far prendere agli eventi la direzione da me desiderata. Non posso fare assolutamente niente, se non, ovviamente, attendere. Per quanto, non si sa. E non si sa neppure se l’attesa sarà utile o inutile.
Per quanto riguarda il mio futuro, non si sa neanche se avverrà una valutazione, se si entrerà nel merito e se si motiveranno le decisioni che verranno prese. Qualche volta non si sa neanche chi dovrà prenderle e, naturalmente, non si sa se e a chi si potranno chiedere chiarimenti.
La mia vita e il mio futuro sono avvolti da una nube impenetrabile che impedisce a me di vedere fuori e, a chi è fuori, di vedere me. Sono in una pausa forzata ed estenuante che sta rosicchiando la mia voglia di vivere. Piano piano, senza scossoni violenti o eventi eclatanti, ma ogni giorno la mia capacità di resistere e di mantenere in vita la speranza, si affievolisce.
Progressivamente, costantemente e ininterrottamente la mia resilienza diminuisce.
Quando, per anni, ogni singolo tentativo e ogni percorso intrapreso si rivelano infruttuosi, subentra una maligna rassegnazione e la nostra mancanza di orizzonti possibili ci toglie la voglia di essere e di fare. Accettare questo immobilismo e ritenere inevitabile la mancanza di evoluzione, di qualunque tipo, è impossibile. La mente continua instancabilmente a lavorare e se trova cognitivi e percettivi, si chiude al suo interno e tenta di assopire il desiderio per non incorrere nell’amarezza della delusione. La fuga dalla realtà e dai propri sogni, sembra, per la mente, l’unica reazione possibile alle negazioni che l’esterno inevitabilmente decreterà contro di noi.
Quando tutto sembra essere inutile e ogni azione viene inibita a priori, il rischio è che prenda corpo il desiderio di non essere più vivi e diventare il più possibile simile ai morti. Il preferire il nulla ai desideri che si sanno impossibili, è la strada che porta dritto al suicidio, per alcuni, alla depressione per altri, alla negazione di sé stessi e alle altre patologie involutive della mente.
Tutto questo è sotto gli occhi di tutti: detenuti, operatori, agenti, medici, psicologi e psichiatri. Quello che fa male è il sapere che questa triste consapevolezza sembra ritenuta accettabile o inevitabile da tutto il vasto mondo che gravita attorno al carcere.
Si conoscono le realtà, le criticità, la scienza ha a disposizione gli strumenti per correggere questa follia, ma motivazioni utilitaristiche, strumentali e politiche, impediscono di percorrere ogni via di miglioramento. L’attuale sistema carcerario, come tutti sanno, è inutile alla società, ai detenuti, al bilancio dello Stato e trova un suo sgradevole significato solo nell’acquisizione di potere e nelle convenienze elettorali di pochi egocentrici antisociali.
Mi sembra che la grande sofferenza e il disvalore sociale di questo sistema sia un prezzo altissimo da pagare sull’altare delle convenienze di pochi. Sulla base di queste considerazioni, sono stupefatto di capire che quello che a me sembra così evidente lo sia solo per me e pochissimi altri, mentre la maggioranza del mondo sembra non vederlo o considerarlo non prioritario.
Quando le azioni intraprese sono incompatibili con l’ottenimento del risultato desiderato, dovrebbe nascere il desiderio di cambiamento. Curiosamente, però, questo non nasce.
Noi detenuti siamo in custodia allo Stato che dovrebbe avere verso di noi la responsabilità, ma senza proprietà.
Siamo molto lontani da una positiva evoluzione che, se e quando avverrà, dovrà consistere in una decisa retromarcia nell’esercizio del potere assoluto, da trasformare, partendo dall’attuale violenza e prevaricazione, in un servizio pubblico all’utenza, esattamente come avviene, o meglio, dovrebbe avvenire, in un ospedale e in una scuola.
Realisticamente, credo purtroppo che anche questa attesa sarà molto, molto lunga.
Speriamo non eterna.


Saluzzo 18-10-2018                                   Emilio Toscani



Trascrizione a cura dell’Associazione “Cascina Macondo”

 

 

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