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TREDICI per VENTIQUATTRO

di Emilio Toscani

 

 

Ieri sera, alle 9, ero solo nella mia cella e guardavo un film.
Come sempre, dopo le 21, il blindo è chiuso.
Per i non addetti, il blindo è la porta esterna della cella ed è costituita da una lastra di metallo pieno che sigilla completamente l’apertura, lasciando un piccolo rettangolino di 13 x 24 centimetri, unico varco tra noi e il mondo.
Ero immerso nei miei pensieri quando ho visto nello spioncino, questo è il nome del rettangolino, due occhi che mi guardavano.
Erano gli occhi di Paolo Castellana, che stava salutando tutti i detenuti avendo ricevuto l’ordine di partenza per un altro carcere.
Questa è la procedura standard: si viene avvertiti dopo le 21 e il mattino dopo, solitamente molto presto, si parte. Il detenuto, definito “partente”, passa di cella in cella, a salutare tutti i suoi compagni.
Questo stava facendo Paolo e, per la verità, non era una partenza inaspettata, avendo fatto richiesta di trasferimento per motivi di studio e avendo saputo in via ufficiosa, alcuni giorni prima, che sarebbe partito.
Oltre ai suoi occhi, dallo spioncino comparve anche un pezzo di mano che evidentemente cercava la mia. Alzato dal letto, ho toccato la sua mano, unica parte del corpo a poter essere introdotta nel varco, che impedisce ogni contatto, come un abbraccio o un bacio sulla guancia, come fanno solitamente gli amici quando si salutano.
Lo sguardo di Paolo, appena velato di lacrime, parlava più delle banali parole che in quei frangenti normalmente escono dalla bocca. Io, allungando un poco la mano, sono riuscito a fargli una piccola carezza. Tutto questo molto rapidamente, perché il tempo concesso per queste smancerie è molto contenuto e si devono salutare 50 persone.
Con questo breve stop-and-go emozionale si chiudevano quattro anni di convivenza e condivisione di vita tra me e Paolo, e io tornavo al buio solitario della mia cella, con l’unica compagnia dei miei pensieri che, inevitabilmente sono arrivati.
È difficile da spiegare ai liberi, ma il legame che a volte si sviluppa tra detenuti è molto particolare. Bisogna sapere che non avendo contatti con nessuno, la carica emotiva trova le uniche strade possibili ed essendo a noi inibito l’accesso ai nostri affetti familiari o amicali, dobbiamo per forza trovare tra di noi le condivisioni e la necessità di esternare. Capita quindi frequentemente che per affinità elettive, si selezionino persone all’interno dei 50 disponibili. Questo era successo anche a me, e Paolo era tra i pochissimi con i quali avevo uno scambio empatico intenso.
Per le caratteristiche che ognuno di noi ha, e che possiamo riconoscere in chi ci circonda, con alcuni detenuti si vivono intensamente considerevoli pezzi di vita. Si mangia insieme, si ride insieme, si piange insieme, ci si confida, ci si aiuta, si pianificano sogni, quasi sempre utopici e irrealizzabili e si condividono tutte le emozioni più importanti che differenziano gli uomini dagli altri esseri viventi.
Questo avevo fatto con Paolo, per quattro lunghi e densi anni e questo si era concluso definitivamente con il toccarsi delle dita delle mani.
Tornato solo non ho potuto fare a meno di pensare ai tantissimi momenti vissuti con Paolo. I ricordi di tutte le sciocchezze, le cose importanti, l’aiuto che io chiedevo a lui e che lui chiedeva a me, le conversazioni, a volte accese, le confidenze sui dolori, i lavori creativi su progetti culturali e tutti i preziosi momenti vissuti in multiproprietà erano parte di me e sarebbero rimasti dopo la partenza di Paolo che non era partito da solo ma con un pezzo significativo della mia vita che mi lasciava, per sempre, come un giorno, inevitabilmente, tutta la mia vita mi lascerà per sempre.
Per questo dovremmo dare più valore a chi ci è vicino e a quello che viviamo nella nostra quotidianità. Troppe volte la fretta, la superficialità e il nostro essere insensibili, ci fa sfuggire frammenti di umanità e sentimenti che ora sono possibili, ma tra un attimo potrebbero non esserlo più.
Ciao Paolo, grazie di esserci stato e in bocca al lupo per il tuo futuro.

Saluzzo 6/10/2018         
Emilio Toscani


Trascrizione a cura dell’ Associazione “Cascina Macondo”

 

 

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