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GATTO RANDAGIO
L’indecente guardarsi negli occhi

 


Gatto Randagio riparte dai suoi incontri in carcere per parlarci di un’abitudine che fuori abbiamo perso: guardarci negli occhi. Forse è per questo che dopo il colloquio con persona detenuta gli prende un sottile giramento di testa. Sostenere per due, tre ore, lo sguardo di una persona che mai allontana gli occhi dai tuoi non è cosa di poco impegno.
-L’ebbrezza, nell’era degli smartphone, di connettersi con una persona e non con uno schermo.
-Incontrarsi negli sguardi, atto rivoluzionario e “indecente”.
Di Francesca de Carolis 30 settembre 2018


L’indecente guardarsi negli occhi.


Ormai lo sapete… il Gatto… ogni volta che viene via da un incontro in carcere, torna carico di pensieri e riflessioni, che si sa (forse) da dove iniziano, ma è difficile capire dove vanno poi a finire… abbiate pazienza (la “virtù” più praticata in quel delle prigioni), e cercate di capirlo…
Questa volta il Randagio è tornato carico del pensiero di uno sguardo…
Già, oggi che difficilmente ci si ferma a sostenere per più di cinque minuti (cinque? che dico… il battito di qualche secondo) lo sguardo dell’altro… così istericamente presi come siamo fra i mille impulsi che ci attanagliano, e che per lo più si riassumono tutti in uno schermo di cellulare, mille velocissimi richiami e contatti virtuali… che dopo un secondo non sono già più…
Forse è per questo che dopo un colloquio in carcere gli prende, al Randagio, un sottile giramento di testa. Pensate, sostenere per due, tre ore, lo sguardo di una persona che mai allontana gli occhi dai tuoi… non è cosa di poco impegno anche per chi, come lui, il Gatto, di sguardi più che di parole ha sempre vissuto… E non può che rispondere rimandando in ogni istante il suo, di sguardo, e non perché, se pure si volesse guardare intorno, non avrebbe nulla da guardare… se non pareti nude e una porta di ferro ben serrata che, per evitare ansie, è bene ignorare del tutto…
E si riscopre la verità dell’incontro che non è gioco di socievolezza… Perché, contrariamente a quanto si possa pensare, in carcere nessuno ha tempo da perdere, e nessuno vuole perdere neanche un attimo di quel poco di vita che una persona venuta da fuori in qualche modo, anche solo nel riflesso dei suoi occhi, porta…
L’avventura dello sguardo… che sempre svela chi si ha di fronte… che è luogo dove scivolano i ricordi… e per quanto lontani, li vedi tutti, quei ricordi, che si fanno strada, fra un tentativo di presente e un’illusione di futuro…
Sguardi che non si abbassano neanche nei momenti non riempiti dalle parole, perché nel silenzio è un po’ come cercare di rubare gli uni i segreti degli altri…
Pensando a ciò che mi ha raccontato a un tratto Claudio, oggi in quel di Parma, dei suoi lunghi anni in quell’inferno della deprivazione sensoriale che è il 41 bis… La fatica, mi ha raccontato, il tempo che ci è voluto per riuscire poi a toccare qualcuno, a riacquistare il senso del tatto… toccare mani… E gli occhi? Quanto ha impiegato, mi sono chiesta senza avere il coraggio di chiedergli, per riuscire a guardare a lungo qualcuno negli occhi? O quanto si saranno ogni volta avvinghiati i suoi occhi al poco tempo dello sguardo altrui in quell’inferno concesso…

Quanto lo sguardo è stato trasmissione muta del dolore…
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (…)
I tuoi occhi…
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio…

Ecco… la profetica verità di Pavese ha preso il sopravvento, ma non è a questo che volevo arrivare. Perdonatemi…
E neppure volevo augurarvi di finire in prigione per avere occasione di ritrovare il significato, la forza e la verità della comunicazione profonda che passa attraverso lo sguardo. Ma, provate a immaginare… l’ebbrezza di connettersi con una persona e non con uno schermo… e, lasciatemi osare, se proprio persone disponibili intorno a voi non ne trovate, potreste sempre, perché no, varcare i cancelli di una prigione rispondendo al richiamo del Cristo di Matteo, “ero in prigione e siete venuti a trovarmi”…
Gli sguardi, vi assicuro, saranno la prima cosa che vi catturerà, e forse incomincerete a guardare in altro modo le persone. Tutte…

Non è un caso che proprio con questo obiettivo (incontrare lo sguardo dell’altro) la Caritas Ambrosiana la scorsa primavera ha portato a Fa’ la cosa giusta! “My mirror”… che è un’installazione in uno stand in cui i visitatori sono invitati a guardare negli occhi un’altra persona per 4 minuti, quattro lunghissimi minuti… A buon ragione sostenendo che nell’epoca dei selfie, specchiarsi negli occhi di un’altra persona è un atto rivoluzionario. Tanto rivoluzionario che accanto a loro i visitatori che hanno voluto provare il brivido di quest’esperienza hanno trovato un assistente.
E che avranno provato? Cosa avranno ritrovato? I volontari che hanno seguito le persone durante gli incontri testimoniano che “le reazioni sono state diverse, ma nessuno è restato indifferente all’altro”. Quasi tutti, dopo, si sono stretti la mano, si sono sorrisi, hanno raccontato di sé. E questo indipendentemente dal colore delle pelle, l’età, il sesso…
(S)guardi e ri-guardi… intrigante gioco di parole che è stato anche il tema di un affascinante e ricco incontro al quale ho partecipato qualche anno fa al Salone dell’educazione di Genova. Parlando di disabilità, ma parlando, in fondo, un po’ di tutto… richiamando un guardare fatto di attenzione, di ri-guardi… che è, anche, un guardarsi dentro che solo l’altro può restituirti…
Sguardi che non siano sghembi, che non uccidano… riguardi nei quali cullarsi e ritrovarsi…
Peccato che vi siamo così poco abituati, che è ricchezza che stiamo perdendo. Sono gli sguardi, tutt’intorno, così sfuggenti e lontani e sguscianti… che quasi guardarsi negli occhi sembra sia diventato un atto indecente… e forse lo è, indecente.
Ma proprio per questo a noi piace (a me e al Gatto). Indecente, scandaloso, e bello, come una Rivoluzione…


Francesca De Carolis

 

 

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