Home Archivio News-Eventi LASCIA PERDERE I GERANI, di Max Steele
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
LASCIA PERDERE I GERANI, di Max Steele PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Sabato 18 Agosto 2018 18:34

 

 

LASCIA PERDERE I GERANI

di Max Steele

tratto da "The Hat of my Mother"

(rivista "PAROLE" n° 15 - 1995)

 



           Quell'estate eravamo seduti, come di consueto, sulla terrazza del caffè, all'angolo tra I'Odéon e la strada che porta alla Senna. Era agosto inoltrato, e le vie erano deserte.
Migliaia di parigini erano andati al Sud per le vacanze estive e l'unica persona che si aggirava per le strade era lo spazzino, con la sua scopa di saggina.
           Benito Rapello, un artista americano che studiava alla GI Bill, quella mattina era con me sulla terrazza.
Mi aveva mandato un messaggio con la posta pneumatica in cui mi chiedeva di incontrarlo lì; un messaggio piuttosto enigmatico, dato che io non lo conoscevo molto bene: l'avevo visto qualche volta a un corso serale di disegno e in seguito ero andato con Daphne, un'amica comune, all'inaugurazione della sua terza esposizione, che aveva avuto ancor più successo delle prime due. In seguito, incontrandolo per la strada, avevo parlato con lui una decina di volte.
           Aveva circa trent'anni, lineamenti perfetti e un aspetto forse troppo bello: denti troppo regolari e bianchi, occhi troppo scuri e dolci, una forte mascella troppo squadrata, perfetta in ogni particolare, fino al mento e ai muscoli della mascella che si muovevano e formavano fossette quando masticava o parlava. Talvolta era in compagnia di una donna bellissima, ma credo che non ci fosse niente tra loro, dato che lei viveva con uno scultore a Montparnasse.
            Generalmente era da solo e aveva sempre fretta, cosa comprensibile, dato che aveva esposto più di sessanta dipinti in ognuna delle tre mostre che aveva organizzato nel giro di quattro anni. Buoni acquerelli con vedute della Senna, abbastanza semplici e senza pretese, e pitture ad olio con paesaggi di Parigi, luoghi noti a tutti, come il ponte a St. Martin o il quai dell'isola di St. Louis. Scenari che nelle sue pitture si trasformavano in luoghi desolati, illuminati da una solenne luce verde, come quella che precede l'uragano o che segue un'esplosione atomica.
Era questa luce strana, incombente e catastrofica, insieme all'assoluta mancanza di speranza, che piaceva ai francesi; non l'ammirabile disegno che invece guardavano con disprezzo, considerandolo cosa ormai sorpassata. 
            Gli altri studenti della GI Bill  erano fieri di lui, anche se un po'  invidiosi, non tanto della sua arte - come facevano capire - ma della sua capacità di lavorare  duramente, rimanendo estraneo alla vita gaudente dei caffè. 
A causa di tutto ciò, circolavano su di lui voci di varia natura, così contraddittorie che, a considerarle tutte insieme, apparivano piuttosto ridicole. Nessuno sapeva se era a conoscenza di queste voci: era sempre molto amabile, anche se estremamente serio, educato, corretto, persino un po' formale. Di certo si vestiva più come un giovanotto appena uscito da Harvard che come un artista o uno studente americano a Parigi. 
         Quando arrivai, alle dieci in punto, lui era già seduto al tavolino. Il posto era naturalmente deserto alle prime ore del mattino, essendo sostanzialmente un ritrovo notturno per americani bizzarri e per i loro occasionali accompagnatori, sempre in cerca di tabacco.
           La sua barba bruna poteva sembrare un'affettazione, un motivo di orgoglio piuttosto stupido per un uomo vanitoso, ma lui se la accarezzò immediatamente e se ne scusò, dicendo che era stato fuori tutta la notte e non era rientrato a casa per radersi. Per il resto, il suo aspetto era sano e pulito come di consueto.            
            Ordinò un caffè e un croissant per me, ma non volle niente per sé. Mentre Pierre andava a preparare il caffè e il dolce, dissi, senza molta curiosità:
"Non ti ho visto per molto tempo. Almeno dall'inizio dell'estate, è vero?".
"Sí" disse "sono almeno due mesi".
Si zittì come se non dovesse aggiungere altro, poi bagnò le labbra sottili, che erano già umide, con la punta della lingua e atteggiò la bocca ad una smoffia ironica.
"Ho crocifisso Cristo".
"Crocifisso Cristo". Lo dissi come se si trattasse di una espressione scherzosa.
"No, seriamente. Ho inchiodato Cristo alla croce".
"Per due mesi?"  chiesi  "Si tratta di un dipinto?".
"No. Dovevo trovare un lavoro. La scuola è finita a giugno  e io sono andato in una fonderia dove lavora un mio amico francese durante l'estate e ho avuto l'incarico di inchiodare Cristo alla croce. Dovevo lavorare ... ".
Spiegò che fabbricavano crocifissi di tutte le dimensioni: da quelli tascabili a quelli per le cattedrali, a mucchi, per tutto il giorno. Improvvisamente sospirò, e tutta l'ironia scomparve dal suo viso, lasciando i suoi occhi insolitamente scuri.
"Ma adesso è finito".
Pensai con sospetto: "Vorrà che gli presti dei soldi. Per quale altro motivo si può mandare un messaggio con la posta pneumatica alle nove di mattina?".  
Tutti gli americani in bolletta erano convinti che potevano ottenere denaro in prestito da chiunque indossasse ancora una cravatta e delle calze.
Probabilmente colse la mia espressione guardinga e aggiunse:
"Io getto la spugna".
Ciò non rendeva meno probabile la possibilità che volesse un prestito. Ma poi disse, lentamente, con lo stesso tono di prima: "Sto per uccidermi".
"Prego?" dissi.
Probabilmente si trattava di un'altra espressione, come quella sulla crocifissione di Cristo, che poteva avere una spiegazione perfettamente plausibile e tranquillizzante.
Distolse lo sguardo dall'acqua che scorreva lungo il marciapiede  e per un secondo la sua faccia si tese al punto che non sentii il bisogno di altre spiegazioni, ma lui ripeté, calmo e lento come prima: "Sto per uccidermi".
         Sarebbe stato troppo drammatico, ma anche comico, posare la tazzina del caffè rumorosamente sul piattino, così continuai a sorseggiare mentre cercavo di pensare.
Quando arrivò il momento in cui non era più possibile rimandare una replica, perché era chiaro che lui non aveva altro da aggiungere, chiesì:
"Sai perché?".
Lo sapeva.
Cominciò poco dopo le dieci, e, poco dopo le tre, stava ancora declamando le sue ragioni. Non era triste. Non si trattava di una depressione temporanea. Era qualcosa che andava considerando pacatamente da molto tempo, prima ancora di arrivare in Europa. Non era per amore, denaro, o successo. Non era neanche per la mancanza di una di queste tre cose. Poteva avere tutto ciò che voleva.
"È tutta una farsa" disse alla fìne.
          Dopo tutto quello che ci eravamo detti, lui concluse che era una farsa. A me, che la notte precedente avevo dormito, quella non sembrava una ragione sufficiente per suicidarsi.   Poteva al contrario essere la ragione per cercare di rimanere in vita il più a lungo possibile, ma non ascoltai tanto le sue parole quanto il tono pacato della sua voce, e mi rendevo conto che non si trattava di uno scherzo. Una volta che si è sentito quel tono calmo, oltre la disperazione, si presta attenzione quando lo si sente una seconda volta. Al college avevo conosciuto un ragazzo melanconico che aveva detto con quella stessa voce che stava per uccidersi, se ne era andato inascoltato nella sua stanza (era successo durante una partita di football), aveva sparso del liquido infiammabile sui vestiti, li aveva incendiati, si era tagliato la gola con una lametta da barba e si era gettato dal terzo piano del dormitorio, sul cortile di cemento.
Non riuscimmo a far arrivare un'ambulanza, così fu trasportato, avvolto in una coperta, per tutto il campus, fino all'infermeria, dove morì quasi immediatamente.
        Così, qui al caffè, avevo ascoltato senza allarme, ma con grande attenzione le parole di Benito Rapello, che erano convincenti proprio per la assoluta mancanza di emozione  con cui le pronunciava.
Mentre parlava, io pensavo: "Vuole parlarne, vuole essere persuaso. Altrimenti l'avrebbe fatto la notte scorsa. Altrimenti non avrebbe aspettato fino all'apertura dell'ufficio postale per mandarmi quel messaggio".
Speravo che arrivasse qualcuno ad aiutarmi, ma avevamo solo un'amica in comune, Daphne, che si trovava al momento in Nord Africa.
        Ogni volta che lui smetteva di parlare, io volevo fare una domanda, ma quando il silenzio diventava troppo lungo e profondo, lui stendeva la mano, mi ringraziava per averlo ascoltato e si muoveva sulla sedia come  se stesse per andarsene.
"Ma la tua pittura?" tentai, pur sapendo che sarebbe apparso sciocco fare questa domanda ad un uomo che era stato in piedi tutta la notte ed era in un simile stato.
"All'inferno anche lei" disse.
"Ma le recensioni sono state eccellenti. Anche quella di Bernard Mérimée".
"Esatto" disse "Ma cosa significa? Sono capace di dipingere. Lo so. Posso andare avanti a dipingere sempre più quadri, sempre meglio, e la critica dirà cose sempre più lusinghiere, e la gente stupida comincerà a comprare i miei quadri e a pagarli sempre di più. Ma a cosa serve? A niente. È una farsa. Un'enorme farsa come tutto il resto".  
       Parlammo della pittura per circa quaranta minuti: i giovani pittori che venivano spinti avanti dalla critica, quelli che avevano un vero talento e che si stavano costruendo una reputazione; quelli fasulli che si facevano strada sfruttando qualcuno; quelli che arrivavano al successo perché potevano permettersi gallerie alla moda; quelli che avevano rivelato talento ma che adesso, non avendo più niente da dire, esibivano con furbizia cose senza valore e divenivano ancor più alla moda; quelli che materialmente pagavano i critici. Tutta questa gente arrivava, raggiungeva il successo, alcuni per merito, altri no, ma tutti arrivavano. E cos'è questo? Una grande farsa; ecco cos'è, una farsa.
"Perché non torni negli Stati Uniti?" proposi. Ma niente da fare; aveva lasciato gli Stati Uniti esattamente con lo stesso senso di futilità, non così acuto e debilitante come adesso, perché allora aveva creduto che la colpa non stesse in lui, ma nella filosofia materialistica ed essenzialmente antiintellettuale degli americani. Ora sapeva che non era vero. Le loro ambizioni erano soltanto diverse, i loro obiettivi forse più ovvi e meno ammirevoli (avere un Packard invece di un Picasso), i loro modi più diretti e aperti. Ma comunque, qui, o là, era una farsa.
       Per un po', durante il suo primo anno all'estero, non aveva capito l'America e si era perennemente rivoltato contro la sua manìa della pulizia e il suo puritanesimo. Si era fatto crescere la barba, non si era lavato, aveva indossato abiti che sembravano stracci. Aveva avuto tante donne che qualche volta non le riconosceva, incontrandole per strada. Una rivolta insensata contro un sistema insensato. Una farsa per reazione ad una farsa.
"Donne" disse "Ho avuto più donne qui in due anni di quante avrei pensato di averne in una vita. Qualche volta anche relazioni serie, ma finiscono tutte nello stesso modo: noia"
"No, seriamente" soggiunse quando mi vide aggrottare la fronte   in atteggiamento interrogativo "dopo un po', tutto diventa noioso e non penso di essere capace di avere una profonda e concreta emozione, tranne che nella pittura".
        Fece una lunga pausa, poi disse senza alcuna vanità, ma come se si trattasse di un dato di fatto:
"Tu non puoi avere il mio aspetto", e indicò la sua faccia con un gesto della mano  "avere una schiena dritta, un petto forte e belle gambe senza attrarre un numero tale di donne da non sapere che cosa fare con loro. E uomini. Ho provato, ma è ridicolo".
        Aveva sperimentato la birra, il vino, la marijuana, il cognac, la castità completa, e qualsiasi vizio e, non avendone ricevuto alcuna emozione, non era interessato a nessuna di quelle cose di cui parla la gente.
"Quei meschini pettegoli vedono tutte quelle cose, come l'ubriachezza e la libidine, come fini a se stessi piuttosto che come mezzi per giungere a qualcosa di reale: una via fuori da se stessi".
Ma ora era stanco di sperimentare, stanco di provasre a uscire dal suo isolamento.
        Nel corso di questa lunga conversazione, io cercavo di ricordare gli articoli sul suicidio che avevo letto, a partire da quella notte in cui era stato trovato quello sventurato ragazzo sui gradini del dormitorio ed era stato portato, moribondo e stordito, all'infermeria ("Nessuno mi credeva" continuava a dire, con gli occhi spalancati e feroci "nessuno mi credeva".                
E quando era disteso sul pavimento dell'infermeria sussurrava con la sua bocca straziata: "Se sapeste di che cosa ho paura".
Ma questa cosa non la rivelò mai).
        Mi ricordavo che la gente si suicida più faclmente di giorno che di notte, più nelle giornate di sole che in quelle nuvolose, più di domenica e nei giorni festivi che in quelli lavorativi. Niente di tutto ciò era incoraggiante, visto che era uno splendido pomeriggio di sole, e mezza Parigi era via per le vacanze. Il libro che avevo letto diceva anche che la gente raramente si suicida a stomaco pieno, ma Benito Rapello aveva rifiutato tutti i miei inviti ad andare al ristorante dietro l'angolo. Aveva davanti a sé una tazza di thè solo perché Pierre, il cameriere, aveva insistito che non poteva starsene tutto il giorno seduto lì senza ordinare niente.
L'odore dei gerani, aveva detto un professore, è noto per avere un effetto euforizzante sui pazienti depressi, ma non aveva spiegato come fare a condurre il paziente verso i gerani.
       Finalmente chiesi ciò che mi ero domandato fin dal momento in cui avevo ricevuto il messaggio:
"Perché io? Perché hai deciso di parlare per primo con me?".
Questa domanda suonava brusca e leggermente accusatoria, ma sembrò non notarlo.
"Perché" disse "Daphne mi ha detto che hai tentato il suicidio".
"Ha detto questo?".
Ero attonito. Non mi ricordavo di averle confidato niente di simile. In realtà ero arrabbiato.
"Sì"  continuò  "Oh, niente di più.  Semplicemente io avevo detto che tu, più che tutti gli altri qui, sembravi sapere cosa stavi facendo e apparentemente godevi di essere vivo. Lei ha detto che forse era così, ma che una volta ti eri cosparso di liquido infiammabile al college ed eri saltato da una finestra".
"L'ha fatto un'altra persona". Arrossii per la rabbia. "Un ragazzo che conoscevo".
Guardò il mio rossore che non diminuiva e, un po' addolcendosi un po' insistendo, disse: "Forse ho capito male. Ma tu hai tentato?"
Non aveva il diritto di chiedermelo, ma, date le circostanze, io non avevo il diritto di rifiutargli nessuna informazione che potesse fargli cambiare idea.
"Penso che la maggior parte delle persone l'abbiano fatto. O l'hanno pensato".
"Ma tu ci sei quasi riuscito".
Ovviamente lui credeva che fossi io il ragazzo che si era bruciato.
"Sì" dissi e, sotto il suo sguardo, io sentii che avrei dovuto piegarmi casualmente e trasformare l'acqua che stava sul tavolo   in vino. Aveva una tale disperata fiducia in me adesso: come avrei potuto ammettere che avevo semplicemente inghiottito quarantaquattro di quelle pillole che credevo fossero potenti sonniferi e poi (per quindici dollari) mi ero precipitato all'ospedale in un'ambulaza per farmi fare una lavanda gastrica?
 E come avrei potuto raccontargli della stentorea risata dell'internista che aveva scoperto che si trattava soltanto di pastiglie di latte di magnesia?
Sotto lo sguardo di ammirazione di Benito, io sedevo tranquillamente, cercando di apparire come uno che si è bruciato, squarciato e gettato dalla finestra del terzo piano.
"Che cosa ti ha fatto cambiare idea?" mi chiese "Sembri abbastanza felice, ora".
Alzai le spalle un po' irritato. Una domanda così difficile non poteva avere che una risposta stupida, incompleta e falsa: "L'analisi, suppongo".
"Psicoanalisi!" Sputò fuori questa parola come se si trattasse di carne grassa.
Lo ammisi riluttante, chiedendomi con rabbia perché certe persone non possono uccidersi senza dover fare domande personali.
Cominciò una tremenda ed offensiva tirata contro l'analisi, così violenta che mi fece capire quanto profondamente lui fosse interessato all'argomento. Non dissi niente e non la difesi.
In realtà ero d'accordo con lui su molti punti: era tremendamente costosa, richiedeva molto tempo, talvolta anni; sì alcune persone non sembravano trarne vantaggi visibili esteriormente, ma potevano averla abbandonata.
L'unico punto su cui non volli cedere fu che l'analisi rappresentava una scelta più saggia del suicidio.
Discutemmo su questo a lungo, ma sempre tornavamo al punto che io avevo posto con grande autorità: era una scelta più saggia del suicidio. Alla fine, improvvisamente fu d'accordo con me, e disse: "Conosci qualche psichiatra, qui? Uno che parli inglese?"
"Se sì, ci andrai?"
Pensò per qualche minuto. "Per quanto tempo?"
"Anche per un'ora".
Rifletté ancora: "Sì, per un'ora".
"Aspetterai qui?" chiesi senza mettere l'accento sul punto interrogativo "mentre telefono?"
Disse di sì.
       Telefonai all'spedale americano e chiesi una lista di psichiatri che parlavano inglese. La ragazza al telefono mi spiegò che molti dottori erano fuori città per le vacanze. Non potevo richiamare in settembre? Quando le raccontai la difficile situazione nella quale mi trovavo, mi fece parlare con un neurologo in servizio che mi disse che non dovevo contattare uno psichiatra, ma un analista, e mi diede immediatamente il nome e l'indirizzo di un analista con cui aveva parlato solo cinque minuti prima e che, fortunatamente, viveva a dieci minuti scarsi a piedi dal caffè, tre minuti in taxi. Lui stesso avrebbe chiamato questo dottore per dirgli che stavamo andando da lui. Disse inoltre che lui non poteva esserne sicuro, ma che non credeva che Rapello avrebbe fatto qualcosa di drastico, visto che era rimasto seduto tutto il giorno a parlare razionalmente; comunque, non poteva passare un'altra notte in bianco, da solo,   in un tale stato.
         Camminammo. Rapello volle comprare delle sigarette. Pensò anche di tornare alla sua stanza per radersi, cosa che avrebbe potuto essere un buon segno, o semplicemente uno stratagemma, così tirammo dritto senza fermarci.
Per tutta la strada fu molto nervoso:
"Cosa dirò a quell'uomo?"
"semplicemente quello che hai detto a me"
"Semplicemente quello?". Si fermò.
"Com'è di solito la procedura?"
"Ti può fare qualche domanda. Può chiederti qualcosa che aprirà un intero nuovo campo di pensiero, modi completamente nuovi di guardare te stesso e il mondo".
       Rapello non era convinto, ma mi seguì e, quando suonammo il campanello della porta, sussurrò come un bambino:
"Tutto quello che ti ho detto questa mattina?".
"Tutto ciò che vuoi"  sussurrai a mia volta.
Improvvisamente si tirò indietro: "Per i soldi. Io non ne ho qui. Quanto costerà?".
«Non ti chiederà soldi e, se lo farà, ne ho io».
         Il dottore stesso aprì la porta e la ragazza al banco della reception non alzò neppure gli occhi dalla macchina per scrivere. Una signora vestita piuttosto elegantemente sedeva nervosamente, fingendo di leggere una rivista che aveva chiaramente preso in mano in quel momento. Il dottore ci guardò, non riuscendo a decidersi. La mia maschera di salute era dunque scivolata via?
"Questo è Benito Rapello" presentai frettolosamente. "L'ospedale americano l'ha chiamata per un appuntamento, no? ".
"Sì, sì" disse gentilmente, ma piuttosto vagamente.
"Fortunatamente ho qualche minuto".
Aveva un accento molto marcato, chiaramente non francese,   forse tedesco, o forse ancor più orientale. Scelse le parole con grande attenzione, come un tipografo miope, anche se non sembrava sicuro di aver scelto le parole giuste.
         Rapello scomparve con lui nel salotto al di là della porta a soffietto. La paziente nervosa diede un'occhiata all'orologio e disse, in un torrente di parole, che non poteva stare seduta così, che sarebbe tornata tra mezz'ora, un'ora, o anche mai più, se voleva. La ragazza non sollevò gli occhi dalla macchina per scrivere durante questo sfogo, né quando la porta sbatté.
         Al di là della porta, Benito Rapello parlò con voce ferma per cinque minuti, dieci, quindici, mezz'ora, quarantacinque minuti.
In questo tempo, io ripercorsi con la mente tutto quello che aveva detto durante la mattinata e sperai che quel vecchio dottore dall'aspetto saggio potesse trovare commenti più appropriati dei miei.  Verso la fine dell'ora, la ragazza mi chiese il nome e l'indirizzo di Rapello e la sua solvibilità, e batté tutto su una scheda.
         Quando la porta a soffietto finalmente si aprì e i due entrarono nella stanza, gli occhi di Rapello erano felici e brillanti come quelli di un bambino, ma la faccia del dottore era come prima: calma, saggia e impenetrabile. Rapello ringraziò il dottore e, non appena lo fece, la sua faccia si aprì in un sorriso divertito, la cui sincerità e il cui splendore mi sgomentarono. Stava quasi ridendo. Quando il vecchio dottore aprì la porta, Rapello si precipitò fuori e, in un modo del tutto inusuale per lui, fece le scale di corsa. Attraversò l'atrio tanto in fretta che non riuscii a raggiungerlo.
"Aspetta. Ehi, aspetta!".
Per un momento non seppi se inseguirlo o tornare indietro a chiedere del dottore. Quando lo raggiunsi all'angolo, girò, come se non si ricordasse della mia presenza, verso la Senna.
"Cosa ha detto?".
Ma Benito aveva già attraversato la strada per andare al fiume. Ormai stavamo quasi correndo e quando lo affiancai i suoi occhi erano ancora splendenti e le sue labbra sottili si contorcevano per trattenere un sorriso.
"Andiamo a bere una birra"  disse  "Te ne offro una".
        Sedevamo in un caffè vicino alle Beaux Arts, davanti al Louvre. Tutti e due ansimavamo e Benito non si era ancora deciso a dirmi cos'era successo nello studio del dottore.
Stava semplicemente seduto scuotendo la testa, e il suo sorriso si stava trasformando in una smorfia.
"Bene", dissi quando il cameriere ci portò le birre.
"Ho parlato per un'ora ... ". Rapello cominciava a ridacchiare.
"Ho parlato per un'ora ... ".
La gente di bell'aspetto raramente si lascia andare ad emozioni che sfigurano e distorcono, come un'aperta risata; ma per un secondo Benito Rapello sembrò farlo. La lunga abitudine restituì subito ai suoi lineamenti l'abituale compostezza.
"Gli ho detto esattamente quello che ho detto a te questa mattina: tutto è una farsa".
 "Sì?"  dissi simulando serietà.
"Lui stava seduto ad ascoltarmi".
Le labbra di Benito cominciarono a distendersi in un sorriso. "Non diceva una parola. Ascoltava e basta. E annuiva per dimostrare che era d'accordo".
Benito bevve metà della sua birra come se fosse appena tornato da un viaggio di tre giorni nel deserto.
"Non ha detto una parola. Niente fino alla fine dell'ora".
"E poi?".
Per un momento Benito non riuscì a trattenere la smorfia.
Ma finalmente disse: "Alla fine dell'ora, ha preso un dizionario d'inglese che stava sul suo tavolo e ha detto:
"Questa parola: 'farsa'. Cosa signifìca?".
      Tutto ciò è successo quasi un anno fa. Adesso, quando Benito Rapello ed io ci incontriamo per strada o ci vediamo sulla terrazza del caffè, lui dice:
"Questa parola, farsa".
E io dico  "Cosa significa, Lazzaro?"

 

 

 

cascna macondo

“Lèggere è bèllo come scrìvere, viaggiare, fare l’amore”  (Pietro Tartamella)

 

partita iva e còdice fiscale per donare il 5 x 1000:  06598300017

codice IBAN: IT13C0335901600100000013268
per donazioni liberali e contributi sostenitori

 

dona il 5 x 1000 della tùa dichiarazione dei rèdditi, non còsta nulla,
e il velièro di Macondo avanza nel mare di un altro miglio...

 

Cascina Macondo
Cèntro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poètica Haikù
B.ta Madònna della Róvere, 4
10020 Riva Prèsso Chièri (TO)

 

 

RACCONTI ALTRI

lettere e parole SUL & DAL  carcere

 I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Agosto 2018 18:49 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare