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CENT’ANNI DI SOLITUDINE, di Gabriel Garcia Marquez PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Sabato 18 Agosto 2018 18:07

 

 

CENT’ANNI DI SOLITUDINE

di Gabriel Garcia Marquez

capitolo primo

 

 

    Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre, Josè Arcadio Buendia, lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva  di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed  enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
      Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita.
Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquiades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle,     le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquiades.
"Le cose hanno vita propria," proclamava lo zingaro con aspro accento, "si tratta soltanto di risvegliargli l'anima."
Josè Arcadio Buendia, la cui smisurata immaginazione andava sempre piu lontano dell'ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella invenzione inutile per sviscerare l’oro della terra.
Melquiades, che era un uomo onesto, lo prevenne: “Per quello non serve".
Ma a quel tempo Josè Arcadio Buendia non credeva nell’onestà degli zingari, e così barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati.
Ùrsula Uguaràn, sua moglie, che faceva conto su quegli animali per rimpinguare il deteriorato  patrimonio domestico, non riuscì a dissuaderlo. “Molto presto ci avanzerà tanto oro da lastricarne la casa” ribatté suo marito.
Per parecchi mesi si ostinò a dimostrare la veracità delle sue congetture. Esplorò la regione a palmo a palmo, compreso il fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando ad alta voce l'esorcismo di Melquiades. L’unica cosa che riuscì a dissotterrare fu una armatura del quindicesimo secolo con tutte le sue parti saldate da una crostaccia di ruggine, la cui cavità aveva la risonanza vacua di una enorme zucca piena di sassi.
Quando Josè Arcadio Buendia e i quattro uomini della sua spedizione riuscirono a disarticolare l'armatura, vi trovarono dentro uno scheletro calcificato che portava appeso al collo un reliquiario di rame con un ricciolo di donna.
        A marzo tornarono gli zingari.Questa volta traevano un cannocchiale e una lente grande  come un tamburo, che esibirono come 1 'ultima scoperta degli ebrei di Amsterdam. Misero a sedere una zingara a un'estremità del villaggio e collocarono il cannocchiale sull'entrata della tenda. Per cinque reales, la gente poteva chinarsi sul cannocchiale e vedere la zingara     a portata di mano. “La scienza ha eliminato le distanze," proclamava Melquiades “Tra poco, l’uomo potrà vedere quello che succede in qualsiasi luogo della terra, senza muoversi da casa sua”.
In un mezzogiorno ardente fecero una mirabile dimostrazione con la lente gigantesca: misero un mucchio di erba secca in mezzo alla strada e le appiccarono il fuoco mediante la concentrazione dei raggi solari.
Josè Arcadio Buendia, che ancora non era riuscito a consolarsi dell'insuccesso delle sue calamite, concepì l'idea di utilizzare quell'invenzione come arma di guerra.
Melquìades, di nuovo, cercò di dissuaderlo. Ma finì per accettare i due lingotti calamitati e tre pezzi di denaro coloniale in cambio della lente. Ursula pianse di costernazione. Quel denaro faceva parte di un cofano di monete d'oro che suo padre aveva accumulato in tutta una vita di privazioni, e che lei aveva seppellito sotto il letto in attesa di una buona occasione per investirle. Josè Arcadio Buendia non cercò nemmeno di consolarla, completamente assorto nei suoi esperimenti tattici con l'abnegazione di uno scienziato e perfino a rischio della propria vita. Mentre cercava di dimostrare gli effetti della lente sulla truppa nemica, espose se stesso alla concentrazione dei raggi solari e patì scottature che si trasformarono in ulcere e guarirono solo dopo parecchio tempo. Nonostante le proteste di sua moglie, messa in apprensione da un'invenzione così pericolosa, poco mancò non incendiasse la casa. Passava lunghe ore nella sua stanza, facendo calcoli sulle possibilità strategiche di quella sua arma inusitata, finché riusci a comporre un manuale di una stupenda chiarezza didattica e di un irresistibile potere di convinzione. Lo spedì alle autorità, allegandovi numerose testimonianze sulle sue esperienze e vari fascicoli di disegni illustrativi, affidandolo a un messaggero che attraversò la sierra, si perse tra pantani smisurati, risalì fiumi impetuosi e fu sul punto di perire sotto il flagello delle belve, del paludismo e della disperazione, prima di riuscire a raggiungere una strada di allacciamento con le mule della posta.
Nonostante il viaggio alla capitale fosse in quei tempi poco meno che impossibile, Josè Arcadio Buendìa si riprometteva di intraprenderlo non appena il governo glielo avesse ordinato, allo scopo di dare dimostrazioni pratiche della sua invenzione alle autorità militari, e addestrarle personalmente nelle arti complicate della guerra solare. Per molti anni attese una risposta.
Alla fine, stanco di aspettare, si lamentò con Melquiades del fallimento della sua iniziativa,  e lo zingaro diede allora una prova convincente di onestà: gli restituì i dobloni in cambio della lente, e gli lasciò inoltre delle mappe portoghesi e diversi strumenti di navigazione. Scrisse di suo pugno una succinta sintesi degli studi del monaco Hermann, che lasciò a sua disposizione perché potesse servirsi dell'astrolabio, della bussola e del sestante. José Arcadio Buendìa trascorse i lunghi mesi di pioggia chiuso in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un'insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno. Quando fu esperto nell'uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio.
Fu in quel periodo che prese l'abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell'orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l'igname,     l’ ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione. Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a se stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio. Alla fine, un martedì di dicembre, verso l'ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento.
I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l’augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
“La terra è rotonda come un’ arancia”.
Ursula perse la pazienza. "Se devi diventare pazzo, diventalo per conto tuo," gridò. "Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro. "
José Arcadio Buendia, impassibile, non si lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l'astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente.
Tutto il paese era convinto che Josè Arcadio Buendia avesse perduto il senno, quando arrivò Melquiades a mettere le cose a posto.
Esaltò pubblicamente l'intelligenza di quell'uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.
     A quell'epoca, Melquiades era invecchiato con una rapidità sorprendente. Nei suoi primi viaggi sembrava avere pressappoco la stessa età di Josè Arcadio Buendia. Ma mentre questi conservava la sua forza straordinaria, che gli permetteva di rovesciare un cavallo afferrandolo per le orecchie, lo zingaro sembrava corrotto da una malattia tenace. Era, in effetti, il risultato di molteplici e rare malattie contratte nei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo. Secondo quanto lui stesso raccontò a Josè Arcadio Buendia mentre lo aiutava a montare il laboratorio, la morte lo seguiva dovunque, annusandogli i pantaloni, ma senza decidersi a dargli 1'unghiata finale. Era uno scampato da quante piaghe e catastrofi avevano flagellato il genere umano. Era sopravvissuto alla pellagra in Persia, allo scorbùto nell'arcipelago della Malesia, alla lebbra ad Alessandria, al beriberi in Giappone, alla peste bubbonica nel Madagascar, al terremoto di Sicilia e a un naufragio di massa nello stretto di Magellano. Quell'essere prodigioso che diceva di possedere le chiavi di Nostradamus, era un uomo lugubre, permeato di un'aura triste, con uno sguardo asiatico che sembrava conoscere l'altro lato delle cose. Portava un cappello grande e nero, come le ali spiegate di un corvo, e un panciotto di velluto patinato dalla borraccina dei secoli. Ma nonostante la sua immensa sapienza e il suo ambito misterioso, aveva un peso umano, una condizione terrestre che lo manteneva imbrigliato ai minuscoli problemi della vita quotidiana. Si lamentava di malanni senili, soffriva per i piu insignificanti contrattempi economici e aveva smesso di ridere da parecchio tempo, perché lo scorbùto gli aveva strappato i denti.
Quel soffocante mezzogiorno in cui rivelò i suoi segreti, Josè Arcadio Buendia ebbe la certezza che fosse il principio di una grande amicizia. I suoi racconti fantastici sbalordirono i bambini. Aureliano, che allora non  aveva piu di cinque anni, lo avrebbe ricordato per il resto  della sua vita come lo vide quel pomeriggio, sweduto contro il chiarore metallico e riverberante della finestra, mentre illuminava con la sua profonda voce di organo i territori più oscuri della immaginazione, intanto che colava dalle sue tempie l'untume sciolto dal calore. Josè Arcadio, suo fratello maggiore, avrebbe poi trasmesso quella meravigliosa immagine, come un ricordo ereditario, a tutta la sua discendenza. Ursula, invece, aveva conservato un cattivo ricordo di quella visita, perché era entrata nella stanza nel momento in cui Melquiades, per distrazione aveva rotto un flacone di mercurio.
"È l'odore del demonio," disse la donna.
"Niente affatto” corresse Melquiades. “È provato che il demonio ha proprietà  solforiche, e questo non è altro che un po’ di solimato". Sempre didattico, fece una sapiente disquisizione sulle proprietà del cinabro, ma Ursula non gli diede retta, e invece portò i bambini con sé a pregare. Quell'odore pungente sarebbe rimasto per sempre nella sua memoria, vincolato al ricordo di Melquiades.
          Il rudimentale laboratorio - senza contare una profusione di crogiuoli, imbuti, storte, filtri e colatoi - era composto da un rudimentale atanor; una provetta di vetro col collo lungo e stretto, imitazione dell' uovo filo-sofico, e un distillatore fabbricato dagli stessi zingari secondo le descrizioni moderne dell ' alambicco a tre bracci di Maria l'Ebrea. Oltre a queste cose, Melquiades lasciò dei campioni dei sette metalli corrispondenti ai sette pianeti, le formule di Mosè e di Zosimo per la fabbricazione dell'oro, e una serie di appunti e disegni sui procedimenti del Gran Magistero, che consentivano a chi sapesse interpretarli di tentare la fabbricazione della pietra filosofale. Sedotto dalla semplicità delle formule per fabbricare l'oro, José Arcadio Buendia fece la corte a Ursula per parecchie settimane, perché gli permettesse di dissotterrare le sue monete coloniali e aumentarle di tante volte quante era possibile suddividere l'argento vivo. Ursula cedette, come faceva sempre, di fronte alla irriducibile caparbietà di suo marito. E così Jose Arcadio Buendia gettò trenta dobloni in un tegame e li fece fondere insieme a limatura di rame, orpimento, zolfo e piombo. Mise a bollire il tutto a fuoco vivo in una caldaia piena di olio di ricino, finché ottenne uno sciroppo spesso e pestilenziale molto piu simile al caramello volgare che all'oro magnifico. Nel corso di empirici e disperati processi di distillazione, fusa coi sette metalli planetari, lavorata col mercurio ermetico e il vetriolo di Cipro, e rimessa a cuocere in strutto di maiale, in mancanza di olio di rafano, la preziosa eredità di Ursula fu ridotta a un grumo carbonizzato che non poté essere staccato dal fondo della caldaia.
Quando tornarono gli zingari, Ursula aveva predisposto contro di loro tutta la popolazione. Ma la curiosità fu piu forte del timore, perché quella volta gli zingari attraversarono il villaggio facendo un rumore assordante con ogni sorta di strumenti musicali, mentre l'imbonitore annunciava l'esibizione della piu favolosa scoperta dei nazianzeni. E così tutti andarono nella tenda e per un centavo videro un Melquiades giovanile, rifiorito, senza rughe, con una dentatura nuova e splendente. Coloro che ricordavano le sue gengive devastate dallo scorbuto, 1e gote flaccide e le labbra appassite, rabbrividirono di paura davanti a quella prova definitiva dei poteri soprannaturali dello zingaro. La paura si trasformò in panico quando Melquiades si tolse i denti, intatti, incastonati nelle gengive, e li mostrò al pubblico per un istante – un istante fugace durante il quale tornò ad essere lo stesso uomo decrepito degli anni anteriori - e se li rimise di nuovo con piena padronanza della sua restaurata giovinezza. Perfino José Arcadio Buendia ritenne che le conoscenze di Melquiades fossero andate oltre ogni limite sopportabile, ma provò un salutare sollievo quando lo zingaro gli spiegò a quattr'occhi il meccanismo della sua dentiera posticcia. La cosa gli sembrò così semplice e così prodigiosa nello stesso tempo, che dal giorno alla notte perse ogni interesse nelle ricerche d’alchimia; ebbe una nuova crisi di malumore, rinunciò a mangiare in modo regolare e passava il giorno a bighellonare per la casa. "Nel mondo stanno accadendo cose incredibili" diceva a Ursula. " A portata di mano sull’altra riva del fiume, c'è ogni sorta di apparecchiatura magica, e noi continuiamo a vivere come gli asini”.
Chi lo conosceva fin dai tempi della fondazione di Macondo, si stupiva di quanto fosse cambiato sotto l’influenza di Melquiades.
       In principio, Josè Arcadio Buendia era una specie di patriarca giovanile, che dava istruzioni per la semina e consigli per l’allevamento di bambini e animali, e collaborava con tutti, anche nel lavoro fisico, per il buon andamento della comunità.
Dato che la sua casa era stata fin dal primo momento la migliore del villaggio, le altre furono sistemate a sua immagine e somiglianza. C'era un salotto ampio e ben illuminato, una sala da pranzo fatta a terrazza con una fioritura dai colori vivaci, due camere da letto, un patio con un gigantesco castagno, un orto ben coltivato e un cortiletto dove vivevano in pacifica comunità i capri, i porci e le galline. Gli unici animali proibiti non soltanto nella casa, ma anche in tutto il villaggio, erano i galli da combattimento.
       La laboriosità di Ursula era pari a quella di suo marito. Attiva, precisa, seria, quella donna dai nervi saldissimi, che nessuno aveva mai sentito cantare in alcun momento della sua vita, sembrava essere onnipresente dall'alba fino a notte fatta, sempre inseguita dal lieve sussurro delle sue sottane di olanda.
Grazie a lei, i pavimenti di terra battuta, i muri di argilla non intonacati, i rustici mobili di legno che essi stessi avevano costruito erano sempre puliti, e le vecchie cassapanche dove si conservava la roba esalavano un tiepido odore di basilico. Josè Arcàdio Buendìa, che era l'uomo piu intraprendente che si fosse mai visto nel villaggio, aveva disposto in modo tale la posizione delle case, che da ognuna si poteva raggiungere il fiume e far rifornimento di acqua con uguale sforzo, e tracciate le strade con tanto buonsenso che nessuna casa riceveva piu sole delle altre nell'ora della calura. In pochi anni, Macondo fu un villaggio piu ordinato e laborioso di quanti ne avessero conosciuto fin lì i suoi trecento abitanti. Era veramente un paese felice, dove nessuno aveva piu di trent'anni e dove non era morto nessuno.
      Fin dai primi tempi della fondazione, José Arcadio Buendia aveva costruito trappole e gabbie. In breve riempì di trupiali, canarini, turchinetti e pettirossi non soltanto la sua, ma anche tutte le case del villaggio. Il concerto di tanti uccelli diversi diventò cosi assordante che Ursula fini per tapparsi le orecchie con la cera per non perdere il senso della realtà.
La prima volta che arrivò la tribù di Melquiades, venuta a vendere palle di vetro contro il mal di testa, tutti si meravigliarono che avesse potuto trovare quel villaggio perduto nel sopore della palude, e gli zingari confessarono di essersi guidati col canto degli uccelli.

 

 

 

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