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LA FORTUNA DEGLI IRLANDESI

di Bernard Levin

tratto dalla rivista “Il Racconto”, n° 3 – Crocetti Editore




        Questa dev' essere la quattordicesima volta che sono stato al Festival operistico di Wexford, in Irlanda; o forse la tredicesima; oppure la quindicesima.
Proprio come a Wexford, dove i giorni e le notti si amalgamano in un insieme indistinto, una cosa che non succede in alcun posto della terra, con l'eccezione di   Las Vegas, così anche tutti i ricordi dei miei soggiorni annuali si sono uniti in una sola, lunghissima reminiscenza. Non è soltanto la difficoltà di assegnare momenti particolari ad anni particolari, come gli americani, di ritorno in patria dopo essersi fatta l'Europa in tre settimane, che sono incapaci di ricordare se il posto con la Torre Eiffel era Bruxelles o Londra.
Sono molti anni che non mi sforzo più di ricordare quale fu l'Anno della Signora dal Grappolo, l'Anno dell'Irruzione della Polizia, l'Anno di quel Disastroso Oberon, o l'Anno in cui Non Trovammo la Nave.
       Ma posso ricordare subito che fu il 1979  l' Anno del Succo di Limone Mancante.
       Il Theatre Royal a Wexford ha 440 posti. Quella volta era completamente pieno; perciò, pur calcolando i pochi che nel frattempo sono morti (non è vero che qualcuno sia morto di riso quella sera, ma potrebbe esserlo), ci sono più di quattrocento persone che ora dividono, fino alla fine della loro vita, un'esperienza comune da cui il resto del mondo è escluso.  Quando  l'ultimo  di noi sarà morto,  l' esperienza  morrà con noi perché,  benché  sia già inserita in una leggenda, chi non ne sia stato testimone non potrà veramente capire quello che provammo.
Sono perfettamente cosciente che le parole che seguono possono trasmettere soltanto i fatti, e i fatti, spesso e soprattutto in questo caso, sono solo una parte, e una minima parte, della verità intera.
Ma devo provare lo stesso.
Quella sera l'opera era La Vestale di Spontini.
È stata descritta come la Norma dei poveri, perché racconta, con una struttura drammatica e una musica molto inferiori a quelle di Bellini, la storia di una vestale virginea che tradisce la sua missione per amore. Era stata risuscitata per Maria Callas, ma appare raramente nel repertorio dei principali teatri d' opera del mondo. Fa parte però del compito di Wexford ripescare opere che gli altri teatri e festival operistici trascurano ingiustamente, e molte volte sono rimasto piacevolmente sorpreso di scoprirvi tanto interesse e tanto divertimento: Le Roi d'Ys di Lalo, per esempio;    o Il Giocatore di Prokoviev; o I pescatori di perle di Bizet.  L' Anno del Disastroso Oberon fu un'eccezione, benché anche in quel caso la causa fu soprattutto la terribile regìa, non l' opera stessa. L' Anno della Signora dal Grappolo fu quello in cui mi ritrovai, dondolando su una poltrona dopo un gigantesco pranzo, con la più bella donna d'lrlanda che mi faceva cadere in bocca, a uno a uno, degli acini di uva nera.  L' Anno in cui Non Trovammo la Nave fu quello in cui il signor Fletcher, che organizza l'escursione con pranzo compreso dalla vicina New Ross, stava riattando il suo battello e di conseguenza non poteva organizzare la sua crociera. Dell' Anno dell'Irruzione della Polizia parlerò a suo tempo. Dunque, nel 1979, era La Vestale .
      La scena per il primo atto consisteva di una piattaforma sistemata sopra il palcoscenico, di circa mezzo metro più alta nella parte posteriore, che declinava lievemente verso le luci della ribalta. Rappresentava l'interno del tempio dove bruciava la sacra fiamma, e doveva avere l'aspetto del marmo.
Lo scenografo era riuscito ad adoperare una alternativa convincente coprendo la scena rialzata di fòrmica.
Ma la fòrmica è scivolosa. Per evitare che un cantante rischiasse di cadere, lo scenografo e il direttore di scena avevano scoperto, dopo consultazione tra di loro, che un generoso spargimento di succo di limone avrebbe reso il suolo abbastanza appiccicoso per offrire agli attori una presa sicura.
A questo punto la storia diverge: da un lato troviamo l'ipotesi che un tecnico del palcoscenico incaricato di cospargere la scena con il liquido miracoloso, che aveva regolarmente assolto il suo compito per le prove e per le prime rappresentazioni, se ne era dimenticato quella volta. L' altra ipotesi è più attraente: la donna delle pulizie del teatro, ispezionando il palcoscenico durante il pomeriggio, avrebbe notato con grande orrore e indignazione che la scena era imbrattata da un liquido appiccicoso e, ispirata dal suo orgoglio professionale, si era subito messa a pulirla e lucidarla di nuovo. Ora le due ipotesi convergono di nuovo perché, a parte il fascino superiore della seconda versione, non fa più differenza quale sia la spiegazione giusta. Ciò che conta è quello che è successo.
Quello che successe incominciò a succedere subito, all'inizio dell'opera. L'eroe entra in scena a passi baldanzosi non appena si alza il sipario. L' eroe entrò e cadde subito sulla schiena. Ci fu un mormorio di simpatia e di commiserazione da parte del pubblico, partecipe del suo imbarazzo e conscio della possibilità che si fosse fatto male. Questo fu l'ultimo mormorio di simpatia che si sentì quella sera, e fu subito rimpiazzato da suoni di una natura molto differente.
L' eroe si rialzò, con notevole difficoltà, ed essendo scivolato fino al basso durante la caduta, incominciò a risalire la china verso il posto del palcoscenico dove avrebbe dovuto trovarsi; naturalmente aveva continuato a cantare, perché la musica non si era interrotta. Tuttavia la risalita era chiaramente più difficile del previsto, perché ogni volta che avanzava di un passo e cercava di procedere oltre, il piede che aveva avanzato cominciava a scivolare, seguito immediatamente dall’altro; lui non se ne rendeva conto, ma stava dando una perfetta dimostrazione di quello che si chiama “marcher sur place”, una tecnica graziosa spesso usata dai mimi, e ottimamente illustrata negli spettacoli di Marcel Marceau.
     Visto che il progresso in salita era difficile, anzi impossibile, l’eroe decise di abbandonare ogni tentativo e di rimanere dov’era, continuando coraggiosamente a cantare, perché pensava senza dubbio che, con la scena vivacemente illuminata, il primo personaggio che doveva entrare lo avrebbe notato e avrebbe adeguato i suoi movimenti alle circostanze.
E avvenne così, ma solo in un certo senso, perché il prossimo personaggio ad entrare in scena era il fidato amico e confidente dell’eroe. Vedendo l’eroe molto più in basso del previsto l’amico, spinto da un sentimento di lealtà, decise di raggiungerlo. A dire il vero, non aveva altra scelta, perché il momento stesso in cui entrò in scena incominciò a scivolare verso valle, con le braccia che si agitavano su e giù come nelle segnalazioni marine, quasi fosse l'impiegato di Scrooge che ritorna a casa dopo la cena di Natale.
La sua progressione verso il basso fu arrestata dallo scontro, accompagnato da un tonfo sordo quando raggiunse il suo amico. Questo, guardacaso, non era esattamente inappropriato perché l'opera richiedeva che si abbracciassero in una stretta amichevole a quel punto. Ma l'opera non richiedeva che, avvinghiati l'uno all'altro e spinti dall'impeto della seconda discesa, precipitassero ancora più in basso con l'evidente intenzione di finire nella fossa dell'orchestra con accompagnamento vocale, perché l' aria dell ' eroe, all ' arrivo del suo compagno,  si era trasformata in un duetto.
Sull'orlo del disastro finale riuscirono ad arrestare il loro progresso unito verso la catastrofe e, risalendo lungo l'orlo laterale del palcoscenico come alpinisti che cercano di aggirare un burrone invalicabile, cominciarono bravamente, con molta fatica e con una forma di progresso descritto perfettamente nel titolo del famoso pamphlet di Lenin, Quattro passi avanti tre indietro, a risalire il tremendo colle.
Divenne subito chiaro che la rischiosa ascensione non era motivata semplicemente dal desiderio di mantenere credibilità drammatica ma aveva un oggetto molto più pratico. La sola struttura che interrompeva la liscia superficie della piattaforma era un pilastro di marmo, alto circa un metro, dove bruciava la sacra fiamma del rito. Il pilastro era solidamente fissato al suolo, ed entrambi gli arrampicatori avevano simultaneamente pensato che, una volta raggiunto, avrebbe fornito una base sicura per le loro operazioni successive perché,    se vi si fossero aggrappati con tutta la loro forza, avrebbero almeno evitato il pericolo di scivolare a valle e di rompersi l'osso del collo.
Ma subito si resero conto che avevano intrapreso un lavoro di proporzioni veramente sisifee, e il pubblico li avrebbe generosamente perdonati se avessero abbandonato le parole del libretto e adattato invece alla musica quegli antichi versetti religiosi che dicevano:

Le altezze raggiunte e mantenute dai grandi
Non sono mai conquistate con un volo improvviso
Ma mentre i compagni dormivano,
con la piccozza loro arrancavano
verso l' alto nella notte.


      A questo punto noi del pubblico, tutti e quattrocentoquaranta, eravamo così soverchiati dal riso da temere che, se la cosa fosse durata un minuto di più, saremmo stati in pericolo di causarci uno strappo interno; ma non sapevamo che il divertimento era appena cominciato, perché, non appena i due cantanti raggiunsero la mèta agognata, entrò il coro, e tutti si lanciarono in una versione coreografica improvvisata dei Patineurs, anche se la musica era sbagliata.
La stessa eroina, la sacerdotessa Giulia, con un istinto di sopravvivenza tanto forte da suggerire a qualsiasi sopravvissuto a un naufragio assieme alla compagnia operistica di Wexford di tenersela vicina, schettinò fino alle quinte, si tolse le scarpe e poi, trovando al suo ritorno che, anche senza scarpe, la situazione non era affatto migliorata, ritornò nelle quinte e si tolse pure i collants.
Il canto non era mai cessato neppure per un momento.
Il coro arrivò alla stessa conclusione che l'eroe e il suo amico avevano già raggiunto, cioè che afferrare la sacra colonna era il solo modo di rimanere in piedi e più o meno immobili.
Il problema connesso con questo progetto era che c'era solo un pilastro in scena, ed era piccolo.
Quando tutti gli attori vi si affollarono intorno, sembrò che ci sarebbe stata una rissa indecorosa tra quelli che cercavano la salvezza nell' aggrapparsi, chi con la mano, chi con il piede, o persino con un solo dito, a quella piccola isola di sicurezza nel terribile mare dell'impermanenza. Tuttavia, con una comprensione istintiva del principio di cooperazione, decisero di risolvere il problema senza spargimento di sangue: quelli più vicini al pilastro lo afferrarono, e gli altri afferrarono gli afferratori, e così via, sempre più lontano dal punto fermo, in una specie di collana di margheritine che serpeggiava attraverso il palcoscenico, finché tutti furono al sicuro.
A questo punto il pubblico era in preda a una risata isterica incontrollabile. E questo ebbe un effetto straordinario sull'orchestra, aumentando così l'ilarità del pubblico.
A Wexford la fossa dell'orchestra si trova sotto il palcoscenico; una sola fila di suonatori, quelli all'estremità vicino alla platea, oltre al direttore d'orchestra, naturalmente, potevano vedere quello che avveniva sul palcoscenico.
Tutti gli altri si resero conto che qualcosa di straordinario stava succedendo, e sarebbero stati particolarmente ottusi se non l'avessero intuito, perché molti membri del pubblico erano a quel punto sdraiati sul pavimento in preda a un pianto isterico, nei tormenti della loro infinita gioia, e sebbene l'orchestra a Wexford non potesse vedere la scena, poteva certamente vedere la platea.
I teologi ci dicono che le delizie dell'altro mondo sono eterne. Forse; ma quello che è certo è che le delizie terrene sono temporanee e, dopo averci offerto uno squarcio delle eterne gioie del Paradiso, che deve aver rafforzato i devoti nella loro fede e causato conversioni istantanee tra i miscredenti, l'intrattenimento giunse alla fine insieme al primo atto dell'opera, tra applausi a cui non avevo mai assistito in un teatro lirico, e che non avrò il piacere di ascoltare mai più.
Nell'intervallo, prima del secondo atto, un membro della troupe camminò su e giù per il palcoscenico, cospargendolo del nettare prezioso, e noi capimmo che la nostra beatitudine era finita. Ma chi dopo una tale felicità avesse chiesto un supplemento sarebbe stato veramente un ghiottone, e la maggior parte di noi si accontentò di sapere che, per una intensa mezz' ora,      ci eravamo nutriti del miele, e avevamo bevuto il latte del Paradiso.

 

 

 

 
 
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