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IL FAGGIO

di Mauro Corona

da “Il volo della martora”   -    edizioni Mondadori

 

 

Il Faggio (FOGUS SYLVATICA), pianta arborea delle Fagacee, diffusa nell’Europa Centro-Settentrionale, e in Italia su Alpi e Appennini tra i 700 e i 1500 metri. Di mole notevole e chioma folta ha foglie alterne e caduche, frutti (faggiole) racchiusi in una cupola spinosa, corteccia grigio-chiara. Il legno della pianta omonima è usato per lavori artigianali ed è un buon combustibile.



Il boscaiolo Santo Corona, detto Santo della Val, aveva sessantaquattro anni quando decise di tagliare il grande faggio. E il faggio di anni ne aveva più di trecento.
Il padre e il nonno di Santo, e forse anche il bisnonno, si erano riposati sotto la sua ombra. Il faggio regnava sull'intero bosco. Nessuno aveva mai osato abbatterlo per un motivo molto semplice: l'albero stava sull'orlo di un profondo precipizio che segna il confine orientale dell' aspra Val da Dìach, e i boscaioli temevano che segandolo sarebbe precipitato nel sottostante burrone arrecando all'incauto taglialegna lo scherno dei colleghi, nonché una grave perdita di legname per la famiglia. Ma questi rischi non costituivano un problema per Santo della Val che nutriva cieca fiducia nella sua arte appresa fin dall'infanzia. Aveva incominciato giovanissimo, quando aveva dieci anni, a tagliare mughi nei boschi di Val Zèmola assieme al padre e al nonno; e il genitore, intuita l'indole del ragazzo, era sceso a Maniago dai famosi battiferro per farsi forgiare una piccola manera adatta alle giovani braccia del figlio. Da quei giorni lontani l'unico mestiere di Santo e il solo che sapesse fare, fu quello del boscaiolo.
Era anche emigrato all' estero e aveva trascorso parecchi anni a tagliar piante in Francia e in Austria. Si racconta che in Austria, il primo giorno di lavoro, qualcuno mise in dubbio la sua perizia con la scure. Lui non aprì bocca. Lo videro affilare l'ascia con pietra di Candia. Aspettò la sera e, quando tutti i boscaioli furono radunati nel cortile della baracca-mensa, attirò la loro attenzione con un richiamo.
Si rimboccò la parte inferiore dei pantaloni fino sopra al ginocchio e, con un deciso, tremendo colpo, diresse a piena forza la manera contro la gamba. Quando i boscaioli atterriti riaprirono gli occhi, convinti di vederlo senza l'arto, scoprirono stupefatti che la micidiale rasoiata aveva asportato
solamente i peli del polpaccio.
Una precisione così diabolica non si era vista, e da allora Santo venne rispettato.
Forse è solo una leggenda, ma da noi si ama crederla vera.
Rientrato al paese si mise in proprio, a lavorar da solo. Non volle mai fare società con altri tagliaboschi: asseriva che in due si è già troppi, tranne nel caso in cui il secondo sia una bella donna. Negli ultimi anni non tagliava più legna per denaro, ma l'amore verso i boschi teneva accesa in lui la passione per quell' antico mestiere.
Si accontentava di procurarsi la scorta utile all'inverno e donava la legna in esùbero a qualche vecchio bisognoso.
Verso la metà di un novembre freddo e limpido, prese la decisione di tagliare l'enorme faggio.
Due motivi lo convincevano a farlo. Il primo era un'idea che covava da anni: accettare quella sfida che nessun boscaiolo aveva mai osato raccogliere. L'albero stava sul precipizio e farlo cadere verso monte era impresa assai difficile.
L'altro motivo, più importante, era quello di abbreviare l'agonia della pianta. Il faggio era stato visitato dal picchio che ne aveva bucato la corteccia aprendovi fori grossi quanto un bicchiere. Quando il picchio si mette a bucare una pianta significa che questa è alla fine: nelle fibre la vita è malata e al centro il midollo è già spento. Anche se in primavera l'albero metterà nuove foglie sarà solo per sorridere a quello che gli rimane di vita: ancora qualche anno e poi morirà. Nessuno saprà mai per quali misteriose percezioni il picchio capisce quando una pianta sta per morire. Lui la morte la vede in anticipo, quando non c'è ancora nessun segno all'esterno. Inizia a scavare perché sa di trovare all'interno il legno molle e marcito. Così potrà infilarsi facilmente nel tronco e deporvi il nido. Santo della Val voleva abbreviare la sofferenza della pianta, e così decise. Spese la prima giornata a sistemare gli attrezzi. Affilò la lunga sega munita di maniglie alle estremità. Poi affilò la manera, la sua manera: la mitica Muller che aveva acquistato in Carinzia. «Sono le manere più buone del mondo - diceva. - Hanno fusa all'interno una lamina d'argento per dissipare le vibrazioni..
Preparò anche dieci cunei usando un legno duro e tenace: il maggiociondolo.
Mise nel sacco la mazza di ferro.
Quando tutto fu pronto, un mattino di novembre - era il quattordici - si recò con gli arnesi sul posto.
Le foglie erano ormai quasi tutte cadute e i boschi, diventati trasparenti e puliti, comunicavano l'idea di un quieto riposo. Il freddo, già sensibile, pungeva e nell'aria circolavano respiri di inverno imminente.
Impiegò mezza giornata a studiare l'albero.
Si sedette a una decina di metri dal tronco e lo osservò. Stimò che alla base il diametro fosse di almeno un metro. Si accorse per la prima volta che il faggio pendeva leggermente verso il vuoto.
«Brutta faccenda - pensò - dovrò usare il paranco.»
A circa un metro e mezzo d'altezza la corteccia recava impressi dei segni.
Erano il ricordo di viandanti passati che con il temperino avevano inciso i loro messaggi.
La linfa aveva guarito presto quelle ferite e la pianta crescendo le aveva assorbite in sé, rendendole quasi indecifrabili. Ma in mezzo a quella confusione di geroglifici, unico scampato alla forza del tempo spiccava netto e leggibile il segno di un cuore con al centro due lettere: una M e una F.
Andò con la mente a cercare i due sconosciuti le cui iniziali stavano scolpite in quell'annuncio d'amore da chissà quanti anni.
«Dove saranno finiti? - si chiese - Forse hanno smesso di amarsi, forse uno dei due è morto, o entrambi, o, se sono vivi, saranno comunque molto vecchi.»
Lo prese la nostalgia al pensiero che la vita nel suo fluire consuma il corpo e spegne i sentimenti.
Anch' egli una volta aveva inciso due lettere su un albero nei boschi della Stiria, ma la cosa era finita male e lui era rimasto solo.
Accese la pipa e guardò ancora il faggio. Questi a sua volta lo fissava solenne. La cima altissima nel cielo di metallo si muoveva lentamente all'alito di una brezza leggera. Quel faggio secolare aveva visto camminare sotto di sé generazioni di boscaioli, passare file di montanari che andavano a falciare i fieni a casera Galvana o alle cime Centenere.
Mai però un bambino s'era fermato a giocare con lui, perché c'era il pericolo del burrone sottostante.
Di questo il faggio aveva sempre sofferto e non se la prese più di tanto quando il picchio cominciò a percuoterlo.
A volte la vita ci colloca in posizioni che non abbiamo scelto noi, ma che ci costringono, nostro malgrado, all'isolamento perché costituiamo un rischio per chi ci avvicina.
A mezzogiorno Santo della Val, non senza un po' di emozione, iniziò il primo taglio.
La luna di novembre rimpiccioliva nella fase calante: il periodo più bello per il lavoro nel bosco.
Con la sega a mano, Santo praticò un taglio nell'albero dal lato verso il dirupo, facendo entrare la lama fino oltre la metà del tronco.
Quest'operazione gli costò parecchie ore di sforzi e quando sollevò il capo s'accorse che il cielo imbruniva. Nascose gli attrezzi e si avviò verso casa.
«Domani sarà il giorno buono - pensava mentre scendeva dal costone -. Dovrò stare molto attento: è un abbattimento difficile. Se mai nessuno si è azzardato a tentarlo, significa che il rischio di fallire è grande. Basta un minimo errore e mi andrà giù nell' abisso. Ma io so come prenderlo. Ne ricaverò più di quaranta quintali di legna.»
Dormì poco quella notte. Il faggio lassù lo aspettava, vecchio e malato, ma ancora forte e pronto a combattere. Quella torre ferma e silenziosa gli procurava una sottile angoscia. Sarebbe stato meglio vedersela con esseri in movimento così da poter tentare di intuirne i gesti o le reazioni. Chi sta zitto e immobile guardando fisso senza reagire disorienta alquanto, perché non lascia capire come o quando farà partire la mossa.
L'indomani portò su il paranco. Imbragò l'albero a metà altezza con le funi e fissò i capi attorno a un grosso ciocco. Dopodiché, azionando la leva del marchingegno, mise le corde in tiro.
Piazzò otto cunei nel taglio prodotto il giorno prima e con la mazza li picchiò finché furono entrati bene. L'albero tranquillo lasciava fare.
Finalmente attaccò con la Muller a battere colpi precisi e ritmati dal lato opposto al taglio della sega. Picchiò molte ore, tanto che la manera quasi scottava. Quando la presa sull'attrezzo veniva meno, inumidiva con la saliva i palmi delle mani e riprendeva con lena. Grosse schegge frullavano nell' aria e dopo un breve volo sparivano nel baratro come stelle cadenti.
Nelle pause, asciugando il sudore, si concedeva una pipata e un sorso di vino.
Mano a mano che la breccia si avvicinava all'ultimo diaframma la tensione in lui cresceva. Era cosciente che là sua azione stava per liberare l'immota potenza del tronco. Ogni tanto si allontanava una ventina di metri per scrutare da distante se vi fossero movimenti nel bestione. Nulla. L'albero era sempre fermo. Allora muoveva la leva del paranco a tendere maggiormente le funi per costringere il tronco a inclinarsi verso monte, poi con la mazza picchiava sui cunei in modo da non perdere nulla dell'esilissimo spostamento guadagnato. Taglia, tira e batti, andò avanti tutto il giorno. Verso l'imbrunire avrebbe potuto concludere, ma preferì rimandare all'indomani.
«Per oggi basta», pensò.
Quella notte dormì. Ormai era sicuro di avere la vittoria. Già sentiva i commenti ammirati della gente perché era riuscito a fare tutto da solo.
Il giorno successivo - era il sedici novembre - salì al bosco un po' più tardi del solito. Mentre batteva i primi colpi, l'ansia venne a infastidirlo.
Ne aveva tirate giù di piante nella sua carriera, ma ancora non si era abituato alla visione di un albero che cade. Quando comincia a inclinarsi si ha l'impressione di aver compiuto un delitto, di aver passato il punto di non ritorno, la sensazione di qualcosa di irreparabile. E si prova paura. Poi, dopo lo schianto, tutto rientra nel silenzio.
Gli ultimi colpi di manera scandivano il mezzogiorno assieme alla campana del paese quando l'enorme faggio dette segno di vita e per la prima volta parlò. Ebbe un sussulto che lo scosse fino alla cima mentre dal ceppo alla base del taglio usciva un tremendo scricchiolio. Passò qualche secondo e tutto tornò immobile. Dopo un po' per l'aria filò un tenue lamento. Erano le funi del paranco che si tendevano all'inverosimile. Santo della Val le fissò esterrefatto. «Ma come? - pensò - se l'albero sta per cadere a monte le funi dovrebbero allentarsi, non tendersi!»
Invece le funi urlavano sempre di più. «Maledizione! - imprecò (anzi, per la verità pronunciò una bestemmia) - Il vento! Non ho tenuto conto del vento!»
Una brezza gagliarda infatti scivolava in quel momento dai bastioni del Lodina ad accarezzare la valle. Santo capì che la partita era perduta e in quell'istante si rese conto di essere vecchio e solo.
«Maledetto vento», sibilò.
Con le braccia protese verso l'alto si lanciò contro la pianta nell'istintiva illusione di fermarne la caduta contraria. Le funi scoppiarono liberando nuvolette di polvere che si dispersero nell' aria. I cànapi impazziti si lanciarono con guizzi da serpenti irritati a ghermire il boscaiolo. I cunei, schiacciati dall' enorme pressione, schizzarono fuori dal loro alveo come proiettili. Il bisonte del bosco ebbe una sbandata, si fermò un attimo, quasi ghignante, poi, muovendosi come un'immagine ripresa al rallentatore, rovinò nell'abisso con un boato assordante.
Lo trovarono il giorno dopo, ancora abbracciato al tronco, avvolto in un groviglio di corde come il capitano Achab alla balena bianca.
Da quel giorno ogni anno a novembre, nelle notti di luna calante, in fondo alla Val da Dìach, si sente picchiare la scure d'argento di Santo Corona alle prese con il suo faggio per l'eternità.

 

 

 

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