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ERBA, SASSI E ODORE DI CAMPO

di Andrea Mitri

tratto dalla riviista “Il Racconto”, n° 9 – Crocetti Editore

 



         Alla fine di un aprile particolarmente piovoso si scoprì delle piantine di fragole sotto le ascelle.
La cosa lo innervosì tantissimo dal momento che doveva sovente cambiarsi la maglietta della salute e le macchie rosse si lavavano male.
Il dottore di famiglia, a cui inizialmente si rivolse, gli diagnosticò una dermatosi orticaria di tipo allergico, gli prescrisse un buon diserbante e gli raccomandò di cambiare bagnoschiuma.
Sei giorni dopo cominciò a trovare lamponi tra i peli  del petto.
Si rivolse allora a un dermatologo, allergologo, geologo di chiara fama, il quale gli prescrisse delle particolari analisi del sangue e avanzò seri dubbi sulla commestibilità dei prodotti.
Ci volevano due mesi per la risposta e intanto i rapporti con sua moglie andavano deteriorandosi.
Lei continuava a falciarlo amorevolmente ogni mattina, ma era evidente che sempre meno sopportava quell'odore di muschio che invano lui tentava di nascondere con l'acqua di colonia Williams.
Oltretutto era arrivata l'estate e sempre più spesso gli occhi di lei si arrossavano a causa dell'allergia di cui aveva sempre sofferto fin da bambina.
Ed egli cominciò a temerne 1a fuga.
         Il giorno che svegliandosi scoprì le gambe
punteggiate di more di rovo ebbe solo a meravigliarsi del fatto che i peli non pungessero come spine.
Ne colse una e la portò alla bocca.
Sino ad allora non si era mai assaggiato e trovò che il sapore fosse un po' tropp o aspro; ma d'altra parte aveva sempre sofferto di carenze di zuccheri.
La moglie lo abbandonò starnutendo alla fine di luglio, pochi giorni dopo l'arrivo del plico del reparto allergologico dell'Univerità di Zueggstadt contenente i risultati degli esami.
I valori si dimostravano tutti nella norma.
L' accettazione del suo stato passò tuttavia per un ultimo tentativo presso uno stregone indiano di passaggio per una conferenza sulle insufficienze renali. Poi, di fronte all'impotenza di colui che si dichiarava in grado di asportare cisti con la forza del pensiero, si risolse alla rinuncia, alla solitudine, alla disperazione.
Sbarrò le porte di casa e si sdraiò nel letto lasciandosi crescere.
Ogni tanto allungava la mano sul suo corpo, raccogliendone i frutti e si nutriva.
Lo sorprese il fatto che non orinava né defecava più; probabilmente trasudava i suoi rifiuti autoconcimandosi. Rimaneva così, gli occhi puntati verso il soffitto tentando di captare l'esterno variare del tempo.
          La prima eiaculazione notturna lo sorprese un'alba di novembre. Si concentrò cercando di ricordare quale fantasia onirica ne avesse aiutato lo sviluppo e gli sembrò strano il constatare che l'unico sogno che potesse ricordare era l'immagine di una ragazza bionda che si infilava una margherita tra i capelli. Decise di organizzare una riconversione del proprio corpo, che portasse a fargli crescere margherite tra i peli pubici, dove adesso si annidavano, per altro scarsamente, scuri mirtilli.
Si mise in contatto con alcuni vivai della zona e si trovò a disagio nel rispondere a domande sul tipo di terreno che gli interessava coltivare. Era lui un tipo friabile?
Si fece portare in casa due sacchi di semi di margherita, un volume della Idea Libri dal titolo "Progettare giardini", e palette, secchi, innaffiatoi.
E cominciò a seminarsi.
Fu solo a primavera che minuscole margherite bianche cominciarono a far capolino nella zona pelvica, rimandandogli quell'odore di camomilla che gli ricordava tanto suo fratello nella culla, il periodo in cui lui si era reso conto di non essere più il piccolo di famiglia. All'inizio ne aveva sofferto moltissimo, poi gli avevano regalato una macchinina a pedali e come d'incanto quella sensazione di dolore era scomparsa.
          Ad aprile un sasso gli piombò in casa sfondandogli la finestra del bagno, l'unica senza imposte esterne. Ed attaccata alla pietra trovò una lettera del Comune che gli notificava una multa per la sua mancata iscrizione all'Ufficio Catastale dei Terreni e Fabbricati e la sua impossibilità di usufruire del condono previsto dal nuovo decreto legge, causa la sua bassa metratura. Aveva quindici giorni di tempo per mettersi in regola. Questa notizia non fece altro che affrettare i tempi dell'attuazione di una decisione che aveva preso da tempo. Convertendosi totalmente in un campo di margherite aveva rinunciato a nutrirsi, e prima di sentirsi troppo debole, in modo definitivo reputò che era l'ora di andarsene da quella casa.
Scese perciò in giardino e con fatica scavò la fossa dentro la quale aveva deciso di distendersi per sempre. 
           Ora era finalmente sotto il cielo, come si conveniva al suo corpo dimenticato, e quando venne buio poté notare con piacere che quella sera non c'erano nuvole ad affievolire il brillare delle stelle.
Le passò in rassegna a una a una, di qualcuna ricordando il nome, di altre solamente risentendo il suono del loro nome dolcemente soffiato dalla voce di sua madre che gliele enumerava nelle calde sere d'agosto.
          Nei giorni successivi imparò a sentire il vento che gli spettinava quel che rimaneva dei suoi capelli, accettò che la pioggia gli inumidisse il viso, sperimentò il volo delle api, solleticargli l'addome. Ma mai in tutto il tempo che rimase lì, lentamente confondendosi alla terra, gli capitò di vedere una ragazza bionda che distrattamente pasticciandolo si chinasse su di lui e ne cogliesse una margherita.
E quando si sentì definitivamente mischiato all'erba, ai sassi, all'odore dei campi, solo allora gli venne in mente che spesso siamo soltanto fiori che nessuno raccoglie.

 

 

 

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