Home
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 

 

 

CLIC

di Maristella Lippolis

ediz. Tracce





         Non ricordo con precisione quando è cominciata questa storia. Di sicuro però era ancora inverno pieno, perché portavo il pigiama di flanella pesante quella notte,    quando mi sono alzata per rispondere al telefono.
L'apparecchio sul comodino non funzionava dalle vacanze di Natale, e non avendolo portato subito a riparare ho finito per non farlo per un bel po' di tempo. Tanto non mi serviva. La mia vita è molto regolare e di notte non mi telefona mai nessuno. Anche se ormai usare il presente non è proprio corretto, e il telefono adesso funziona. Quindi deve essere successo verso la fine di gennaio    ed era mercoledì; questo me lo ricordo perché quella sera dovevo andare al cinema con Giovanna, ma lei mi aveva chiamata all'ultimo minuto per dirmi che la sua baby- sitter si era ammalata e non sapeva a chi lasciare i bambini e quindi niente cinema. Mi ricordo con precisione perché era l'ultimo giorno che davano Donne senza trucco alle serate d'autore del Cinema Smeraldo e così l'avevo perso un'altra volta e avrei dovuto cercarlo in cassetta, anche se è tutta un'altra cosa e il mio videoregistratore non è nemmeno un gran che.
Sì, doveva essere proprio la fine di gennaio, perché il mattino dopo in ufficio ero un po' distratta e la relazione di fine mese avevo dovuto rifarla non so quante volte.
Non ero andata a letto molto tardi quella sera, forse le undici e mezza, e avevo deciso di finire il romanzo che stavo leggendo perché volevo sbarazzarmene e non pensarci più. La solita storia del vecchio marinaio che naviga per il mondo all'unico scopo di dimenticare lei, l'unica, bella e impossibile. E dire che le critiche ne parlavano così bene.
Mi sembrava uguale a tante storie già lette e rilette, come se gli uomini non sappiano scrivere altro ormai.
Comunque volevo finirlo, chissà mai un colpo d'ala alla fine, e poi non mi piace lasciare i libri a metà, mi sembra di tradire un impegno preso, non so, qualcosa di poco generoso verso l'autore, o il rischio che mi possa sfuggire qualcosa per sempre, magari una frase che potrebbe cambiarmi la vita. Non so bene perché, ma non mi piace, e così sono andata avanti fino all'ultima pagina. Naturalmente nessun colpo d'ala, né frasi rivelatrici di verità nascoste. Ma avevo spento la luce con un senso di compiutezza che mi avrebbe aiutata a dormire tranquilla, e la certezza che io  un libro così non lo avrei mai scritto.
          Lo squillo del telefono ha interrotto un sogno che ho dimenticato subito e mi ha fatto saltare il cuore in gola. Ho acceso la luce  e ho visto che erano le due e mezza, dormivo da poco più di un'ora. Non riuscivo a connettere, ma il telefono continuava a squillare in soggiorno e io ho pensato nell'ordine: domani lo porto a riparare questo cazzo di telefono e chi cazzo mi telefona a quest'ora. Naturalmente una pensa subito a qualche disgrazia.
A piedi nudi ho raggiunto il soggiorno e appena ho detto pronto nessuna risposta, allora ho ripetuto pronto a voce più alta e all'altro capo lui dice: ciao Laura, come stai, volevo dirti che mi sono innamorato di te.
        Questi tipi li conosco, non sono mica stupida, e poi è abbastanza improbabile che a qualcuno venga in mente di dirti che si è innamorato di te, se fosse veramente così, alle due e mezza di notte. Però di solito esordiscono in modo diverso e vanno subito al dunque, tipo: non riesco a dormire pensando a te, dimmi come sei, di che colore hai le mutande, dormi nuda e cose del genere.
Questo invece partiva da lontano, ma la cosa che mi ha fregata subito è stata la sua voce. Dolce e morbida, aveva dentro echi conosciuti. Insomma, mi sembrava di riconoscerla, e così ho avuto un attimo di esitazione e non ho chiuso subito dicendo, come faccio di solito in circostanze simili, che cazzo vuoi  vaffanculo stronzo.
È stato quell'attimo di esitazione che mi ha fregata, lui ha capito che poteva continuare, tanto più che come una stupida gli ho chiesto chi sei lasciandogli intendere che volevo stabilire una comunicazione, non perdermelo nella notte.
Quello è stato il mio errore, e da lì è nato tutto il resto.
Se quella voce non mi avesse ricordato qualcuno, non avrei esitato, ma per un attimo ho creduto di riconoscerla, tanto che nei primi minuti non stavo nemmeno molto attenta a quello che mi diceva ma passavo in rassegna velocemente volti, nomi e voci per tentare di stabilire un collegamento con quella voce che continuava a parlarmi senza alcuna ansia di concludere il gioco nel solito modo.
Per un po' ho continuato a credere che mi conoscesse davvero, anche se adesso è chiaro che non era così.
Gli ho chiesto di nuovo stupidamente chi sei, come fai a conoscermi, e lui deve avermi risposto qualcosa tipo ti ho vista oggi per strada o qualcosa del genere, ma non ha molta importanza.
Io ho mantenuto un tono scherzoso, questo me lo ricordo, non mi andava che credesse che lo prendevo sul serio, e per qualche minuto la cosa è andata avanti con lui che diceva  sai che hai proprio una bella voce, dai continua a parlare, e io anche tu hai una voce non male, ma adesso ho sonno e voglio tornare a letto, e lui vorrei essere lì nel tuo letto, dimmi solo come dormi, nuda o con che cosa. Ci siamo, ho pensato, e gli ho risposto in tono sbrigativo dormo con un pigiama di flanella pesante. Lui si è messo a ridere e mi ha detto ti va di prendermi in giro, e io, giuro che è vero, ma mi scappava da ridere così non ci ha creduto.
Occhei, ha detto lui, non arrabbiarti, ma voglio chiamarti ancora, se non ti dispiace. Ho avuto di nuovo un attimo di esitazione. Altro errore, che gli ha lasciato credere che non volessi scoraggiarlo del tutto.
Quando ha riattaccato ero sicura che mi avrebbe telefonato, se non subito, la sera dopo.
Non so se era una sensazione sgradevole, non so davvero.
Però ero incuriosita, questo sì.
Mi sono infilata a letto ma non riuscivo a riaddormentarmi, continuavo a girarmi da ogni lato, sembrava facesse caldo, così mi sono tolta i pantaloni del pigiama e le mutandine. In effetti stavo meglio, e la pelle accaldata e libera contro il copripiumone morbido mi dava una sensazione molto piacevole che mi ha aiutata a prendere sonno.
          Il giorno dopo ero un po' in trance, ogni tanto mi perdevo  in quello che stavo facendo e come ho già detto ho dovuto rifare la relazione di fine mese più di una volta. All'intervallo di pranzo sono andata con Giovanna nel solito bar e ho preso un tramezzino triplo con scampi tonno maionese e insalata; me lo ricordo perché mi sono sporcata le dita di maionese e mentre ci passavo sopra la lingua, così senza pensarci, ho incrociato lo sguardo di un uomo che mi fissava.
Era un cinquantenne quasi calvo, con doppiomento e l'aria poco sveglia, avvilita, e ho distolto subito gli occhi con un brivido.
A Giovanna non ho detto niente, ma continuavo a guardarmi in giro e non la stavo a sentire proprio, tanto che se ne è accorta e mi ha detto che ero strana, che avevo le occhiaie e chi cercavi lì dentro. Sono diventata rossa, credo, o almeno mi sono sentita come se lo fossi diventata, una bambina sorpresa con le dita nel barattolo della marmellata. Perché in quel momento ho capito che mi guardavo intorno pensando di riconoscerlo, chissà come. Che stupida, in effetti mi sentivo un po' stupida,        e ho anche pensato dio ti prego fa che non sia quello della maionese; che nel frattempo aveva smesso di fissarmi e se ne era andato.
            Ho incrociato molti altri sguardi di uomini; in effetti gli uomini mi guardano, non sono tanto male, i miei quarant'anni non li dimostro per niente e a parte qualche chilo di troppo qua e là, nell'insieme, se sto attenta a come mi vesto, non sono male.
Il seno si regge su ancora bene, e da quando ho arricciato i capelli e li ho riflessati di rosso la pelle sembra più luminosa. Anche se non è a questo che gli uomini fanno caso, credo.
Insomma, mi guardavo intorno e ascoltavo le voci in mezzo al casino del bar affollatissimo, ma non ne ho riconosciuta nessuna, e nessun sguardo maschile si è fermato su di me più del normale.
Il pomeriggio bene o male è passato, e la sera sono stata in palestra fino alle dieci, vado in palestra tutti i giovedì, educazione corporea e tecniche di rilassamento.
Mentre tornavo a casa non ero molto tranquilla, pensavo magari mi sta seguendo, forse in quella macchina che si è messa in moto subito dopo la mia, e poi mi blocca appena scendo sotto casa. Insomma, mi passavano per la testa un sacco di pensieri confusi tra paura e attesa di qualcosa che sarebbe potuto accadere, ma non mi sentivo veramente in pericolo, non mi sono mai sentita veramente in pericolo dentro questa storia, forse per via di quel tono di voce così dolce, tranquillo e rassicurante.
         Ho fatto le solite cose prima di andare a letto, e mi sono resa conto che ero proprio nervosa, così ho deciso di prendere un Tavor, tanto per essere sicura che avrei dormito, mica potevo passare le notti in bianco con l'ansia di sentire uno squillo di telefono. Avrei potuto staccarlo, lo so, ma odio andare a dormire con il telefono staccato, potrebbe accadere qualunque cosa e io lì, isolata da tutti; non mi piace l'idea. Non ne sono mai stata capace.  Credo che il telefono lo sentirei anche dopo aver preso un Tavor, ma non ne sono sicura, non mi è mai capitato.
Comunque l'ho preso e sono andata a letto.
            Il mattino dopo finalmente mi sentivo bene; ero già davanti all'ascensore quando mi è venuto in mente. Sono tornata indietro di corsa, ho afferrato il telefono sul comodino e me lo sono portato via. Al punto di assistenza Telecom me ne hanno dato un altro in sostituzione del mio, in attesa della riparazione.
            Il resto della giornata tutto normale, mi sentivo tranquilla, e quella telefonata notturna ormai me la ricordavo quasi come un sogno che lentamente sbiadisce nella memoria fino a scomparire.
E proprio dentro un sogno mi ha raggiunto lo squillo del telefono. Il sogno mi è rimasto impresso: ero immersa in un'acqua di mare scura e tiepida, notturna, senza che fosse notte, e nuotavo da un punto all'altro della costa come se mi muovessi volando immersa nell'acqua; una sensazione bellissima di grande potenza e tranquillità, da regina del mare.
Ho allungato la mano e ho preso il ricevitore senza nemmeno accendere la luce e ho detto pronto. La sveglia segnava le tre e un quarto e la luce azzurrina dei numeri mi ha ricordato, chissà perché, una madonnina fosforescente che di notte da bambina tenevo sul comodino e mi sembrava che brillasse per una specie di miracolo. Dalle distanze e dalle profondità della notte la sua voce mi ha parlato di nuovo, e allora ho capito che la stavo aspettando, e ho anche capito che lui se ne sarebbe accorto se non mi fossi controllata, ma non è facile controllarsi alle tre e un quarto del mattino in mezzo a un sogno in cui sei la regina del mare.
"Ciao Laura, come stai, cosa stavi facendo?"
"Dormivo, non credi che di solito la gente dorma a quest'ora? Perché tu non dormi?"
"Non mi va di perdere tempo a dormire. Ti sto pensando da un po' e alla fine non ho resistito alla tentazione di telefonarti. Ti dispiace?"
"Mi dispiace perché ero dentro un sogno bellissimo e così non saprò mai che cosa sarebbe successo dopo, e che posto era quello".
"Raccontami il sogno, Laura, parlami". 
Ci andavo a nozze. Di tutti gli uomini che ho avuto mai uno che si interessasse ai miei sogni, e a chi avrei dovuto raccontare il sogno della notte se non all'uomo che al mattino si svegliava nel mio letto?  
Così ho cominciato a dirgli del mare e di tutto il resto e delle mie sensazioni, e lui mi ha chiesto se nell'acqua ero nuda, e io senza neanche pensarci ho risposto di sì.
Quello è stato un altro errore, ma ormai avevo smesso di contarli.  
"Mi piacerebbe vederti nuda nell'acqua, mentre galleggi sul dorso con le punte dei seni dure e bagnate, e l'acqua che ti accarezza la pelle. Perché non ti accarezzi, Laura, con gli occhi chiusi, come se fossi in acqua e stessi galleggiando al sole. Accarezzati il seno, con il palmo della mano. Lo stai facendo?"   
Non ho potuto resistere, e nemmeno ne avevo voglia.
In fondo non c'era niente di male, era un gioco, e io non lo facevo da sola da un sacco di tempo perché pure per quello ci vogliono le fantasie giuste, e da un po' non mi venivano nemmeno più le fantasie. Così ho cominciato a seguire la sua voce, a occhi chiusi, il telefono appoggiato alla spalla e le mani che seguivano la linea del seno sotto  la scollatura del pigiama,   e poi si richiudevano intorno ai capezzoli e stringevano, e poi ricominciavano il movimento circolare, lentamente. E mentre lo facevo continuavo a pensare che quella voce mi piaceva e che la conoscevo, e chissà a chi apparteneva.
Dopo qualche minuto mi sono accorta che ero bagnata in mezzo alle gambe, e lui proprio in quel momento mi ha chiesto se mi stavo eccitando; non gliel' ho detto, ho voluto conservare uno straccio di resistenza, in fondo perché dovevo parlare dei miei orgasmi ad uno sconosciuto.
Ma lui deve averlo capito dalla mia voce perché mi ha detto sto venendo anch'io; poi ho sentito dei rumori soffocati, e poi la sua voce mi ha detto buonanotte Laura e clic. Fine.
Sono rimasta lì con il telefono abbandonato sulla spalla e le mani in mezzo alle gambe, ma mi è bastato un attimo. Non mi ricordo di aver mai avuto un orgasmo in così poco tempo.
Da quella notte non ho più portato pigiami; tanto meno di flanella.
      E così i giorni diventavano sempre di più i preliminari delle notti. Se ci ripenso li vedo tutti come un insieme opaco di ore ammucchiate una sull'altra, di movimenti ripetuti meccanicamente, di voci anonime e facce sfuocate.
Gli unici momenti in cui l'esterno riusciva a fare presa erano quelli vissuti in luoghi molto affollati da persone sconosciute, in ufficio, per strada, ma soprattutto nel bar dell'intervallo di pranzo. Mi ero messa in mente che lui doveva avermi vista lì,   ma non è che ci credessi verarnente. M piaceva crederci.
Lo sapevo come funzionano queste cose, ma era come se volessi tenermelo nascosto questo pensiero di lui che una notte di sfiga o di noia si mette a sfogliare l'elenco telefonico a caso e comincia a telefonare alle utenti di sesso femminile; due tre quattro telefonate finché non trova quella giusta, quella che non lo manda affanculo
perché magari la sua voce ha un suono che le sembra conosciuto, o spera che sia qualcuno in particolare, qualcuno che la conosce davvero e che di giorno non ha il coraggio di rivolgerle la parola. Lo sapevo che funziona così, nella migliore delle ipotesi, ma non ci volevo pensare. Perché poi ci sono anche i maniaci veri, quelli della cronaca nera, che nei film fanno strage di stupide donne sole che per bene che vada finiscono sgozzate sotto la doccia o nell'ingresso di casa mentre cercano di scappare.
         Non telefonava tutte le notti e non c'era nemmeno una cadenza regolare, e non riuscivo a capire perché tre volte di seguito e poi due di silenzio e poi una notte di nuovo e poi un'altra no. Così, un andamento all'apparenza casuale, ma io ero convinta che lui seguisse un proprio ordine anche se non capivo quale e avrei tanto voluto chiederglielo, ma forse nemmeno lui lo sapeva. Deve essere un po' come quando la notte si guarda dentro le finestre illuminate delle case degli altri, e a volte ti prende una nostalgia, una voglia di essere lì in quel cono di luce della lampada, davanti al bagliore azzurro del televisore, in quel letto con l'abat-jour di perline rosa sul comodino. Così doveva essere,  e non puoi sapere quando e come ti prenderà quello struggimento, e quali fantasie ti si scateneranno.
Mi sembrava di capirlo.
Avevo voglia di sentirti, ciao Laura, esordiva lui ogni volta con la sua bella voce, e il gioco ricominciava.
Dopo un po' avevo fatto l'abitudine allo squillo improvviso nel buio e non mi spaventavo più come le prime volte. Avevo anche smesso di fare resistenza, ma non ne avevo mai fatta molta, a dire la verità.
Quando non telefonava, il mattino dopo ero di cattivo umore.
I giochi erano sempre diversi, ma era lui che decideva di cosa dovevamo parlare e cosa dovevo fare; mi ricordo degli orgasmi pazzeschi, e cose a cui non avrei mai pensato da sola.
Certo aveva una gran bella fantasia; lo so che magari dal vero sarebbe stato un fallimento, che forse non gli si drizzava nemmeno, ma in fondo questo non sarebbe stato un problema con quella fantasia che si ritrovava.
Poi una notte gliel'ho detto che mi sarebbe piaciuto incontrarlo. Mi ricordo che avevo le ginocchia sollevate contro la spalliera del letto; perché io non baravo mai, seguivo il gioco alla lettera e facevo esattamente tutto quello che mi chiedeva di fare. Non ci pensavo proprio a simulare, mi divertivo troppo.
Così gliel'ho detto che mi sarebbe piaciuto incontrarlo, ma è stato un errore. L'ho capito subito dal modo in cui gli è cambiata la voce, più secca, lontana. Ho cercato di rassicurarlo dicendogli non è vero, stavo scherzando, mi va benissimo così, ma è stato un tentativo maldestro di rimediare a quello che mi ero lasciata sfuggire: avevo dei desideri, esistevo anche per me e non solo nelle sue fantasie notturne.
Gli uomini ormai li conosco, lo so che quello che più li spaventa di una donna, è la paura di non sapere far fronte alle sue richieste, di restare intrappolati in un gioco che non sanno più dirigere. Sono come bambini. Dato che ho paura di perdere a questo gioco non ci gioco più. Non con te. La solita storia. Infatti per diverse notti il telefono è rimasto muto e io ho dormito malissimo.
        Un giorno, nel solito bar all'intervallo di pranzo, Giovanna mi ha chiesto se mi ero persa il gatto visto che mi guardavo intorno con tutta quell'ansia negli occhi, e io:  ma se non ce l'ho neanche il gatto. Poi ho capito che era una battuta e mi sono messa a ridere, ma ho dovuto raccontarle un pezzetto della storia per spiegarle il mio stato d'ansia, e anche per sfogarmi un po', ma solo un pezzetto perché tutta mi sarei troppo vergognata. Non tanto per il sesso, ma per come ero stata stupida            a imbarcarmi in quella storia. Infatti mi ha detto subito ma sei proprio stupida? Ma come ti viene in mente di dare corda a un maniaco che non è capace di farsi una donna, non vuole spendere soldi con le linee erotiche e deve rompere i coglioni di notte a delle poverette anche per riuscire a tirarsi una sega?
Certo messa così la cosa aveva un altro aspetto, ma non era proprio così, non solo così. Le cose sono sempre più complicate di come sembrano, e poi se insieme ci divertivamo dove stava il problema. Ho provato a spiegarlo a Giovanna, che mi guardava come se mi fossi rincretinita, e me l'ha anche detto, e ha aggiunto che forse era troppo tempo che non avevo un uomo e che mi dovevo un po' adattare a quello che si trovava in giro senza troppe pretese. Ma non era molto convinta nemmeno lei, che aveva un marito insopportabile e non scopavano da un anno.
Le ho risposto che almeno il mio amante notturno non mi invadeva la vita, non lasciava per casa la biancheria sporca, non mi annoiava mai e non alzava la voce se era a corto di argomenti, non sbatteva la porta. Su quest'ultimo punto non ero sincera, perché ci sono molti modi per sbattere una porta e lui sicuramente l'ultima volta l'aveva fatto.
    E poi una notte la sua voce è ritornata a parlarmi nel buio, di nuovo calda e avvolgente come un abbraccio. Mi sarei messa a piangere per la contentezza. Cominciavano a sentirsi gli odori dell'estate, dormivo con le finestre socchiuse e mi ricordo il profumo penetrante del gelsomino fiorito sul terrazzo.
Gli ho descritto la sottoveste leggera di seta blu che indossavo e la sensazione sulla pelle e l'odore del gelsomino notturno, e gli altri odori del mio corpo, quelli profondi che scoprivo man mano seguendo la sua voce come in un incantésimo.
Per un tempo che mi è sembrato senza fine non ho fatto altro che obbedire alla sua voce e dire sì, va bene, sì, va bene, e poi che altro vuoi che faccia. Mi ricordo ogni cosa nei minimi particolari e ogni notte da quella volta ripercorro tutti i movimenti e le parole e le sensazioni, inseguendo quel piacere perduto.
Perché alla fine ho commesso un altro errore, l'ultimo.
Quando mi ha chiesto di ripetere per la terza volta il gioco del rumore della mia lingua sulle labbra gli ho risposto dai te lo rifaccio domani. E lui dopo un attimo di silenzio mi ha detto buonanotte Laura, è stato bello conoscerti, non credo che ti chiamerò domani, e nemmeno dopo.
Non ho fatto nemmeno in tempo a rendermi conto di quello che era successo, e il clic del telefono come un boato nella notte, mi ha ammutolita.
Sono rimasta rannicchiata nel letto fino all'alba, e così è stato per molte altre notti e molte ancora. Quando proprio non ce la facevo più prendevo un Tavor e dormivo quattordici ore di fila, poi di nuovo come prima.
        Avevo capito come stavano le cose, eppure non ero riuscita  a evitare la trappola più banale, la tentazione di dare a quella storia la cadenza delle storie consuete, ti telefono domani,  quando ci vediamo, quando mi telefoni.
La tentazione della continuità.
       L'estate sta finendo e non sono nemmeno andata in vacanza. Ormai sono sicura che non telefonerà più, ma non è per questo che non mi sono mai mossa da casa, non solo per questo.
Una notte che faceva molto caldo e non riuscivo a dormire ho aperto l'elenco telefonico a caso, alla lettera elle.
Con i nomi maschili è più difficile che con quelli femminili, non sempre si tratta di uomini soli. Ma è andata bene. Dopo tre squilli ha risposto una voce d'uomo, un po' assonnata, e gli ho detto ciao Antonio, cosa stai facendo, avevo voglia di sentirti, sono a letto ma non riesco a dormire, non vorresti giocare un po' con me, vuoi che ti dica cosa porto addosso?… Comincio a descriverti la sottoveste, pizzo nero molto trasparente…

 

 

 

cascna macondo

“Lèggere è bèllo come scrìvere, viaggiare, fare l’amore”  (Pietro Tartamella)

 

partita iva e còdice fiscale per donare il 5 x 1000:  06598300017

codice IBAN: IT13C0335901600100000013268
per donazioni liberali e contributi sostenitori

 

dona il 5 x 1000 della tùa dichiarazione dei rèdditi, non còsta nulla,
e il velièro di Macondo avanza nel mare di un altro miglio...

 

Cascina Macondo
Cèntro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poètica Haikù
B.ta Madònna della Róvere, 4
10020 Riva Prèsso Chièri (TO)

 

 

RACCONTI ALTRI

lettere e parole SUL & DAL  carcere

 I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

 

 

 

 

 

 

Time Zone Clock

Sondaggio

Abolizione dell'ergastolo