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QUELLA CASA DOVE LE PARETI PIANSERO CON IL VENTO, di Helga Rainer PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 27 Luglio 2018 09:51

 

 

QUELLA CASA DOVE LE PARETI

PIANSERO CON IL VENTO

di Helga Rainer



“Forse un uomo può uccidersi per autodifesa”

Kahlil Gibran







Febbraio. Mese degli innamorati

Anche quest’anno le dita leggere del vento sfiorano il calendario della vita per lasciar cadere come una fragile foglia una data come un’altra, un 11 febbraio per molti insignificante, trascorso all’insegna del quotidiano e della frenesia. Un giorno a cui tutti, prima o poi, voltano le spalle in una notte di sonni tranquilli, in un’avida notte che tutte le ore inghiotte e divora, mentre l’inconscio gioca a fissare i ricordi come colori sulla sua tela, con una lacca spray che i bambini imparano ad usare a scuola per quei disegni sfumati di luce ed ombra, fatti col carboncino e un pizzico di fantasia. Ognuno nella propria casa, nel proprio letto o altrove, in un giaciglio sconosciuto, accanto alla persona amata, o in una prigione, ognuno abbandona il capo su un cuscino amico che assorbe e ritempra la stanchezza e le preoccupazioni dei più fortunati, pronti per tornare alla realtà l’indomani. Ma ahimè, tutto questo non mi riguarda, io, che la notte abito un regno d’insonnia dove l’inconscio si veste di carne ed ossa per inscenare una macabra danza di spettri in cui mi perdo facilmente, io, eterna sonnambula nella mia anima costantemente vigile.
Paradossale quest’immagine che si scolpisce nella mia mente… sogno di essere scrittrice della mia esistenza, eppure mi ritrovo spettatrice impotente di ciò che non posso cambiare, e in questa notte più che mai. L’indomani… l’indomani… se solo quella data si potesse dimenticare… cancellare… riscrivere; un giorno in cui passato e memoria si sgretolano per poi addensarsi ancora come languide ed oscure nubi all’orizzonte. Se ne stanno lì, con la furia della grandine che preannunciano, pronte a colpire un esile fiore dimenticato alle intemperie dell’inverno da un autunno distratto che aveva ancora qualche timido raggio di sole da donare, un autunno incurante della sua candida voglia di schiudersi al calore.
Il 12 febbraio; e due giorni allo scoccare di San Valentino. Sarà il giorno degli innamorati, delle corse folli protese a mercificare e a dissacrare un sentimento, a sacrificarlo sull’Altare dei simboli svenduti all’Esteriorità, nel Tempio dell’inventiva umana sterminata dalla Banalità… Un giorno svuotato a poco a poco dalla convinzione di addolcirlo con bizzarri cioccolatini a forma di cuore, con teneri pupazzetti di peluche, di esaltarlo con messaggi, lettere e poesie da rubarti il fiato, e tutto il tempo non posso fare a meno di chiedermi perché gli esseri umani hanno sempre bisogno di un giorno preciso, di un corteo da cui lasciarsi trascinare per celebrare un sussulto del cuore…
A ogni giorno il suo senso. Ad ogni essere umano il senso di ogni giorno, che non è mai uguale per nessuno. Non c’è festività o celebrazione nazionale che possa vantarsi a lungo di quel primato di universalità, senza comprendere, prima o poi, che la superficialità di una ricorrenza si misura sempre con il vissuto personale… con un volo o un grido dell’anima.
Potessero inventare dei dolci a forma di lapide, di falce, magari addobbando la tomba di un cimitero per l’occasione; ma alla morte è meglio non pensare… meglio non guastare un mese tanto bello con questi simboli che tutt’al più andrebbero bene per Halloween, o per novembre. Mese dei morti.
Ad ogni mese il suo senso. E ogni essere umano che non rispetta questa ritualità il ghigno beffardo, indignato e disgustato della vergogna, dell’onta. Un insulto alle buone maniere e al rispetto formale; e come non dare ragione ai più? Delitto non andare in chiesa, al cimitero a onorare i nostri cari defunti nel giorno prestabilito per soffrire e per dedicarci alla morte … in fin dei conti è solo un giorno sottratto alla routine dei nostri impegni! Meglio obbedire e adeguarsi… così avremo la coscienza pulita e magari anche qualcosa da raccontare.



Febbraio. Mese dei morti. Per me mistero di Morte e d’Amore.

Cammino lungo questo sentiero tracciato per me, e sono priva di meta.
Spettri di pini si riflettono in un lago che mi ha vista crescere e diventare quella che sono… è uno spettacolo tristissimo in questo preludio di primavera colto inaspettatamente dalla neve… uno spettacolo dolcissimo.  
Batuffoli di cotone si sono destati improvvisamente con tanta voglia di cadere per imprigionare il mondo reale, per avvolgerlo in un incantesimo di cristallo, di profonda quiete. Alcuni si confondono con la strada. Si eclissano nell’asfalto senza lasciare indizi, ma altri… altri sembrano indicarmi una via, sembrano guidarmi verso quella casa dove le pareti sussurrano ancora… dove le pareti si confidano in silenzio e ancora ricordano… e piangono uno schianto che ha divorato ogni respiro, nella nebbia che esala e non dà tregua.
Mi chiedo cosa mi abbia spinto ad arrivare fin qui, quale voce abbia guidato i miei passi, quale forza ignota mi abbia stregata a tal punto da condurmi verso una dimora da cui distolgo sempre lo sguardo per seppellire quel ricordo di cui è intriso ogni centimetro della mia pelle, della mia carne, della mia anima.
Le pareti mi chiamano… e la neve in questo giorno rischia di seppellire anche me. Forse cerca di proteggermi, di paralizzare pensieri che non posso permettermi di lasciar fluire senza spezzarmi; il freddo mi renderà sicuramente immune, ma poi… se anche le pareti ricordano, come posso illudermi io, che ho sangue e cuore, di dimenticare?
Scorgo l’entrata laggiù, dove la luce si inabissa nel vuoto. Laggiù dove qualcuno decise di ritagliare una cornice rettangolare, con un gesto verticalmente scolpito nella facciata per dare alle scale la loro giusta collocazione. E ne scorgo l’inganno, a metà tra l’indifferente distacco e la mutua condivisione… quelle scale sembrano abitare già dentro le mura, ma restano fuori ad aspettare, sull’uscio: presagio di un passaggio, di una soglia che da qui nessuno saprebbe dire dove conduce.
Pochi gradini mi separano da quella porta. Avrei voglia di contarli ora, ma non saprei proprio dire quanti siano (e pensare che quando tutto vive diamo per scontata ogni cosa, finché una morte, un incidente, una malattia ci insegnano il giusto valore delle cose, il simbolo sigillato in una scena, in un oggetto.) Pochi passi che non mi costerebbero alcuna fatica, ma se anche avessi le chiavi non entrerei. Preferisco adagiarmi qui e ricordare… non vorrei, ma a volte, per quanto doloroso, conviene arrendersi alla memoria e lasciare che sia lei a dettare le regole e a spalancare una porta sul passato… perché siamo privi di scelta. Chiudo gli occhi e rivedo quel piccolo corridoio. Mi lascio alle spalle la cucina modesta, sulla destra, separata dall’entrata solo dalla sapiente mossa del mio cavallo, e spalanco la torre del mio cuore, lì dritto davanti a me, in quel salotto che da sempre è stato ricettacolo delle energie profonde, nucleo e perno di correnti ignote da cui provengono tutte le voci della casa. Se cerco il divano rivedo ancora quegli occhi vuoti e quel corpo immobile intento a fissare onde impazzite sullo schermo di un televisore muto, piatto come una scacchiera costruita per le formiche, dai tasselli bianchi e neri così infinitesimali da far perdere la lucidità della vista. Rivedo le sigarette abbandonate sulla mensola che a volte ti verrebbe voglia di fumare, i coltelli e le spade appese alle pareti, modellini di macchine e moto, e quei cd che pur racchiudendo melodie conosciute non emetteranno più alcun suono, perché non vi è alcuna mano ad animarli, nessun ascolto in attesa.
Il dolore si fa estenuante… preferisco mille volte sedermi sulla lapide del cimitero. Lì la morte respira di tacita quiete, di pace, ma qui, qui, davanti a questa casa, la Vita combatte ancora con la Morte, e solo quella rimessa conosce l’esito di una vicenda che ha chiuso il libro per non scrivere più. Indugio, avanzo, mi fermo, incedo, e infine indietreggio. Mi accoccolo su questo sasso, equidistante dal tepore del ricordo abitato e dal gelido arco dell’annientamento e, chiudendo gli occhi, mi presto all’ascolto… all’oblio… al sogno… Anche il mio corpo sembra complice di questo sortilegio… lacrime caldissime intrecciano brividi di cera… mentre ali di fata s’impigliano in una ragnatela intessuta solo per rubarti l’anima… per confondere lo spirito…
Avrei voglia di dissolvermi… dormire tutto il giorno per non pensare, come feci quella mattina. Avrei voglia di ritrarmi… ai confini di me stessa… per incedere in un mondo etereo dove le parole perdono di consistenza e non servono più a nulla… dove…

“E’ stato proprio qui, in questo angolo dimenticato da Dio, che la volontà aprì il gas per farla finita. Che pena quel ragazzo, lo ricordo come fosse ieri.”

…da dove provengono queste parole? Solo alberi, e sassi, e mura disabitate intorno a me… potrebbe essere stato solo… Impossibile! Deliro sicuramente, eppure… possibile che in questo giorno io mi sia spinta così vicino all’alienazione da me stessa e dal regno umano da udire un linguaggio mai udito? Sciocchezze! Il vento non parla ed io… io sono la solita sognatrice. Credere nel linguaggio silenzioso della natura, degli animali… anche se fosse vero sono sicura che sia dato di accedere solo raramente al loro mondo, per cui meglio non ingannarmi, meglio non illudermi o avrò qualcos’altro di cui rammaricarmi oggi. A breve alzerò gli occhi per incontrare qualche ospite sgradito che non aspettavo, un contadino o un pescatore forse, che è venuto qui a curiosare; nel migliore dei casi sentirò il profumo della pietà errare nell’aria… nel più crudele una lingua frustrata intenta a sentenziare, una lingua che, se fossi altrettanto crudele, non esiterei a mutilare. Eppure… come sarebbe bello se fosse stato il vento! Quella voce silente che più volte ho invocato sperando in un interlocutore, in un compagno a cui affidare i miei pensieri! Potrei essermi spinta ai confini della follia, ma sento ancora una voce sussurrare… e probabilmente mi restano due sole scelte: restarmene qui incredula, continuando a dubitare, oppure lasciarmi andare all’ascolto di un miracolo a cui nessun essere umano vorrà credere…
Invisibile, sento che devo rendermi invisibile e… ricettiva… svanire da questo luogo e da queste pagine e lasciare che tutto accada senza interferire, se non come ascoltatrice… al di là dello spazio e del tempo… del sogno e del reale…


******


Che ci crediate o meno, era davvero la voce del vento.
Parlava con quelle mura che sembravano intrise di niente. Ammuffite ed afflitte da un inizio di sgretolamento, toccate dall’abbandono che pareva durare da secoli.
“Come puoi essere così convinto che fosse dimenticato da Dio?” replicarono. “Può anche darsi che tu fossi lì, muto spettatore, ma di quel ragazzo non sai un bel niente. Di Dio poi… noi crediamo che abbia pianto tutte le lacrime degli oceani e dei mari, eppure non poté fare nulla contro una volontà tanto forte come la sua.”
“Avrei voluto spazzare via ogni traccia di gas che sedimentava nel suo corpo strappandogli la vita, ma le porte della macchina erano chiuse…” ribatté il vento.
“E Lui avrebbe voluto inondare il suo cuore di luce, ma non era possibile. Il suo gesto fu libero come quello di un angelo. Puntava dritto al cielo in un certo senso, ma in questo regno mortale dovette passare per gli inferi della terra prima di tornare a volare” dissero le pareti.
“Amiche” fece il vento, “voi sembrate parlare come se aveste visto molte cose che nessuno conosce, ed io che sembro così distante e frivolo, crudele e incurante delle faccende degli uomini, io vi confesso che ho pianto molto quella notte, e ho gridato con sferzate d’aria così potenti da svegliare chiunque, ma quel ragazzo sembrava non ascoltare più niente.”
“Purtroppo non avrebbe ascoltato nemmeno il Padre Eterno in persona. Aspettava solo una voce… ma quella voce sbatté la porta per non tornare mai più.”
Seguì un attimo di silenzio. Poi le pareti ripresero a parlare. “Sembri più calmo e placido del solito oggi. Se non hai compiti più importanti da svolgere fermati con noi, perché abbiamo qualcosa da raccontare. C’è una crepa qui, puoi infilarti ed entrare in quella che era la sua casa se vuoi, perché ciò che non sai è quello che accadde sotto i nostri occhi, in queste stanze dimenticate che non possono dimenticare.”
“Sono passati tre anni ormai, ma non ho mai smesso di pensarci. In molti credono io sia insensibile all’umana sofferenza, all’estasi che arde nei cuori, ma quel che la gente non sa è che la mia libertà è solo apparente. Corro veloce tra i fili d’erba e le fronde di diamante, attraverso i rami e fendo le acque, visito luoghi inimmaginabili e mi è dato di scolpire le nuvole con un respiro, eppure…” “…pur rincorrendo ogni dove la mia essenza abita tutti i luoghi. Tra le mie brezze s’impigliano i ricordi, e non sempre ciò che trascino con me accoglie con gioia il cambiamento imposto; una culla di sospiri la mia, per ciò che è privo di radici: una voce in cui si insinuano canti e maledizioni, lacrime e sorrisi. Ho visto così tanto dolore in questo mondo, ma nessuno ha mai cercato di farmi entrare, di farmene comprendere l’origine. Entro volentieri se me lo chiedete, e vi ringrazio, perché dovete sapere che il vento non può insinuarsi se non dove è gradito, dove ci si ricorda di lasciare aperto un passaggio: un varco tra me e la vita sigillata in una casa.”
Così dicendo il vento abbandonò i suoi compiti e si fece piccolo come un respiro, per addentrarsi in un segreto a cui stava per essere iniziato da una nuova amicizia.
Era buio. Una luce fioca proveniva dai pertugi delle persiane rilasciando ombre ambigue su ogni cosa, e il silenzio regnava sovrano. Ciò che da fuori appariva logoro e trasandato assunse ora l’aspetto curato dei particolari, e il vento si sentì per la prima volta imprigionato, anche se per sua libera scelta. Non poteva portare nulla con sé. Nulla poteva essere trascinato via tranne ciò che avrebbe appreso da quelle interlocutrici silenti, attente ed impotenti compagne di una vita che non c’era più. Così fidato il loro ascolto… non avrebbero rivelato a nessuno ciò di cui erano custodi, ma così limitate nel loro dare, non avevano voce per lenire e confortare né braccia per stringere, per impedire che un gesto venisse commesso.
Uno strano profumo aleggiava in quelle stanze così finemente disposte e arredate… un profumo di Morte e d’Amore. Il vento non lo avrebbe mai sospettato: un ragazzo si era suicidato sotto i suoi occhi increduli, e la sua casa respirava d’Amore… di un Amore così intenso, così forte da incantare anche il più sordo alle emozioni, la più arida indifferenza.
“Tutto iniziò qui” fecero eco tutte le pareti ad un tratto, come facendo a gara per raccontare per prime di fantasmi intrappolati tra le macerie e il cemento. L’atrio, la cucina, il bagno, la camera da letto… ognuna aveva così tanto da dire dopo così tanti silenzi che era difficile riordinare la confusione. E ogni vicenda sembrava essere la più importante, la più urgente da sottoporre ad un’udienza che avevano atteso giorno dopo giorno, finché le settimane si erano tramutate in mesi, e i mesi in anni. Non sapevano però che fortunatamente il vento era un ascoltatore singolare… così abituato a radunare mille e mille voci dentro di sé, senza disperdere nemmeno una parola di ciò che gli affidavano, le lasciò fare, ritraendosi in un angolo delle sue eteree carni dove accogliere i loro stralci addormentati di memoria.
Ascoltò sorridente dell’acquisto della casa e di come quei ragazzi, aiutati dalla madre di lui, l’avevano arredata, ascoltò della loro vita insieme e delle visite degli amici che riempivano le stanze di risate e di schiamazzi, ascoltò di notti a far l’amore, di baci e di carezze sotto coperte calde nei rigidi inverni, di ore passate a cucinare e di passi che rincasavano dopo aver lavorato per un intero giorno. Generoso assorbiva quelle parole che si imprimevano tra le spirali della sua essenza: era il racconto di giorni felici, di quei dolci momenti a cui persino lui adorava prendere parte senza essere visto… quando prendeva sotto braccio una coppia per lasciar volare il loro amore più in alto che mai! Un mondo che conosceva si disvelava al suo ascolto: erano le solite cose che si facevano tra innamorati (quei frammenti di vita così familiari e consolidati nelle loro abitudini, che nessuno riusciva mai ad apprezzare appieno, se non quando sgusciavano tra le dita per svanire), ma fiducioso attendeva di scoprire ciò che gli era stato precluso, ciò per cui non poteva trattenere una lacrima che avvelenava d’amarezza quell’idillio ormai lontano.
“Non si può certo dire che fossero una coppia comune quei due” proruppe ad un tratto una parete che era rimasta in disparte, quasi a spezzare la magia che si era disegnata nell’aria, quasi intuendo i pensieri del vento.
“E lui non era certo il tipo più facile con cui stare” le fece eco un’altra, prendendo le parti della ragazza che lo aveva lasciato. “Sembrava avessero coronato un sogno che affondava le sue radici nel regno dell’adolescenza venendo a stare qui, e invece guarda cos’è successo.”
Tutte ammutolirono e una fitta percosse l’odore di quelle stanze che nessuno apriva più da tempo.
“Fortunato tu che quando uscirai da qui potrai andare a trovarlo in quel cimitero, e magari accarezzare la sua anima per un istante, se ti è dato di sapere dove sia, o di incontrarla per caso. La nostra nostalgia purtroppo si arena in un vicolo cieco: paralizzata in un muro, resta sepolta qui nell’inazione. Non abbiamo scelta, se non quella di aspettare che qualcuno venga ad abitare qui. Allora forse ci affezioneremo ancora, e forse il sorriso di un nuovo amore rimarginerà le ferite, o almeno le attenuerà, ingannando il pensiero con una nuova quotidianità. Siamo molto antiche, sai, e molto stanche, ma non ci lamentiamo mai, sostenendoci a vicenda. Mute… ma così capaci di riscaldarci, di assorbire emozioni e riflessi che ci avvicinano a quel mondo che ci ha create pur non appartenendovi.”
Per un attimo il Silenzio sembrò plasmare la vita di quelle sue figlie condannate alla materia. Nel mondo reale la neve cristallizzava brividi indisturbata, mentre lì, un’intesa preclusa al regno umano lasciava che i segreti riaffiorassero per condividerli con quell’ospite che avevano scelto per la loro stessa liberazione.
“Da secoli siamo depositarie di vita. Ora affollate e indaffarate, ora disabitate e lasciate a noi stesse, abbiamo visto molte cose e molte cose ancora vedremo. Bambini sono venuti alla luce in queste stanze, viandanti hanno trovato riposo tra le nostre calde membra, traditori hanno tramato delitti e hanno trovato la morte appesi ad un cappio là fuori, amanti si sono nascosti nel fienile per concedersi all’ebbrezza, mentre i loro coniugi riposavano placidamente qui, ignari di tutto. Nessuno lo sospetta, ma noi vediamo tutto e tutto sentiamo, dentro questa casa e al di fuori, in ogni angolo del casolare, comunichiamo tra noi, unite dalla stessa mano che ci ha progettate e costruite nel lontano 1842. Siamo state ai margini di banchetti lussuosi e di feste estive salutate da ghirlande e ornamenti di ogni genere, contemplatrici di dame eleganti e di gentiluomini famosi, di sguardi rapiti dal cielo e di lacrime nascoste in un candido ricamo… ma più di tutto ricordiamo la creazione di quel mosaico là fuori, ormai sgretolato dal tempo e inghiottito dall’oblio, quel dipinto che ritraeva l’amore di due giovani separati dalle fiamme in cui entrambi si rispecchiavano. Albert qualcosa… così si chiamava quel pittore che perse la sua amata in un incendio….”
“E adesso questa perdita incolmabile…” disse la parete che confinava con il divano nel tristissimo eco di un pianto.
“Ti sembrerà assurdo amico vento, ma dopo così tanto tempo ad ascoltare rintocchi vuoti di presenze, anche quei pugni d’ira riuscivano a farci sentire vive e in un certo senso, utili a qualcuno. Quel ragazzo sfogava nel mondo, con una rabbia incomprensibile a molti, un disagio che se avesse colpito la sua anima l’avrebbe spezzata in un secondo.”
“Ira?” esclamò il vento non credendo alle sue orecchie. “Ricordo un ragazzino circondato da molti amici e da voci che non lo abbandonavano mai. Lo ricordo ancora quando correva veloce sull’autostrada, in moto o in macchina, quando in compagnia della sua amata invocava inconsciamente le mie ali per correre ancora più veloce verso la libertà che tanto lo eccitava… Lo incontrai più volte in cerca di follie e di evasione… era molto giovane e allora adorava appartarsi con lei ovunque capitava, e uscire, uscire, uscire, con una compagnia di ragazzi che fremeva dalla voglia di divertirsi e di crescere in fretta. Molto spesso l’ho visto scappare di casa, dormire fuori, bigiare la scuola più che poteva, rifiutandosi di lavorare alla prima occasione. Amava la vita facile e si lasciava andare ai lussi sfrenati, alle evasioni proibite delle droghe e dell’alcool, ma l’ho sempre reputato un ragazzo innocuo. Il ricordo a me più caro è quello di un adolescente che non appena vedeva dei ragazzini maltrattare un cucciolo indifeso, come un gattino rifugiato tra i rami in balia di scellerati che cercavano di colpirlo con dei sassi, ne prendeva le difese e lo salvava per portarlo a casa, al sicuro, sotto la giacca. Prima che sparisse lo vedevo passeggiare sovente con il suo cane per questi luoghi… giocavano e creavano insieme mentre lui lo addestrava e lo accudiva come si fa con un bambino, con una dolce dedizione che è rara da incontrare…e poi non ho più visto nemmeno il cane con lui…”
Le pareti sorrisero a queste parole. Eventi passati che non conoscevano erano entrati a far parte della loro casa grazie al vento, ma ora toccava a loro donare a quel pellegrino una parte del tesoro che custodivano.
“Ti siamo grate per ciò che hai raccontato, ma adesso è giunto il nostro momento. Avremmo voglia di ascoltare ogni dettaglio, ogni particolare che ancora ricordi di un ragazzo che non abbiamo conosciuto, ma a differenza nostra, tu devi ritornare là fuori ed è bene che prima di partire tu apprenda la verità per cui ti sei addentrato fin qui. Dici bene, amico, quel ragazzo era innocuo ed era dotato di una sensibilità estrema, ma quella dolcezza che raramente manifestava era custode di un senso profondo che non era visibile a tutti. Lussi e comodità ingannavano una solitudine che a volte si faceva insopportabile… un malessere esistenziale che nessuno si era mai premurato di ascoltare con attenzione. L’inganno della moltitudine di amici celava un prezzo da pagare molto alto: la falsità e l’ipocrisia votate all’adorazione del suo nome, del suo patrimonio e dei suoi possedimenti. Tutti lo stimavano, lo temevano anche, ma la superficialità con cui lo giudicavano lasciava vedere loro solo l’uomo forte e indipendente: una maschera, niente più di una sterile maschera. Per tutti era il figlio di una delle figure più influenti del paese, era ricco e poteva permettersi di non lavorare, di offrire da bere, di giocare d’azzardo, di concedersi il rassicurante oblio della polvere bianca che passa per le narici… Per tutti poteva avere e fare tutto quello che voleva, ma quello che non sapevano è che dietro quella facciata la fragilità di un bambino tremava di paura. Temeva il buio che percepiva in se stesso, la solitudine, l’insicurezza di chi vaga eternamente solo per la vita ricercando unicamente l’ebbrezza illusoria di sentirsi grande senza trovarla mai. Si vendeva all’esteriorità come una prostituta, senza accorgersi di come sarebbe stato più assennato e gratificante donarsi a se stesso e agli altri con amore, con quell’amore che non ha bisogno di chiedere nulla in cambio. Bastava mostrarsi forte e sicuro per difendersi dagli attacchi esterni, guardandosi continuamente le spalle senza guardarsi dentro, senza confidarsi con nessuno. Bastava gettarsi nel vortice frenetico di un luna-park, di un immaginario paese dei balocchi che, quando tutto è spento, lascia affiorare soltanto le ombre e le paure che l’anima non ha mai smesso di gridare (salvo poi non essere minimamente ascoltata perché la debolezza e le lacrime non sono ammesse in un mondo avaro di comprensione). Viveva come una marionetta in balia dell’eterna paura di trovare chissà quale male inguaribile, pronto a minacciare i sorrisi di una vita che pareva perfetta, e intanto sfogava quei continui spasmi dell’anima in un’aggressività che noceva solo a se stesso, prendendo a pugni o a calci qualunque cosa trovasse a portata di mano. Un carattere autodistruttivo… sferrava colpi intenti a soffocare il suo dolore, un grido di ribellione con cui sperava di attenuare, di soffocare la sua anima, di imporsi a lei con la determinazione sterile e inutile della rabbia che nulla può. Il più delle volte ingannava quelle fitte cercando di intorpidire la coscienza, distorcendo emozioni con la droga e l’ansia con farmaci che dispensavano gocce di tranquillità; non avrebbe mai permesso alle sue braccia di allargarsi per  chiedere un po’ di amore, un po’  di quel calore che l’avrebbe rassicurato più di mille artifici inventati per i malesseri del cuore.”
“Vendere la serenità comodamente in farmacia” sospirò amaramente il vento, “a volte gli essere umani sono davvero strani. Ho girato il mondo in lungo e in largo e ho notato come la comprensione, il dialogo e l’ascolto sincero siano da tutti fuggiti come qualcosa di troppo pericoloso… l’anima fa paura e l’esteriorità fa da padrona in un salotto di eterni insoddisfatti che si concedono di piangere solo in completa solitudine, quando nessuno può vederli… ma voi che avete vissuto così a lungo con lui scrutandolo in profondità, ditemi, la sua ragazza era capace di intuire il suo dolore e di ascoltarlo?”
“Purtroppo non era facile trovare il modo di farlo aprire… ma scalfire e penetrare negli intimi recessi del suo cuore… lei non era mai riuscita a farlo veramente, e quello che accadde ne fu la conferma. Sapeva amarlo senza riserve, eppure lasciava che lui restasse un universo inconoscibile ed ignoto, che la rabbia si placasse e si dileguasse col tempo. Negli ultimi mesi era troppo presa da se stessa, dai sacrifici che per lui aveva sopportato, dall’orgoglio che aspettava solo un pretesto per negarsi e non donarsi più. Un aborto spontaneo che lui salutò con indifferenza, anzi quasi con gioia, un matrimonio mancato per incuranza delle sue esigenze, un’accentuata aggressività avvelenata dal bere, dalla cocaina e dall’assunzione eccessiva di calmanti: tutti indici di una situazione insostenibile e di una mancanza di rispetto che l’avevano attirata al limite dell’amore che provava, e per finire il sospetto di un’altra relazione… di un tradimento che la convinse ad andarsene, a non tornare più.”
Il vento ascoltava in silenzio, senza fiatare: lo sguardo fisso sui tasselli di una storia che ora cominciava a comprendere, lo sguardo di chi ci invita a proseguire senza interferire in maniera alcuna.
“Seguirono giorni senza di lei, i più cupi che si possano ricordare. Era convinto che ritornasse, ma a poco a poco la realtà cominciò a delinearsi con chiarezza smentendo le sue speranze fino a farle a pezzi senza pietà. Tentativi di parlarle, di raggiungerla, di persuaderla a ritornare a casa culminarono in due tentati suicidi… Anche morire dissanguato tagliandosi le vene aveva più senso che vivere senza di lei, perché se tutta la sua Vita aveva chiuso la porta per fuggire lontano, allora non restava che un passo… quello verso la Morte.”
“Per due volte sua madre giunse in tempo impedendo alla Falce di trionfare” sussurrano le pareti del bagno da cui ancora esalava l’odore stantio del sangue. “Per due volte riuscì a salvarlo, ma fu tutto inutile. Quel ragazzo non voleva salvarsi ed era solo questione di tempo… perché un aiuto esterno, per quanto colmo d’amore e di speranza, serve solo a rimandare ciò che in fondo all’anima si aggira assopito attendendo il momento di colpire. Solo in se stesso avrebbe potuto trovare la forza di aiutarsi… ma la luce… la LUCE lo abbandonava…” le parole si affievolirono nel silenzio, lasciando la parola alle amiche che avevano ancora qualcosa da dire.
Il vento sapeva che ormai era questione di attimi; la tragedia volgeva al termine e a breve avrebbe chiesto al suo pubblico di passare dalla commozione alle lacrime. Dopo i ripetuti tentativi di farla finita ascoltò con attenzione del suo ricovero, dei giorni trascorsi a stretto contatto con la follia e con la schizofrenia, fino a che fu dimesso e per qualche giorno illuse tutti, anche se stesso, che con l’aiuto di abili tranquillanti potesse farcela ancora. Riprese ad uscire di casa, comunicava e sembrava più calmo, ma non era che un inganno simile a quello della natura che attende solo di sfogarsi con violenza in una tempesta, palesando una quiete innaturale ed ovattata. In breve tornò a rinchiudersi, a rifiutare il cibo che la madre gli portava e che puntualmente finiva nella spazzatura o giù dalla finestra; in breve tornò ad arrendersi al vuoto mentre il buio lo divorava e i suoi occhi ne portavano lo stendardo…
“Gli portò via anche il cane…” sussurrò una voce quasi provenendo da fuori, “accecata dall’orgoglio lei gli negò tutto…” “finché a lui non rimase che negare se stesso.”
“Ricordo ancora quando la madre venne a fargli visita con quella sorella che avevamo visto molto di rado” disse infine il salotto che era rimasto ad ascoltare per tutto questo tempo, prendendo coraggiosamente la parola. “Rimase in silenzio per tutto il tempo, ammutolita dallo sguardo vitreo di chi non ha più un bagliore a cui aggrapparsi e soffre disperatamente, vittima della sua stessa impotenza. Due donne quella sera si aggiravano nelle mie stanze: una taceva e fumava una sigaretta per tenergli compagnia in una sorta di mutua solidarietà e l’altra… l’altra non la smetteva di parlare, di raccomandare, di infondere una speranza che precipitava nel vuoto e si arenava dinnanzi ad una raffica di insulti e di bestemmie. ‘Vedrai che le cose si risolveranno, ma tu non devi rinchiuderti in questa casa’ diceva quella donna al figlio. ‘Se non ritorna lei, questa sarà la mia tomba.’ Brividi ripercorrevano le stanze a queste parole, gli stessi che quella sera avevano trafitto i cuori delle persone presenti. Poi ‘ti voglio bene’ e un bacio sulla fronte del suo bambino, e via a casa, dove le anime si rinchiudevano in un mondo pronto a frantumarsi…”

L’intonaco si sgretolava dal soffitto e le illusioni crollavano lentamente come resti di carta bruciata pronti a dissolversi al primo tocco della mano nel grigio della cenere. Mancava un ricordo soltanto prima di calare il sipario per l’ultima volta: sul palcoscenico una porta chiusa. Incenso di Morte. L’addio. L’epilogo.


La notte tra l’11 e il 12 Febbraio. L’Amore e la Morte. 

“Sinceramente era riuscito ad ingannare anche noi quella notte. Stava meglio, o almeno così pareva, ed era uscito di casa come non succedeva da tempo. Non vederlo in quei giorni era quasi un sollievo, perché ovunque andasse significava che non era solo, e in un certo senso avevamo ragione...”
Le voci si confondevano ora per l’ultima volta, in impercettibili, ma insistenti echi. Tutte protagoniste dell’ultimo atto quelle pareti… non c’era modo di arrestarne l’impeto, il tormento che ormai poteva essere accolto solo come uno schianto… schegge di suoni intrappolate in un vaso di cristallo che è giunto il momento di lasciar cadere. Uno schianto. Un’eco. Frantumi.
“Quella sera non rincasò solo. Aveva invitato qualcuno…” diede l’allarme l’atrio, come rivivendo ciò che aveva visto prima delle altre. “Fu sconcertante vederlo avanzare affiancato da due presenze che non avevo mai visto prima di allora. Alla sua destra la Volontà assumeva contorni così decisi da far sperare per il meglio, ma dall’altra parte…
“…aveva venduto il suo agire una volta per tutte all’amico tanto sognato… il Suicidio. Alla sua sinistra Colui al quale si era consegnato scrutava immobile ogni suo gesto, sapendo che alla fine avrebbe esaudito il suo unico desiderio, sigillando un patto eterno da cui non poteva più ritrarsi...” concluse la frase il salotto, ancora scosso da un’immagine indelebile che non riusciva a collocare tra i confini dell’amicizia e quelli della crudeltà.
“Con una calma quasi irreale prese il regalo che aveva scelto per un amico fidato che invecchiava proprio nel giorno di San Valentino, e lo appoggiò sul tavolo” si sentì dire dalla cucina. “Poi scrisse due lettere. Una per l’amico e l’altra per quella ragazza tanto amata. Ora avrebbe pagato per tutte le colpe commesse, avrebbe espiato ogni errore, avrebbe…”
“…non sapeva nemmeno lui cosa avrebbe trovato annullandosi…” aggiunse in un singhiozzo la camera da letto. Era come se avesse conservato intatte tutte le lacrime da lui versate in quella notte… e ora anche dal pavimento esalava come nebbia il ricordo di una pioggia pietosa su cui aveva camminato quell’anima fragile senza accorgersi.
“Non lo sapeva, ma ormai non importava più…” disse il bagno con la voce strozzata, “ormai aveva deciso.”
Lo videro chiudere la porta dietro di sé, con l’accurata attenzione di chi usa la chiave perché tutto al suo ritorno sia come l’aveva lasciato. Un ultimo sguardo a quella vita insieme a lei e a quella stanza muta, colma di fotografie e di oggetti ancora da collocare, quella stanza che forse un giorno avrebbe potuto cullare il loro bambino, forse… se lui fosse stato diverso, se la vita fosse stata diversa… Lo lasciarono andare via impotenti, solo, con l’unico amico che gli restava, aggrappate come lui alla speranza disperata di chi porta con sé il telefonino perché aspetta ancora una voce per rimettere tutto in discussione. Poi più nulla. Solo la meccanicità dei gesti di chi decide di suicidarsi soffocato in una macchina, per non soffrire più, per immortalare la bellezza di un angelo a cui la terra ha rubato ogni respiro, ogni voce. In attesa che il cielo glieli restituisca.
“Così l’hai trovato amico vento quella notte… e ciò che accadde lo sai meglio di noi. La mattina qualcuno avrebbe rimpianto di aver indugiato tanto tra le coperte. Quel corpo era freddo e immobile da molte ore, e a nulla valse cercare di rianimare ciò che ormai giaceva senz’anima. Fu ciò che spettò ai suoi fratelli. Lo shock. E poi le grida e le lacrime che senti ancora riecheggiare in questo luogo maledetto... in Via dei Tormenti…”

Non c’era altro da dire. Ogni commento, ogni commiato era inutile. Come era entrato il vento si preparava ad uscire da quel luogo, ma non poté fare a meno di aggiungere: “Amiche mie… ricordate che la vostra comprensione non è stata vana. Quanto a me, io vi ringrazio infinitamente per il vostro dono.” Stava per andare quando le pareti presero la parola per l’ultima volta.
“Là fuori troverai una ragazza accoccolata su un sasso. Dorme, eppure per non so quale magico motivo – o divina concessione – è stata con noi tutto il tempo. Ricordare così forse è stato meno doloroso per lei, ma non c’è giorno che in silenzio non si distrugga per lui. Va da lei ora e consola il suo cuore come hai fatto con noi, perché come noi non sa darsi pace e non sa se con quel gesto si è liberato e condannato…”


******


Volgeva al termine il giorno, quando il vento tornò a respirare. Una bambina si svegliò all’improvviso quando lui accarezzò i suoi occhi gonfi di lacrime e per un attimo restò lì, confusa, incredula, con i ricordi appiccicati ad uno sguardo che non sapeva se aveva vissuto o semplicemente sognato. Solo suo il senso di quel giorno, eppure in quel declinare del sole uno strano sollievo si posò sul suo cuore, mentre una brezza di infinità pietà accompagnava i suoi passi verso casa… La compassione si faceva palpabile come la neve, e il vento piangeva con lei il suo stesso dolore.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 10:02 )
 

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