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DON FELICE E FRATE PUCCIO, di Giovanni Boccaccio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 27 Luglio 2018 04:13

 

 

 

DON FELICE E FRATE PUCCIO

di Giovanni Boccaccio

Giornata terza

Novella quarta

 

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.




Vicino di San Brancazio stette un buono uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di Rinieri, che poi essendo tutto dato allo spirito si fece frate di san Francesco e fu chiamato frate Puccio: e seguendo questa sua vita spiritale, per ciò che altra famiglia non avea che una donna e una fante, né per questo a alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori. La moglie, che monna Isabetta aveva nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana, per la santità del marito, e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che voluto non avrebbe; e quando ella si sarebbe voluta dormire o forse scherzar con lui, e egli le raccontava la vita di Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della Magdalena o così fatte cose.
Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane e bello della persona e d’aguto ingegno e di profonda scienza: col quale frate Puccio prese una stretta dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto ben gli solvea e, oltre a ciò, avendo la sua condizion conosciuta gli si mostrava santissimo, se lo incominciò frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier gli faceva onore. Continuando adunque il monaco a casa di fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta, s’avisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per torre fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E postole l’occhio adosso e una volta e altra bene astutamente, tanto fece che egli l’accese nella mente quello medesimo disidero che aveva egli: di che accortosi il monaco, come prima destro gli venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all’opera compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in niun luogo del mondo si voleva fidare a esser col monaco se non in casa sua; e in casa sua non si potea però che fra Puccio non andava mai fuor della terra; di che il monaco avea gran malinconia. E dopo molto gli venne pensato un modo da dovere potere essere con la donna in casa sua senza sospetto, non obstante che fra Puccio in casa fosse.
E essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli disse così: “Io ho già assai volte compreso, fra Puccio, che tutto il tuo disidero è di divenir santo; alla qual cosa mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce n’è una ch’è molto corta, la quale il Papa e gli altri suoi maggior prelati, che la sanno e usano non vogliono che ella si mostri; per ciò che l’ordine chericato, che il più di limosine vive, incontanente sarebbe disfatto, sì come quello al quale più i secolari né con limosine né con altro attenderebbono. Ma per ciò che tu se’ mio amico e haimi onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del mondo l’appalesassi e volessila seguire, io la t’insegnerei.”
Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima cominciò a pregare con grandissima instanzia che gliele insegnasse e poi a giurare che mai, se non quanto gli piacesse, a alcun nol direbbe, affermando che, se tal fosse che esso seguir la potesse, di mettervisi.
“Poi che tu così mi prometti, “ disse il monaco “e io la ti mostrerò. Tu dei sapere che i santi Dottori tengono che a chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu udirai. Ma intendi sanamente: io non dico che dopo la penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se’, ma avverrà questo, che i peccati, che tu hai infino all’ora della penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno scritti a tua dannazione, anzi se n’andranno con l’acqua benedetta come ora fanno i veniali. Conviensi adunque l’uomo principalmente con gran diligenzia confessare de’ suoi peccati quando viene a cominciar la penitenzia; e appresso questo gli conviene cominciare un digiuno e una abstinenzia grandissima, la quale convien che duri quaranta dì, ne’ quali, non che da altra femina ma da toccare la propria tua moglie ti conviene astenere. E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo; e in su l’ora della compieta andare in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi le reni appoggiare e, tenendo i piedi in terra, distender le braccia a guisa di crocifisso: e se tu quelle volessi appoggiare a alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando il cielo star senza muoverti punto infino a matutino. E se tu fossi letterato, ti converrebbe in questo mezzo dire certe orazioni che io ti darei: ma perché non se’, ti converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a reverenzia della Trinità; e riguardando il cielo, sempre aver nella memoria Idio essere stato creatore del cielo e della terra, e la passion di Cristo, stando in quella maniera che stette Egli in su la croce. Poi, come matutin suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito gittarti sopra il letto tuo e dormire: e la mattina appresso si vuole andare alla chiesa e quivi udire almeno tre messe e dire cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a far n’hai alcuno, e poi desinare e essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò scritte, senza le quali non si può fare; e poi in su la compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come io feci già, spero che anzi che la fine della penitenzia venga tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine eterna, se con divozione fatta l’avrai.”
Frate Puccio disse allora: “Questa non è troppo grave cosa né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io voglio al nome di Dio, cominciar domenica.”
E da lui partitosi e andatosene a casa, ordinatamente con sua licenzia perciò, alla moglie disse ogni cosa. La donna intese troppo bene, per lo star fermo infino a matutino senza muoversi, ciò che il monaco voleva dire; per che, parendole assai buon modo, disse che di questo e d’ogni altro bene che egli per l’anima sua faceva ella era contenta, e che, acciò che Idio gli facesse la sua penitenzia profittevole, ella voleva con essolui digiunare ma fare altro no.
Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica frate Puccio cominciò la sua penitenza; e messer lo monaco, convenutosi con la donna, a ora che veduto non poteva essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare, seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere; poi con lei si giaceva infino all’ora del matutino, al quale levandosi se n’andava e frate Puccio tornava a letto. Era il luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna, né da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro; per che, ruzzando messer lo monaco troppo con la donna alla scapestrata e ella con lui, parve a frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa; di che, avendo già detti cento de’ suo paternostri, fatto punto quivi, chiamò la donna senza muoversi e domandolla ciò che ella faceva. La donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto, rispose: “Gnaffé, marito mio, io mi dimeno quanto io posso.”
Disse allora frate Puccio: “Come ti dimeni? che vuol dir questo dimenare?”
La donna ridendo (e di buon’aria e valente donna era e forse avendo cagion di ridere) rispose: “Come non sapete voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l’ho udito dire mille volte: «Chi la sera non cena, tutta notte si dimena».”
Credettesi frate Puccio che il digiunare le fosse cagione di non potere dormire e per ciò per lo letto si dimenasse; per che egli di buona fede disse: “Donna, io t’ho ben detto: ’Non digiunare’; ma, poiché pur l’hai voluto fare, non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci è.”
Disse allora la donna: “Non ve ne caglia, no; io so ben ciò ch’io mi fo: fate pur ben voi, ché io farò ben io se io potrò.”
Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano a’ suoi paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto, in quello quanto durava il tempo della penitenza di frate Puccio con grandissima festa si stavano; e a una ora il monaco se n’andava e la donna al suo letto tornava, e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio. Continuando adunque in così fatta maniera il frate la penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte motteggiando disse con lui: “Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio, per la quale noi abbiamo guadagnato il Paradiso.” E parendo molto bene stare alla donna, sì s’avezzò a’ cibi del monaco, che, essendo dal marito lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui e con discrezione lungamente ne prese il suo piacere.
Di che, acciò che l’ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che dove frate Puccio faccendo penitenza si credette mettere in Paradiso, egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come misericordioso, gran divizia le fece.

 

 

 

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