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BATRACOMIOMACHIA, di Omero PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 26 Luglio 2018 18:44

 

 

BATRACOMIOMACHIA

la battaglia dei topi e delle rane

attribuita ad Omero



Grande impresa disegno, arduo lavoro,
o Muse, voi dall’Elicònie cime
a me scendete, il vostro aiuto imploro:
datemi vago stil, carme sublime:
antica lite io canto, cose lontane,
la gran battaglia… dei topi e delle rane.

Un topo un dì, fra i topi il più ben fatto,
venne ad un lago; fermossi alla fangosa sponda:
scampato egli era allor da un tristo gatto
e calmava il timor con la fresc’onda.
Mentre beveva, un garrulo ranocchio
dalla palude a lui rivolse l’occhio.

Gli si fece dappresso, e a dirgli prese:
“A che venisti, donde qua, straniero?
Di qual nazion tu sei, di qual paese?
Qual è l’origin tua: narrami il vero
che se dabben mi parrai ed umano
valicar ti farò questo pantano.
Io guida ti sarò, meco verrai
alle mie terre ed al palazzo mio;
quivi ospitali e ricchi doni avrai,
che GONFIAGOTE, il Gran Signor, son io;
ho sullo stagno autorità sovrana,
e mi rispetta e venera ogni rana”.
Rispose il topo: “Amico, e che mai brami?
Non v’è Dio che m’ignori, augello, od uomo,
e pur tu vuoi saper com’io mi chiami?
Or bene, RUBABRICIOLE è il mio nome,
il mio buon padre RODIPAN si appella,
topo di raro cuor, d’anima bella.
Ma come vuoi che amico tuo diventi
se fra noi sì diversa è natura?
Tu di vagar per l’acqua ti contenti;
d’ogni vivanda io fo mia nutritura,
di quanto mangia l’uom gustare ho in uso,
luogo non avvi ove non ficchi il muso.
Rodo il più bianco pane e il più ben cotto
che dal suo cesto la mia fame invita;
buoni bocconi di focaccia inghiotto
di granelli di sesamo condita;
e fette di prosciutto e fegatelli
con il lor bianco strato m’ingrassano i budelli.
Non mangio ravanelli, o zucche, o biete:
questi cibi non son per il mio dente.
E pur nell’acqua voi null’altro avete,
ben volentieri ve lo fo presente”.

Rise la rana e disse: “Hai molta boria,
ma dal ventre ti vien tutta la gloria.
Hanno i ranocchi ancor leggiadre cose,
e negli stagni lor e fuor dell’onde.
Ciascun di noi sopra le sponde erbose
scherza a sua voglia, o nel pantan s’asconde;
che alle ranocchie mie dal ciel fu dato
viver nell’acqua e saltellar sul prato.
Se or vuoi tu vedere quanto il nuoto piaccia,
montami sulla schiena; abbi giudizio,
sta saldo, e al collo gettami le braccia,
onde a cader non abbi a precipizio.
Così senz’alcun rischio a  casa mia
meco verrai per quest’ignota via”
Così disse, e tosto gli omeri gli porse.
Saltovvi il topo, e con le mani il collo
del ranocchio abbracciò, che via sen corse,
e sulle spalle seco trasportollo.

Ridea dapprima il sorcio malaccorto,
che si vedeva ancor vicino al porto.
Ma poi che in mezzo del pantan trovossi
e che la riva ormai vide lontana,
conobbe il rischio, si pentì, turbossi,
forte coi pié stringevasi alla rana,
col pianto si doléa, svelleva i crini,
la sua imprudenza accusava e i suoi destini.

Pregava i Numi, e in suo soccorso il Cielo
chiamava, e già credevasi all’estremo.
Tremava tutto, ed avéa molle il pelo:
stese la coda in acqua, e come un remo
dietro se la traeva, girando l’occhio
ora alla riva opposta, ora al ranocchio.


Pallido si disse al fin: “Che reo cammino,
che strada è questa mai! Quando alla meta,
deh quando arriverem! No, il divino Giove
sotto mentite spoglie di bove
così non condusse la bella Europa in Creta;
no, così non la portò per mar sopra la schiena
come ora a casa sua costui mi mena”.
Così dicea fra sé, quand’ecco fuor della sua tana
con alto collo un serpe uscì sull’onda.
Il topo inorridì, gelò la rana;
ma questa giù nell’acqua si sprofonda,
fugge il periglio, e il topo sventurato
vittima lascia al suo funesto fato.

LECCAPIATTI che allor sedéa sul lido,
fu testimone dell’orrenda scena:
raccapricciò, mise in vederla un grido,
corse a recar la triste nuova, e appena
udito ei fu: di furor, di sdegno
tutto quanto avvampò dei topi il regno.

Ognuno, nel giorno appresso, di buon ora
levossi, e a casa andò di RODIPANE.
Tutti sedéan. Rizzossi quegli allora,
e così prese a dire: “Ahi triste rane,
che a me recaro atroce, immenso affanno,
a voi tutte però comune è il danno.
Infelice ch’io son! Tre figli miei
nel più bel mi rapì morte immatura.
Per il ribaldo gatto un ne perdei
che l’acchiappò mentre uscìa da una fessura.
La trappola, invenzion dell’uomo scaltro
che strage fa di noi, men tolse un altro
Restava il terzo, così accorto e vago,
a me sì caro e alla moglie mia,
da GONFIAGOTE a naufragar nel lago
questi fu tratto. E che si tarda? Or via,
usciam contro le rane, armiamoci in fretta,
periscan tutte, che giusta è la vendetta.”

Poi che si tacque il venerando topo,
fecer plauso gli astanti al suo discorso:
ognun corse all’armi; e al grande scopo
Marte contribuì col suo soccorso:
per la persona render più sicura
a tutti i topi diede un’armatura.

Il popolo delle ranocchie si scosse,
poi che n’ebbe novella, e venne in terra.
Si unì sul lido, onde cercar qual fosse
dei topi la cagion di quella guerra,
quand’ecco vien MONTAPIGNATTE il saggio,
figliuolo del guerrier SCAVAFORMAGGIO.
Fermossi tra la folla, e la cagione
di sua venuta espose in questi accenti:
“Rane, da parte della mia nazione,
dei topi miei, magnanimi e possenti,
qua ne vengo, ove lor piacque inviarmi
nunzio di guerra ad invitarvi all’armi.
RUBABRICIOLE vider coi loro occhi
in mezzo al lago, ove lo trasse a morte
GONFIAGOTE, il re vostro. Or tra i ranocchi
chi ha più gagliardo cuor e braccio più forte
s’armi tosto, e a pugnar venga con noi”.
Così disse il topo e fe’ ritorno ai suoi.

Fra i ranocchi un tumulto allor si desta;
per GONFIAGOTE il re ognun su duole,
palpita e trema ognun per la sua testa,
niùn la sfida dei topi accettar vuole.
Per consolarli della funestissima novella
il re si fa dappresso e così favella:
“Calmate, rane mie, questi timori,
che io, come tutti voi, sono innocente;
non date fede ai topi mentitori:
ben so che quel sorcio impertinente
geloso di nostro navigar, di sua natura non paga,
gittossi in acqua e s’affogò nel lago.
Ma non vidi però quando annegossi,
né la cagione io fui de la sua morte.
Or se dai topi contro noi levossi
sì numeroso esercito e sì forte,
armiamoci noi pur! Del loro ardire
fra poco in campo li farem pentire!

Ubbidirono tutti, e colle foglie
delle malve si fanno le gambiere;
bieta per far corazze ognun raccoglie,
col cavolo ciascuna fassi il brocchiere,
con chiocciole ricuopresi la testa
e per servir da lancia un giunco appresta.

Mentre vestita già con fiero volto
sta l’armata sul lido, e i topi attende,
Giove allo stuol dei Numi in Ciel raccolto
le opposte squadre addita, e a parlar prende:
“Vedete là quei tanti armati e quanti,
emuli dei Centauri e dei Giganti?
Verran presto alle mani. Or chi di voi
per i topi sarà, chi per le rane?
Scommetto, o Pallade, che i topi aiutar vuoi,
che correndo agli altari tuoi da lor tane,
usano ai sacrifici esser presenti,
e col naso v’assistono e coi denti”.

Rispose Pallade: “O padre mio t’inganni:
periscano i topi pur nella tenzone;
mai li soccorrerò, che mille danni
fan nei miei templi, e guastan le corone
che i devoti consacrano al mio Nume,
e suggon l’olio, onde si spegne il lume.
Ma i lor difetti hanno le rane ancora,
e con pena una sera io lo provai.
Venìa dal campo, e tarda era già l’ora.
Stanca, per riposar mi coricai,
ma non potei dormir né chiuder gli occhi,
pel gracidar continuo dei ranocchi.
Vegliar dovetti con fiero duol di testa
fino a quel tempo in cui spunta la luce,
allor che il gallo svegliasi e fa festa.
Orsù, nessun di noi si faccia duce
dei combattenti che a pugnar s’en vanno
abbiasi chicchessia vittoria o danno.
Ferito esser potrìa da quelle schiere
un Nume ancor, se fossevi presente:
meglio è fuggire il rischio, ed a sedere
porci a veder la pugna allegramente”.

Agli Dei piacque di Pallade il consiglio
e al campo ognun di lor rivolse il ciglio.
Eran le schiere una all’altra di fronte
e dei guerrieri udiasi i gridi e il suono.
Giove fe’ rimbombar la valle e il monte
con un lungo, improvviso, immenso tuono
e colle trombe lor mille zanzare
della pugna il segnal vennero a dare.

STRILLAFORTE per primo fattosi avanti
ferì nel ventre LECCALUOM con l’asta.
Non muor, ma sulle gambe vacillanti
il miserello a reggersi non basta:
cade, e a FANGHIGNO SBUCATORE intanto
passa il ventre dall’uno all’altro canto.


PALUDÀNO ammazzò SCAVAFORMAGGIO,
ma vedendo venir FORAPROSCIUTTI
GIACINCANNE perdesi di coraggio:
gettò lo scudo e si salvò nei flutti.

Intanto GODILACQUA un colpo assesta
al re MANGIAPROSCIUTTI sulla testa.
Zoppo e ferito con dolore e stento
a saltellon si ritrae dalla riva;
lontan da qui avviasi lento lento,
e alfin, per buona sorte, a un fosso arriva.

Nella mischia frattanto a GONFIAGOTE
la cima del pié RODIPAN  percuote.
Ma zoppicando quel ranocchio accorto
fugge, e d’un salto piomba nel pantano.
Il topo, allor, che lo credéa già morto,
stupisce, arrabbia, e l’inseguìa, ma invano:
ché ben tosto in aiuto al suo signore
galoppando arrivò PORRICOLORE.
Avventò questi un colpo a RODIPANE
ma la lancia s’infisse nel brocchiero.
Gìan così combattendo e topi e rane.
E faceasi il conflitto ognor più fiero,
allorquando un eroe, vago di gloria,
fra i topi il grido alzò della vittoria.


Era nel campo il principe RUBATOCCHI,
giovine di gran cuor, d’alto lignaggio,
già capital nemico de’ ranocchi,
caro figliuol d’INSIDIAPANE il saggio,
il più forte fra i topi ed il più vago
che di Marte paréa la vera imago.
Questi sul lido in rilevato loco
si pone, e ai topi suoi grida e schiamazza,
le schiere aduna, e giura che fra poco
delle ranocchie distruggerà la razza.
E lo farìa davvero, ma il Padre Giove
già delle rane a compassion si move.

“Ahimé – dice il divin Giove agli Dei-
che vedo in terra?
RUBATOCCHI il figliuol d’INSIDIAPANE
distrugger vuole con ostinata guerra
tutta quanta la schiatta delle rane;
e forze avrìa per farlo, ancorché solo,
ma Pallade e Marte manderem sul suolo”.

“E che pensasti mai – Marte rispose –
con tal sorta di gente io non mi mesco.
Per me, Padre, non son queste cose,
e se le voglio far non ci riesco;
né Pallade pur lei dal Ciel discesa
meglio riuscirebbe in quest’impresa.
Tutti piuttosto discendiamo insieme.
Credo che i dardi tuoi saran bastanti:
il fulmine tuo, che tutto il mondo teme,
che Encelado sconfisse e i suoi Giganti,
scaglia sui topi, e spargersi ogni schiera
vedrai tosto e fuggir l’armata intiera”.
Così disse Marte.
E Giove lo asseconda, e un dardo afferra:
prima col tuono fa che il ciel si scuota,
e traballi dai cardini la terra;
poscia tremendamente il fulmine rota,
lo scaglia; ed ecco il campo in un momento
pieno di confusione e di spavento.

Presto i topi però, rotto ogni freno,
tornano ad inseguir le rane, e tosto
cedon le rane all’urto e vengon meno.
Ma Giove le vuol salve ad ogni costo,
e a confortar la fuggitiva armata,
al campo fa arrivar truppa alleata.

Vennero certi animali orrendi e strani
con otto piedi, due capi e bocca dura;
gli occhi nel petto avéan, fibre per mani,
le spalle risplendenti per natura,
obliquo camminare e largo dorso,
le lor branche e la pelle fatte eran d’osso.
Granchi detti son essi, e alla battaglia
il feroce stuolo appena è giunto
a pugnar prende, e mena colpi, e taglia,
e faccia alla tenzon cambia in un punto.

Dei topi le speranze ormai son vane,
già più liete a pugnar tornan le rane.
Quell’alleata truppa code e pié tagliava col morso,
e fe’ tremenda strage innanzi sera,
rompendo ogni arma ostil solo col dorso.

Cadeva il sol: dei topi alfin la schiera
confusa si ritrasse e intimorita.
E fu la guerra in un sol dì compita.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:14 )
 

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