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A TAVOLA, di Elena Clementelli PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 26 Luglio 2018 18:27

 

 

A TAVOLA

di Elena  Clementelli

tratto dalla rivista “Il Racconto” n° 8 – Crocetti Editore





Il gioco mi piace. Come tutti i giochi, del resto.
Uomo o donna? Eccomi lì a lambiccarmi il cervello, non so mai a chi pensare, non solo non ne indovino uno, ma non riesco a proporre che dei personaggi comuni, notissimi, inflazionati, alla portata di chiunque, Garibaldi, Mazzini, Giulio Cesare o Rosmunda. Naturalmente quando tocca a me tutti assumono quell’espressione tra bonaria e tollerante, la classica espressione, con tanto di sorrisetto, riservata a quelli che non contano, ai grulli.
Ottavio Rinuccini! Capirai! Lea se ne viene sempre con degli individui difficilissimi, mai sentiti nominare, tra l’ammirazione generale. Il genio della famiglia. Alla fine, esaurite tutte le domande possibili, attimo di trepida attesa, sorriso trionfante, brillìo di occhi (lei, naturalmente, e poi tutti gli altri, me compresa, forse, anche se mi fa una rabbia!) e, pah, ti spara il nome inindovinabile.
Ma chi è Ottavio Rinuccini? E lei te lo spiega, con sufficienza: il primo librettista italiano, dice.
Mah, sarà, chi ha voglia di controllare, e poi figurarsi se qualcuno lo mette in dubbio, ha parlato l’oracolo.
Poi è la volta di Sergio. Più modesto nelle sue ricerche mentali, ma comunque sempre abbastanza degno di attenzione: Petronio Arbitro, Talleyrand, il Tassoni.
E io? Non mi viene in mente nulla di originale: o meglio, anche quello che per me è originale per gli altri è scontatissimo. Ironia nello sguardo di tutti, di Lea principalmente, mista a ostentata indifferenza.
Penso, penso, e senza accorgermene mangio perfino i piselli, mio odio temporaneo. Meglio così, tanto dovrei ingollarli lo stesso, con la mamma non c'è niente da fare, si mangia tutto quello che viene in tavola, regola ferrea, per non diventare delle calìe, dei lavativi, e aveva
ragione, devo riconoscere; oggi infatti i piselli mi piacciono moltissimo, e anche il fegato. Però lei il fegato non lo poteva soffrire e non lo mangiava, e nemmeno le rape  - risi e rave, incubo della sua fanciullezza veneta - e quando, per affettuosa anche se rara concessione, ci faceva fare gli gnocchi di patate, da lei aborriti, c'era per lei sempre una opportuna sostituzione.
        Però i personaggi potevano anche essere finti, si poteva prenderli anche da romanzi, commedie, poemi cavallereschi o meno. Il fatto è che io ho già finito i piselli e ancora non me ne viene in mente uno passabile. Mica posso proporre Giannettaccio, sarebbe uno scandalo con tanto d'interrogatorio, loro non lo sanno,   e non devono saperlo, che all'ora della siesta generale cui in qualche modo riesco sempre a sfuggire per fare qualcosa di meglio, qualche giorno fa mi sono divorata La cena delle beffe, spinta dai salàci commenti delle fortunate compagne di scuola che l' avevano visto al cinema, con la famosa scena in cui Clara Calamai eccetera eccetera e che a me sarà ovviamente precluso categoricamente di vedere.
Neri non è troppo simpatico, è stupido quanto Otello, come scoprirò più tardi: i personaggi che adoro sono gli antagonisti, i cattivi, e più carogne sono meglio è,         la loro perfidia, frutto di un'anima nera, ma anche di raffinatissima intelligenza, mi affascina. Ci vorrà del tempo perché mi faccia tutta una teoria in proposito e cioè, in sintesi, che la cattiveria è un' arte, non se la  possono permettere tutti: i cattivi che a ogni piè sospinto s'incontrano nella vita di tutti i giorni sono, oltre che degli impostori come i falsi artisti, anche dei poveri sciocchi, degli sprovveduti, il loro gioco è così scoperto, che ci vuole a combatterli e annientarli, solo un po' di pazienza e, trac, la molla della trappola scatta, e loro sono fregati, non c'è quasi neanche gusto. La teoria è più complessa e sfaccettata, ma non è il caso di soffermarcisi ora.
Jago mi fa letteralmente impazzire di felicità e anche Enrico IV, quello di Sassonia, non di Francia, almeno attraverso Pirandello, accidenti che vendetta, da antologia.
Allora, a chi penso? Ecco, ci sono, chiedete pure.
E la formula comincia a spiegarsi.
A chi la prima domanda? A Lea.
Uomo o donna? fa lei, con aria di svagata sopportazione.
Uomo, rispondo.
Antico o moderno? chiede Sergio.
Antico.
Italiano o straniero? è la volta di mamma, benevola, incoraggiante.
Be', diciamo italiano.
Che vuol dire diciamo italiano, interviene Lea, sfoggiando la sua consueta superiorità.
M' impappìno un po', borbotto che, essendo antico. ..
Ah, un antico romano, è chiaro, fa lei.
Ecco, uffa, adesso me lo indovinano subito.
Sarà il solito Giulio Cesare, incalza spietata.
Nemmeno per sogno, ribatto con tono di sfida.
Vediamo un po', interviene il babbo.
           Oh Dio, Dio, babbo, io non ricordo, per quanto mi sforzi, il tuo viso di allora, io ricordo soltanto il tuo viso scarno e stanco di vecchio, il tuo stanco ma limpido e giocoso sorriso di vecchio di tanti anni dopo, di quando ho cominciato a conoscerti e amarti davvero, babbo, al quale non pensavo mai, che quasi non vedevo affatto, povero mite satellite di quel sole abbagliante che era la mamma per me. No, ma qui stiamo uscendo dal gioco, torniamo a giocare.
Allora, vediamo un po', interviene il babbo, è forse un imperatore romano?
Lui è buono, vorrebbe aiutarmi. E ci riesce.
No, sbotto, con una punta di cattiveria, non rivolta a lui di certo, ma a Lea che a questo punto si è fatta più attenta. Accidenti, se riuscissi a metterla in difficoltà. Ma tocca a Sergio. Vero o finto?
Già, è vero, me n'ero dimenticata, tutta presa dal personaggio che fino a un momento fa mi era parso difficilissimo e che adesso, a questa precisa domanda,   di prammatica del resto, mi sembra di una banalità sconcertante. Tigellino, l'efferato ministro di Nerone, dice il libro di storia. Niente, ripudio Tigellino, personaggio reale, realmente vissuto, documentato, incasellato e, per folgorazione celeste, ne scelgo subito un altro. Sono costretta però a fare una pausa: non sono mica tanto sicura che sia proprio finto.
Allora, vero o finto?
Finto, butto lì, ostentando una sicurezza che è in realtà piuttosto traballante.
Non mi ero mai spinta tanto in là. Il gioco è ancora aperto, non hanno indovinato ancora, sono salita alla dignità di poter accogliere altre domande. E queste s'infittiscono.
Insomma, un antico romano?
Niente antichi romani.
Greco, allora, fenicio, assiro, babilonese, egizio?
Ma se ho detto che era italiano, o meglio italico.
Ah già.
Come, italiano o italico che sia, e non romano? Perche? C'erano soltanto i romani nell'antichità in Italia?
Sono diventata arrogante, sfottente. Nessuno prende la frutta, l' attesa è quasi spasmodica. Non ho mai avuto tanto successo, me lo sorseggio attimo per attimo, mi sento invadere da una sensazione di benessere e da una calma del tutto inconsueta in momenti analoghi, tanto da domandare con garbo il permesso di prendere una mela. Permesso concesso in via straordinaria, dato che sono sempre l'ultima a servirsi, per ragioni gerarchiche. Rispondo ormai con tono distaccato, sbucciando accuratamente la mela.
Lea è rabbiosa, non che sia una novità, è il suo stato abituale, ma questa volta lo annoto con particolare soddisfazione e meno paura del solito. Paura sì, perché le sue reazioni possono essere di una violenza terrificante, ne so qualcosa.
Allora, un sannita?
No.
Un sabino?
No.
Un etrusco?
Oh, era ora, commento, annuendo con faccia veramente da schiaffi. Ma se è un personaggio finto, insinua Lea.
E qui, accidenti,  ha ragione: io non lo so mica se è finto. Bah, più o meno, mi difendo, per modo di dire. Come sarebbe più o meno, o lo è o non lo è.
Sergio, stai buono, sì, lo so, la domanda era tua e io ti ho risposto che era finto, ma non ti ci mettere anche tu. Ora si comincia a vedere che sono in difficoltà, mi va anche di traverso un boccone di mela, tossisco come una disperata, cerco di bere, il babbo mi dà dei colpetti leggeri sulla schiena e mi dice di guardare in alto, di guardare l'uccellino.
          Babbo, babbo, meno male che c'eri anche tu, e magari io in genere quasi non ti vedevo, non mi accorgevo della tua smorzata presenza. Ora non ho più voglia di giocare, mi voglio alzare da tavola, voglio scappare da qualche parte, voglio stare da sola, non sono fatta per le gare, per le lotte, non ce la faccio, lasciatemi in pace, lasciatemi andare via, lontano, lontano da qui.
Tutta manfrina, leggo negli occhi spietati, da civetta, di Lea.
Sì, Lea, ora lo posso affermare e ribadire, allora non ne ero capace, non ne avevo il coraggio, hai gli occhi di una civetta, gialli, brutti, proprio brutti, altro che orientali, a mandorla, come ti adulava tutto il parentado.       
          La tosse è passata, ho la faccia inondata di lacrime, ma posso giustificarlo con lo sforzo di non strozzarmi. Inghiotto mela e saliva, bevo, quasi mi calmo. Potrebbe essere un personaggio fra storia e leggenda, magari Porsenna o qualcun altro come lui, suggerisce la mamma che come sempre sa tutto e che si sta avvicinando prima degli altri alla soluzione.
Com'è sempre brava, anche quando risolve in un batter d'occhio sciarade, anagrammi, lucchetti, intarsi, rebus di quel giornale di enigmistica ad alto livello al quale è abbonata e che per me sono impenetrabili quanto le espressioni algebriche di cui continua a predicarmi e a dimostrarmi, senza alcun successo, la lapalissiana e addirittura divertente facilità.
         Ecco, appunto, fra storia e leggenda. Riguadagno terreno. Tanto da aggiungere un "vi voglio aiutare", fra il generoso e il sarcastico. Ne parla un grande poeta latino.
Ovidio? Orazio? Catullo? Lucrezio?
Bombardamento a tappeto di cultura letteraria.
Ne manca ancora qualcuno, e anche importante, faccio io già pronta a premere il piede sull'avversario (perché in realtà l'avversario è uno solo, lo si capisce bene) come Tarzan sulla pantera, o tigre che fosse, abbattuta. Virgilio, s'intende, scatta Lea già quasi alle corde, e troppo precipitosamente aggiunge con aria di vittoria: Turno.
Macché Turno e Turno che poi era il re dei Rutuli.
Ma insomma, chi?
È il momento di sparare: MEZENZIO, bestie. Mezenzio?
Ahi, Lea, tutti i tuoi regolari esami di riparazione a ottobre in latino non valgono il mio misero 6 (e qualche rara volta anche 7) alla fine di ogni trimestre, compreso l'ultimo con il suggello della promozione in prima istanza. Non valgono le tue nozioni appiccicaticce contro le mie, magari approssimate e caotiche e scarse, ma affiancate da una passione bruciante per la poesia,    a te estranea del tutto, che mi fa passare ore e ore, al di là dei compiti e delle lezioni da preparare, immersa nei versi dei grandi - e dei medi e dei piccoli - cercando di penetrare il mistero di una grazia non concessa ai più, apprendendo con curiosità, ma senza alcuna particolare esaltazione, che l'esametro si compone di dattili, spondei e trochei con interventi di cesure, oppure che questo è lo schema di una saffica, maggiore o minore, e quello di un' alcaica, che lo scazonte non è una parolaccia: non è questo che mi attrae, anzi non me ne importa quasi niente, io sono in piena, consenziente malìa di un incantesimo fuori d'ogni spazio e d'ogni tempo, sono preda felice di una magia che è ansia, inquietudine, lacerazione, conquista e che a te è e sarà sempre negata. Ed è inutile che mi provochi adesso, chiedendomi in quale libro dell'Eneide - se di Eneide si tratta, e come no? - Virgilio parla di Mezenzio. Non lo so, non me ne ricordo, non ha nessuna importanza per me. Ah, di certo tu andrai a controllare, sperando di cogliermi in fallo e, una volta trovato il punto, te lo incollerai con accanito zelo e con la colla della rabbia nella memoria che è come uno scaffale da archivio di tribunale: libro tale, versi tali. Per poter fare sfoggio di altri dati alla prima occasione, come sempre. Dati e date. Che malinconia.
Ma reprimo immediatamente il senso di pietà che per la prima volta mi stai ispirando, perché è troppo spassoso, con il gusto del trionfo, sciorinarti tutta la storia e dilungarmi nella minuziosa descrizione degli orrendi supplizi ai quali Mezenzio condannava i suoi nemici: quel legare strettamente un vivo a un morto, lasciando che la decomposizione del cadavere, la putrefazione schifosa di questo - tabes - contaminasse lentamente, implacabilmente l'altro fino a ucciderlo dopo una infinita, spaventosa agonia. E forse non mi accorgo,   nel piacere perverso dei particolari, che nella mia illustrazione vado arricchendo addirittura al di là del testo virgiliano, dell'identificazione inconscia che sto operando. Io sono Mezenzio, e tu...
Che personaggio rivoltante, esclama disgustato il babbo, e poi proprio mentre si sta cenando, ma non potevi pensare a qualcosa di meglio?
No, babbo tu non lo sai, non lo immagini neppure, mite e buono come sei, di che pasta ci hai fatto, non sai le correnti di livore e d' odio che inspiegabilmente hai introdotto nel nostro sangue, sedimenti e sedimenti melmosi che produrranno con gli anni il fiore perfido e putrido che ti sarà risparmiato vedere sbocciare in tutto il suo orrore. Io sono Mezenzio. E Riccardo Terzo. E Malatestino. E il Valentino. Io sono i personaggi che più amo. Io detesto gli eroi. Detesto le vittime, i martiri. Ammiro, adoro le figure d'ombra, le figure nere, i vili, i traditori, gli apostoli della vendetta, i condannati, i reprobi alla sinistra del Padre, quelli per i quali non si può pregare. Lord, I want to be in that number.
No, babbo, non inorridire, non interrogarti. È così, è semplicemente così. La colpa non è certo tua, la colpa non è di nessuno. Forse neanche di Lea. Forse.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:16 )
 

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