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IL CAPOLAVORO, di Saverio Cerè PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 23 Luglio 2018 14:13

 

 

IL CAPOLAVORO

di Saverio Cerè

tratto dalla rivista “Il Racconto”, n° 10 – Crocetti Editore




         Mise la parola fine e gli sembrò una liberazione. Si appoggiò allo schienale della poltroncina e ruotò su se stesso rivolgendo le spalle alla macchina per scrivere. Si stropicciò gli occhi. Era l'alba. La mattina annunciava un giorno grigio, com’ era stato quello precedente. Milano d'inverno era come se fosse uscita da alcune vecchie fotografie in bianco e nero che aveva viste pubblicate su una rivista: una manifestazione sindacale dei primi anni Sessanta. Aveva la sensazione, guardando quelle immagini, che nessun colore avrebbe mai più potuto raggrumarsi sulla tavolozza della città.
          Si girò di nuovo e soppesò, prima con lo sguardo, poi prendendolo tra le dita, il manoscritto: duecento pagine. Il suo capolavoro. Ironizzava tra sé e sé. Ma nel fondo del cuore ardentemente sperava che il malloppo di fogli che con tanta fatica aveva riempito in ore di lavoro rubate al sonno, in tante notti degli ultimi sei mesi, potesse un giorno prendere forma in un libro pubblicato da un grande editore. Avrebbe così coronato il suo sogno: sarebbe stato uno scrittore. Famoso quanto basta per vivere dignitosamente coi diritti d'autore e avere il proprio nome stampato nelle pagine dei giornali dedicate alla letteratura.
           L'idea del libro gli sembrava proprio originale: non ne aveva parlato con nessuno. Per scaramanzia. Temeva che, per chissà quale maligno incantesimo,le idee, soprattutto quelle originali, acquistassero una vita propria non appena qualcuno le materializzasse con le parole. Le idee allora volavano via. Galleggiavano a mezz' aria portate dal vento e finivano nella testa della gente. E la stessa idea, prima o poi, sarebbe stata di qualcun altro, come un' amante infedele. Lui, invece,     la sua idea l'aveva tenuta segregata: sarebbe tata sua o di nessun altro.
Guido Landi stava per fare il grande salto.
Dopo il liceo linguistico e la scuola di specializzazione aveva cominciato a lavorare per una piccola casa editrice traducendo romanzetti da quattro soldi con trame fitte di amori impossibili, pianti e colpi di scena da telenovela.
La sveglia segnava le cinque del mattino.
Voltò la pagina del calendario da tavolo: mercoledì.
Il giorno prima aveva consegnato l'ultimo lavoro e aveva deciso di prendersi un po' di riposo.
Nelle prossime due settimane lo aspettava il compito più difficile: bussare alla porta delle case editrici e chiedere udienza.
Lo colse un dubbio: avrebbero capito l'originalità della sua idea? Ma si riprese subito: se tutti quegli autori mediocri che ogni giorno traduceva vivevano di letteratura con idee trite e ritrite, a lui sicuramente avrebbero riconosciuto il marchio DOC del genio letterario.
Rilesse l'ultimo capitolo e poi decise di andare a riposare. Il sonno lo colse subito e bene. Gli ultimi istanti di lucidità furono di estrema soddisfazione, come quando si calcia un pallone al volo e lo si indirizza nella giusta direzione. Sentì un fremito, e chiudendo gli occhi gli sembrò di cadere nel vuoto, poi fu come se delle grandi braccia lo afferrassero e lo adagiassero dolcemente su qualcosa di morbido: erano nuvole, piume, schiuma di un bagno corroborante. Dormiva. Come non aveva mai dormito prima, ma come gli capitava spesso da quando aveva cominciato a scrivere il suo libro, di notte dopo una giornata di lavoro.
Gli bastarono poche ore di sonno e si svegliò perfettamente riposato. Rinvigorito. Con una voglia insopprimibile di gettarsi nella mischia, là fuori nella città che sentiva amica e nemica, prodiga di promesse, ma facile all'inganno.
Passarono i giorni e le settimane.
Guido Landi aveva fatto migliaia di fotocopie, aveva moltiplicato la sua opera come un apprendista stregone. Ed ogni nuova copia, ordinata, pulita, con le pagine numerate, sembrava dargli nuove ragioni e nuova forza per raggiungere lo scopo che si era prefisso, come gli sguardi dei figli infondono nuovi motivi di vita al padre.   
          Spedì lo stesso giorno dieci copie del capolavoro alle più importanti case editrici e aspettò fiducioso. Quale per prima gli avrebbe risposto, guadagnandosi il diritto di annoverare il nome di Guido Landi tra i suoi autori?  E le altre, precedute di pochi giorni o solo di poche ore, cosa avrebbero fatto per strappare il contratto alla concorrente?
            Dopo la prima settimana di attesa Landi una mattina si guardò allo specchio e rifletté.
Aveva trentacinque anni. Un fisico normale, una faccia normale, abitava in una casa anonima, un palazzo di otto piani nel quale viveva gente anonima, faceva un lavoro anonimo. E quegli aggettivi, normale e anonimo, per un breve istante sembrarono stridere col suo sogno di gloria.
Dopo la seconda settimana Guido Landi riprese a lavorare per non tormentarsi. La piccola casa editrice gli aveva inviato due romanzi francesi i cui titoli tradotti erano Cuore Infranto e Un Amore Tradito. Il suo ritmo di lavoro era un romanzo la settimana e fece in tempo a tradurre anche Fanciulle in fiore e Le foglie cadono d’autunno.
           Il lunedì della settimana successiva si annunciò il disastro sotto i sembianti di un postino. Nei successivi quindici giorni rivide quell' uomo con crescente orrore. Tutte le volte ritirava dalle sue mani un pacco che conteneva una copia del suo capolavoro. Le grandi case editrici avevano risposto negando il suo genio.
Le lettere che accompagnavano i pacchi più o meno recavano scritto un messaggio del seguente tenore:
"Abbiamo ricevuto il suo manoscritto e siamo spiacenti di comunicarLe che la nostra commissione esaminatrice non ha ritenuto di avviarne la stampa. La ringraziamo comunque per la preferenza accordataci e, augurandoLe il miglior successo, Le inviamo i migliori e più cordiali saluti". Firmato la Segreteria Letteraria.
           Trascorse altro tempo durante il quale in eccessi di sconforto Guido distrusse a una a una nove delle dieci copie del suo capolavoro.
     Arrivò la primavera: la nebbia si cambiò in pioggia e le foglioline verdi sugli alberi indicavano che la vita stava rinascendo, come si racconta ai bambini forse per dissimulare l'altro concetto, quello di morte, che è definitivo. Tale era l'umore di Guido: nero come la morte.
           Un pomeriggio, appena intiepidito da un sole ancora appannato, Guido andò a fare quattro passi nei giardini sottocasa. Fu allora che incontrò il vecchio Aristide: lo conosceva da anni, da quando era ancora un bimbo. Era stato amico di suo padre, morto tempo addietro. Da allora Aristide era diventato per lui come il pezzo di una cartolina strappata. Quando si rivedevano il vecchio gli raccontava sempre qualcosa di suo padre, di quando erano giovani, e lui forse non era nemmeno nato. Aggiungeva così qualcosa al carattere dell'uomo che lo aveva cresciuto e che lui in fondo non aveva mai conosciuto bene a causa del cosiddetto strappo generazionale: una differenza culturale prima ancora che di età. Suo padre amava le chiacchierate al bar con gli amici, davanti a un bicchiere di vino, prima e dopo una partita a carte quando le urla e gli insulti sospendevano solo per attimi la solidarietà di una generazione che aveva visto la guerra e patito la fame. Lui aveva sempre preferito i libri e la solitudine. Così padre e figlio avevano vissuto vicini solo fisicamente.     
           Seduti su una panchina Guido e Aristide parlarono. Si raccontarono i reciproci guai: come tante volte suo padre, Aristide si lamentava della vecchiaia, del tempo che passa, dei dolori e dell' insonnia.
E lui gli raccontò del suo libro, del capolavoro mancato. "Anche nelle case editrici, cosa vuoi, è tutta una mafia", cercò di consolarlo il vecchio "Se non si ha una raccomandazione... Ma io ho tempo e mi piace leggere, sai di notte, quando non riesco a prendere sonno, invece di contare le pecore o guardare la televisione...Mi piacerebbe sfogliare il tuo libro, se non ti offendi".
E perché mai avrebbe dovuto offendersi.
         Salirono a casa di Guido, e l'autore stappò una bottiglia di vino per il suo unico lettore.
Rivide Aristide tempo dopo. Era entusiasta! Ma non tanto del libro che gli assicurò l’aveva letto dalla prima all' ultima riga trovandolo interessante, quanto del fatto di aver ritrovato il sonno: " Sai " gli disse "leggevo due o tre pagine coricato a letto e subito mi prendeva il sonno. Non ho mai dormito bene come in questi ultimi giorni". Scorse sul volto di Guido un'espressione prima sbigottita e poi delusa. E si affrettò a soccorrerlo: "Scusa, forse sono stato indelicato", aggiunse. "Ma ti assicuro che non volevo dire che il tuo libro fa dormire. Era veramente bello, tanto che l'ho prestato a un mio amico. Spero che non ti spiaccia. Anche lui soffre d'insonnia".
Guido non sapeva cosa dire, come reagire.
Ma che colpa aveva il vecchio Aristide.
Già immaginava cosa poteva essere accaduto alle commissioni esaminatrici delle case editrici alle quali si era rivolto. Dopo le prime due pagine del suo capolavoro le mandibole dei commissari, probabilmente, già rischiavano di slogarsi per gli sbadigli.
          Nei successivi due mesi Guido non riuscì più a mettere le mani sul suo manoscritto.
Lo teneva però aggiornato Aristide.
Sembrava che in quelle settimane almeno cinque persone di età avanzata sofferenti d'insonnia avessero letto il suo libro passandoselo l'un con l'altro e trovando un definitivo giovamento al loro disturbo.
Aristide gli confermò che lui stesso adesso dormiva beato ogni notte. E il suo volto, tutta la sua figura, testimoniavano di un nuovo vigore fisico, di una ritrovata serenità e gioia di vivere. E così sembrava accadere dei successivi lettori.
         Finalmente dopo altri due mesi il manoscritto tornò nelle mani di Guido. Ma vi restò poche ore.
Infatti squillò il telefono e dall'altra parte del filo un amico di un un amico di un amico di Aristide gli chiedeva di poter leggere quel libro che sembrava avesse il potere di guarire l' insonnia. Guido, perplesso, acconsentì. E si trovò a riflettere su quel suo pubblico di vecchietti insonni: la sorte ironizzava pesantemente sul suo conto. Prima di consegnare il capolavoro al lettore ne fece una fotocopia.
           Per i successivi tre mesi la sua vita trascorse insulsa tra le Odette e le Clementine protagoniste dei romanzetti ai quali era affidata la sua sopravvivenza fisica e la sua demolizione morale. Odette aveva una passione segreta che la tormentava; Clementine, invece, era troppo disinibita e faceva accapigliare i suoi innamorati. Entrambe, comunque, per una ragione o per l'altra, di notte dormivano poco. Avrebbe fatto bene anche a loro la lettura del suo romanzo!
          La sorte, ironica e malevola, colmò la misura un sabato mattina. Sfogliando le pagine di un giornale apprese di un convegno medico dedicato all' insonnia nel quale alcuni studiosi avevano riferito di certi casi guariti, sembrava, dalla lettura di un manoscritto che circolava quasi come una reliquia di mano in mano: "Verrebbe da pensare a una leggenda metropolitana", scriveva il giornalista nel suo resoconto, "se la fonte di questa rivelazione, il professor De Sonni, non fosse più che attendibile. Lo stesso professore ha aggiunto che in calce al manoscritto, che uno dei suoi pazienti gli ha mostrato, c'è la firma di un certo Guido Landi.
Una copia del manoscritto è ora allo studio di esperti e specialisti, mentre si sta cercando di rintracciare l' autore".
L'autore era lui. Non sapeva cosa fare. Se rivelare la sua presenza o aspettare che i giornalisti, che sicuramente già erano sulle sue tracce, morsi per contratto dal demone della curiosità, lo scovassero come una volpe nella sua tana. Cercava di immaginare cosa sarebbe stato dei suoi giorni futuri: le interviste, la curiosità, quella vera, della gente comune e cos'altro?
Il suo orgoglio si ribellava: sarebbe assurto agli onori delle cronache come un fenomeno da baraccone.
Uno scrittore che si rispetti, uno scrittore vero, tiene avvinto il lettore alla pagina scritta, lo stimola. Di certo non lo fa addormentare. Dunque lui cos'era?   Un ipnotizzatore, un guaritore, uno stregone. Certo non un letterato. E poi: il messaggio! Lui aveva delle cose da dire, perbacco. Ma cosa mai poteva dire a gente che leggeva i suoi libri per dormire: l'interesse dei suoi lettori era uno solo: addormentarsi. Non interessava loro quel che era scritto nelle pagine del suo libro, purché li facesse prender sonno.
Vennero i giornalisti. Vennero gli studiosi del fenomeno. E alla fine vennero gli editori e fecero a gara per aggiudicarsi il capolavoro. Nel giro di pochi mesi il libro, stampato e lussuosamente rilegato, fu venduto a migliaia di copie. Poi venne tradotto in tutte le lingue scritte. Il pubblico degli insonni era numerosissimo:     in poco tempo le ristampe si moltiplicarono e il capolavoro fu venduto in milioni di copie.
Alla fine, un po' per curiosità, un po' per moda, o come si dice in certi ambienti, per tendenza, il libro lo lessero tutti o quasi, anche quelli che non avevano problemi di sonno. Ma anche loro scoprirono che dopo dormivano molto meglio e da quel sonno profondo e ristoratore ciascuno riusciva a trarre ottimismo e tolleranza verso il proprio prossimo. Ciascuno riusciva a decidere del proprio futuro serenamente e in alcuni casi addirittura con saggezza.  

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:16 )
 

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