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L'EVAPORAZIONE DELLE ANGURIE, di Piero Chiara PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 23 Luglio 2018 11:01

 

 

L'EVAPORAZIONE DELLE ANGURIE

di Piero Chiara

Da "Le Avventure di Pierino"   (Ediz. Mondadori)





           Il maggior tormento, per Pierino e per i suoi coetanei coi quali ogni mercoledì girava il mercato, erano, d'estate, le angurie.
Ce n'era un gran banco, proprio al centro della piazza, sotto le piante, dal quale i bei poponi, tagliati in mezzo e messi in fila come tante lune rosse, splendevano su tutto il mercato.
Il venditore ogni tanto gridava a squarciagola:
- L'è rossa, l'è rossa! Guarda che fuoco!
           Sul suo tavolone, accanto alle fette da cinquanta centesimi coricate sui pani di ghiaccio artificiale, teneva una decina di coltelli per il comodo di quei clienti raffinati che tagliavano la fetta a piccoli cubi.
Pierino e gli altri ragazzi, quando avevano i soldi per comperare una di quelle fette granose e fresche, vi affondavano la bocca voluttuosamente, arrivando in breve alla buccia e ficcandosene quasi i due corni dentro le orecchie.
          Dietro al banco del cocomeraio sorgeva una piramide di angurie, alta fin quasi ai rami dei platani che stendevano uno spesso materasso di verzura sopra tutta la piazza. Dal sommo di quella piramide il venditore, salendo su un panchetto, prelevava le angurie man mano che la vendita procedeva, sempre gridando per richiamar gente e buttando talvolta in aria come un pallone quella che aveva preso da tagliare.
           Pierino stava delle mezz'ore intorno al banco a spasimare per le fette che vedeva stese sul ghiaccio. La fragranza dell'anguria, un vero messaggio dell'estate, si spandeva intorno, vincendo l'odore poco gradevole delle verdure che veniva dai banchi vicini.
           Un progetto per giungere a impossessarsi di un'intera anguria era stato sempre in evidenza nella sua mente, ma non aveva mai trovato una forma convincente. Il cocomeraio vigilava troppo attentamente. Con la sua lunga coltella in mano, alto e grosso, si bilanciava sulle gambe dietro il banco, volgendo le spalle alla verde piramide che aveva eretto fin dal mattino presto, quando arrivava per uno dei primi sul mercato.
           Portarsi alle sue spalle, togliere un'anguria dal sommo della piramide   e andarsene via in punta di piedi non era possibile, perché  il mucchio era molto alto. Disincastrarne una a metà piramide voleva dire far crollare tutto il mucchio. I venditori avrebbero subito dato l'allarme. Poi il cocomeraio non perdeva mai di vista il suo monumentale deposito. Tagliando, vociando e prendendo denari, ballonzolava sulle gambe mettendosi spesso di tre quarti per sorvegliare con la coda dell'occhio la piramide e chi le girava intorno.
- È una fortezza imprendibile - disse un mercoledí con amarezza Gervaso, dopo essere stato per un'ora con Pierino a vedere lo smercio delle fette e talvolta di intere angurie, che si susseguiva senza soste determinando l'abbassamento continuo della piramide.
            Alla fine del mercato, di tutte quelle angurie non ne rimaneva piú di una ventina, sparse per terra. Era il momento, fra le quattro e le cinque dei pomeriggio, in cui compariva l'ortolano Bellagamba col suo carretto dalle alte sponde tirato da un cavalluccio color caffelatte.
Il Bellagamba, che aveva il suo negozietto in paese, trattava le angurie rimaste e le otteneva a buon prezzo, perché il cocomeraio pur di non riportarsele via le svendeva.
Un'anguria dopo l'altra, finivano tutte sul carretto del Bellagamba che poco dopo se ne andava, camminando di fianco al carretto con la frusta in mano.
- Neanche fosse oro! - commentava Gervaso, che certe volte arrivava al punto di raccogliere da terra qualche fetta non mangiata fino al bianco e con ancora un po' di rosso pallido, segnato dai denti dei fortunati che avevano potuto concedersi quel refrigerio. Andava alla fontanella, lavava il residuo, poi se lo passava sotto il naso e lo ripuliva accuratamente, addentando anche un po' di bianco, tanta era la sua voglia.
          Pierino disdegnava quell'accattonaggio, ma non si rassegnava alla rinunzia, che in verità non era assoluta, perché nelle sere estive, quando usciva a passeggio con suo padre, capitava che qualche volta  il genitore, passando davanti al banchetto che il Bellagamba metteva vicino al porto con due lampade di acetilene ai lati, si decidesse a toglier di tasca il portamonete e a far felice il figlio.
            Le fette del Bellagamba, secondo Pierino, erano molto piú sottili di quelle del cocomeraio e per di piú non ghiacciate, tanto che, lungi dal saziarlo, gli acuivano sempre piú la voglia di immergere la faccia in una mezza anguria, come in un catino.

- SI MANGIA, SI BEVE E VI LAVATE LA FACCIA! - gridava il cocomeraio del mercoledì.
Ma a Pierino riusciva appena di bagnarsi la bocca.
Al Gervaso poi, che era poverissimo, non toccavano neppure le sottili fette del Bellagamba, ma solo le bucce.
        Un mercoledì, stando con Gervaso davanti al banco delle angurie e guardando il cocomeraio che dopo aver preso d'in vetta alla piramide un'anguria la lanciava in aria e la riprendeva al volo, a Pierino venne un'idea.
- Gervaso - disse al compagno - se io fossi sul ramo piú basso di una di quelle piante sopra il banco, potrei prendere l'anguria quando il venditore la butta in alto, e poi nascondermi nel fogliame. Pensa come ci resterebbe!
- Direbbe che è volata in alto, come un palloncino - disse Gervaso.
           
          Erano, quei discorsi, un modo per divagare intorno al desiderio dell'anguria e per tenerlo a bada. Ma l'immagine che era apparsa nella mente di Pierino ne generò altre consimili, fino a formargli in testa un proposito meno fantasioso e pressoché realizzabile.
Se di buon mattino, quando non c'era ancora molta gente sul mercato  e i venditori erano intenti a montare i banchi, Pierino e Gervaso si fossero arrampicati su di un platano ai margini della piazza, per esempio su uno di quelli che fiancheggiavano il chiosco del gelataio Premoselli sui quali era facile salire montando sul tetto del baracchino, avrebbero potuto, di ramo in ramo e da una pianta all'altra, sempre nascosti dal fogliame, arrivare fin sopra il banco delle angurie, a mezzo metro sí e no dalla vetta della piramide.   Sporgendosi dalle foglie al momento giusto, mentre il cocomeraio tagliava le fette, non sarebbe stato difficile prelevare l'anguria che coronava la catasta. Sarebbe bastato prenderla e collocarla un po' piú in là, su qualche intreccio di rami. Finito il mercato si poteva tornare a prenderla con comodo.
             Pierino studiò il piano in tutti i particolari e un giorno fece anche insieme a Gervaso una prova generale, accorgendosi che le chiome dei platani, l'una intrecciata nell'altra, erano percorribilissime per due magri e svelti ragazzetti come loro.
Si passava con facilità da un albero a quello vicino senza pericolo di cadere, perché i rami, potati ogni due o tre anni, erano fitti e robustissimi. Da sotto le piante nessuno si sarebbe accorto del loro passaggio.
L'unico pericolo era di venir sentiti smuovere il fogliame, ma il rumore del mercato, pieno di grida, di voci e di un tramestìo che non aveva mai posa, avrebbe coperto il poco smuover di fronde dei due ragazzi.
            Pierino pensò che sarebbe stata necessaria una borsa per mettervi l'anguria, perché così rotonda poteva sfuggire di mano  nel trasporto, per forza difficoltoso, dovendo i due usar le mani soprattutto per afferrarsi ai rami.
Gervaso si provvide, invece che d'una borsa, d'un sacco, che poteva venir strozzato da un legaccio a metà e munito d'un bastone a due rampini, di quelli che si usano per la raccolta dei fichi, col quale avrebbero potuto appenderlo ai rami.   
           Fatte tutte le previsioni possibili, il mercoledì verso le otto del mattino Pierino e Gervaso intrapresero la scalata di un bitorzoluto tronco di platano appoggiandosi alle sporgenze del chiosco dei gelati. In breve furono tra i rami col loro sacco munito di rampino.
Sotto di loro ferveva il lavoro dei venditori che allestivano i loro banchi.
         Passando di ramo in ramo i due amici raggiunsero il centro dell'alberata e si accomodarono sopra una specie di palchetto naturale che l'intreccio delle piante aveva formato. Il luogo era comodo, ma essendo un po' troppo alto, dove il fogliame era rarefatto, presentava qualche rischio. Dalle finestre delle case prospicienti la piazza qualcuno poteva vederli.  Venivano infatti alle finestre delle donne     a stendere i panni, a mettere fuori la gabbia del canarino, o anche semplicemente ad affacciarsi per curiosità.
I due, visto il pericolo, si spostarono più in basso, proprio nel folto della vegetazione, accomodandosi a cavallo di due grossi rami.
L'attesa fu lunga e scomoda.
Ma verso le undici, quando il mercato era al suo colmo, procedendo con gran cautela Pierino arrivò a metter la faccia tra le foglie d'un platano proprio a mezzo metro dal culmine della piramide d'angurie che il cocomeraio aveva eretto anche quel giorno dietro al suo banco.
Gervaso, che era andato anche lui a studiare la piramide, si ritrasse molto dubitoso. - Non sarà facile - disse - prendere un'anguria e portarla quassú. Non abbiamo un appoggio sicuro. L'anguria è piú pesante della nostra testa. E occorre mettersi con la testa all'ingiú. Come farai a raddrizzarti con in mano il peso dell'anguria?
            Pierino pensò allora di mettersi col ventre su di un ramo, piegato in due, in modo da avere un certo contrappeso. Gervaso avrebbe dovuto, per assicurarlo maggiormente, tenerlo per le gambe.

Messa in opera la prevista acrobazia, Pierino calcolò di potersi protendere con le sue braccia fino alla vetta della piramide.
Venuto il momento giusto, uscí dal fogliame, afferrò l'anguria che stava in cima e facendo forza sulla schiena con l'aiuto di Gervaso arrivò a raddrizzarsi. Gervaso porse il sacco e l'anguria fu messa al sicuro. Lentamente i due raggiunsero un punto foltissimo, dove appesero il sacco.
         Era quasi mezzogiorno e l'ora del pranzo si avvicinava.
Lasciata l'anguria al suo posto, scesero uno dopo l'altro da un platano il cui tronco era seminascosto tra un banco di pollame e l'edicola d'un giornalaio. A mercato finito sarebbero tornati a raccogliere la loro preda. Intanto andarono davanti al banco del cocomeraio. Proprio in quel momento l'uomo, avendo ormai venduto quasi tutto quanto aveva sul tavolo, montò sul panchetto per prendere l'anguria di vertice.
Con sua meraviglia la piramide gli parve mozza in alto, dove ricordava d'aver posato una bella anguria un quarto d'ora prima. Rimase perplesso e cominciò a guardarsi intorno. Dalla sua faccia si capiva che era in dubbio. Si domandava certamente se l'anguria   non l'avesse già presa, senza ricomporre il vertice della piramide come faceva sempre.
           Pierino e Gervaso lo lasciarono ai suoi dubbi e se ne andarono a casa loro. Nel pomeriggio, quando tutti i banchi erano scomparsi, salirono sul loro palco di rami a prendersi l'anguria.
In riva al lago e in luogo appartato la divisero in due emisferi, dentro i quali affondarono la faccia fino a lasciare le due metà svuotate d'ogni polpa.

          Ogni mercoledì, rassegnandosi a passare quasi tutta la mattina tra i rami, salivano sui platani e al momento giusto Pierino, sporgendosi dal basso fogliame, afferrava l'anguria che stava in cima alla piramide.
        Il cocomeraio era ormai convinto che qualcuno lo derubava. Forse un ortolano dei banchi vicini, con il tacito assenso degli altri. Gli ortolani infatti si sentivano infastiditi dal banco delle angurie, che nascondeva le loro mostre di sedani, carote e cicoria. Le gridate del cocomeraio, che pareva voler la folla dei compratori tutta per sé, davano sui nervi tanto agli ortolani che ai pollivendoli loro confinanti.
«Niente di piú probabile» pensava il cocomeraio «che vogliano indurmi a sloggiare e a trovare un altro posto. Per questo, mi rubano le angurie.»

Era cosí infuriato che stava sempre con la coltella in mano e ogni tanto si voltava di scatto, nella speranza di sorprendere il ladro.   
           Ma ogni mercoledì gli spariva un'anguria, sempre tra le undici e mezzogiorno, nonostante che la sua attenzione si fosse fatta spasmodica.
           Pierino e Gervaso intanto ogni mercoledì si facevano la loro scorpacciata in riva al lago.
         La stagione delle angurie dura poco. A fine di agosto i bei mappamondi verdi scompaiono dalle piazze insieme agli ultimi ardori dell'estate.
Prevedendo la prossima fine della loro cuccagna, Pierino e Gervaso decisero, l'ultimo mercoledì di agosto, di farsi una piccola scorta di almeno tre angurie che avrebbero nascoste nei cespugli lungo la riva del lago per consumarle con comodo.
          Una bella mattina, tra il fresco fogliame dei platani, col sacco appeso a un robusto ramo, si disposero al triplice ratto. La prima venne afferrata da Pierino con la sua tattica ormai consumata.
Il cocomeraio sembrava impazzito. I due ragazzi lo guardavano da uno spiraglio tra le foglie mentre girava freneticamente intorno alla sua piramide con la lunga coltella in mano come un paladino con la Durlindana, in cerca del fantasma che gli rubava le angurie.
Lasciarono che si calmasse, poi Pierino, ripresa la sua posizione col ventre sul ramo, afferrò l'anguria che il cocomeraio aveva messo al posto di quella scomparsa poco prima.
Il pover'uomo, che stava incassando l'importo di una fetta, si volse appena poté e vide che l'anguria era già sparita. Diede un urlo, poi corse al piú vicino banco di verdura e preso il venditore per il petto cominciò a gridare:
- Fuori l'anguria! Ladro! Delinquente!
Corsero gli altri ortolani, ma il cocomeraio, piú infuriato che mai e sempre tenendo per il petto il suo uomo, continuava:
- Ladri! Farabutti! Siete tutti d'accordo per farmi andar via dal mercato! Ma io vi sventro tutti quanti con questo!
Così dicendo mollò il suo prigioniero, corse a prendere la coltella e cominciò a giostrare intorno ai verdurai e ai pollivendoli esterrefatti.
          Un prete di paese, della Valmarchirolo o della Valtravaglia, che girando il mercato per le sue compere si trovò a passare tra il banco del cocomeraio e quello degli ortolani, trovò giusto d'intervenire.
Posò la sua grossa borsa piena di roba contro il piede di un platano e si avanzò verso l'energumeno che si agitava con la coltella in mano.

"Posa quel coltello- gli disse- E spiegami cos'è accaduto".
Il cocomeraio tentò di attribuire la sparizione delle angurie prima agli ortolani, poi ai pollivendoli.
"Non è possibile- disse il prete- Bisognerebbe volare per arrivare lassù. Questo è un miracolo! Le angurie vengono portate via da una mano misteriosa, prelevate dal mucchio con un tocco che non è terreno, ma celeste. Si direbbe che evaporano. Ecco, evaporano!"
"Questo è il momento- sussurrò Pierino a Gervaso- di prendere la terza anguria".
      Mentre il chiasso cresceva e tutto il mercato si faceva d'attorno al banco, Pierino si sporse per la terza volta. Non si trattava più di prendere l'anguria al culmine della piramide, ma una delle tre che ne formavano il penultimo gradino. Bisognandogli abbassarsi d'un tratto in più, scivolò un poco sul ventre e afferrò l'anguria. Ma il suo peso   si trovò decentrato e la forza che faceva Gervaso sulle sue gambe non bastò a fargli riconquistare l'equilibrio. Gervaso dovette, a un certo punto, mollarlo o andargli dietro anche lui.
Abbandonato da Gervaso, Pierino precipitò a capofitto sulla piramide disgregandola tutta e mandando angurie a rotolare da ogni parte, tra le gambe della gente, sotto i banchi vicini e anche per la strada, dove qualcuno cominciò ad accompagnarle con opportuni colpi di piede per dirigerle ancora piú lontano e poi portarsele via.
Pierino, stramazzato in mezzo al mucchio in disfacimento, cadde subito sotto l'occhio del cocomeraio, il quale non tardò molto a capire che il ragazzo non veniva dal cielo, ma dal groviglio dei rami sovrastanti.   Lo afferrò per il fondo dei calzoni, poi tenendolo per un braccio lo mostrò a tutto il mercato.
- Eccolo il ladro! Altro che miracolo! - gridava - L'ho preso finalmente il ladro!".
             Il Gervaso intanto, svelto come un gatto, si era portato ai margini dell'alberata, era sceso lungo un tronco e si era eclissato.
- Avanti! - gridava il cocomeraio tenendo Pierino per il collo - Portami a casa tua. Se i tuoi non mi pagheranno tutte le angurie che mi sono mancate ti farò a pezzi!
Pierino cominciò a camminare, ma non se la sentiva di comparire a casa sua tenuto per il collo. Si diresse verso il negozio del panettiere Bram, che era il suo solito luogo di scampo. Il Bram, quando lo vide   e sentì l'accaduto dal cocomeraio, che lo aveva creduto il padre di Pierino, giunse le mani e alzò gli occhi al cielo.
-Tuo padre questa volta ti ammazza davvero - gli disse.
Ma subito si diede da fare per scongiurare il peggio.

Si fece consegnare il ragazzo e tenendolo per mano si diresse verso la casa  dei suoi, che era quasi di fronte al prestino.
Entrò nel cortile e chiamò la madre di Pierino.
- Ne ha fatta un'altra delle sue - disse.
Il cocomeraio naturalmente spiegò il resto. Per fortuna il padre e lo zio di Pierino non erano in casa. La madre, messo mano al borsellino, pagò piangendo ben dodici angurie.
- Ma come hai fatto a mangiarle tutte? - chiedeva tra le lacrime al figlio  - Dove le hai messe? A chi le hai date?
Pierino, a testa bassa, non rispondeva.
Soddisfatto il cocomeraio, la madre di Pierino, che temeva piú di lui le ire del marito e del fratello, gli fece promettere solennemente di cambiar vita, assicurandogli che non avrebbe aperto bocca su quel suo ultimo misfatto, purché fosse davvero l'ultimo.

          Tutto il paese intanto parlava dell'impresa di Pierino, che era diventata il fatto del giorno. I verdurai, che già avevano tentato di toglierlo dalle mani dei cocomeraio, l'avrebbero portato in trionfo, tanto erano ammirati della sua astuzia.
          Il padre di Pierino, informato per strada d'ogni cosa, fu d'altro parere. Tornato di corsa a casa s'impossessò del figlio, lo strapazzò a dovere, poi lo portò nello stanzino.                           
- Se me lo avesse detto che desiderava l'anguria - disse - sarei stato capace di comprargliene una intera!
- Ma lui ne ha rubate dodici. Dodici! - sbottò la madre.
- Lo manderò in collegio - rispose il padre chiudendo a chiave la porta dello stanzino.
- E intanto al mercoledì non uscirà piú di casa!

 

 

 

 

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