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L'AMMACCATURA, di Peter Seeberg PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Luglio 2018 21:40

 

 

L'AMMACCATURA

di Peter Seeberg

(Edizioni Iperborea)




Locke strisciò contro il muro con l'acchiappamosche sollevato, pronto a colpire.
Una piccola schiera di sette o otto mosche, quattro delle quali (a due a due) erano impegnate nell'atto dell'accoppiamento, si trovava ancora dietro 1'angolo, vicino alla porta della veranda, dietro le tende. Locke prese la mira, immaginò il percorso dell'acchiappamosche, si concentrò prima d'agire e infine fece precipitare la paletta di plastica con un colpo fortissimo.
Ronzando una mosca si sollevò in volo.
- Sette, mormorò quasi soddisfatto, sette in un colpo solo.
Esaminò le pareti. Un'unica mosca svolazzò con noncuranza fino al soffitto bianco. Egli seguì il volo dell'insetto e dovette mettersi in punta di piedi per raggiungere il soffitto. Era complicato, ma strinse i denti e lanciò una sferzata verso l'alto che colpì la mosca superficialmente. Con quel colpo essa si rannicchiò, con le ali tese, ma subito egli tornò alla carica con un altro colpo che la prese sulla parte posteriore del corpo. Ma ancora riusciva a trascinarsi, le mancava il colpo di grazia. Una volta finita, Locke la raschiò via dal soffitto. Il colpo non era stato troppo leggero.
- Che vita tenace, accidenti! mormorò.
- Lascia perdere, disse Trutti, mentre mescolava il sugo in una scodella.
- Le mosche vanno sterminate, disse Locke.
- Per quelle che ci sono, replicò lei.
- Mi irritano, spiegò lui. Mi piace che la cucina sia pulita quando mi ci trovo. Continuano a ronzare e si accoppiano. Devo forse tollerare che copulino così davanti ai miei occhi?
- E se anche fosse? disse Trutti, non c'è proprio nulla di male, no?
- Comunque non si riesce proprio a vederlo nei dettagli, commentò lui. Tutto ciò che si riesce a vedere è che sembra che lo facciano.
- Lascia perdere le mosche, disse Trutti, non prendertela.
- Si posano sul nostro cibo, replicò alzandosi.
Strisciò contro il muro. Ce n'era una. La colpì con estrema precisione. E poi un'altra. Anche questa cadde. Sembrava che le mosche piovessero. Un'altra vicino alla porta. Doveva morire, ma era terrorizzata e la sua paura 1'aiutava, perché aveva ancora il corpo freddo e i nervi svegli. Le mosche che invece rimanevano al caldo troppo a lungo diventavano pigre e sicure di se stesse. Quando Locke s'avvicinò, la mosca prese il volo, attraversò tutta la cucina come se stesse compiendo un'esercitazione, fece un' esplorazione lungo il muro, tornò in diagonale verso la porta della veranda, percorse la finestra, contro la quale era leggermente andata a sbattere, poi volteggiò indietro e si raddrizzò tornando in volo diagonalmente verso la porta d'ingresso.
Locke stava per avere ai muscoli del collo il tipico crampo dei cacciatori di mosche.
Possibile che nulla la tentasse? Non esisteva in cucina un solo posto su cui posarsi?
Volò nell'ingresso, si librò per un po' nell'aria sopra alle scale, perse quota e si diresse verso la lampada, le volò intorno e poi riprese a ronzare in cerchio. Finalmente trovò pace sul paralume poligonale di vetro, dopo averlo attentamente ispezionato con movimenti brevissimi e in apparenza piuttosto disorientati. Che mosca maledetta!
Locke era in piedi sotto la lampada e meditava come riuscire a colpirla. Doveva cacciarla in un altro posto o colpirla con precisione e prudenza in modo che la lampada non cominciasse a oscillare? Non volle rischiare di lasciarla volare di nuovo; quella era capace di qualunque cosa.
La colpì sul dorso. La mosca cadde a terra, ma si rivoltava continuamente su se stessa gesticolando con tutte le zampine. Egli la schiacciò.
- Devi scopar via le mosche, disse a Trutti.
- Tra un attimo, rispose lei con un certo malumore.
- No, fallo subito, replicò lui, non sopporto che restino in giro da ogni parte.
- Davvero! disse lei prendendo dall'armadio la scopa e la paletta per l'immondizia.
Locke si sedette al tavolo da cucina tinto di bianco e vi posò sopra una mano. Si guardò intorno nella stanza. Ce n'era di nuovo una vicino alla porta. Entravano da quella parte. Avrebbe potuto turare la porta, ma anche così sarebbero entrate dalla finestra, anche se turava tutto. Sarebbero entrate da ogni parte, anche se avesse chiuso ogni possibile fessura. Le mosche hanno l'abilità di appiattirsi completamente, per poter entrare nelle minime fessure; sempre che non nascano addirittura in casa. Locke si vedeva davanti una vita traboccante di mosche, uova che si gonfiavano e scoppiavano, e orrende, cornute teste di mosca, che avanzavano guardando con occhi grossi come biglie. Odiava le mosche. Durante la notte si posavano sulle sue labbra, correvano sulla sua fronte, e al mattino restavano aggrovigliate ai suoi capelli, ronzavano e facevano le smorfie. Anche senza il suo permesso.
- Evita di ammazzare altre mosche per stasera, disse Trutti inviperita quando rientrò; poi gettò i cadaveri nel sacco della spazzatura e ripose tutto quanto.
- Smettila di fare smorfie, le rispose tambu- rellando sul tavolo.
Egli rimase là così e si assopì; dolce momento in cui il cervello resta completamente inattivo. Poi si alzò, fischiettò un paio di motivi, prese l'acchiappamosche e s'avviò verso la porta della veranda. Girò la chiave, abbassò la maniglia e aprì la porta. Erano lì. Quattro o cinque mosche tutte raccolte; si erano risvegliate per la sua irruzione piene di terrore e, ancora intorpidite, si arrampicavano di traverso nella penombra e nel fresco.
- Vieni a vedere, disse a Trutti, qui ce ne sono cinque. È da questa parte che arrivano.
Lei lo raggiunse con flemma.
- Tutto qui? commentò.
- Entrano da qui, continuò, ora sbarriamo la porta e ci mettiamo sopra una grossa tavola, così non entreranno più. Domani telefoniamo al falegname per far fare il lavoro. Così non avremo più le pareti piene di macchie di insetti morti. Poi, dato che Trutti lo stava osservando, disse: - È vero, forse non serve a nulla, comunque.
- Sono straordinariamente scaltre, proseguì, bisognerebbe avere la casa tutta sigillata.
- Dove non si entrerebbe neppure, disse Trutti.
- Si potrebbe creare un passaggio, magari ben spruzzato di DDT, disse lui, e si avrebbe una casa pulita. Lasciò stare le mosche e chiuse la porta.
- Vado a portare dentro la macchina, disse poco dopo.
- Locke, lo chiamò Trutti mentre raggiungeva l'ingresso.
- Locke, gridò di nuovo. Locke!
Egli si voltò.
- Senti Locke, ella disse, c'è una piccola ammaccatura sulla macchina.
- Un'ammaccatura! gridò.
- Sì, ripetè lei, una piccola ammaccatura.
- Che cosa mi importa che sia piccola o grande! disse Locke.
- Non lo so, rispose lei.
- Non lo sai? riprese lui. E allora come sai che è stata fatta un'ammaccatura?
- È stato un autocarro che passava veloce, spiegò lei. lo ero fuori vicino al marciapiede e rastrellavo l'aiuola con la ghiaia.
- Non hai visto la targa? le chiese prendendola per una spalla.
- No, rispose, l'autocarro andava molto forte e io non l'avevo neppure notato finché non ho sentito quel piccolo colpo.
- Quel piccolo colpo, ripetè lui.
- Sì, continuò lei, quel piccolo colpo, quando una catena di ferro che pendeva dalla sponda posteriore toccò contro il parafango posteriore della tua automobile.
- Perché non hai guardato la targa? disse lui stringendole la spalla, perché non l'hai guardata? Non hai voluto, dì piuttosto che non hai voluto. Hai pensato: Locke se lo merita.
- Non sono riuscita, si difese lei.
- Invece sì, continuò Locke, c'è stato un attimo in cui avresti potuto, non appena sentito quel colpetto, avresti potuto sollevare la testa e guardare il numero di targa, e subito dopo andare a prendere un foglietto su cui segnartelo immediatamente. Ma a te non importava nulla.
Tu credi che non sia niente un'ammaccatura sul parafango posteriore. Buona a nulla!
- Non mi è stato possibile, Locke, disse lei, ma non agitarti, è un' ammaccatura piccolissima, quasi non si vede.
- Non sposto più l'automobile, disse lui, deve stare dove si trova, altrimenti la polizia crederà che sia stato io ad ammaccarla.
- Il segno è molto piccolo, ripetè lei, veramente molto piccolo.
- Un'ammaccatura è un'ammaccatura, commentò lui, vorrei che non fosse mia l'automobile che si trova là fuori. Mi piacerebbe che arrivasse qualcuno e la sfasciasse del tutto. Davvero sfasciata completamente. Per me è distrutta. Assolutamente distrutta.
Lei vide che stava per piangere.
- Vai piuttosto fuori a darle un'occhiata, gli suggerì.
- Sì, disse lui, andrò a dare un' occhiata.
Prese un lume. L'automobile gli era diventata del tutto indifferente. Non la voleva più.
Illuminò il parafango posteriore, sul lato sinistro. Non si vedeva nulla, allora esaminò tutta la sagoma. Eccola, una scalfittura nella vernice piccola quanto un pollice e profonda tanto da lasciar vedere il giallo dello strato sotto stante. Non si voleva rassegnare.
Comunque era pazzesco lasciar dondolare liberamente una catena dietro un autocarro.

Rientrò e le fece domande su quell' autocarro. Era bianco, grande, pareva destinato al trasporto di animali. Le sembrava di averlo visto prima. Ma certo, ora che ci pensava, ricordò che passava quasi ogni giorno, più o meno alla stessa ora, incredibilmente grande, traballando tra le strette strade che circondavano le ville, in mezzo alle alte siepi.
- Domani resterò a casa, disse Locke.
- Perché non chiami la polizia? suggerì lei.
- Devo prima avere il numero di targa dell'autocarro; e poi è meglio che parli direttamente al conducente. Lo fermerò.
- Non è meglio lasciar perdere, chiese lei, è così importante?
- E importante, replicò, molto importante. Si può forse lasciar circolare un autocarro del genere con una catena appesa dietro? In questo modo può ammazzare la gente. Ma tutti sono così negligenti. Lasciano correre. Dicono che va bene. Ma così non va. lo affermo che così non va. lo non sono di quelli che si rassegnano, al contrario. Dovrà pagarmi una macchina nuova.
- Una macchina nuova? disse lei.
- Questa non mi interessa più, spiegò lui, per quanto mi riguarda è distrutta, completamente. lo voglio un' automobile senza ammaccature.
- Ma anche questa è quasi senza, rispose lei.
- Quasi, ripetè, puah! Credi che mi accontenti di un quasi? Quello che ho, dev'essere integro. Mi capisci?
- Non gridare in questo modo, disse lei.
- Altrimenti non mi capisci, spiegò lui, tu sei una buona a nulla, sei capace di sopportare le peggiori porcherie. lo non posso e nemmeno lo voglio.
- No, rispose lei.
- Non contraddirmi, non mi piace.
- Non vuoi una tazza di caffè? chiese lei.
- No grazie, devo riflettere.
- Vieni a letto, vero?
- No, resto alzato stanotte; tanto non dormirei comunque.
- Sciocchezze, disse lei.
- Resto in piedi.
- Stai gridando tanto che presto accorreranno i vicini.
- Lascia che vengano, disse, sono proprio loro che hanno pagato quell'uomo perché facesse l'ammaccatura alla mia macchina. Sono così lividi d'invidia per quell'auto. Non si preoccupano affatto di curare le loro automobili, ma hanno il tempo di invidiare gli altri per le loro belle macchine. Lascia che vengano; dirò loro che cosa penso delle loro porcherie.
Trutti fece ordine. Egli si sedette al tavolo della cucina pitturato di bianco, con la testa appoggiata alla mano. Poco dopo lei, senza dire nulla, se ne andò in bagno, dove aveva l'abitudine di spogliarsi e di fare il bagno la sera.
Egli si raddrizzò sulla sedia. Gli venne l'idea di stare dritto come un fuso per tutta la notte.
- Perché stai così? gli chiese Trutti quando uscì dal bagno. Sei malato?
- Sto così perché è così che gli uomini devono sedere. Che cosa vuol dire lasciarsi andare su una sedia?
- Vai piuttosto a dormire, disse lei, l'am- maccatura non si vede quasi.
- Non si vede? ripetè lui, mentre prendeva il martello dall'armadio, vieni a vedere. Si precipitò fuori casa, seguì il sentiero di pietra, rischiò di inciampare nel cancelletto posto a metà strada, si irritò perché non riusciva ad alzare il chiavistello e gridò a Trutti di raggiungerlo.
- Guarda! Guarda! gridò quando la vide arrivare con la camicia da notte bianca svolazzante.
Lasciò cadere il martello sul parafango.
- Ora l'ammaccatura è abbastanza grande perché tu la veda, disse, ora è abbastanza grande perché anche a te non interessi più l'automobile.
Lei teneva le mani strette sotto il petto e premeva col dito la bocca dello stomaco.
Egli sollevò di nuovo il martello.
- Basta così, disse lei, l'automobile non mi interessa più. L'ammaccatura era già abbastanza grande prima.
Egli fece il giro dell'auto e l'osservò dal davanti. Aveva usato così poco quella macchina e l'aveva tenuta da conto.
- E adesso è distrutta, disse con voce profonda.
- Vieni, Locke, disse lei e gli apri il chiavistello, vieni dentro a bere una tazza di caffè.
A metà strada egli scoppiò in pianto.
- Perché tutte le mie cose vengono distrutte? singhiozzò.
- Ma l'auto si può far riparare, disse Trutti.
- Non mi interessa più, rispose Locke, la lamiera è troppo sottile. Non doveva rovinarsi in questo modo per così poco.
- Sì, disse lei, la lamiera delle auto nuove è troppo sottile.

 

 

 

 

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