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L’AFRICA IN GIARDINO, di Pietro Tartamella PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 08:52

 

 

L’AFRICA IN GIARDINO

di Pietro Tartamella

tratto da "l'Africa in giardino"

 

 

      I bimbi di tutto il quartiere erano già scesi ai giardini da un pezzo e giocavano. La squadra della piazzetta, che per l’occasione indossava come divisa una maglia rossa con spacchi laterali, aveva già segnato quindici goals contro la squadra dei ragazzi che abitavano in pantaloncini corti     quel palazzone rosso laggiù di mattoni popolari.
 Ad ogni goal le loro urla di vittoria e i loro abbracci, con sollevamento di persona, arrivavano sino in cima alla Mole Antonelliana dove  ogni mattina scolaresche chiassose si alternavano a guardare dall’alto la città.
       I bambini più grandi, in quel pomeriggio inoltrato, avevano già fatto dieci volte il giro dei giardini, sino al confine con la strada asfaltata dove si fermavano con le gambe divaricate, a cavalcioni sulle biciclette,   per indovinare le targhe delle auto e dei camion che sfrecciavano sollevando polveroni. TO…rino, MI…lano, VE…nezia, PA…lermo e tutte le provincie, compresa la Germania.
    Un altro gruppo di ragazzini, giocando a cavallina, aveva formato un lungo serpente snodabile di schiene che era arrivato sino al piccolo monumento ai caduti che segnava l’inizio del parco. Giunti al monumento, per consuetudine di gioco, i ragazzi saltavano anche sul fante scolpito nella pietra. Un gioco pericoloso, perché qualcuno, prima o poi, ci avrebbe lasciato i testicoli appesi, specialmente i più bassi, i temerari e i miopi.
Oppure i testicoli ce li avrebbe lasciati il piccolo soldato del monumento  che se ne stava ormai semisdraiato col fucile e la baionetta all’aria,  a forza di saltargli addosso con quelle mani sporche di terra e unte  di merenda, a forza di martoriarlo con ginocchiate per sbaglio e con spintoni. Perché i ragazzi spesso si mettevano a litigare proprio nelle vicinanze del caduto, e a volte succedeva che il litigio si ingrossava, debordavano le parolacce,  arrivavano alle mani e poi alle sassate, lontani dai genitori che non potevano vedere i loro figli così lontani e nascosti tra gli alberi e i confini del giardino. Il monumento ai caduti sempre semisdraiato. Muto come un pesce.
Era un soldato di pietra. Un soldato scolpito nella pietra. Ciò malgrado portava i segni di tutte quelle liti di ragazzi: scheggiature, sgraffi, asportazioni, srigature, smacchie, incisioni, sputi, smarmellate, parolacce che erano peggio di bernoccoli vivi sulla pelle, povero caduto che, così sconciato e muto come un pesce, sembrava più triste del necessario!
      Spesso i ragazzi trovavano vicino al monumento una cacca di cane.
Altre cacche secche erano sparse qui e là nelle vicinanze.
I ragazzi pensavano che fossero i cani senza guinzaglio a lasciare quei segni indecenti vicino al monumento. Ma chissà, forse erano anche i cani con tanto di guinzaglio al muso e di padrone al fianco.
Alcuni ragazzi, tra i più sensibili, quelli che abbozzavano una primitiva coscienza sociale, avevano espresso disappunto verso i padroni dei cani che permettevano quello sconcio. Avevano così deciso, un giorno,  di appostarsi per un’ imboscata sul fatto. Volevano sorprendere in flagrante sia il cane che il padrone, e dirgliene quattro senza museruola in bocca,   né peli sulla lingua, una volta per tutte!
     Rimasero di stucco, con le bocche spalancate per la meraviglia, così spalancate che un passero avrebbe potuto farci dentro il nido, quando  si accorsero che quelle cacche non erano  di cane!
Non erano nemmeno cacche di padrone.
Era cacca di monumento!
Proprio così! Il povero fante scolpito nella pietra se la faceva addosso    dalla paura e dalla disperazione civica ogni volta che sentiva lo schiamazzo dei ragazzi avvicinarsi,  a turno saltellando sulle groppe dei compagni correndo correndo sino a finirgli addosso e martoriarlo.
Cosicché quel povero monumento ai caduti non aveva scampo di riposare in pace. Continuava a stare lì, all’ingresso dei giardini pubblici, nella sua fissa posizione di mìtilo ignoto, monumento ai caduti, orgoglioso come una pietra miliare, ligio al suo dovere di soldato, di simbolo, con un occhio pesto,  la baionetta storta, e mille cacche intorno.
     Dario, un ragazzo della seconda media, in quel pomeriggio inoltrato aveva già bucato e riaggiustato  tre volte la gomma della bicicletta. Dario era un ragazzetto in gamba. Sapeva un mucchio di cose. Alla scuola media studiava la matematica, la geografia e persino il francese. Sapeva costruire i più splendidi aeroplani di carta che si fossero mai visti e che restavano in aria. Proprio così! Restavano in aria, nel senso che non tornavano più a terra. Se ne volavano via a perdita d’occhio chissà dove. Un giorno lo videro perfino armeggiare con una radiolina rotta che poi funzionò!
Dario doveva  mostrare ogni giorno ai compagni la sua bravura nel cross. Si inerpicava, eccitato e temerario, con la sua bicicletta rossa sopra i dossi che si erano formati lungo la sponda del fiume. Però vi erano cespugli aggrovigliati e rovi laggiù, e lui andava sempre a finire sulle spine  che gli bucavano la gomma. Quasi sempre quella davanti.
     La maggior parte dei bambini che popolavano il parco, in quel momento avevano già consumato la merendina pomeridiana: chi il prosciutto e formaggio, chi la barretta di cioccolato, chi pane e mortadella, chi briosch,  e chi gelato comprato al chiosco.
     Il chiosco dei giardini era molto piccolo e grazioso con un tettuccio  a due falde spioventi. Aveva alla sua destra un cesto nero per l’immondizia.  Un cesto che era stato messo apposta per raccogliere le cartacce, gli avvolti dei gelati, i coni caduti per terra. Ma la pigrizia e il vento facevano sempre uscire le carte dal cesto. Poi ci pensavano i mille ragazzi corridori,   quelli con le biciclettezigzag, a sparpagliare i rifiuti in giro per i viottoli  e le aiuole del giardino, sino al monumento ai caduti che era all’estremità opposta.
    Tutto il parco profumava di erba pestata, di rovi rotti, di fiume, ma sopra tutto dominava incontrastato un forte odore di gelato.
Non si riusciva a capire come un solo chiosco, e per di più così piccolo, potesse diffondere in tutto il giardino un odore così netto, forte, pregnante, persistente, anche se piacevole, di gelato.


LUIGINO, BAMBINO SENZA FRETTA

           Le giornate primaverili si erano allungate. Luigino non aveva nessuna fretta di andare a giocare, o meglio, la fretta ce l’aveva eccóme, ma non si rendeva conto del tempo che impiegava a prepararsi.  Era figlio unico, aveva sette anni, ed era lento come una lumaca zoppa.  Al mattino sua madre doveva svegliarlo due ore prima, per essere sicura  di farlo arrivare puntuale in seconda B.
La sera, dopo la buona notte, l’operazione dello svestirsi durava altre due ore. Cosicché Luigino dormiva poco ed era sempre stanco e assonnato  e lento più di prima. Era lento anche in bagno quando faceva la pipì.  Era lento quando si metteva a tavola per il pranzo e per la cena e la colazione e a volte la mamma, che si chiamava signora Antonietta,  gli diceva:  
"Luigino, per favore, prendimi nel bagno il detersivo per lavare i panni".
Sua madre naturalmente cercava di svezzarlo dandogli piccole commissioni per esercizio, come del resto fanno tutte le mamme coi loro piccoli,  e Luigino andava in bagno per farle il favore, ma strada facendo (poco più di quattro metri) si fermava a giocherellare con un pettine, una boccetta di profumo, o con il pennello da barba di suo padre e, a volte, con il rasoio e la lametta, che erano anche un pericolo, e alla fine si dimenticava quale favore doveva fare a sua madre. A volte, invece di fare il favore, si metteva a fare la pipì tutta fuori dal water,  per la distrazione.
Insomma era proprio lento lento e distratto dalle mille cose fantastiche e affascinanti che ci sono al mondo.
      Ma la sua lentezza non era il difetto più grande. C’era ben altro!
Un altro difetto così disastroso che se non lo avesse avuto probabilmente quel giorno non sarebbe andato incontro a quel curioso incidente che gli fece prendere la paura più grande di tutta la sua vita di bambino, di adulto, di vecchio, di nonno, e di giocatore di bocce.
Un incidente che ricordò sempre, non solo lui, ma anche sua madre, perché la paura li investì entrambi, chi per un verso chi per l’altro.
Ma ogni male non viene per nuocere, diceva suo padre.
Infatti questo secondo difetto così preoccupante di Luigino ha avuto, tutto sommato, un aspetto positivo: quello di averci dato l’opportunità di raccontare questa incredibile storia


LUIGINO VA AI GIARDINI

       Quel pomeriggio inoltrato era per l’esattezza il 15 maggio. La vigilia del compleanno di Luigino. Se non fosse stata la vigilia del suo compleanno difficilmente Luigino avrebbe ricordato in seguito quella data, perché  da grande dimostrò sempre di avere poca memoria per le date.   Quel pomeriggio dunque, ad un orario decente per portare un bambino ai giardini, sua madre, la signora Antonietta, gli aveva detto con voce calma e gentile "prepàrati che ti porto ai giardini".
Luigino amava molto uscire all’aria aperta, incontrare altri bambini, giocare, scorrazzare.  Fu molto contento, e cominciò a prepararsi.
Si infilò un paio di jeans. Aveva pensato di andare con alcuni bimbi, più grandi di lui, sui dossi che costeggiavano il fiume e, poiché là c’erano i rovi, aveva pensato bene di ripararsi le gambe con i pantaloni lunghi che avrebbero attutito e fermato un poco le spine.
Aveva appena finito di allacciarsi l’ultimo bottone, trattenendo il fiato e rientrando la pancia, perché troppo stretti alla vita, quando gli venne in mente che forse faceva troppo caldo.
Forse era meglio rinunciare ai rovi sui dossi e allo spettacolo di Dario che faceva il cross. Sì, forse era meglio restarsene coi bimbi della sua età nell’arena circolare,  a giocare con le formine e pasticciare torte e dritte con la sabbia. Concluse allora che era meglio togliere i jeans e mettere  i calzoncini corti per non patire il caldo.
Sua madre, che intanto finiva le ultime faccende domestiche, gli diceva ogni cinque minuti, gentilmente: "muòviti Luigino"!
Perché lo conosceva bene quel suo figliuolo.
Sapeva perfettamente quanto era lento. Gli dava sempre tutto il tempo necessario, un grande tempo, perché potesse prepararsi da solo. Spesso gliene dava più del necessario.
La donna finalmente terminò tutti i lavori di casa, e disse:
“Io sono pronta”
E infatti era pronta, con la coscienza tranquilla, perché lasciava la sua casa in ordine e profumata. Ma Luigino non era affatto pronto.
Armeggiò con le calze. Poi con le scarpe e le stringhe che non volevano riunirsi in un nodo decente. Poi con il cappello.
Intanto il tempo passava, ed era anche passato Pablito, il suo vicino di casa, che dalla finestra gli aveva gridato:
“Luigino, vieni ai giardini?”.
La signora Antonietta, per sicurezza, aveva detto alla mamma di Pablito:
“È meglio che cominciate ad andare!”.  
Perché le dispiaceva farli aspettare sotto la finestra per chissà quanto tempo indeterminato.
Luigino finalmente aveva finito di vestirsi.
Sua madre però era già furibonda, ed era andata a farsi friggere tutta la pace e la tranquillità che le aveva procurato l’aver lasciato in ordine la casa pulita e profumata al sandalo e al deodorante.
Ma il peggio doveva ancora venire.
Luigino ora doveva scegliere un gioco.
Un passatempo da portarsi ai giardini.
Un passatempo.
E qui appunto stava il vero difetto di Luigino, la malattia, la sciagura, la catastrofe, il peccato mortifero, il morbillo, il dramma suo e di sua madre, di suo padre, dei nonni, degli zii, degli amici e dei nemici, e di Marinella, la sua insegnante della seconda B, che si metteva le mani nei capelli quando lo vedeva arrivare in classe con la cartella che non era una cartella ma un baùle, una cassapanca da marinaio con dentro anche libri sì, ma quelli dell’anno scorso e quelli dell’anno a venire, e attrezzi di ogni sorta costipati assieme alle merende, alle figurine, ai giornalini, alle favolemusicassette, alla squadra del cuore, ai fazzoletti, alle mati teco lori tempe rini, alle gomme profumate compassi senza punta e tutto ciò che può servire a un alunno in un intero anno scolastico, comprese le vacanze.
    Era proprio un dramma quando Luigino doveva decidere cosa portare ai giardini, o a scuola, o a casa del vicino quando andava a trovarlo per giocare.  I vicini, a dir la verità, stavano chiudendo i rapporti con lui.
Molti avevano già smesso di frequentarlo, più per decisione delle madri che dei ragazzi, perché le madri non riuscivano nemmeno più a lavorare a maglia, ridotte com’erano sull’orlatura dell’esaurimento.
    Nel quartiere Luigino aveva fama di essere una “cattiva compagnia”, in quanto le famiglie ritenevano che il suo difetto potesse contagiare i loro ragazzi. Persino i suoi trisavoli, i trisavoli di Luigino, si rivoltavano nervosi nella tomba per l’impazienza, quando sentivano che il loro pronipote  si stava preparando ad andare da qualche parte.
Se quel difetto fosse almeno stato un poco, un pochino, solo un pochino più circoscritto, più contenutello, forse il rivoltamento si sarebbe fermato al nonno, alla nonna, ai parenti più prossimi, ai vivi insomma, senza andare a scomodare i trisavoli nella tomba che poverini non c’entravano per niente.
Luigino quel pomeriggio decise di prendere i pattini.
Ci fu un attimo di silenzio.
Un sospeso silenzio.
Incredulità, meraviglia, speranza, aspettativa.
Sembrava che questa volta avesse proprio deciso: i pattini, e basta.
Non era mai successo che manifestasse una intenzione così chiara e precisa. Sembrava proprio convinto di volere i pattini e nulla più per passare  il pomeriggio ai giardini.
La madre, che stentava a crederci, approfittò di quel silenzio sospeso per aprire furtivamente la porta di casa in punta di piedi. Dondolando con le braccia e le dita delle mani semiaperte per tenere l’equilibrio, si accingeva ad uscire quasi di nascosto.  Non voleva rompere la magia di quel momento. Si accingeva ad uscire con cautela spropositata, col passo così felpato che qui gatta ci cova, trattenendo il fiato, anzi il respiro, rinunciando anche a tornare indietro a prendere le chiavi rimaste sul comò. Pazienza! Se rimanevano chiusi fuori avrebbero aspettato  il  ritorno  del   padre, o sarebbero entrati dalla finestra, disposta com’era ad affrontare ogni peripezia pur di uscire solo con i pattini, pur di non rompere l’incredibile decisione di Luigino che per la prima volta, in sette anni, mostrava di volere qualcosa di specifico. L’evento era così straordinario che la povera donna l’avrebbe riportato sul suo diario personale dal lucchetto dorato e avrebbe festeggiato ogni anno non il compleanno di Luigino, che tutto sommato era ben poca cosa, ma quel quindicimaggio in cui suo figlio aveva deciso così tranquillamente di volere i pattini a rotelle e nulla più. Sì, gli avrebbe fatto una torta gigante per festeggiare quel giorno. Anzi, gliene avrebbe comprata una dal pasticciere, panna, meringa e pan di spagna, tutta per lui, enorme, perché una cosa così in sette anni non si era mai vista.
Non le sembrava vero.
E infatti non era vero.
     La signora Antonietta aveva appena varcato la soglia di casa, e già si apprestava a scendere i quattro gradini che l’avrebbero portata fuori, sulla strada, quando Luigino la seguì con i pattini stretti sotto il braccio. Stava per varcare la soglia anche lui, ma all’improvviso si fermò pensieroso.
In un batter d’occhio aveva deciso che non poteva andare ai giardini senza   il suo triciclo.
Sua madre cascò dalle grandi altitudini di quel momento magico in cui si era librata, e sbottò bruscamente:
“Ti avverto Luigino, guarda che il triciclo te lo porti da te. Io non ti aiuto!”
Luigino certamente non si fece intimorire da quella inconsistente minaccia, tanto più che le sue cose se le era sempre portate da solo, sempre, in modo appiccicoso e ingordo.
Però, questa presa di posizione, questa severità di sua madre, questo tentativo di non assecondarlo, questo suo non voler essere  complice del figlio, bisogna riconoscerglielo a quella povera donna. Lei, per principio, e per linea didattico-educativa, mai si era prestata a portargli un gioco. Che diàmine! Luigino prima o poi avrebbe dovuto imparare! Prima o poi avrebbe imparato a scegliere un gioco alla volta, uno solo, parola mia di madre.  Per questo era irremovibile, e tentava ogni volta, con ogni mezzo, di insegnargli un po’ di religione e di temperanza.
Riuscì a non portargli mai nemmeno uno spillo.
A dire il vero uno spillo fu l’unica cosa che Luigino non si portò mai dietro, né ai giardini, né a casa degli amici, né in nessun altro posto.
     Luigino sapeva benissimo che non poteva contare sull’aiuto di sua madre per il trasporto dei giochi e, pur se consapevole di avere solo due mani,  non si arrendeva all’idea di portarsene dietro quanti più poteva.  E non cedeva mai di un gioco.
Con determinazione afferrò il manubrio del triciclo.  Lo tirò a sé.
Il campanello fece din-din.
Anzi, fece din-din-din-din, perché era un po’ allentato.
Luigino si fermò sulla soglia della sua modesta casa profumata.  
Un pensiero  gli frullava per il capo.
Sì, forse era opportuno portarsi anche le formine di plastica per giocare nella sabbia. Del resto era la prima idea che aveva avuto: giocare con le formine colorate nella sabbia.
Con la sua strìdula vocina di bambino agitato, come se avesse scoperto un tesoro, disse:
“Aspetta mamma! ”.
E corse in camera sua.
Tirò giù le formine dall’armadio.
Nella fretta, perché Luigino aveva anche fretta di andare a giocare, fece cadere lo scatolone dove conservava giochini e cianfrusaglie mescolate  che schizzarono via in ogni direzione davanti ai suoi occhi sgranati come un rosario dal filo spezzato.
Negli occhi ebbe un lampo di luce.
La sua bocca di bambino si ingravidò di un sorriso tra l’innocente e il diabolico, ormai fin troppo familiare.
Una dozzina di soldatini fuoriusciti si sparpagliarono sul pavimento; rotolarono le bocce di plastica colorata, le macchinine da collezione, i disordinati aeroplani della grande guerra in miniatura, le biglie di vetro, i palloncini le statuette di creta del presepe le rondelline di una vecchia sveglia e ogni sorta di minuteria e calamite. Quando lo scatolone toccò terra, spaccandosi in un sordo rumore, esplosero in tutte le direzioni le mille cianfrusaglie di giochi conservati raggiungendo persino la camera da letto dei genitori il ripostiglio la cucina e forse anche la cantina interrata lontana.
      Raccattò i soldatini e li infilò nelle tasche come fossero caramelle, con la stessa ingordigia. Forse ai giardini Michelotti avrebbe trovato qualcuno disposto a giocare con lui alla  guerra.
Inseguì le bocce di plastica sino in bagno, e riuscì infine a metterle nel loro contenitore. Forse Pablito, o Gianluca, o Dario, o Nagi, o Ajdi, o qualcun altro, avrebbero fatto volentieri una partita con lui.
     Dal pavimento continuava a raccogliere macchinine, modellini di aeroplani, palloncini, collane, formine vuote di nutella, carte da gioco, pedine di scacchi e dame e cavalieri, soldatini, biglie. E tutto metteva in tasca,  sotto le braccia, dentro i pantaloni, e persino faceva sacco con la maglia tirata in avanti, e riempiva le calze, e si imbottiva, e aumentava di volume, aumentava, aumentava, e sua madre gridava con le mani ai capelli  pazzo, sei pazzo.
Certamente non lo avrebbe aiutato.
A squarciagola gli gridava così:
“Muoviti! Si sta facendo sera e se perdi altro tempo finisce che non troverai nessuno ai giardini. Ma è mai possibile! Ogni volta la stessa storia! Vedrai che adesso incontriamo tutti i tuoi compagni che ritornano verso casa, perché è già sera ed è ora di cena ed è ora di smetterla, così non si può continuare non si può continuare cosìììììì!”
Insomma, sua madre era disperata e non ce la faceva più.
      Il viso di Luigino era assurdo e insopportabile, anche per una madre. E cosa poteva fare quella povera donna se non sfogarsi di tanto in tanto? Non poteva mica ammazzarlo!
“Mettiti gli occhiali piuttosto!” gli urlò nelle orecchie, quasi a voler concludere, menzionando un qualsiasi oggetto utile, che era lei a comandare, ad avere l’ultima parola, e non suo figlio.  Ma spesso era solo uno sfogo e una illusione.
Luigino continuava a raccogliere i giochini dimenticando le cose importanti come gli occhiali che il medico aveva consigliato di portare sempre per la vista. Dopo l’urlo della madre, senza sbattere ciglio, con flemma assoluta, aprì i cassetti della sua scrivania e, trovati gli occhiali, se li mise sul naso.  Un po’ di sbieco.
La custodia,  accartocciata, trovò posto in una tasca.
Naturalmente non aveva finito.
Riuscì a far stare sotto un braccio la piccola chitarra regalo di zio Giuseppe a cui mancavano tre corde e una rondella.
A forza di maltrattarla non suonava più nemmeno un do-re-mi.
Poi prese una scatola di pennarelli (ventiquattro) e un album da disegno,   nel caso, col sole del tramonto, gli fosse venuta l’ispirazione pittorica guardando le sponde del fiume.
La palla!  Accidenti, a momenti dimenticava la palla!
Prese la palla estiva tutta colorata e la strinse sotto un’ascella.
Sua madre, che cercava di ricondurlo alla realtà, gli gridò sconsolata e appoggiata allo stipite:
“Hai preso il fazzoletto?”
Non lo aveva preso.
Il fazzoletto era importante per un moccioso, come gli occhiali.
Era un oggetto dell’educazione, utilissimo, indispensabile.
Per questo non lo aveva ancora preso.
Lasciò cadere sul pavimento i giochi che gli ingombravano la mano destra e andò ad aprire un tiretto del comò da cui trasse lentissimamente  un fazzoletto con disegni di animali che, ancora più lentissimamente, costipò dentro una manica, perché nelle tasche sarebbe stato impossibile. Stragonfie com’erano, nemmeno  un respiro ci sarebbe potuto entrare più.
     Nel cassetto del comò che aveva appena aperto, notò la sua macchina fotografica finta, di plastica nera, con cui aveva giocato all’età di quattro anni. Non ricordava più di averla avuta.
Chissà come mai era finita in quel cassetto. Fu sorpreso e contento di vederla lì, così invitante.
Cedette al ricordo, alla nostalgia, alla tentazione. La raccolse con le sue manine abbronzate. Se la mise a tracolla.
Ora gli sballottolava sul petto.
Sua madre non ebbe più pazienza. In uno scatto di rabbia fotografò suo figlio all’infinito in quella posizione arrogante con la macchina ciondoloni. Scompigliandosi i capelli e sputando saliva gridò inviperita:
“FUOOOOORI!”.
 Lo acchiappò per un braccio e lo trascinò oltre la porta.
Luigino, mentre veniva scaraventato fuori, fece ancora in tempo a prendere un telefono azzurro col filo, la fionda, la pista con le automobiline, un camioncino a rimorchio, una carriola,  i secchielli con le palette, una trottola di legno col filo bianco di spago comprata da suo padre in Sardegna in una bancarella del porto di Olbia,  il sacchetto con le biglie di vetro  e la fortunella,   e prese al volo anche il fucile di legno appeso al chiodo, ed ebbe ancora il tempo di protestare e battere i piedi per terra, sul pavimento appena lavato, perché  il fucile era senza il tappo di sughero che gli faceva fare pum come un botto sturato.
Con una mano agguantò anche l’aquilone che si stropicciò.
E chissà quante altre cose riuscì a prendere senza che  ce ne siamo accorti.



IL TAXI GIALLO

Finalmente furono sul marciapiede.
Era pomeriggio inoltrato. Camminavano in fila indiana. La madre avanti   col broncio. Luigino dietro, barcollante, con tutti quei giochi appesi.  Ultimi seguivano i trisavoli che risvegliati dal fondo delle loro tombe scuotevano la testa per la commiserazione.
     La signora Antonietta aveva preso le distanze di parecchi metri.
Quasi si vergognava di andare in giro con un figlio conciato così  che sembrava un mulo da carico.
Luigino procedeva lentamente e goffamente, tanto era impacciato nei movimenti e sovraccarico di giochi,  cianfrusaglie, ninnoli, più fornito di un venditore ambulante sulla spiaggia. Trascinava il triciclo per il manubrio, i pattini a rotelle, la carriola. Aveva messo il fucile a tracolla, con il colpo di sughero in canna (che nel frattempo era riusciuto a trovare).  Nell’altra tracolla aveva messo l’aquilone.
Le due tracolle, incrociandosi, formavano sul petto e sulla schiena, due  X  così in evidenza che sembravano il marchio di un predestinato.
    Gli era caduta una paletta e, piegandosi per raccoglierla, aveva perso un fischietto. Lo raccolse. Con calma raccoglieva tutto. Gli erano cascati anche i pattini. La macchina fotografica, ogni volta che si abbassava, gli sbatteva sul petto. Alla madre, vedendolo in quello stato assurdo,  cascavano le braccia per la disperazione.
     La visiera del cappello gli faceva ombra sugli occhi. A malapena riusciva a distinguere dove metteva i piedi. Da lontano sembrava più un marziano in ferie che un bambino di sette anni diretto ai giardini pubblici per trascorrere un pomeriggio inoltrato.
Lungo la strada incontravano (come la signora Antonietta aveva previsto) molti bambini che rincasavano.
“Ciao Luigino” gli dicevano.
Luigino alzava la testa e sbirciava da sotto la visiera per riconoscere chi l’aveva salutato. E rispondeva al saluto.  Un' operazione che gli costava la perdita di almeno venti dei suoi colli trasportati che rotolavano in terra ai suoi piedi con scampanellii e clamori d’ogni sorta.  Non bastava un'ora per raccoglierli tutti.
Finalmente raggiunsero la strada asfaltata.
Al semaforo rosso si fermarono.
    Dall’altra parte della strada, dai giardini, giungevano le grida festose dei bambini che ancora non erano andati via. Luigino si mise a fianco della madre che si era fermata ad aspettarlo per attraversare la strada.  La madre infilò la mano in mezzo alla montagna di giochi e trovò finalmente la manina di suo figlio che dopotutto era suo figlio.
Si accingevano a camminare sulle strisce pedonali tenendo d’occhio il semaforo di fronte. Fu proprio in quel momento che accadde l’imprevisto.
Strano, inspiegabile evento che non avrebbero mai dimenticato nei loro giorni a venire. Un fatto che mai riuscirono a spiegarsi. Un fatto così strano, così impossibile, che non sembrava normale. Uno di quei fatti che lasciano il vuoto nello stomaco, una vertigine nella mente, una confusione dalla punta dei piedi alle doppie punte dei capelli irti.
     Erano sul ciglio del marciapiede quando, a poca distanza, videro un taxi giallo avvicinarsi. Una testa di bambino sporgeva dal finestrino con le mani gesticolando saluti e gridando:
"Mamma! Mamma!"


UNO STRANO EVENTO

"Mamma, Mamma"  gridava quella testa  di bambino sporgente dal finestrino del taxi. Stava chiamando la mamma di Luigino!
Il taxi giallo oltrepassò le strisce pedonali e si fermò a una decina di metri, oltre il semaforo, che intanto era diventato verde per i pedoni. Luigino e sua madre, mano nella mano, avevano cominciato ad attraversare.
Ora si trovavano proprio nel centro della carreggiata, nel cuore bianco delle strisce pedonali.
Un branco di automobili si era fermato impaziente al di là delle strisce pronto a ruggire e a scattare in avanti con i suoi artigli di caucciù.
Il bambino dal taxi continuava a gridare:
"Mamma! Mamma!"
La sua voce, i suoi capelli, il modo di muovere le braccia, i suoi occhi… Tutto di quel bambino era uguale a Luigino. Ma come era possibile? Luigino era lì, vicino a sua madre, mano nella mano, stavano  attraversando la strada. Come poteva essere sul taxi?  Eppure era proprio lui. E continuava a gridare:
"Mamma, mamma. Sono tornato, mamma"
Perché quell' allucinazione? Cosa significava? Chi dei due è mio figlio, si chiedeva la povera donna Antonietta. Che fossero entrambi figli suoi? Che fossero gemelli?  No, non poteva essere. Ricordava benissimo di averne partorito uno solo. Ma perché quel bambino la chiamava mamma?
La signora Antonietta si era guardata intorno più volte per assicurarsi che non ci fossero altre donne destinatarie di quella invocazione.
Non c’erano altre donne.
Solo lei in mezzo alla strada. E Luigino.
Non c’erano dubbi: il bambino del taxi aveva chiamato proprio lei.
Dai giardini giungevano le voci lontane e confuse dei ragazzi che giocavano nella caldo primaverile. Dalle fronde dei platani un garrito di rondini.
La signora Antonietta sentì annebbiarsi la vista. Confusa guardava il Luigino che la chiamava dal taxi e poi il Luigino che teneva per mano. Questo Luigino tenuto per mano sembrava non si fosse accorto di nulla.  Era troppo assorto a stringere la sua montagna di giochi che ad ogni passo rischiava di sgusciargli via da ogni parte.
     L’altro bambino intanto era sceso dal taxi. Con le braccia aperte ora correva verso la signora Antonietta. Correva con le braccia aperte gridando quasi disperato  mamma, mamma.
    Era scattato di nuovo il rosso. La signora Antonietta e Luigino erano ancora in mezzo alla strada. Lei stordita, attònita. Lui inconsapevole.
     Le automobili scattarono con un balzo in avanti stridendo le ruote sull’asfalto selvaggiamente sfrecciando mordendo aggressive la strada senza badare ai due esseri umani che erano al centro della carreggiata. Nessuno accennò a fermarsi per consentire loro di raggiungere tranquillamente l’altro marciapiede.
Rimasero in balìa dei mostri meccanici e dei loro rombi assordanti che a destra e a sinistra sfioravano i loro indumenti e la loro pelle producendo un brivido e un vento.
Fu proprio in quel momento che Luigino sentì la tonda palla colorata che stringeva sotto l’ascella sfuggirgli via.
La palla cadde a terra. Rimbalzò.
La vide di nuovo rimbalzare, rimbalzare più volte sulla strada allontanandosi. Luigino d’istinto la inseguì. Sua madre gli andò dietro, ma solo per poco. Sentiva la mano di Luigino che tirava  con tutte le sue forze. Tirava. Tirava. Gli stava sfuggendo di mano.
Dovette infine abbandonare la presa.
Luigino corse a perdifiato dietro la palla.
Si allontanava da sua madre sempre di più. Presto il suo marchio di predestinato, la sua X di tracolle che portava sulla schiena sarebbe diventata piccola piccola, si sarebbe confusa con il semplice segno della moltiplicazione, poi con la piccola x delle schedine del totocalcio, e infine sarebbe scomparsa del tutto.
     Il bambino del taxi invece correva incontro alla signora Antonietta col suo struggente grido e con le braccia tese in avanti.
La signora Antonietta era pallida, smarrita in mezzo al frastuono delle auto. Impaurita anche. Bisognosa di sali e medicinali. Cominciò a stare malissimo e quasi sveniva sulle strisce bianche che sembravano infermiere distese.
Pur con la mente annebbiata e il giramento di testa e il batticuore impazzito, riuscì a scorgere Luigino che si allontanava rincorrendo la palla, pedone e indifeso, in mezzo alla giungla di automobili che sfrecciavano radenti al suo fianco.
“Mio Dio! Luigino, Luiginoooo…”  gridava.
C’era il pericolo davvero.
Ma Luigino era talmente assorto nel rincorrere la palla che non si accorgeva di nulla, né del pericolo, né del grido di sua madre, né si era ricordato di guardare a sinistra e a destra prima di attraversare la strada come gli avevano sempre insegnato.
     L’altro bambino continuava a gridare mamma mamma e si avvicinava correndo. La signora Antonietta non sapeva più che figlio pigliare.  La palla saltellando sull’asfalto andò a finire laggiù.
Rallentò. Sembrava si stesse fermando.  Ecco, si ferma… No.
Diede spettacolo di sé con una snervante avanzata millimetro dopo millimetro, finché, con l’ultimo millimetro, non oltrepassò lo scalino del marciapiede e si avviò giù per la discesa.  E Luigino dietro.
La rincorreva con tutte le cianfrusaglie di giocattoli addosso che sballottolavano e suonavano come nìnnoli e nàcchere all’ària.
La palla incontrò ostacoli d'ogni sorta: ciuffi d'erba, sassi, mucchietti di foglie. Li superò. Superò il gradino di un altro marciapiede, e rotolò giù verso i giardini proseguendo la sua corsa  sempre  con  nuovo  vigore saltellando qui e saltellando là come impazzita.
Finì in un tombino.
    Il tombino era vicino alla fontana dei giardini sempre otturata dalla sabbia. Un paio di operai del Comune vi stavano lavorando armati di grosse chiavi inglesi, piegatubi, cacciavitoni e tenaglie. Indossavano una tuta azzurra unta di grasso sino al cappello. Uno dei due, il più grasso, se ne stava inginocchiato nel tentativo di stringere un dado con la chiave inglese. L'altro, che dall'accento sembrava un meridionale del Sud, alto esattamente come la pala che era appoggiata alla fontana di ferro, se ne stava in piedi a guardare. Luigino, senza pensarci due volte, inseguì la palla nel tombino che gli operai avevano lasciato aperto.  Le due tute azzurre se lo videro passare davanti come un fulmine.   Prima di sparire dentro il buco, Luigino diede un forte strattone per farci entrare anche il triciclo che era rimasto impigliato sul bordo. Lo strattone strappò la tromba supplementare del triciclo, quella di gomma, che Luigino aveva messo sul manubrio, vicino al campanellino d’ordinanza. Gli piaceva suonare con quella tromba per far vedere a tutti che aveva un triciclo truccato, e si dava anche le arie. Ma nemmeno se n'era accorto che la sua tromba di gomma era rimasta lassù,  rotta,  sul bordo del tombino.
La mamma di Luigino, ancora in mezzo alla strada, gridava:
“Aiuto! Aiuto!”.
Ma nessuno accorreva.
Vide laggiù, vicino alla fontana, scomparire suo figlio dentro il tombino: prima i piedi e le gambe, poi la schiena con la x, poi la testa, poi il berretto. Infine notò la tromba di gomma nera del triciclo.
L'unica cosa rimasta di Luigino.
      I due operai del comune restarono in piedi a commentare quel fulmine che si erano visti passare sotto il naso a ciel sereno. Tastarono più volte con le dita il cimelio rimasto, cercando di capire com’era fatta la tromba di un fulmine, e ci rimasero male quando scoprirono che era di caucciù.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:19 )
 

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