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ALIAS IN VIA SESOSTRI, di Dino Buzzati PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 08:41

 

 

ALIAS IN VIA SESOSTRI

di Dino Buzzati

 



                 La morte per infarto, a sessantanove anni, del professor Tullio Larosi, titolare della cattedra di ginecologia all'Università, e Direttore dell'Ospedale di Santa Maria Immacolata, comunemente detto La Maternità, fu un avvenimento per gli inquilini dello Stabile in Via Sesostri 5, di cui il Larosi era proprietario.
        Da quindici anni, cioè da quando sono venuto a stabilirmi in questa città, io abito un appartamento al terzo piano appunto di quella casa, e mi ci trovo benissimo.       
L'uffìcio della mia ditta -pubblicità e pubbliche relazioni- è invece in centro.
    
        Costruita negli anni venti, in uno stile sobrio che vagamente ricorda il barocchetto viennese, la casa di Via Sesostri 5 è la rispettabilità fatta pietra.
Prima di tutto il quartiere; oggi passato un po' di moda, ma sempre di ottima reputazione. Poi l'aspetto esterno, la dignità un po' severa dell’ingresso, la pronta e rispettosa sollecitudine del portiere e sua moglie, l'ariosità della scala, l'estrema pulizia di tutto, le stesse targhe d'ottone alle porte dei vari appartamenti, targhe esprimenti, per i nomi e per i caratteri grafici, sicurezza economica e alto tenore di moralità.
Ma soprattutto gli inquilini!  Uno migliore dell'altro, se si può dire così: professionisti reputati, mogli incensurabili, anche quando giovani e belle, figli sani, affezionati ai genitori, e dediti agli studi.
            Relativamente estraneo a questo solido mondo borghese, uno solo:  il pittore Bruno Lampa, scapolo, che ha lo studio in un’ampia mansarda:  però è nobile, dei Lampa di Campochiaro, di Modena.

         Innegabilmente il più illustre di questa piccola omogenea società  insediatasi nella casa,   era  il  proprietario  stesso, Tullio Larosi.
Studioso di fama internazionale, operatore dalle mani d'oro, anche nella persona esprimeva un superiore livello umano e intellettuale. Alto, magro, la corta barbetta grigia accuratissima, gli occhi vivi e penetranti che vi scrutavano intensamente dagli occhiali cerchiati d'oro, le mani aristocratiche e il passo lungo e un po' altero, la voce suasiva e profonda.
           Ci furono, da parte di noi inquilini, le dovute visite di condoglianza alla vedova, ancor giovane, perché il Larosi si era sposato già oltre la cinquantina.

         L'appartamento al primo piano era magnifico, senza arrivare ad essere sontuoso.
Ci impressionò lo stile in cui, da parte della famiglia, erano mantenute le manifestazioni di dolore e di lutto: né isterìsmi, né teatrali scene di disperazione come spesso si usano da noi, bensì una silenziosa e controllata compostezza che faceva sentire ancor più intensamente la gravità dell'accaduto.
        Ci si aspettava logicamente un funerale coi fiocchi. E infatti di primissimo mattino cominciò l'andirivieni dei preposti alle pubbliche onoranze, funzionari e addetti -lo si capiva lontano un miglio- della più seria e reputata organizzazione cittadina.

Nel cortile, alle ore nove, le corone di fiori formavano già, ai piedi delle tre pareti, una ininterrotta siepe di raro splendore.
Il corteo, informava il necrologio della famiglia, si sarebbe mosso alle undici.
Alle dieci, già la folla bloccava la strada, e i vigili urbani dirottavano per altre vie il flusso dei veicoli.
Alle dieci e un quarto giunsero, in numeroso e dolente drappello, le suore della Maternità.

Tutto si svolgeva con calma, ordine, silenzio.
Senonché, verso le dieci e venti, si ebbe una sensazione di un intoppo imprevisto, di qualcosa che non andava come sarebbe dovuto. Furono visti per le scale volti strani e tutt'altro che compunti. Si udì l'eco di una discussione vivace e nervosa, se non addirittura di un alterco, che proveniva dall'anticamera di casa Larosi. Seguirono, nella gente assiepata nell'àndito della scala e nel vestibolo dell'appartamento, segni evidenti di imbarazzo e confusione.
Riecheggiò perfìno, per la prima volta in quei giorni, un alto grido disperato, ed era la voce inconfondibile della vedova, signora Lucia.
       Incuriosito da quelle stranezze, scesi di due piani e feci per entrare in casa Larosi; era la cosa più naturale del mondo, anch’io ero in dovere di partecipare al trasporto funebre.
Fui però respinto.

Tre giovanotti, che non occorreva grande immaginazione per identificare quali agenti di pubblica sicurezza, invitavano energicamente ad uscire  la gente già entrata, e sbarravano il passo a quella che faceva atto di entrare.

Ne derivò quasi un tafferuglio, sembrando addirittura pazzesco, oltre che irriverente, un simile intervento.
In quel mentre, di là della densa cortina di teste in agitazione, intravidi l'amico dottor Sandro Luccifredi, commissario di polizia, capo della Squadra Mobile.
Accanto a lui il dottor Uscirò, capo della sezione omicidi.

      Luccifredi, quando mi scòrse, agitò alta una mano gridandomi:“Incredibile!Sentirai!Incredibile!”
Subito venni portato via dal rigurgito degli espulsi.

     Poco dopo, fattosi sul pianerottolo, il dottor Luccifredi annunciò alla folla: “Signore e signori, ho il dovere di informarvi che per causa di forza maggiore, i funerali del professor Larosi sono sospesi. Gli intervenuti sono vivamente pregati di allontanarsi".

        Non è difficile immaginare il vulcano di esclamazioni, commenti, discussioni, congetture, provocato dal brusco annuncio. Ma durò poco perché gli agenti provvidero a far sfollare prima le scale, poi l'atrio d’ingresso e infine il tratto di via prospiciente.
        Che cosa era successo? Perché era intervenuta la polizia?    Il professore non era deceduto di morte naturale? Di chi si sospettava? Il dubbio come era sórto?  Queste le domande che la gente si faceva.
Ma tutti erano fuori strada.

       I primi succinti dati sulla verità, di gran lunga più incredibile, si seppero all’uscita dei giornali della sera.  Né radio, né televisione si erano mossi.
In breve,  si trattava di uno dei più sbalorditivi colpi di scena nelle cronache del secolo: era sórto cioé il dubbio che il defunto, ginecologo illustre, titolare di cattedra universitaria e direttore di uno dei maggiori ospedali cittadini, non fosse realmente Tullio Larosi.
Ma fosse invece un medico di Torino, di nome Enzo Siliri, specialista anche lui in ostetricia, già ripetutamente condannato in tempo fascista per pratiche illecite, ed espulso dall’albo, quindi riemerso durante l'occupazione tedesca, fattosi complice dei nazisti e distintosi quale efferato criminale di guerra in un  campo
di concentramento della Turíngia, dove, a preteso scopo sperimentale, aveva seviziato, e praticamente squartato, centinaia di ragazze ebree. Quindi scomparso durante i sommovimenti della liberazione e invano ricercato dalle polizie di tutta Europa.

       La cosa era talmente enorme che gli stessi giornali, annunciando la inverosimile rivelazione in base a elementi forniti
dalla polizia, usavano la massima cautela, lasciando trasparire il sospetto che l'autorità stesse  per prendere un granchio mostruoso.
Granchio però non era.

        Nella medesima serata ci fu una cateratta di edizioni straordinarie con abbondanza di sempre nuovi e più trasecolanti particolari. Risultava che il famigerato Siliri, capitato in questa città subito dopo la fine della guerra, giovandosi di una vaga somiglianza, facilmente accentuata da una improvvisata barbetta, si era appropriato l'identità del professor Tullio Larosi, noto ginecologo che, osteggiato dalle autorità nazifasciste per via di una nonna ebrea, era fuggito nel 1942 con l'intenzione di trasmigrare in Argentina.  Raggiunta la Spagna era salito a bordo di un bastimento mercantile brasiliano che per errore venne silurato nell’ Atlantico da un sommergibile tedesco, andando perduto, corpo e beni.

Il Larosi era scapolo e i suoi soli parenti vivevano appunto in una remota "fazenda" argentina. In pratica la sua morte passò del tutto ignota, nessuno si curò della sua scomparsa, nessuno intervenne quando nell'estate del 1945 il Siliri comparve in questa città presentandosi come il ginecologo dovuto emigrare all'estero.

La sua fuga, le persecuzioni fasciste opportunamente drammatizzate nei suoi resoconti, le peripezie del Nuovo Mondo, gli conferirono un'aureola romanzesca. Per poco non venne esaltato come un eroe della resistenza.
Fatto è che qualche tempo dopo, il titolo di concorso per la cattedra gli fu assegnato quasi automaticamente.
E siccome non era un imbecille, e possedeva una cultura specifica, prolungare per lunghi anni la finzione non gli fu esageratamente difficile.
In quanto al vero Tullio Larosi era come se si fosse dissolto nel nulla, lui e l'intero suo parentado.
Così i giornali.

       Ora ci si chiedava come la verità fosse venuta improvvisamente a galla proprio in occasione dei funerali.
La spiegazione era semplice, dicevano le cronache: la registrazione del decesso all'anagrafe aveva fatto venire alla luce alcune discordanze tra i dati ufficiali e quelli che risultavano dai documenti del morto.
Di qui l'interessamento della questura e tutto il resto.

         In realtà questa tardiva scoperta aveva molto del misterioso.
E lasciava molte perplessità nei conoscenti, soprattutto tra i coinquilini della rispettabilissima casa, dominata ora da una atmosfera di disagio.
Sembrava quasi che il disonore, subitamente caduto su un uomo
già stimato modello di virtù civile, si allargasse intorno, contaminando pure quelli che per anni gli erano vissuti accanto.

        Confesso che anch’io ero rimasto profondamente scosso.
Se un valore umano così venerato e degno crollava di colpo nel fango e nell'obbrobrio, a che cosa si poteva credere più?

        Ad eccitare la mia inquietudine intervenne una telefonata che mai mi sarei atteso. Mi chiamò a casa, una mattina, il dottor Luccifredi della squadra mobile.
Ho detto che Luccifredi era mio amico. Ho sempre tenuto ad avere tra i miei amici qualche grosso personaggio della questura. E' una cosa che dà tranquillità e sicurezza; nella vita non si sa mai.
Luccifredi lo avevo incontrato alcuni anni prima in casa di comuni amici, mi aveva dimostrato subito viva simpatia. Ne avevo approfittato cercando di incontrarlo fuori ufficio, invitandolo a pranzo, procurandogli interessanti conoscenze. E ci si vedeva abbastanza spesso. Mai però era capitato che mi telefonasse al mattino.
"Ciao Andratta" mi disse "Sarai rimasto sbalordito, no? L'illustre professore! Il tuo rispettabile padrone di casa!"
"Eh, puoi immaginare"  risposi, senza capire dove volesse andare a parare.
"Suppongo anche che sarai curioso di sapere qualcosa di pìù, vero? I giornali hanno detto e non hanno detto"
"Si capisce che sarei curioso”
“E se ti raccontassi tutto quanto io? Perché non ci vediamo? Che cosa fai stesera?"
          Venne a pranzo. La mia cameriera, ai fornelli, è formidabile, gli amici sono lieti di approfittarne. La pregai, per l'occasione, di dare il meglio di sé.

       Eccoci dunque a tavola, tranquilli, con dinanzi un piatto di impeccabili cannelloni alla crema e un bicchiere di Chateau Neuf du Pape.
           La luce a picco del lampadario fa risaltare la profonda cicatrice scavata nella guancia sinistra di Luccifredi. Il suo volto segaligno   è ancora più arguto e penetrante del solito.
“Forse non ci crederai - mi dice - Ma era un anno e mezzo che lo tenevo d'occhio. Forse non ci crederai ma era un anno che sapevo la verità. Ma si continuava a soprassedere. Sai, lo scandalo, le ripercussioni negli ambienti accademici ...”
"E allora - dico - A maggior ragione, dopo la morte, potevate tacere..."
"No, perché c'era il problema dell'eredità".
“E vuoi dirmi come ti è venuto il sospetto?"
Luccifredi fa una bella risata: "Semplicemente una lettera anonima. Che veniva chissà da dove, perché il timbro postale era alterato. Anonima, ma circostanziatissima... Naturalmente poi si dovevano trovare le prove... E io scavo, sai, scavo. In questo, credimi, ho una certa abilità”.
"Ma possibile che in tanti anni nessuno lo avesse riconosciuto?"
“Uno c'era. Solo che Siliri gli chiudeva la bocca a suon di grana. Milioni su milioni. Abbiamo trovato un taccuino con segnati gli esborsi e le date. Con noi però l'uomo non si è fatto mai vivo ...”
"E allora che prove avevate?"
"Anche qui molto semplice. Le impronte digitali lasciate dal professore all'ospedale. Quelle di Siliri erano all'archivio di Torino".
"scusami, sai, la faccenda mi diverte. Ma allora tu che cosa hai scavato? Avete trovato la pappa fatta, no?".
“E chi lo sa?". Scuote il capo con espressione ambigua. "Come escludi per esempio che a scrivere la lettera anonima non sia stato proprio io?"
E fa un'altra bella risata.
Io invece, chissà perché, non sono capace di ridere. Gli dico: "Non è un po' strano che tu mi dica queste cose?”
"Strano non è - risponde - Forse un giorno capirai il motivo... Eh, io scavo, io scavo… io sono paziente... So aspettare ... Il momento giusto verrà".
“Infatti è venuto”.
"È venuto. E verrà"
"Verrà come?"
“Eh, io scavo, scavo ... Per qualcuno il momento verrà. Una strada elegante, Via Sesostri, una Via che fa indirizzo, vero? Specialmente al numero 5... Tutta gente intemerata. Eh eh eh, ma io scavo, io ho scavato..."
Sono impallidito? Non so. Gli dico:
“Confesso che non ti capisco".
“Ma Capirai” fa lui con il sorrisetto delle grandi occasioni, ed estrae un taccuino. "Vuoi proprio sapere?  Vuoi che ti dica tutto? Ma sarai poi capace di tacere?"
"Penso di sì"
Mi fìssa in silenzio "Sì - conclude - Ho motivo di ritenere che tu tacerai".
"Ti fidi?"
"In un certo senso mi fido. Adesso ascolta" e intanto sfoglia il taccuino. “Il commendator Guido Scoperti, lo conosci?"
''Abita di fianco a me, la porta qui accanto"
"Bene. Che ne diresti se venissi a sapere che Scoperti è un nome fasullo? Che lui in realtà si chiama Boccardi, Guido Boccardi, di Campobasso, e che sulle sue spalle sta un carico pendente di otto anni di reclusione per bancarotta fraudolenta? Grazioso eh?”
“Non è possibile!"
"Boccardi Guido fu Antonio, condannato a nove anni nel 1945. Nel 1946 amnistiato per un errore di trascrizione. Dal settembre del medesimo anno ricercato".
"E ve ne siete accorti adesso?"
"Un mese fa.  E il nome Germiniani Marcella ti dice niente?"
"È quella che abita al primo piano. Piena di soldi. Ha una Rolls Royce".       
“Bene. Cadresti dalle nuvole se si scoprisse che la benestante vedova non si e mai chiamata Germiniani, bensì Cossetto. Maria Cossetto, processata per uxoricidio, assolta in prima istanza, in appello condannata all'ergastolo in contumacia e da allora uccel di bosco? Che ne dici?"
“Tu hai voglia di scherzare!"
“E il noto dottor Publiconi, quello che abita al secondo piano, proprio qui sotto, presidente della Federazione pugilistica, ti farebbe impressione apprendere che il suo vero nome di battesimo è Armando Pisco? Non ti dice niente il nome Pisco? Non ti ricorda niente?"
“Beh, ci fu un processo in Francia, tanti anni fa"
"Per l'appunto. Maniaco sessuale, detto lo strangolatore delle Halles. Condannato alla ghigliottina dalle Assise della Senna, evaso alla vigilia dell'esecuzione...     Ne hai mai osservate le mani?"
“Hai una bella fantasia!"
"E Lozzani? Armida Lozzani, creatrice d'alta moda, che occupa tutto il quarto piano? ... Il suo vero nome è Marietta Brístot,  cameriera tutto fare, fuggita con tre milioni di gioielli e condannata in contumacia a cinque anni...
Squisita,sai,questa fagianella ai capperi, complimenti, davvero!
Ma non basta: il conte Lampa, Lampa di Campochiaro, pittore neoimpressionista, locatario della mansarda, te lo raccomando il tuo conte, che in realtà è monsignor Buttafuoco, primo segretario alla nunziatura apostolica di Rio de Janeiro, organizzatore della famosa Opera Apostolica di San Severio, in parole povere appropriazioni indebite per oltre 50.000 dollari, dopodiché fuga, latitanza e dissoluzione nel nulla".
"Così -faccio io-  Sono tutti sistemati. A salvarsi, il solo a quanto pare, sarei io ...”
"Ah davvero?" fa Luccifredi alquanto ironico. “Guarda un po'. E io che scava, scava, credevo di aver pescato una cosettina anche per te".
Fingo stupore:
"Per me, dici?"
"Sì  egregio Serponella,  l'hai fatta franca dopo la strage di Lione, quando hai fatto saltare il palco delle autorità...  Ma una sia pur minima traccia l'hai lasciata... E l'Interpol mi ha interessato, e io ho scavato, al mio solito...Ed ora finalmente eccoci qua, io commissario Luccifredi capo della Squadra Mobile, e il caro amico Lucio Andreatta,  o meglio  Luis

Serponella, anarchico terrorista di vecchio stampo...
Credilo, mi dispiace veramente dovarti arrestare, sei un uomo simpatico... No, non agitarti, non illuderti, la casa è circondata da un doppio cordone di agenti...col repulisti che c'è da fare!'
"Sei in gran forma dottor Luccifredi - gli rispondo - Complimenti dottor Sandro Luccifredi, ovvero Carmine Nichiàrico, non è così?”

         Adesso è lui che fa atto di alzarsi, e si è fatto bianco in faccia, e le fagianelle ai capperi non lo interessano più.
"Che vuoi dire con questo Nichiàrico?"
"Nichiàrico Carmine fu Salvatore -e mi alzo in piedi- moschettiere della Banda Rossari, almeno tre begli omicidi a carico...”
       Lui beffeggia: “E sarei diventato capo della Squadra Mobile con un passato così brillante?”
"Beh, anch’io nel mio piccolo ho scavato. Inondazione del Polesine ... ti dice niente? La fìne eroica del vice-commissario Luccifredi travolto dalle acque mentre accorre in aiuto di una famiglia pericolante ... E dopo un paio di giorni la inopinata ricomparsa del valoroso quasi irriconoscibile, con la faccia tutta pesta e ferita...
 Sì, devo ammettere, Egregio Nichiàrico, che sei stato di una abilità infernale… Adesso, se credi, chiama pure i tuoi agenti..."
Anche lui si alza, non sogghigna più come prima.
"Bel colpo amico" - e mi tende la mano - Confesso che non me l'aspettavo. Bel colpo. Non mi resta che ringraziarti per lo squisito pranzetto".
“Aspetterai almeno il caffè, spero".
A fare il furbo adesso sono io
"Grazie ma è meglio che torni in ufficio. C’è un mucchio di lavoro arretrato... Arrivederci caro Serponella. E amici come prima".

 

 

 

 

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