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AI CONFINI DELL'HIMALAYA, di Giuseppe Tucci PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 08:23

 

 

 

AI CONFINI DELL'HIMALAYA

di Giuseppe Tucci

tratto da "Dei, demoni e oracoli" - Neri Pozza editore - 2006





Nel torrido pomeriggio del 13 giugno 1933, mentre il piccolo treno di Patankòt saliva faticosamente verso l'altopiano, vedemmo per la prima volta la neve. Erano le superbe giogaie della catena del Dao-landàr, emergenti come isole celesti dalla spessa caligine che al tramonto ammanta l'orizzonte. Per avere un po' di refrigerio ci sedemmo sui predellini delle vetture, ma senza nessun pericolo: la velocità del treno, a causa della fortissima salita, era inferiore al passo d'uomo.
Poco dopo il tramonto arrivammo a Palanpùr. Alle desolate distese di terra sabbiosa succedettero meravigliosi boschi di conifere e prati verdissimi. Non più l'atmosfera afosa e pesante della pianura indiana ma un'aria tiepida impregnata di forte odor di resina.
Con un camion trasportammo le  casse e il materiale della spedizione dalla stazione sino al bungalow oltre il villaggio, nel folto del bosco. La prima sera nel bungalow fu deliziosa. Potemmo dormire sopra un letto senza l'ossessionante frastuono del treno.
Il mattino del 14 giugno, alle sei, partimmo per Sultanpùr con un camion sfasciato, carico fino all'inverosimile. La vettura correva per la strada tortuosa come un ubriaco, sbandava, cigolava, sbuffava e vomitava l'acqua dal radiatore. Le poche scimmie che incontrammo fuggirono atterrite sui rami più alti degli alberi, davanti a un simile mostro.
Con sollievo arrivammo verso sera a Sultanpùr, dove trovammo i tre servi kashmìri: il capocarovaniere Kalil, il cuoco Abdul, e Sheikh, l'uomo di fatica. Tutti e tre erano veterani di spedizioni. Kalil aveva partecipato alla spedizione tedesca del Nanga Parbàt ed era salito sino a 7000 metri e Abdul era stato più volte nel Turkestan sino ai confini con la Cina.
Sultanpùr è un grosso villaggio di circa tremila abitanti, situato a valle del bacino del fiume Bias, in mezzo alle ultime propaggini del Pir-panjàl, sulle cui pendici si arrampica una folta boscaglia di abeti che muore sotto i ghiacciai e i picchi nevosi.
Fin dal primo giorno a Sultanpùr ci occupammo dell'organizzazione della carovana. Controllammo il materiale portato dall'Italia e quello acquistato in India: equa distribuzione dei viveri in modo che ogni cassetta contenesse il necessario per quindici giorni; verifica delle tende, dei lettini e di tutti gli accessori da campo.
Ogni giorno andavamo al bazar del villaggio. Sono interessanti, questi bazar di confine, per la grande varietà di tipi che vi si possono incontrare. Elegantissimi nelle semplici tuniche di pesante lana grezza, i pastori tibetani, con le loro greggi, trasportano lana e sale minerale da barattare con farina, tè, e manufatti. Monaci giovani e vecchi, vestiti di lana rossa sbiadita dal sole e dall'acqua, si aggirano con aria attonita tra i negozietti, abituati alle infinite distese desertiche dei pianori tibetani.  Alcuni pellegrini venivano dal lontano Kham e avevano attraversato tutto il Tibet a piedi. I mercanti di Sultanpùr preparavano anch'essi le loro carovane che si dirigevano a Leh e di là mandavano le mercanzie indiane fino al Turchestan. Belle e fresche le donne. C'era stata una fiera e le vedemmo ritornare a braccetto con grossi fiori intrecciati nei capelli nerissimi. Di solito sono esse che lavorano quanto, e spesso più, degli uomini. Non stanno mai ferme.
Al bungalow i giorni trascorsero veloci nei preparativi. Tutto il materiale era pronto. non rimaneva che la cosa più difficile: la scelta della strada e la formazione della carovana. All'alba del 21 giugno la carovana, composta da ventiquattro cavalli e diciassette carovanieri al comando di Kalil e di Abdul, lasciò il piazzale del bungalow per la prima tappa di diciotto miglia fino al ponte di Kelàt.
A Kelàt trovammo il campo già fatto in un piccolo pianoro sulla riva del Bias che per le recenti piogge scorreva velocissimo e turbinoso.
Il cielo si coprì di nerissimi nembi che sospinti dai primi monsoni si accumularono contro la catena del Pir-panjàl. Dopo cena dovemmo affrettarci nelle tende per la pioggia che cadde improvvisa e violenta: tuoni, lampi e un vento ciclonico. Verso mezzanotte ci sembrò che l'acqua si fosse avvicinata alle tende e ci alzammo per andare a verificare. La fioca luce della lampada elettrica non valeva a squarciare la tenebra in quella notte di diluvio. Il fiume era straordinariamente gonfio, spumeggiante e velocissimo.
Mettemmo due carovanieri a montar la guardia.
Dopo un'ora Ghersi tornò a fare un giro d'ispezione e trovò le guardie addormentate sotto la pioggia e l'acqua che già incominciava a scorrere tra noi e la strada. Decidemmo di trasportare tutti i bagagli sulla riva.
Così apparve l'alba, fredda, umidissima, triste. I carovanieri fradici e assonnati pigramente ricaricarono i cavalli e prima dello spuntar del giorno eravamo in marcia per Manàli.
In due ore coprimmo le due miglia che separano il ponte di Kelàt da Manàli, l'ultimo ufficio postale e telegrafico del Panjàb. Eravamo alle porte del Tibet e si capiva come nei secoli passati i re del Ladàkh, i principi dello Spìti e i capi tibetani avessero cercato di impossessarsene o di sorvegliarne le strade.
Mentre fervevano i preparativi per la prossima partenza, Alimàs, un prestigiatore ambulante che la fame aveva spinto fino ai confini dell'Himalaya, si presentò al nostro campo vestito da generalissimo napoleonico per darci prova della sua abilità. In poco tempo preparò i suoi strumenti misteriosi. Con prontezza eccezionale fece sparire oggetti, trovò sigarette accese nelle tasche dei presenti, fece crescere delle pianticelle in pochi istanti. Fu divertente, tanto più che quello sarebbe stato l'ultimo spettacolo del genere al quale avremmo potuto assistere per quell'anno.
Il 24 giugno Kalil fece il possibile perché la partenza fosse rapida e ordinata, malgrado l'irrequietezza dei cavalli ancora freschi e recalcitranti. Il tempo si mantenne nuvoloso e umido. Però a tratti, quando la nuvolaglia si squarciava, si intravedevano i nevai, le vette, e i passi che di lì a poco avremmo dovuto valicare.
La strada correva sulla sponda sinistra del Bias. A mezzogiorno arrivammo ai piedi della prima salita. A Ubala tutto ridiventava a poco a poco primitivo. Lasciati i mezzi meccanici, con la natura che si faceva più maestosa e infinita, anche l'uomo riacquistava quella semplicità di vita che nell'India l'influsso dell'occidente minaccia di far disparire.
Il panorama si allargò smisuratamente. Le valli, le foreste e il fiume si rimpicciolirono, divennero quasi evanescenti nella lontananza. Alla nostra sinistra s'elevava a 4.500 metri il Bias Rikhi con le sue guglie impervie. Il Bias, diventato un modesto ruscello, scomparve sotto un nevaio che ne nascondeva le sorgenti.
Alle 4,30 del 25 giugno partimmo alla volta del passo mentre i carovanieri stavano ancora caricando i cavalli.
Alle nove eravamo sul Rotàng. La neve era ancora molto alta. Faceva freddo ma non lo sentivamo. Il sole splendeva in un cielo turchese e si rifrangeva sulle guglie e sui picchi ghiacciati che scintillavano e brillavano e si inseguivano a perdita d'occhio.
Era il primo saluto dell'Himalaya.
Era un invito alle sue solitudini e ai suoi silenzi.
Ci prese il fascino ineffabile di quelle terre, in cui pareva quasi che più intensa e profonda fosse la vita dello spirito.

 

 

 

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