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NICO E I SUOI FRATELLI, di Aldo, Giovanni e Giacomo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 04:54

 

 

 NICO E I SUOI FRATELLI

di Aldo, Giovanni e Giacomo




RICORDI


... Sono assalito dai ricordi!  Per mandarli via, ve ne devo raccontare qualcuno.
Come sapete, eravamo nove fratelli e dormivamo tutti in una stanza, nei letti a castello.
Nove letti uno sull' altro.
Ci si giocava sempre il letto più alto a morra, perché su c'era un'aria così pulita e tersa… che crescevano alcune stelle alpine.
           Solo Ivannu non voleva dormire in alto, perché l'aria rarefatta gli faceva venire le allucinazioni. Si credeva un'aquila e si gettava in picchiata sulle pantofole di Nanneddu massacrandosi.
Il letto sotto era pattagorro  (intraducibile): regnava un aria da palude e chi dormiva lì doveva vaccinarsi come per andare in Congo: febbre gialla, malaria, beri beri, tze tze, e aiò aiò.
Quando si andava a letto era una festa. Solo per mettersi la paddana (tipo pigiama, ma nudi) ci volevano due ore sarde (pari a 1.58 ore vostre); per disporsi nei letti, altre due ore; per far silenzio, quattro minuti esatti perché al terzo minuto arrivava il babbo che con una tisana di cazzòtti ristabiliva la calma. Mi ricordo che si riciclavano i vestiti: il più piccolo vestiva sempre di merda!   
Il sabato si faceva il bagno nel mastello, non avevamo il bagno in casa, si scaldava l'acqua sul fuoco e si versava in questo enorme recipiente; poi, il nonno ci lavava uno dietro l'altro: gli ultimi due facevano la lotta nel fango!
            D'estate si faceva il bagno nel fiume che scorre nella gola di Orríbbiu.
L'acqua era così fredda che i pesci giocavano a palle di neve.
Totoi usciva sempre blu cobalto, e Franco riusciva addirittura a camminare sull'acqua. Si giocava a far saltare i sassi sull'acqua e anche loro cercavano di stare il più possibile fuori. Era anche il rito iniziatico dei più piccini: chi resisteva dentro l'acqua per più di dieci secondi o diventava il capo o ci lasciava le penne!


       Ricordo quando vidi la neve per la prima volta. Io e i miei fratelli straníti davanti ai fiocchi a far la gara per riconoscerli: « Guarda: Bittu, Sallàiu, Pattera, Mannaghero, Gaddau (il fiocco bisestile), Pìttiri, Mannu... ».  Come ben sapete non c'è un fiocco uguale all'altro per cui non è facile riconoscerli tutti, soprattutto quando nevica da béstia!
     Poi andammo a sciare, ma nessuno di noi aveva gli scarponi, così ci agganciammo direttamente gli sci ai piedi.
Totoi e Pòrtolu vennero ricoverati all'ospedale di San Iseras, e a Chiricu gli trapiantarono i  « piedi »  di una fòlaga che ancora adesso, a nuoto non lo batte nessuno.

          Ricordo quando feci la mia prima vacanza all'estero: i miei m'avevano dato tanta di quella roba da mangiare e da vestire che lo zaino pesava ottantaquattro kg. sardi (pari a diciotto metri lineari vostri).  Quando partii, dovetti salutare tutti i centodiciótto parenti e bere da ognuno un bicchiere di vernaccia. Al porto mi accompagnò una processione della Madónna di Saffàrru (in provincia di Oruòli) con in coda la banda del paese che intonava Ciribiribin che bél faccin in mio onore.
        Finalmente partii tra grida, saluti, lanci di fiori, urla e stridor di denti, per recarmi in posti lontanissimi. Dopo un viaggio estenuante, dopo aver passato frontiere, mari, montagne e terre sconosciute, arrivai alla meta: la Córsica, terra circondata da un mare stupendo, come la Sardegna, con spiagge bianchissime, come la Sardegna, con un sole che scazzòtta di brutto, lì non serve la crema, ci vuole il paradenti, come la Sardegna, piena di nuraghi e rocce, come la Sardegna... Ma insomma, pensai, non potevo restarmene in Sardegna?!




IL PRIMO AMORE


           Patònia... Patònia... Quando la vidi per la prima volta rimasi affascinato dalla sua bocca: aveva la bocca come una pianta carnivora e quando, tempo dopo, la baciai, rimasi stordito, perché baciava come un petardo; quando ti baciava ti scottava la bocca, vedevi tutti i colori e sentivi dei botti nelle orecchie.
Aveva gli occhi e i capelli nerissimi ed era leggermente strabica... leggermente, diciamo che era impossibile prenderla di sorpresa alle spalle.
      Per circa sei mesi la seguii e cercai di attirare la sua attenzione nei modi più svariati: le passavo di fianco in monociclo, atterravo nel cortile della scuola in deltaplano, scatenavo fìnte risse da cui uscivo grande vincitore, camminavo in equilibrio sui fili dell'alta tensione,   le dedicavo canzoni e poesie, finché il sette di giugno, ricordo ebbe- debbe (perfettamente), lei mi rivolse la parola; mi disse:
« Ehi tu, hai da accendere? »
Dio mio, io non fumavo e non avevo né fiammiferi, né accendino; cercai di far divampare delle fiammelle dallo sfregamento delle nocche delle mani, niente, provai con le unghie contro il muro, niente, provai grattando gli occhiali contro la cerniera dei pantaloni, niente, provai... provai… ma lei se ne era già andata sbuffando.    Il cuore mi colò a picco e caddi in disperazione psicomotoria fino al 21 giugno. Le ragazze sarde, il 21 giugno, il giorno di San Giovanni (da noi questo santo si festeggia 3 giorni prima che da voi), mettono due chicchi di grano in un bicchiere d'acqua, l'agitano con un dito e, se i chicchi nuotano uno vicino all'altro e si incontrano, è la conferma che i due innamorati sono fatti l'uno per l'altro; se i chicchi non si avvicinano……….continuano a muovere l'acqua finché si avvicinano.
           Scelsi quel giorno per dichiararmi perché è il più magico dell'anno e, siccome ero dóe (incredibilmente) timido, per farmi coraggio, mangiai un pezzetto di petteóghe... un fungo che cresce solo da noi. Un fungo allucinogeno. Sembra un porcino, ma cresce al contrario. Infatti non si vede e non si può trovare: è lui che trova te. Tu passi di lì per sbaglio, lui fischia, ti avvicini e ti salta nella borsa.
Se ne mangi un pezzettino ti dà vigore, coraggio e un leggero stato di euforía, se ne mangi troppo ti viene la cagarella (che tradotto vuol dire cagarella).
           Quando mi avvicinai alla mia innamorata, stava interrogando unn cuculo per sapere quanto tempo ancora doveva aspettare il suo uomo (questa è un'altra usanza del giorno di San Giovanni). Si recita una filastrocca e poi si contano i cu-cu di risposta del cuculo che corrispondono ai giorni di attesa. Patònia così recitò:


Cuccu di beddi peri
Cuccu di beddi mani
Quant'anni aju a stari
A Cuiani?


E il cuculo: cu-cu... cu-cu... cu-cu... zaaac. Ho dovuto farlo secco quell'infìdo animale, perché Patònia è superstiziosa e il cuculo andava avanti all'infinito.
Siccome il cuculo aveva fatto a tempo a cantare tre volte, aspettai tre giorni per presentarmi a lei.  Era il 24 giugno, il Piave mormorava (da noi mormora un mese dópo) e io avevo mangiato troppo petteóghe.  La sorpresi dal giornalaio e la invitai in spiaggia per il pomeriggio... lei accettò, io svenni. L'andai a prendere col vespino, lei si strinse a me... feci tutta la strada in prima, a cinquanta chilometri l'ora, i pistoni… mi tennero il muso per un mese.
         In spiaggia la stupii facendo un castello di sabbia di dieci metri cubi, giocando da solo a tamburelli e pescandole due aragoste in apnea a centoquaranta metri di profondità.    Lei mi guardava sorridendo... mi guardava... insomma... non si capiva mai dove guardasse.
           Al tramonto andammo sulla scogliera a guardare il mare, dall'alto. Mi feci coraggio, la cinsi col braccio, lei mi guardò, forse, e la baciai.
            Si dice che l'amore instupidisca; al contrario, fa vedere le cose con più chiarezza e l'energia si moltiplica. Si accende la vita.
Inutile dire che passai un periodo meraviglioso ma, siccome nulla è eterno, anche l'amore di, con e per Patònia svanì... come lacrime nella pioggia (avevamo appena visto Blade Runner).

 

 

 

 

cascna macondo

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:21 )
 

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