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MAGIA DEL MONTE BIANCO, di Walter Bonatti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 04:30

 

 

MAGIA DEL MONTE BIANCO

di Walter Bonatti

 (tratto da ”Montagne di una vita”)





Era pomeriggio inoltrato e camminavo tutto solo verso le regioni alte del Monte Bianco. I raggi obliqui del sole di fine estate accendevano di vivide tinte le ultime ondulazioni di rododendro, che frammiste a chiazze di primule e campanule davano al paesaggio un ingannevole senso di calore. A ristabilire le cose v’erano i numerosi bracci d’acqua cristallina che scendevano impetuosi dalle fredde, nude morene. Una selva di larici e abeti si arrampicava compatta per qualche centinaio di metri dal fondovalle, prima di smorzarsi sugli scoscendimenti tra le colorite macchie di Epilobium, di adenostile, e i cespugli di mirtillo che anticipano l’alto brugo. Ai soffi balsamici che giungevano dal basso, pieni di aromi di conifera, spesso si univa il profumo della terra: umido, grasso, un misto di odori di felci, funghi e ceppi in decomposizione. Sulle balze, ormai frequenti, spiovevano densi cuscinetti di silene trapuntati di fiorellini rosei, guarniti di grassi ciuffetti di Sempervivum, mentre nelle nicchie spiccavano gli ultimi anemoni, i ranuncoli dei ghiacciai, sparuti garofanini e cento altri fiori minuti dai nomi strani e dai toni vivissimi. I dossi apparivano spesso punteggiati di un bell’azzurro vivo o di un celeste delicato, a seconda che vi fiorissero, seppure ritardatarie, macchie di genzianella o di ”non-ti-scordar-di-me”. Nell’aria risonante di cascate d’acqua irrompevano i fischi delle marmotte, cui facevano da contrappunto i versi acuti dei gracchi, che eleganti e altissimi roteavano tra i pinnacoli mostrando indifferenza ai rigori delle altezze. All’orizzonte, al di là delle verdi giogaie, cominciavano a profilarsi le bianche cime dell’Isère; e il Grand Combin, più vicino, risplendeva con suoi nevai oltre i crinali della val Ferret.
   Sempre più tenebroso nell’ombra serale rimaneva confuso il paesaggio antistante, i ghiacciai opachi appena profilati dietro cui si alzavano informi muraglie di rocce merlettate. A esclusione del rifugio, eretto sul crinale del monte e che ignoravo nonostante i suoi grigi e invadenti cementi, non v’era traccia alcuna, non un segno recente di passaggio umano; gli alpinisti da queste parti sono come gi uccelli di passo, con la fine dell’estate se ne vanno. L’animo, per nulla infiacchito dalla faticosa marcia, era pieno di meraviglia, di attesa, di ricordi, e poiché nel pensiero tutto si collega ecco affacciarsi alla mente una serie di immagini fantastiche al cui centro mi ritrovavo protagonista.
   Le stelle si erano alzate l’una dopo l’altra e risplendevano nitide benché il chiarore diffuso della mezza luna crescente si riverberasse su tutta la montagna. Un cumulo di vapori che si stava formando a ridosso di un picco si assottigliò e in breve la luce della luna tornò a diffondersi su tutta la montagna. In quel freddo pallore ogni cosa risultava falsata nelle reali distanze e proporzioni, per cui sembrava di trovarsi in un modo immaginario dove tutto è possibile, popolato da spiriti allegri e grandi fantasmi. L’aria era piena di echi, di trasparenze e svelti colpi di vento si divertivano a rincorrersi. Assorbito da questa magia di forme opalescenti mi ero fermato e quindi disposto a passare la notte al riparo di una roccia, avvolto nel sacco a pelo.

   IL bivacco fu breve, poiché il rigore dei luoghi imponeva di riprendere il cammino nelle ore che precedono l’alba, le più sicure dai pericoli oggettivi. Erano dunque le quattro di una gelida notte settembrina quando ripresi a inerpicarmi su per la montagna, ormai senza luna, facendomi strada alla debole luce della pila frontale.
   Procedevo a zig-zag sul dorso pietroso che tante altre volte avevo risalito, oppure disceso, nel corso delle mie scalate, e a dare più intimità al mio cammino era proprio quel sottile fascio di luce che proiettavo dinnanzi a me, nelle tenebre, alla ricerca di un punto di riferimento. Dalle instabili morene ero approdato ai pendii nevosi e da qui alle rocce fessurate che mi avevano portato al Colle dell’Innominata. Era presto. La notte, che ormai si prolungava con il finire della buona stagione, era ancora profonda, tanto che mi bastò spegnere la lampada frontale per sentirmi come ingoiato dalla montagna. In attesa dei primi albori, mi accucciai appena al di là del Colle, nel sacco da bivacco, e aspettai in silenzio. A tratti sibilava il vento leggero, le stelle tremolavano lucentissime sopra le scure masse rocciose che mi circondavano; dal ghiacciaio di Frêney saliva ogni tanto il tonfo sordo di un seracco in movimento. Le grandi fortezze rocciose sopra di me avevano cominciato a schiarirsi e l’Aguille Noire de Peuterey, in particolar modo, si elevava verticalmente con spietata imponenza, incurante del piccolo uomo, fragile come un niente al suo cospetto. Alla pallida luce del giorno che stava nascendo cominciai a calarmi giù per il Canalino dell’Innominata, quel tetro salto roccioso di un centinaio di metri che immette sul ghiacciaio Frêney. Non v’è ghiacciaio sul lato sud del Monte Bianco che appaia più travagliato di questo, irto di pinnacoli pericolanti e rotto da fenditure spaventose. Qui l’unica sicurezza possibile è il gelo mattutino, che riduce il crollo dei seracchi, e la rapidità è la sola difesa per chi si presti ad attraversarlo. Conscio della sua fama sinistra avevo raggiunto l’inizio di quel dedalo di ghiacci frananti e a sbalzi cominciai a correre attraverso il Frêney: un ammasso scricchiolante di dorsi ispidi, di spire scagliose, detritiche, di biechi inghiottitoi pronti a ricevere tutto ciò che crolla convogliandolo fin giù nelle viscere della montagna. Erano bastati pochi minuti per compiere quella folle corsa e ora, fuori pericolo, potevo riprendere fiato e stupirmi al primo spicchio di luce rossa che compariva sulle creste sommitali del Monte Bianco. Ciò che avevo dinnanzi era uno spettacolo grandioso che affinava il pensiero e instaurava un intimo dialogo con la montagna selvaggia.
   Ora il sole aveva inondato di luce sfolgorante l’intero bacino superiore del Frêney, quaggiù si era invece levato un vento dalle raffiche taglienti che portava il gelo della notte. Superato un erto pendio glaciale avevo poi risalito un sistema di diedri rocciosi, a sinistra del pericoloso budello di ghiaccio che raggiunge la Breccia Nord delle Dames Anglaises. Ero così sbucato sula cresta dell’Aiguille Blanche, poco al di sopra del punto dove si approda abitualmente. Non ero nuovo alla spettacolarità di quel pulpito, ma quel giorno sembrò che il Monte Bianco volesse mostrarsi persino nei suoi misteri più nascosti.   Luci, forme e colori di quanto si vedeva da lassù apparivano quel mattino come l’apoteosi stessa del Monte, prova e simbolo a un tempo dl suo dominio, della sua magia. Ma, a dare i toni più elevati dell’incantesimo che emanava quella vista, ecco aprirsi sotto i piedi l’immenso ghiacciaio della Brenva. Si stendeva come un arazzo qua e là appeso alle alte guglie sommitali, e arrivava fin giù nella valle ricamato d’argento, incastonato di smeraldi, opali, acquemarine. E al di sopra della Brenva l’incanto non diminuiva. Qui, sporgenze sospese nel vuoto; là, inseminabili creste di scaglie gesticolanti, alternate a morbidi, lirici archi nevosi e cornici sospese un po’ ovunque che apparivano come un’onda oceanica gelata un attimo prima di frangersi. E poi le fiere sagome dei verdi ghiacci pensili, letteralmente appesi alle pareti, e le cupole immacolate, i candidi picchi acuminati come denti di squalo; e ancora torri dalle fiancate verticali, strutture aggettanti di levigati graniti rossi, altre sommità aguzze e altre ancora, coronate da pile di massi tutti crepe e fessure. Ma a impressionare maggiormente, anche perché più vicina, era l’Aiguille Noire che, isolata e superba, innalzava la sua punta a dismisura, ferendo il cielo.
   Ero completamente assorto nella meraviglia che mi circondava quando dal vuoto sottostante arrivò un eco tremendo, come lo scoppio di un tuono prolungato. Una frana si era distaccata dal fronte glaciale della Brenva e rovinava a valle sollevando una nube ribollente. Rabbrividii, conoscendone l’origine e le proporzioni. Tuttavia rimasi, estasiato, sul mio pulpito a seguire quel primordiale rito della natura fino al suo totale compimento; la valanga per lunghi minuti continuò a rivoltarsi su se stessa con l’urto e il rimbombo della sua rovina.
   Era tornata la calma ma il mio sguardo ancora indugiava là nel profondo groviglio di seracchi, veri palazzi di gelo sospesi sull’abisso. Quegli enormi ghiacci in bilico, il dedalo di crepacci, le sporgenze vertiginose, gli innumerevoli ponti di neve sospesi sulle voragini, l’eco pauroso degli schianti, nulla di più eloquente avrebbe potuto definire quell’irriducibile zona di morte.
   Dalle alte regioni da cui traggono origine i ghiacciai, provengono in gran parte i resti sbriciolati delle orgogliose montagne, sono scorie di pietra prodotte dalle ingiurie del tempo, precipitate a valle e ora trascinate avanti, anno dopo anno, dall’irresistibile corrente di duro ghiaccio. Vedevo perciò affiorare, nelle zone più basse di questo immenso bacino collettore, enormi rocce e immensi cumuli di pietre e di sabbia, che arrivati a un declivio, nel loro lentissimo viaggio, o sul ciglio di un salto, sarebbero prima o poi rotolati giù insieme al ghiaccio dando un senso di catastrofe. Ancora più basso, verso le foreste e al posto dei ghiacciai ormai disciolti, apparivano le vaste formazioni moreniche, cuneiformi o allungate a forma di sponda. Quelle enigmatiche testimonianze sfuggite al tempo parlavano di cose lontane e continuavano a porre interrogativi; era come se l’era glaciale fosse terminata appena ieri.
   In pace, completamente distaccato dagli affanni del mondo, me ne stavo a ridosso di uno spuntone proteso sul ghiacciaio della Brenva e guardavo la Terra così come l’avrebbe vista un’aquila in volo.
   Avevo ripreso a salire per rocce facili ma piuttosto insicure. Niente di ciò che toccavo pareva restare al suo posto e non di rado afferravo una scaglia che mi rimaneva in mano. Ciò accadeva ogni volta che mi inerpicavo su un tratto di parete rimasto a lungo immerso nella neve e dove il disgelo aveva poi liberato i resti dell’erosione rocciosa.
   Per l’elevata temperatura di pieno giorno, si era formata a mezz’aria, sulla Valle d’Aosta, una pesante foschia lanosa che tendeva a espandersi verso la catena del Monte Bianco. Non c’era ragione di preoccuparsi data la stagione, tuttavia la rapida evoluzione delle nebbie mi induceva ad accelerare l’andatura. Ben presto le cime più basse della catena scomparvero, ingoiate dalla cappa nuvolosa che navigò fino a raggiungere i ghiacciai presso il Colle del Gigante. Là, dove pochi minuti prima scintillava il sole e il cielo era azzurro, in un batter d’occhio si rivoltarono grandi cavalloni di vapore. Gettavano coni d’ombra sulle nevi e formavano voragini luminose attrabverso cui filtravano, come potenti riflettori, i raggi del sole.
   La nuvolaglia che ancora si alzava muovendo incontro ai picchi più alti, cominciò ad arrivare anche qui. Bianca e leggera dapprima, sfrangiò la cresta sopra di me, poi, divenuta consistente, oscurò il cielo e prima ancora che raggiungessi la Punta Gugliermina mi trovai avvolto in un’orgia di vapori minacciosi. Faceva freddo e nell’aria sfrecciavano corpuscoli bianchi, erano come duri chicchi di riso che rimbalzavano sul dorso delle mani e battevano sonoramente sui vestiti.
   Di colpo tutto il piacere della scalata se n’era andato, la montagna improvvisamente era diventata ostile e ancora una volta si palesavano la nullità e la fragilità dell’uomo di fronte alle forze elementari della natura.
   Per fortuna l’inconveniente non durò a lungo, come previsto, Le nebbie intorno a me diradarono, si sfilacciarono sugli spuntoni dove erano rimaste impigliate, e già alcune grotte si erano aperte nelle nubi verso il basso lasciando trasparire il riverbero dei ghiacciai. La stessa cosa avveniva anche sulla cresta nevosa che stavo ormai per raggiungere, e qui il riflesso del sole era talmente intenso da ferirmi gli occhi. Avevo appena varcato la barriera dei quattromila metri di quota e le alte creste meridionali del Monte Bianco svettavano ora dinnanzi a me con aumentata imponenza. Le nude rocce emergevano dalla neve con forme gigantesche e allungate, che davano alla parete l’austerità di una grande vetrata gotica. Fra quelle superbe strutture spiccava il Pilone Centrale di Frêney, quello per cui anni addietro avevo preso una botta che mi invecchiò di colpo. Pilone Centrale: bastava un ricordo ed era subito ieri!
   Ero ormai arrivato sulla prima delle tre punte nevose allineate alla sommità dell’Aiguille Blanche de Peuterey e il cielo era tornato stabilmente azzurro; sembrava poggiasse come una cosa solida sulle cime. Ma il colossale ambiente aveva appena cominciato a mostrare una grandezza scenica, che era anche bellezza austera. Si elevava dinnanzi a me il monolitico Pilier d’Angle e sulla destra si profilava la struttura più grandiosa e affascinante che l’opera del tempo avesse mai creato sul lato orientale del Monte Bianco: la parete della Brenva.
   Per apprezzare le opere della natura, come quelle dell’arte, bisogna trovarsi nel giusto momento e nel conveniente punto di osservazione, altrimenti se ne perdono forme, colori e proporzioni. Ebbene, dalla cima dell’Aiguille Blanche ora io dominavo questa parete, e nel contempo la vivevo avendola più volte scalata in passato da ogni lato. Riconoscevo infatti ciascun dettaglio di quella precipite architettura, su cui assurde fronti di ghiaccio appese al cielo creavano prospettive ancora più fuori dalla misura dell’uomo e dalle possibilità che lo limitano.
   Valicata l’ultima cima dell’Aiguille Blanche, mi calai sull’altra parete lungo lo scoscendimento di centocinquanta metri e raggiunsi le placide nevi del colle di Peuterey. Dell’intera scalata era il solo luogo pianeggiante, ma anche il più solitario, tagliato fuori dal mondo da enormi pareti frontali, e, sui due lati, da immensi vuoti battuti soltanto dalle valanghe. Era sul mezzogiorno, faceva un gran caldo e la neve, ammollandosi, mi aveva inzuppato fino alle ginocchia. Un lastrone roccioso spuntava dal colle come una bizzarra testa preistorica; decisi che sarebbe stato il mio bivacco fino a quando non fosse tornato il gelo a rassodare la neve.
   Disteso al sole, a piedi scalzi, crogiolandomi nel sopore di una stanchezza voluttuosa, osservavo gli alti crinali intorno a me sui quali le nevi, colpite frontalmente dalla luce intensa, sembravano risplendere di una propria incandescenza: vere barriere di inaccessibile purezza. Una bassa linea di nubi persistenti macchiava l’orizzonte verso le catene dell’Isère. Regnava un silenzio disteso, una pace profonda che induceva a pensare. Meditavo, infatti, sulle ore attivissime appena trascorse e su quanto ancora mi aspettavo dalla scalata solitaria.
   Amo ricercare me stesso nelle cose, nelle mie azioni. Sono anche geloso della mia indipendenza spirituale, per questo non avevo voluto dividere queste giornate con alcuno, ma viverle nell’intimità delle mie emozioni, a  contatto con una natura familiare e meravigliosa dalla quale sarei uscito come da un sogno. Felice di aver sognato.
   Passavano le ore. Inerte e alla deriva verso pensieri luminosi, mi ritrovavo più che mai immerso nel labirinto delle riflessioni, che mi portavano inevitabilmente verso la ricerca della mia verità. Perciò sentivo in me tutte le laceranti contraddizioni che sono nell’uomo, senza però riuscire ad approdare più in là dei nuovi contrasti che ne nascevano. Nel mio monologo ero comunque arrivato a dei punti fermi. Ero certo, per esempio, che nulla esiste sulla Terra che non sia di tutti, quindi anche mio. Sapevo che capire il bello significa possederlo. Potevo giurare che ci sono sempre delle porte da aprire in noi. Riconoscevo che le difficoltà non mettono alla prova la forza dell’uomo ma la sua debolezza. Inoltre mi affascinava collocare l’essenza della realtà soltanto nel riflesso del suo sogno. Ad altre difficili domande che mi ero fatto, e per alcune era rimasto aperto l’interrogativo, mi ero risposto che la vita, in definitiva, ha senso viverla con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. Ero conscio che non avrei mai potuto privarmi di ciò che ritenevo giusto fare, pur con tutte le paure che ciò comporta. Capivo che molte mie idee sarebbero suonate per lo meno strane a un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe stato suo. Sapevo ben radicati alcuni miei concetti e mi era sempre più chiaro che la mia stravaganza era forse preferibile a quella “saggezza” dei molti, laggiù, dove spesso la vita – incatenata dal consueto e regolata da tutte quelle pressioni che arrivano persino a trasformare l’arte e la fede in una merce – non è che una calma disperazione, un deserto di egoismo e di apatia. No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.
   Quando mi ripresi dai miei pensieri il disco del sole stava per scomparire dietro la cresta di Brouillard. Mi rivestii di tutto ciò che avevo poiché l’aria raggelò subito e il cielo ingrigito assunse una fissità glaciale. Passò altro tempo, che occupai nel prepararmi qualcosa di caldo, e in piccole altre faccende; poi osservai il tramonto fino all’ultima pennellata di rosa che scoloriva nel cielo.
   Scomparso l’obbligo di tentare un’ultima fotografia riposi l’apparecchio nello zaino e mi coricai felice nel sacco a pelo, sulla stessa pietra di prima.
   La luna crescente che inondava il cielo, luminosissima, aveva impedito alla notte di incupirsi, ma non di diffondere la sua calma infinita. Tutto era immobile nel gran gelo settembrino, il silenzio intatto, non giungeva il minimo scricchiolio dai ghiacciai, non un lontano mormorio di fiume dalle vallate profonde, non c’era neppure un alito di vento; brillavano soltanto le stelle, un grande mare di stelle dentro cui ci si confondeva. Così mentre la fredda luna allungava e ritraeva sulla neve le sue lame di chiarore spettrale, io ero lì, incerta e fragile statua di ghiaccio, a respirare la magia di una notte che sembrava venire da altri mondi. Ero ebbro di solitudine e di quell’immaginazione che ti porta a volte dove vorresti essere.

   Più tardi, quando sporsi la testa dal mio riparo, c’era una fredda oscurità, la luna era tramontata. Non ero riuscito a partire di sera al chiaro di luna come progettato, ma ora era nato in me il desiderio di assistere al prodigio dell’alba dalla cima del Monte Bianco; era perciò tempo di avviarsi. Uscii dal sacco a pelo e subito rabbrividii, il gelo sembrò paralizzarmi, poi prevalse il controllo mentale sulla sofferenza del corpo, e la temperatura sembrò più sopportabile.
   Il silenzio era di un’intensità che intorpidiva. Tornò in funzione la pila frontale e mossi i primi passi sul Colle. I piedi ramponati crepitavano sulla neve cristallizzata e a volte sembrava proprio di udire un urlo levarsi dalla montagna. Risalii le rocce innevate del Pilier d’Angle al cui termine, sull’affilata cresta nevosa, mi investirono alcune raffiche di vento cariche di sottili cristalli gelati. Colpiti dal fascio luminoso della mia pila erano sembrati frammenti di stelle.
   A separarmi dalla sommità ora non v’era che quello stupendo rostro ghiacciato che caratterizza il Monte Bianco di Courmayeur, l’antecima della vetta massima. Arrivai veloce in capo a quel ripido salto di cinquecento metri e appena varcata la grande cornice mi apparvero, dall’altra parte, i lumicini dei villaggi nelle valli ancora addormentate della Savoia.
   La tenue luce delle stelle bastava adesso a illuminare il cammino. Era un vasto, dolce pendio di neve asciutta e farinosa i cui profili si perdevano nel cielo. Da lì a poco riconobbi la cupola del Monte Bianco; pallida, quasi spettrale davanti a me.
   L’aria a oriente cominciò a schiarire. Si levò di colpo il vento dell’alba, frenetico, che sollevò qua e là nugoli di polvere bianca. L’atmosfera si faceva più sottile, trasparente, in armonia con l’azzurro del cielo sempre più turchese. L’aria era purissima, siderale come venisse da un altro pianeta; respirarla equivaleva a riempirsi i polmoni di cielo. Anche la neve su cui procedevo ora pareva trasformarsi in luce e appartenere sempre più alla volta celeste; si stentava a credere che tutto ciò posasse sopra solida materia, radicata sulla Terra.
   Il dosso si era assottigliato, avanzavo ormai su un lungo crestone di ghiaccio e quando questo si adagiò, mi trovai sulla cima del Monte Bianco.
   Avevo raggiunto la mia meta e ora mi sembrava di vivere un momento profetico. Non v’era che luce e spazio davanti a me, e immense catene silenziose ammantate di neve perenne. Ben distinti fra queste ondulazioni, a oriente, emergevano il Cervino e il Monte Rosa, dominati a loro volta da un arco di vapori rossi che preannunciavano il sorgere del sole. Sotto queste cime fluttuanti si allungavano le grandi vallate verdi, che apparivano cupe per la notte non ancora disciolta. Il vento soffiava libero sugli spalti ed entrava gelido sotto i vestiti, ma non durò a lungo, perché il primo raggio di sole fece il suo ingresso trionfale nel bianco oceano di silenzio.
   Quel che seguì appartiene più alla policromia dei sentimenti che a quella delle cose. Vero è tuttavia che le tinte calde dell’astro cominciarono a scivolare tra picchi, pareti, creste e canaloni creando un movimento caleidoscopico di luci e contrasti. Le cornici poco lontane presero a fiammeggiare di sottile polvere sospinta dall’aria e qui attorno, sulla neve, cominciarono a brillare migliaia di piccoli cristalli di gelo. Il cielo, solidamente azzurro, rimaneva la cosa più grande di tutte ed abbracciava lontananze che stancavano lo sguardo. Le catene si accavallavano, si fondevano, tornavano a separarsi senza un’apparente ragione. Infiniti affioramenti emergevano alla rinfusa, le belle creste giocavano con le proprie ombre contendendosi la luminosità dei nevai, e i ghiacciai, laggiù, sembravano grandi laghi di luce incuneati tra le vette e sconvolti da improvvise burrasche di crepacci. Era un tripudio di splendori inviolati che la natura mi offriva con abbandono e ciò nutriva il mio animo. I pensieri lievitavano nel costante fluire dalle cose alla mente e dalla mente alle cose, sentivo nascere in me emozioni nuove, dimensioni ignote che sfuggono sempre al tentativo di spiegarle. Totalmente affondato nell’intima solitudine prendeva sempre più slancio la fantasia, adesso più che mai vedevo con gli occhi della mente, ascoltavo il grande respiro della natura, davo proporzioni umane agli infiniti, spaziavo fino a confondermi nell’universo; sentivo tutta la bellezza e la meraviglia dell’esistenza. Avevo finalmente trovato la verità, la sola verità possibile al di là di ogni supposizione. Era la verità del cuore.

 

 

 

 

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