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BREVE VITA FELICE, di Mario Rigoni Stern PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 04:18

 

 

 BREVE VITA FELICE

 di Mario Rigoni Stern

(tratto da “Amore di confine”)




Andando qualche volta per i boschi a raccogliere legna per riscaldare il mio inverno, o anche solo a camminare, o a prendere su qualche fungo per insaporire il risotto, mi capita sovente di essere lacerato nei nervi dal fracasso delle moto da cross. Possibile che tutti abbiano bisogno di chiasso? In contraddizione al vuoto interiore che oggi sembra tanto esteso, in questa bella mattina di un autunno luminoso e colorato mi è venuto caro il ricordo di una ragazza che conobbi non molto tempo fa.
   Venne a casa mia un pomeriggio assieme a suo marito; sulla porta, prima di entrare, si levarono le scarpe da montagna e poi vollero sedersi su pavimento. Erano venuti da altre montagne per conoscermi e per parlare di un mio racconto che avevano letto, e che lei voleva tradurre in inglese per un editore americano. Desideravano dei ragguagli a proposito di certi nomi e vocaboli scritti in una lingua ormai scomparsa. Il conversare di lei era semplice ma molto appropriato, come la sua figura e il suo vestire: il viso abbronzato ma senza trucco, i capelli tagliati corti, gli occhi luminosi e ridenti e l’aspetto delicato contrastavano con le mani che erano callose e coperte da graffi.
   Finito il discorso letterario parlammo di lavori di montagna, di paesi e di gente. Ma io desideravo sapere di loro, che avevano percorso quasi cento chilometri su una vecchia “500” per venirmi a trovare. Si erano sposati da poco e, con altri fratelli di lui, avevano comperato da un comune dei lotti di bosco ceduo in piedi; ora lavoravano a tagliare faggi, roverelle e ontani su per le rive ripide della valle; poi avrebbero dovuto allestire le teleferiche per fare scendere in strada la legna ridotta a tronchi di un paio di metri e quindi trovare i clienti che la comprassero. Nei giorni che non potevano lavorare per l’inclemenza del tempo, lassù dentro il loro ricovero, lei aveva tradotto il mio racconto accanto al fuoco che affumicava gli occhi e le pagine dei quaderni.
   La mia curiosità cresceva, ma in quel primo incontro mi dovetti accontentare di sapere che lei si era laureata in lingue in una università americana e che lui era perito minerario, e che in attesa di un lavoro adatto ai loro studi avevano scelto di fare i boscaioli.
   C’incontrammo altre tre o quattro volte, perfino al Convegno internazionale su letteratura e montagna. Venni così a sapere altre cose; ma quello che più mi colpì fu quando mi raccontò con tanta semplicità del rapporto d’affetto filiale che, bambina, aveva avuto con Ezra Pound, quando a Venezia erano vicini di casa, e che lui, “il miglior fabbro”, le volle lasciare per ricordo la sua scrivania.
   Le ricordai allora di un giorno che ero andato all'Isola di San Michele e che lì, in quell’angolo aperto verso la Laguna, dove nella terra sopra l’acqua riposano poco distanti l’uno dall’altro Igor Fedorovi? Stravinskij, Sergej Diaghilev e Ezra Pound, vidi sopra la tomba di quest’ultimo un mazzo di fiori alpestri: capii che era stata lei, la piccola amica, a portarglieli dalle montagne dove era salita a tagliare i boschi cedui.
   Quando erano a lavorare lassù lei aveva tenuto un diario che mi fece avere in fotocopia e che ora è qui sul mio tavolo. “… è l’ottavo giorno di lavoro. Siamo saliti martedì 24 marzo. Avevamo già preparato la casera i giorni prima trasformando una vecchia casera anteguerra con tetto incerto, il pavimento in terra, l’involtura di ragnatele e polvere, un larin scoperto che lasciava il fumo salire dappertutto creando un soffitto opaco e soffocante, in una casa vera e propria: una metamorfosi magica dove l’intero è più degli elementi che ne fanno parte…”
   Loro lassù lavoravano sodo, ma scrive: “Le primule sono ancora in forza, specialmente dove la valle fa ombr?a e dove crescono i fiori bianchi che non conosco e che lui chiama erba stiga. Ho visto un ramarro che era di un verde chiarissimo. A valle ci sono i ciliegi come scoppi di colore bianco sui prati…”
   Una sera con l’aria fresca e il silenzio del bosco lei ha un incidente: con la roncola si taglia a un polso: “…mi sono presa dentro e mi accorgevo che con la faccia facevo una smorfia più di paura che altro e che avrei fatto prendere paura. Io vedevo che c’era tanto sangue e allora mi sono tolta la camicia e l’ho legata al polso e ho cercato di calmarmi, e poi non era più pauroso. Sentivo che non stavo male, che le gambe le avevo buone”.
   Ma il dispiacere era forte perché si era rallegrata per il fatto che mai si era ferita sul lavoro, però un giorno  “… in bisogno di dolcezza ho pensato che sarebbe stato facile farsi male quando intorno non ci si sente forti; e magari nel subconscio è un modo infantile di richiamare tenerezza; e pensavo che questo non è niente da scherzarci, per giochi mentali le conseguenze sono vere e non reversibili…”
   In questa fatica continua e dura trova anche il tempo di vangare “un quadratino dietro casa per mettere su l’orto. Io volevo e voglio fare qualcosa nelle ore di pomeriggio quando riposiamo, perché il giorno non sia solamente un alternarsi di lavoro e riposo. Ma ora piove. Lassù la mia ronca abbandonata sull’erba prima si lava e poi prende la ruggine”.
   Con il suo uomo gode la stagione, il lavoro, la natura; laggiù nella valle c'è altra gente, treni, il fiume, automobili che corrono verso le vacanze, ma lei in una pausa osserva non senza umorismo un ciuffo di genziane “di quelle grandi azzurro-cielo di notte araba, che sembrano altoparlanti del sottosuolo pronti a sganciarti qualche nota bassa e rombante”.
   Ogni tanto scendono a valle per fare rifornimento di viveri e un bagno, e quando ritornano lassù ritrovano la casera accogliente “come tornare ad una fonte perenne di cupa bellezza, un angolo preistorico della memoria”. Ammucchiano legna a grandi cataste vicino al cavo della teleferica che con gran fatica hanno teso sopra il bosco, la corda passa sopra una grande quercia “sembra qualcosa di Sweet family Robinson: questa quercia alta e grossa con le foglie crea un tetto, e sotto come un ponte su una nave, e sotto ancora il panorama”.
   E’ sempre innamorata del suo uomo, ritrova nei suoi tratti i segni della madre e del padre, nei fratelli di lui vede scorci della sua infanzia e della sua giovinezza, nei genitori profezie del futuro. “Io vivo sempre conscia della sua giovinezza. Come si fa ad essere così conscia invece di viverla e basta? Come se avessi cento anni”.
   L’anno scorso finirono il lavoro del bosco; in primavera lui andò a lavorare lungo una strada verso l’Austria: Lei era rimasta a casa come la donna di un emigrante, ma ogni sabato con la vecchia “500” andava a trovarlo. Erano i giorni del gran caldo e lei camminava verso la sua felicità. Un abbaglio? Un malessere? La piccola vettura sbandò e si aperse una porta. Venne lanciata fuori e la ritrovarono nel prato tra i papaveri rossi, con le braccia aperte a guardare il cielo.

 

 

 

 

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