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UNA CASA NELL’IMMENSITÀ DELLA PRATERIA, di Mary Cholmondeley PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 02:54

 

 

UNA CASA NELL’IMMENSITÀ DELLA PRATERIA

di Mary Cholmondeley





Ferma davanti alla bassa finestra, guardava verso la prateria. Era caduta un po' di neve. Non molta, quel tanto sufficiente per aggiungere un senso di desolazione alla sterminata pianura, all'esterno delle quattro anguste pareti della capanna di tronchi. La capanna di tronchi era simile a una piccola imbarcazione, attraccata in qualche vasto, invalicabile mare senza maree. Nei primi anni della sua vita coniugale, l'immensità della prateria le aveva dato un senso di oppressione, ma piano piano si era talmente abituata e riconciliata con essa, che se ne sentiva quasi parte. I fili grigi erano apparsi presto, fra i suoi folti capelli, insieme con una strana fissità nel tranquillo e coraggioso sguardo. Si capiva dal suo volto, calmo e risoluto, che non era dedita a stati d'animo depressi, eppure quella sera, mentre guardava fuori, in attesa che il marito tornasse, in attesa di scorgere il primo, lontano puntolino, là ove il solco del carro spariva nella prateria, un senso di sciagura incombente l'avvolgeva, insieme all'imbrunire. Forse perché era caduta la prima neve? Dio mio, quante cose diceva! Per lei era significativa quanto il cereo pallore che si diffonde sul volto di un uomo malato. Annunciava l'interminabile inverno, l'isolamento maggiore, l'impossibilità di muovere mani e piedi, sotto quel sudario che I'avviluppava. Significava lotta, non per l'esistenza - accanto a lui era tranquilla - non per il lusso - aveva ormai cessato di tenerci, anche se lui se ne rammaricava per amor suo - ma per la vita in tutti i suoi aspetti, salvo quelli più meschini. Libri, lettere, parole umane, durante i lunghi mesi le sarebbero stati negati quasi in assoluto. L'improvviso ricordo delle più vaste esigenze della vita inondò la sua anima, conferendo una passeggera sembianza di movimento a tante cose avute care nel passato, ma ora morte da tempo, come certe delicate piante marine che non possono esistere nei lunghi periodi di siccità, quando la bassa marea non arriva fino a loro. Sapeva quello che faceva, quando, contro la volontà dei familiari, lei, del sud, aveva sposato lui, del nord; quando aveva lasciato l'industriosa vita cittadina che conosceva, per restare vicina al marito, seguendolo oltre il margine del mondo, così come fanno tutte le donne, finché hanno i piedi per camminare. Gli era superiore per nascita, per cultura, per raffinatezza, ma non si era mai pentita di ciò che aveva fatto. Era lui a provare rimpianti per lei, per la povertà cui l'aveva costretta e alla quale non era abituata. Lei aveva un solo rammarico, ammesso che una semplice parola come rammarico potesse venire usata per descrivere la sua desolazione profonda e controllata, immensa quanto la prateria, perché non aveva figli. Forse se avessero avuto bambini le pareti della capanna di tronchi, in quella landa desolata, non si sarebbero strette attorno a loro in modo tanto inflessibile. Forse la capanna sarebbe diventata più simile a un focolare.
Mentre guardava fuori dalla bassa finestra, i suoi pensieri erano tornati all'antico modo meccanico di ragionare. Quante volte si era soffermata lì, pensando: «se avessimo potuto avere un bambino ». E ora, forse per la forza dell'abitudine, lo pensò di nuovo. Poi un lento senso di rapimento s'impossessò di tutto il suo essere, in un crescendo che la costrinse ad appoggiarsi tremula di gioia, contro il davanzale della finestra. Avrebbe avuto un bambino, dopo tutto. Sulle prime non aveva quasi osato crederei, ma col passare del tempo una tenue speranza, rapidamente soffocata perché insopportabile, si era tramutata in incertezza ansiosa, poi l'incertezza si era soffusa della violenta disperazione che precede la certezza. Finalmente, era arrivata la sicurezza, chiara, calma e squisita come l'alba. Avrebbe avuto un bambino, in primavera. Adesso, che importava l'inverno? Era soltanto un passo verso la felicità. Il mondo si era disgregato, per rinascere sotto nuova veste. La prateria, con il suo immenso isolamento e con la sua solitudine paragonabile alla morte, era sparita dalla sua vita. Avrebbe avuto un bambino, in primavera. Non aveva ancora osato dirlo al marito, perché voleva esserne sicura, ma quella sera glielo avrebbe detto, mentre sedevano insieme accanto al camino.
Immobile, nell'imbrunire che si addensava, cercò di mantenersi calma. Poi, finalmente, laggiù in distanza, vide apparire un puntolino che sembrava spuntare da una cunetta nel terreno piatto: suo marito a cavallo. Quante centinaia di volte lo aveva visto apparire sull'orlo del mondo, proprio come appariva adesso. Accese la lampada, la pose sul davanzale, poi attizzò il fuoco, fino a fare sprigionare una fiammata. Il riflesso delle fiamme danzava sulle pareti di legno, coperte fittamente da quadri di poco pregio, e sui pochi pre- ziosi ritratti che le ricordavano che anche lei aveva fratelli, sorelle e parenti lontani, in una di quelle città del sud ove la spietata guerra serpeggiava ancora.
Il marito portò il cavallo nella stalla, quindi entrò in casa. Ristettero per un attimo in silenzio, come al solito, e lei appoggiò la fronte contro la sua spalla. Dopo si affaccendò, per preparargli il pranzo, e lui sedette pesantemente alla piccola tavola.
- Questa volta hai avuto difficoltà, per riscuotere il denaro? - gli domandò.
Il marito era esattore delle tasse.
- Nessuna - rispose lui, distrattamente. - Cioè sì, un poco. Però ho riscosso tutto, compresi gli arretrati. È una grossa somma.
Pensava chiaramente ad altro. Lei non parlò più, consapevole che qualcosa lo turbava.
Il marito finì per dire: - Oggi, da Philip ho avuto notizie che non mi piacciono. Se l'avessi saputo in tempo, e se avessi potuto prendere in prestito un cavallo riposato, avrei proseguito subito. Era però troppo tardi per non essere rischioso e tu saresti stata in ansia per me, se fossi stato via per tutta la notte con tanto denaro addosso. Andrò domani, appena farà giorno.
Discussero degli affari che lo costringevano a recarsi alla più vicina città, distante una cinquantina di chilometri, ove avevano investito i loro pochi risparmi ... in modo piuttosto precario, era poi risultato. Chi e che cosa erano al sicuro, mentre l'invisibile guerra fra nord e sud continuava a serpeggiare? La guerra civile non si era avvicmata a loro, ma aveva finito per raggiungerli, così come un terremoto che sconvolge città in una parte dell'Europa, fa tintinnare una tazza, senza rovesciarla, su un ripiano in una casetta distante mezzo continente.
- Sono ottimista - disse il marito, sebbene il suo viso fosse rannuvolato. - Non vedo perché dovremmo perdere il poco che possediamo. Dio sa come è stato già abbastanza duro raccoglierlo. Probabilmente lo salveremo, agendo con prontezza e in accordo con Reynolds, però devo fare presto -.
Parlava ancora in tono distratto, come se stesse pensando ad altro.
Quando tirò fuori dalla borsa di cuoio i vari sacchetti con- tenenti il denaro, lei disse: - Vuoi che ti aiuti a contare?
Lo faceva spesso. Contarono le sottili e sudice banconote, che riposero quindi nei sacchetti contrassegnati da etichette.
- Il conto torna - disse il marito.
All'improvviso, lei disse: - Non potrai versarlo alla banca, domani, se hai intenzione di proseguire ...
- Lo so - disse lui guardandola. - È questo a cui ho pensato, dal momento in cui ho saputo le notizie da Philip. Non mi va di lasciarti con tutto questo denaro in casa, ma sono purtroppo costretto a farlo.
Lei tacque. Non era impaurita per sé, ma si trattava di denaro che apparteneva allo Stato, non a loro. Non era nervosa quanto lui, però aveva sempre condiviso col marito un certo timore, per quei sacchetti rigonfi, e aveva sempre provato sollievo nel vederlo tornare sano e salvo - non percorreva mai due volte la stessa pista - dopo avere versato il denaro. In quei tempi selvaggi, in cui gli uomini circolavano armati, per difendere la propria vita, era pericoloso che si sapesse che qualcuno aveva addosso grosse somme di denaro.
L'uomo guardò i sacchetti con la fronte aggrottata e la moglie disse: - Non ho paura.
Dopo un silenzio, il marito osservò: - Non è il caso di averne. Quando partirò, domattina, penseranno che sia andato a versare i soldi. Eppure ...
Non finì la frase, ma lei sapeva a che cosa pensava: alla grande solitudine della prateria.
Nella notte candida risuonò il breve, acuto latrare di un lupo.
- Non ho paura - ripeté lei.
- Starò via una sola notte - disse il marito.
- Sono spesso stata sola, la notte.
- D'accordo, ma, non so perché, mi sembra peggio lasciarti con tanto denaro in casa.
- Nessuno sa che lo lasci qui.
- È vero, ma tutti sanno che ho riscosso grosse somme.
- Penseranno che tu sia andato a versarle, come al solito.
- Sì - disse lui con sforzo. Dopo si alzò, per accostarsi alla cassetta degli attrezzi.
Lei l'osservò, mentre l'apriva, vedendolo in una nuova luce che lo circondava di amore ancora più grande. « Se glielo dicessi stasera» pensò, « sarebbe ancora più preoccupato, al pensiero di lasciarmi sola. Forse si rifiuterebbe di partire e invece deve andare. Glielo dirò soltanto al suo ritorno ».
La decisione di tacere somigliava a ciò che si prova afferrando un pezzo di ferro, coperto di brina. Non sapeva che sarebbe stato così doloroso. Si sentì pervadere da un inconsueto, strano
e dolce tremore, né vigliaccheria né paura, ma una sensazione estranea al cuore e alla mente, una specie di emozione in tutto il suo essere.
« Non glielo dirò» si ripeté.
Il marito prese fuori gli attrezzi, quindi sollevò un'asse del pavimento e ripose il denaro nella buca, dentro una scatola di latta, insieme con i loro pochi oggetti di valore. Dopo, rimise al suo posto l'asse, la riavvitò al pavimento e la moglie la coprì quindi con un tappetino di pelliccia.
Il marito ripose gli attrezzi, poi si accostò a lei. Era inconsapevole della sua trasfigurazione e la donna abbassò gli occhi, per timore di tradirsi.
- Partirò presto - le disse - appena sarà giorno, e tornerò dopodomani prima del tramonto. So che non è ragionevole, ma partirò più tranquillo se mi prometterai una cosa.
- Che cosa?
- Di non uscire di casa e di non lasciare entrare anima viva, per nessun motivo, finché sarò via. Spranga porte e finestre e resta in casa.
- Non avrò voglia di uscire.
Con un gesto impaziente, il marito disse: - Prometti che a nessun costo farai entrare qualcuno, in mia assenza.
- Prometto.
- Giuralo -. Poiché lei esitava, il marito disse: - Giuralo, per farmi piacere.
- Giuro che non lascerò entrare anima viva, con nessun pretesto, fino al tuo ritorno - disse lei, sorridendo.
Il marito sospirò e si lasciò cadere di nuovo sulla poltrona, abbandonandosi alla grande spossatezza.

L'indomani mattina lui si avviò, subito dopo il sorgere dell'alba, però non prima di aver procurato a sua moglie combustibile sufficiente per vari giorni. Durante la notte era caduta altra neve, neve fine come sale, non abbastanza abbondante però per intralciare il viaggio. Lei lo guardò allontanarsi e tacitò la voce che, quando il marito partiva, le diceva sempre:
« Non lo rivedrai più, hai udito la sua voce per l'ultima volta ».
Forse, dopo tutto, la differenza fra un coraggioso e un codardo consiste nel modo di affrontare voci come quella. Entrambi le odono. La tacitò senza indugio, ma la voce ripeté più insistente: «Lo hai udito e hai sentito il suo bacio per l'ultima volta. Non vedrà mai il viso del suo bambino ». Fece tacere di nuovo quella voce e andò a sbrigare le faccende di casa.

Il giorno trascorse, come erano trascorsi infiniti altri. Era abituata a stare spesso sola. Aveva lavoro da compiere, anche troppo, nella casetta che a primavera, grazie a Dio, sarebbe diventata un vero focolare. La sera giunse, quasi prima che se l'aspettasse. Sprangò la porta, chiuse le impòste delle finestre, si assicurò che la casa fosse ben difesa, come aveva fatto tante altre volte.
All'imbrunire si era alzato il vento, che soffiava leggero sulla neve, sfiorando porta e finestre come una mano furtiva. Le sembrava che giungesse da grande distanza, passando con un sospiro e tornando quindi lamentoso, solo e abbandonato, per sussurrare attorno alla casa.
Il suono del vento somigliava a quello di passi incerti, che si avvicinassero lentamente e girassero furtivi attorno alla casa. Le sembrò quasi che una mano avesse toccato le imposte, che stesse addirittura cercando di sollevare il saliscendi della porta.
Segui un attimo di profondo silenzio, in cui il vento pareva trattenere il respiro all'esterno, mentre lei tendeva le orecchie, poi risuonò chiaro un colpo bussato alla porta.
La donna non si mosse.
Il colpo echeggiò di nuovo, pressante. Esigeva una risposta.
«È’ il vento» si disse, pur sapendo che non era vero. D'un tratto ebbe freddo. Aveva creduto che la paura fosse un'emozione della mente, non aveva previsto quella lenta paralisi del corpo.
Riuscì ad accostarsi piano piano alla finestra, per togliere la spranga e socchiudere lievemente le imposte. Appoggiando il viso all'angolo estremo del vetro, riusciva a malapena a intravedere, al chiarore della neve, una figura maschile avvolta in un lungo mantello. Rimise a posto la spranga. Non era sorpresa. Adesso capiva di averlo sempre saputo. Aveva finto con se stessa che il ladro non sarebbe venuto, però lo aspettava quando aveva bussato. Era lì fuori e presto sarebbe entrato.
Bussò di nuovo, questa volta con maggior forza. Che bisogno c'era di non fare rumore, dato che per chilometri e chilometri non c'erano orecchie che potessero udire, eccettuato quelle di un occasionale coyote?
Poiché era il suo unico rifugio, fece appello a tutto il suo coraggio e si accostò alla porta.
- Chi c'è? - chiese, attraverso una fessura.
Rispose una voce maschile, sommessa e debole. - Fatemi entrare.
- Non posso.
Segui un breve silenzio.
- Vi prego di farmi entrare - disse ancora la voce.
- Vi ho già detto che non posso. Chi siete?
- Sono un soldato ferito, cerco di raggiungere i miei compagni
L'uomo accennò a un accampamento, circa cento chilometri a nord, poi aggiunse:
- Mi sono smarrito. Non posso trascinarmi oltre.
- Sono sola in casa - disse la donna. - Mio marito è via e mi ha fatto promettere di non lasciare entrare nessuno, in sua assenza.
- Allora morirò sulla vostra soglia - disse la voce. - Non posso trascinarmi oltre.
Segui un altro silenzio.
- Comincia a nevicare - disse la voce.
- Lo so.
L'uomo udì affiorare l'ansia nella voce di lei.
- Aprite - disse - e guardatemi, per rendervi conto se sono in grado di farvi del male.
La donna apri la porta e ristette sulla soglia, ostruendo il passaggio. Il soldato stava con la testa appoggiata contro lo stipite, nella posizione in cui lei aveva spesso visto il marito, quando le parlava nelle sere d'estate. Qualcosa nel suo atteggiamento, tanto simile a quello del marito, la commosse stranamente. E se avesse avuto bisogno di aiuto e supplicasse invano?
L'uomo girò il viso verso di lei. Un viso emaciato, devastato dalle sofferenze, un viso dall'espressione malvagia. Sotto il lacero cappotto militare, aveva il braccio destro appeso al collo. Si sarebbe detto che avesse compiuto l'ultimo sforzo e ora la fissava intontito.
Quasi con un singhiozzo, la donna disse: - Mio marito non mi perdonerà mai.
Il soldato non aggiunse altro e pareva allo stremo delle forze. Alla fioca luce bianca alcuni fiocchi di neve caddero sul volto crudele e repellente e sul braccio fasciato. Un'improvvisa ondata di pietà spazzò via ogni altro sentimento.
Gli fece cenno di entrare, poi richiuse e sprangò la porta.
Fece sedere l'uomo nella poltrona del marito, accanto al camino, ma lui parve non accorgersi di nulla. Sembrava stordito e spostava lo sguardo dalla donna al fuoco. Quando lei gli chiese a che reggimento appartenesse, non rispose.
Gli pose davanti il pranzo che si era preparata e strofinò la sua mano sudicia e magra, finché non vi ebbe fatto tornare un poco di calore. Dopo, il soldato mangiò tutto ciò che lei gli aveva posto davanti, voracemente, ma con lentezza. Piano piano una sembianza di vita riaffiorò in lui.
- Ero praticamente sfinito, quando ho bussato - disse.
La donna gli medicò la ferita, che non sembrava molto profonda, la fasciò e risistemò la benda. Lui accettò tutto, come se fosse naturale.
Lei gli preparò un giaciglio in cucina, con delle coperte, e quando tornò nel soggiorno vide che lui si era faticosamente alzato in piedi e fissava, con sguardo vacuo, un piccolo ritratto del presidente Lincoln, posato sulla mensola del camino. La donna gli mostrò il giaciglio, dicendogli di sdraiarsi, e lui ubbidì senza fare domande, come un bambino. Lo lasciò e, poco dopo, lo udì sdraiarsi. Qualche minuto più tardi, si accostò alla porta e ascoltò attentamente. Il suo respiro, profondo e regolare, le disse che dormiva.
Allora tornò in soggiorno e sedette accanto al camino. Dormiva realmente? Oppure era tutta una finta ... la ferita, il racconto, la spossatezza? Era caduta in un tranello? Oh, che cosa aveva fatto! Si sarebbe detto che in lei ci fossero due persone. Una, quella silenziosa, attenta, dotata di esperienza, senza timori, sapeva che si era lasciata ingannare, pur essendo stata messa in guardia; sapeva che lui aveva approfittato dei suoi sentimenti e neppure in modo molto scaltro; sapeva di avere disubbidito al marito, di avere mancato al solenne giuramento fattogli, coprendo di onta lui e se stessa, se il denaro fosse stato rubato. Agli occhi di quella donna, in lei, il denaro era già stato rubato. Si trovava ancora sotto l'asse, ai suoi piedi, ma era già stato rubato. L'altra donna, tremula, illogica, colma d'invincibile pietà per le sofferenze e per i deboli, anche nel loro aspetto più rozzo, diceva senza sosta: «Non potevo fare diversamente. Anche se dovessi pagare con la vita, non potevo fare diversamente. Qualcuno lo ha messo al mondo, una donna pianse di gioia e d'ansia, quando lui nacque. Sarebbe morto, se non lo avessi accolto. Non potevo fare diversamente ».

Rimase seduta accanto al camino per ore e ore, incapace di salire per coricarsi.
Una volta si alzò e, senza fare rumore, prese dalla mensola del camino la pistola del marito, per esaminarla. Lui aveva preso con sé l'altra e, contrariamente alle sue abitudini, si era portato via anche la fiaschetta con la polvere che, infatti, non era più appesa al chiodo. Le pistole erano sempre cariche, ma per un caso maligno, quella rimasta non lo era. Avrebbe potuto giurare di avere visto il marito caricarla, due giorni prima. Perché si sentiva di nuovo pervadere da un senso di stordimento? Prese polvere da sparo e proiettili da una sua provvista personale e caricò la pistola, la innescò e la posò sopra il tavolino, accanto a sé.

Sulla notte era calato il silenzio. Le sembrava che il suo udito fosse diventato più fino, al punto che avrebbe potuto udire un coyote muoversi nella sua tana, a chilometri di distanza.
I ceppi cricchiavano, spostandosi nel camino; l'orologio a torre, nell'angolo, ticchettava, con la catena che s'impigliava ogni tanto, come sempre. Le pareti di legno scricchiolavano lievemente e quei leggeri rumori casalinghi non facevano che accentuare il profondo silenzio all'esterno. All'improvviso, in mezzo a quei suoni, le sue orecchie ne colsero un altro. Sommesso, però diverso, in tutto dissimile dal mormorio frammentario e involontario della capanna. Un rumore lieve, risoluto, furtivo, consapevole della propria esistenza.
Immobile, la don- na tese le orecchie come aveva fatto prima. Non era più forte del rosicchiare di un topo dietro la parete, poco più avvertibile del rumore che fa la zampina di una talpa che gratti il terreno. Poi cessò. Era stata una sciocca impressione, dopo tutto. Eccolo di nuovo. Da dove proveniva? L'uomo nella stanza attigua?
Prese in mano la lampada e percorse con passo felpato lo stretto corridoio che portava alla porta della cucina, sul retro. Attraverso le assi sconnesse dell'uscio filtrava chiaro il respiro profondo e regolare dell'uomo. Non risuonava forse troppo forte? Rimase in ascolto, ma non udì altro. Quel respiro, era una finta? Aprì la porta, senza fare rumore, ed entrò schermando la luce della lampada con una mano.
Si chinò sull'uomo addormentato. Al primo sguardo la colse l'ansia perché lui non si era tolto le scarpe. Guardandolo con più attenzione, i sospetti dileguarono però dal suo animo. Giaceva supino, col rozzo ed emaciato viso rivolto verso di lei. La bocca aperta lasciava intravedere denti cariati. Era sprofondato nel sonno dovuto a totale spossatezza e lei avrebbe potuto ucciderlo, mentre stava li sdraiato. Non fingeva, dormiva realmente.
Lei uscì silenziosamente dalla stanza, lasciando la porta socchiusa e tornò in soggiorno.
Si era appena seduta, quando udì un'altra volta il rumore.
All'improvviso capi da dove proveniva: dalla porta. Qualcuno stava graffiando intorno alla serratura. Ora, nel soggiorno, ricominciava a sospettare dell'uomo addormentato in cucina. Dormiva realmente? Non si era tolto le scarpe e quando lei era tornata, dopo avergli preparato il giaciglio, era ritto accanto alla mensola del camino. Aveva forse scaricato la pistola, in sua assenza? Entro pochi minuti si sarebbe forse alzato, per aprire la porta ai suoi complici?
Ragionava con freddezza, senza timore. Prese in mano la pistola, poi la ripose sulla tavola. Le occorreva un'arma meno rumorosa. Andò allora a prendere il coltello a serra manico del marito, dalla cassetta aperta degli attrezzi, quindi afferrò la lampada e tornò silenziosa accanto all'uomo sdraiato. Sarebbe stata capace di ucciderlo? Certo, ne sarebbe stata capace e le sarebbe rimasta la pistola per l'altro.
Lui continuava a dormire pesantemente. Appena lo rivide, i sospetti l'abbandonarono. Sapeva che dormiva veramente. Lo scrollò in silenzio, però con violenza sempre crescente, finché lui aprì gli occhi gemendo. Soltanto allora si rese conto che gli scrollava il braccio ferito. Avendo visto il coltello nella mano di lei, l'uomo sollevò il braccio sinistro come se volesse parare il colpo.
- Ascoltate - mormorò la donna, sussurrandogli all'orecchio. - Non parlate. C'è qualcuno che cerca d'introdursi in casa, dovete alzarvi per aiutarrni.
Lui la fissò, sulle prime con espressione vaga, in cui la comprensione si faceva piano piano strada. Cibo e sonno lo avevano in parte ristorato. Si rizzò a sedere, mormorando:
- Toglietemi le scarpe, io ci ho provato ma non ci sono riuscito.
L'ultimo sospetto svanì dal cuore della donna. Tagliò i lacci col coltello, poi tirò per sfilare le scarpe, che restavano attac- cate ai piedi, tanto che vennero via anche dei brandelli di calza. Era ovvio che l'uomo non se le toglieva da molte settimane. Intanto lui sussurrò:
- Perché mai qualcuno vorrebbe entrare con la forza? Non c'è niente da rubare qui.
- Sì - disse lei. - C'è molto denaro.
- Santo cielo! Dove?
- Sotto il pavimento, in soggiorno
- Sono in molti?
- Non lo so.
- Be', lo scopriremo fra poco -.
L'uomo era ormai sveglio, all'erta - Avete delle pistole?
- Sì, una.
- Andate a prenderla, ma non fate rumore, mi raccomando.
La donna si allontanò, per fare quindi ritorno con la pistola che gli avrebbe messo in mano, ma lui la respinse.
- Non mi serve con questo braccio appeso al collo. Vedrò che cosa potrò fare con la mano sinistra e col coltello. Sapete sparare?
- Si.
- E colpire?
- Si.
- Una bella fortuna. Quanto resisterà, la porta?
Ormai erano entrambi nel piccolo corridoio, stretti l'uno all'altro, intenti ad ascoltare il furtivo armeggiare di qualcuno attorno alla serratura.
- Non più di un minuto, penso.
- Sentite, io andrò ai piedi della scala e accoltellerò il secondo uomo, ammesso che ce ne sia un secondo. Lascerò il primo a voi. La neve all'esterno dà un poco di luce e quando lui aprirà la porta, ne filtrerà quanto basta per vederlo. Non aspettate, sparate appena entra e non fermatevi. Continuate a sparare finché casca. Avete sei proiettili, ma non sparate a me per sbaglio. Ne ho già avuto abbastanza. Guardate bene dove vado e appena sarò là, spegnete la lampada -
Le parlava come se fosse un suo compagno d'armi. Si sarebbe detto che non pensasse neppure per un momento che lei poteva essere impaurita. Si portò, agile e silenzioso come un gatto, fino ai piedi della piccola scala, appoggiandosi poi contro la parete. Dopo fece flettere per un paio di volte il braccio sinistro, come se volesse controllarne l'efficienza, strinse l'impugnatura del coltello e fece un cenno alla donna.
Lei spense senza indugio la lampada. Regnava l'oscurità, eccettuato un filo di luce tutt'attorno al telaio della porta. S'intravide un movimento, poi un altro, che spezzarono per un attimo la continuità del filo di luce, poi si udì un nuovo rumore, diverso da quello precedente, come se qualcosa venisse forzato con cautela.
«La spranga resisterà» disse la donna fra sé, ricordando poi per la prima volta che l'anello in cui era infilata era allentato da molti giorni. Adesso cedeva.

Aveva ceduto.
La porta si aprì silenziosamente ed entrò un uomo. Per un attimo lei lo vide con chiarezza, complice il biancore della neve alle sue spalle. Senza esitare, sparò per due volte. L'uomo cadde e, quando lottò per rialzarsi, la donna sparò di nuovo. Allora lui si accasciò lentamente preso da stanchezza, col volto girato verso il muro. Non si mosse più.
Il soldato lasciò la scala e corse per guardare oltre la porta aperta.
- Perdiana, era solo! - esclamò, chinandosi poi sul corpo steso, per girarlo sulla schiena.
- Morto - ridacchiò. - Brava ... morto stecchito.
Era mascherato e la sudicia mano del soldato strappò, con gesto crudele, la maschera dal volto cereo.
La donna, avvicinatasi, guardò al di sopra della sua spalla.
- Lo conoscete? - le chiese il soldato.
Per un attimo lei non rispose e la pistola che aveva svolto tanto bene il compito cadde rumorosamente dalla sua mano tremante.
- Per me è uno sconosciuto - disse, fissando il volto pallido del marito.

 

 

 

 

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