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LA LEPRE, di Arto Paasilinna PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 15 Luglio 2018 02:43

 

 

LA LEPRE

di Arto Paasilinna

da "l'Anno della Lepre  - ediz. Iperborea

 


         Sull'automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l'estate di San Giovanni. Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera.
        Erano un giornalista e un fotografo in viaggio di lavoro, due persone ciniche, infelici. Prossimi alla quarantina, erano ormai lontani dalle illusioni e dai sogni della gioventù, che non erano mai riusciti a realizzare. Sposati, delusi, traditi, entrambi con un inizio d'ulcera e una quotidiana razione di problemi di ogni genere con cui fare i conti.
       Avevano appena finito di litigare per decidere se era meglio rientrare a Helsinki o passare la notte a Heinola. Poi non si erano più rivolti la parola. Ostinatamente chiusi in se stessi, attraversavano lo splendore di quella sera estiva immersi nei loro pensieri, la testa tra le spalle, senza nemmeno accorgersi di quanto vi fosse di squallido in quel loro correre. Viaggiavano indifferenti, stanchi.
        Su una collinetta illuminata dal sole un leprotto tentava i suoi primi balzi e, nell'ebbrezza dell'aria estiva, si era fermato di colpo in mezzo alla strada, ritto sulle zampe posteriori: il disco rosso del sole lo incorniciava come un quadro.
         Il fotografo, che era al volante, lo vide sulla strada, ma il suo cervello intorpidito non reagì abbastanza in fretta da evitarlo. Una scarpa impolverata premette forte il pedale del freno, ma troppo tardi. L'animale, terrorizzato, spiccò un salto e andò a sbattere con un tonfo sordo contro un angolo del parabrezza, sparendo poi in un baleno nella foresta.
- Ehí, abbiamo preso sotto una lepre, disse il giornalista.
- Maledetta bestia, meno male che non ha rotto il parabrezza.
         Il fotografo fermò e fece marcia indietro fino al punto dov'era accaduto l'incidente. Il giornalista scese dall'automobile.
- La vedi?, domandò in tono apatico il fotografo. Aveva aperto il finestrino, senza però spegnere il motore.
- Cosa?, gridò il giornalista dalla foresta.
Il fotografo accese una sigaretta e si mise ad aspirare a occhi chiusi. Solo quando cominciò a bruciargli la punta delle dita si riscosse.
-    Dài, andiamo, non ho tempo da perdere per una stupida lepre.
      
          Il giornalista avanzava distrattamente nella radura, arrivò ai bordi di un piccolo campo, saltò il fosso e si mise a scrutare nel verde scuro del prato. Il leprotto era là, in mezzo all'erba.
Aveva la zampa posteriore sinistra rotta che penzolava tristemente dal ginocchio e doveva soffrire davvero molto, dal momento che non tentò di scappare neppure quando vide che l'uomo si stava avvicinando.
Il giornalista prese in braccio il leprotto atterrito. Spezzò un rametto e glielo fasciò stretto alla zampa con il suo fazzoletto strappato in bende. La lepre nascondeva la testa tra le zampette anteriori, il cuore le batteva così forte da farle tremare le orecchie.
       Dalla strada, ormai lontana, si sentì il rombo rabbioso di un motore, due colpi stizziti di clacson e un grido:
- Vieni, dài! Non arriveremo mai a Helsinki, se ti metti a vagabondare per la foresta! Ti arrangerai a tornartene da solo, se non ti spicci a venire.
           Il giornalista non rispose. Teneva fra le braccia il piccolo animale. Apparentemente, oltre alla zampa, non aveva altre fratture. A poco a poco la bestiolina si calmò.
          Il fotografo scese dalla macchina. Scrutò furioso in direzione della foresta, ma del collega neanche l'ombra. Imprecò, accese una sigaretta, si mise a passeggiare nervosamente sulla strada. Dalla foresta sempre nessun segno di vita. Allora gettò via il mozzicone, lo schiacciò, e gridò:
- Restatene pur li, idiota, ti saluto, va' al diavolo!
          Il fotografo rimase ancora un momento in ascolto, poi, non ricevendo risposta, salì imbestialito in macchina, diede un colpo di acceleratore, innestò brutalmente la marcia e partì. La ghiaia stridette sotto le ruote.
Un attinio dopo l'automobile era sparita.
     Il giornalista, lepre in braccio, sedeva sul ciglio del fosso. Sembrava una vecchia donna assorta nei suoi pensieri, con il lavoro a maglia abbandonato in grembo.  Il rumore dell'auto era svanito.  Il sole tramontava.
         Il giornalista adagiò la lepre sul prato; temette un attimo di vederla scappare all'istante, ma la lepre rimase accovacciata sull'erba e, quando l'uomo la riprese in braccio, non mostrò più alcuna paura.
- E così siamo rimasti qui, disse alla lepre.
          Ecco in che situazione si era messo: solo, in mezzo a una foresta, in giacca, una sera d'estate. Abbandonato al suo destino.
         Che si fa di solito in simili circostanze? Pensò che forse sarebbe stato meglio rispondere agli appelli del fotografo. Ora non gli restava che tornarsene sulla strada, aspettare la prima macchina di passaggio, fare l'autostop e, in qualche modo, raggiungere Heinola o Helsinki con i propri mezzi.
L'idea non lo entusiasmava affatto.   

        Diede una controllata al suo portafoglio. C'erano dei biglietti da cento, la tessera di giornalista, quella della Previdenza Sociale, qualche spicciolo, un paio di preservativi, un mazzo di chiavi, un vecchio distintivo del Primo Maggio. E ancora delle penne, un'agenda e un anello. Sull'agenda, il direttore aveva fatto stampare: Kaarlo Vatanen, giornalista.
Secondo i dati della tessera della Previdenza Sociale, Kaarlo Vatanen era nato nel 1942.
         Vatanen si alzò, diede un'occhiata agli ultimi riflessi del sole dietro la foresta, fece un cenno di capo alla lepre. Guardò verso la strada, ma non si mosse. Raccolse la lepre, la sistemò con delicatezza in una tasca laterale della giacca e s'incamminò in direzione della foresta, che ormai cominciava a farsi buia.
          Il fotografo arrivò sempre più irritato a Heinola. Fece il pieno di benzina e decise di andare all'albergo che aveva proposto il giornalista per il pernottamento.
Prese una camera a due letti, si tolse i vestiti impolverati e fece una doccia. Poi scese a mangiare al ristorante dell'albergo.
Pensava che il giornalista, prima o poi, sarebbe comparso. Cosí avrebbero chiarito la faccenda. Il fotografo tracannò qualche birra, cenò e proseguì poi con delle bevande a gradazione alcolica più forte.
Ma il giornalista non compariva.
           Era ormai notte inoltrata, il fotografo sedeva ancora al bar dell'albergo. Fissava la superficie nera del banco e cominciava ad inquietarsi seriamente. Per tutta la serata aveva meditato su quanto era successo. Si era reso conto che aveva commesso un errore abbandonando  il suo compagno nella foresta, in una zona quasi disabitata. Poteva anche essersi rotto una gamba, o magari si era perso; o era finito in qualche palude. Altrimenti sarebbe già arrivato a Heinola con qualche mezzo di fortuna, anche a piedi, al caso.
       Il fotografo decise di telefonare alla moglie del giornalista, a Helsinki.
       La donna, mezzo addormentata, rispose che Vatanen non si era visto e, quando si accorse che la persona all'altro capo del filo era ubriaca, sbatté giù la cornetta. Il fotografo rifece il numero, ma non ottenne risposta. Evidentemente la moglie aveva staccato il telefono.
          Poco prima dell'alba, il fotografo chiamò un taxi. Aveva deciso di tornare sul luogo dove aveva abbandonato il collega, per vedere se per caso fosse ancora là. Il taxista chiese al cliente, chiaramente brillo, dove volesse andare.
- Da nessuna parte esattamente, prenda solo questa strada. Le dirò io dove fermarsi.

Il taxista diede un'occhiata alle sue spalle. Stavano allontanandosi dalla città, di notte, in mezzo alla foresta, diretti da nessuna parte. Senza farsi notare, prese la pistola dal cassetto del cruscotto e se la mise sul sedile, tra le gambe. Innervosito, guardava di sfuggita il suo cliente.
Arrivati in prossimità di una collinetta, il cliente disse:
- Alt!
       Il taxista afferrò la pistola. L'ubriaco scese tranquillo dall'auto e cominciò a gridare in direzione della foresta.
- Vatanen, Vatanen!
    Dal buio della foresta nessuna risposta, neppure un eco.
- Vatanen, mi senti? Vatanen!
         L'uomo si tolse le scarpe, si rimboccò i pantaloni fino alle ginocchia e si avviò, scalzo, verso la foresta. Sparì nel buio.
Si sentivano risuonare nel bosco i suoi appelli a Vatanen.
Strano tipo, pensò il taxista.
           Dopo circa mezz'ora di grida nelle tenebre della foresta, il cliente tornò sulla strada. Chiese uno straccio, si pulì i piedi sporchi di fango, e si rimise le scarpe sui piedi nudi: le calze penzolavano da una tasca della giacca.
Ritornarono a Heinola.
- Se non sbaglio, è scomparso un certo Vatanen.
- Proprio così. L'avevo lasciato ieri sera su questa collina. E adesso non c'è più.
- In effetti non c'era, neanch'io l'ho visto, fece  il taxista con partecipazione.
         Il fotografo si svegliò in albergo verso le undici del giorno dopo. Aveva la testa che gli scoppiava per la solenne sbornia e una nausea terri- bile. D'un tratto si ricordò della scomparsa del giornalista. Doveva telefonare subito alla moglie di Vatanen, al lavoro.
Il fotografo raccontò:
- Se n'è sparito in cerca di una lepre, su quella collina, e non è più tornato. L'ho chiamato più volte, ma non mi ha neppure risposto. Allora l'ho lasciato lì, ma forse in realtà era lui che voleva restarci.
Al che, la moglie:
- Era ubriaco?
- No.
- Ma allora dove sarà, un uomo mica può sparire così!
- Però è sparito. E non potrebbe essere venuto lì?
- No, non è venuto. Dio mio, quell'uomo mi fa diventare matta! Adesso non ha che da arrangiarsela da solo. L'importante è che torni subito a casa, digli così.
- Ma cosa gli posso dire se non so neppure dov'è?
- Allora cercalo, e digli di telefonarmi subito qui al lavoro. E digli che questa è l'ultima volta che se ne va in giro a combinar guai. Senti, mi è arrivato un cliente, digli di telefonarmi, ciao!
Il fotografo telefonò in redazione.
- Ecco..., ancora una cosa: Vatanen è scomparso.
- E dove si sarebbe cacciato? domandò il direttore.
Il fotografo gli raccontò la storia.
- Vedrai che presto o tardi ricompare. Il vostro servizio non è così importante da non poterlo rimandare. Lo pubblicheremo quando Vatanen sarà tornato.
Il fotografo accennò al fatto che Vatanen poteva anche aver avuto qualche incidente. Da Helsinki gli arrivò una risposta rassicurante:
- Torna almeno tu, intanto. Cosa vuoi che gli sia capitato, e poi sono affari suoi.
- E se informassi la polizia?
- Lo faccia sua moglie, se vuole. E' al corrente, no?
- Sì, ma non sembra che gliene freghi un gran che.
- Beh, in fin dei conti questa faccenda non riguarda neppure noi.

<><><><><>


        Vatanen si svegliò la mattina al canto degli uccelli nel buon odore di un fienile. La lepre gli stava accovacciata sotto l'ascella e pareva seguisse l'andirivieni delle rondini sotto la travatura del tetto. Forse stavano ancora terminando di costruire il loro nido, o forse avevano già dei piccoli, a giudicare  da come erano indaffarate a entrare e uscire dal fienile.
          I raggi del sole filtravano attraverso gli interstizi delle travi.
Il fieno dell'anno precedente intiepidiva l'ambiente.
Vatanen rimase ancora quasi un'ora sdraiato nel fieno, assorto nei suoi pensieri, finché si scosse e uscì con la sua lepre in braccio.
        Dietro il vecchio prato fiorito mormorava un piccolo ruscello.
Vatanen posò la lepre sulla sponda, si spogliò e si tuffò nell'acqua gelida. Un folto branco di pesciolini nuotava controcorrente: si spaventavano al più piccolo movimento, ma dimenticavano in un attimo la loro paura.
       Vatanen pensò a sua moglie, a Helsinki, e si sentì male.
       Vatanen non amava sua moglie. Era, in un certo senso, cattiva; e cattiva, o meglio egoista, era stata fin da quando si erano sposati.
Aveva l'abitudine di comprarsi dei vestiti impossibili, brutti e poco pratici, che poi indossava solo per brevi periodi, perché alla lunga non piacevano neanche a lei. Sicuramente avrebbe volentieri cambiato anche Vatanen, se solo fosse stato altrettanto facile dei vestiti.

                   Appena sposati, sua moglie aveva preso energicamente in mano l'arredamento della loro casa, del loro nido. Risultato: un appartamento arredato secondo una strana insalata mista di idee prese dalle riviste femminili, superficiale e senza gusto, dove irnperava un evidente radicalismo, con i suoi grandi manifesti e scomode sedie componibili;   dove era difficile muoversi senza inciampare in qualche ostacolo. Tutto, in quell'appartamento, faceva a pugni. Specchio fedele del matrimonio di Vatanen.
            Una volta, una primavera, sua moglie si era trovata incinta e aveva voluto subito abortire. Il letto di un bambino, aveva detto, avrebbe rotto l'armonia dell'arredamento; ma dopo l'aborto, Vatanen aveva finito per apprendere una ragione più attendibile: l'embrione non era suo.
- Non mi dirai che sei geloso di un embrione morto, stupido che non sei altro! aveva esclamato la donna quando Vatanen era entrato in argomento.

       Vatanen sistemò il leprotto sul bordo del ruscello in modo che arrivasse a bere. Il musetto inciso a croce s'immerse nell'acqua fresca: il leprotto pareva avere una sete incredibile per un corpo cosi piccolo.
Dopo aver bevuto, prese a mangiare con avidità l'erba della sponda.
La zampa posteriore gli faceva ancora molto male.
          Forse sarebbe meglio tornare a Helsinkí, si disse Vatanen. Chissà cosa avranno pensato in ufficio della sua scomparsa.  Però, che ufficio, e che lavoro il suo! Una rivista che denunciava apertamente i soprusi notori della società, tacendo però ostinatamente su tutte le sue reali tare. In copertina, settimana dopo settimana, non si vedevano che facce di vitelloni, di miss, di modelle, degli ultimi rampolli di famiglie di musicanti.
Quando era più giovane, Vatanen era felice di fare l'inviato di un grande giornale, contento soprattutto di avere l'occasione di intervistare delle persone incomprese, nel migliore dei casi vittime di qualche oppressione statale. Gli pareva, allora, di fare un buon lavoro, certi abusi, almeno, diventavano di pubblico dominio. Ma ormai, con il passare degli anni, non si illudeva più di fare qualcosa di utile.  Si limitava a fare quello che gli chiedevano, senza neanche cercare di esprimere dubbi o critiche.
I suoi colleghi, frustrati e cinici, facevano come lui.  Qualsiasi dottoruccio da strapazzo, esperto di marketíng, poteva dire ai redattori che tipo di articoli si aspettava l'editore, e loro lo scrivevano. Il giornale andava bene, ma l'informazione non passava, veniva annacquata, cammuffata, ridotta a una storiella superficiale.  Bella professione!  Vatanen, per la verità, prendeva un discreto stipendio, ma era sempre a corto di quattrini. Per l'affitto se ne andavano quasi mille marchi al mese;  vivere a Helsinki gli costava caro. Per questo non sarebbe mai riuscito a diventare proprietario di un appartamento.

La barca però se l'era fatta, firmando cambiali. Al di fuori di quella, Vatanen non aveva altri passatempi. Sua moglie parlava qualche volta di andare a teatro, ma Vatanen non amava uscire con lei, già la sua voce l'esasperava.
       Vatanen sospirò. La luce del mattino d'estate si faceva sempre più chiara, ma quelle sue malinconiche riflessioni gli impedivano di gioirne.
Fu solo quando la lepre smise di mangiare e Vatanen se la rimise in tasca che riuscì finalmente a liberarsi da quegli angosciosi pensieri.
         Si incamminò a passo deciso verso ovest, nella stessa direzione che aveva preso la sera precedente partendo dalla strada nazionale.
La foresta stormiva dolcemente, Vatanen canticchiava un vecchio motivo, "I due buontemponi".
         Dalla tasca della giacca spuntavano due orecchie di lepre.
         Dopo un paio d'ore Vatanen capitò in un villaggio. Proseguendo per la via principale arrivò, caso volle, a un chiosco rosso. Vicino al chiosco trafficava una ragazza che, apparentemente, si accingeva ad aprire il suo botteghino. Vatanen si avvicinò al chiosco, salutò, si sedette a un tavolino della veranda.  La ragazza aprì i battenti, entrò, fece scorrere la porta a vetri e disse: - Il chiosco è aperto. Cosa ti serve?
Vatanen comprò delle sigarette e una bibita. La ragazza lo squadrò attentamente, poi gli disse: - Sei della mala?
- No.... ti faccio paura?
- Non è questo che volevo dire. Pensavo, così, visto che arrivavi dalla foresta.
Vatanen tirò fuori la lepre, la mise coccoloni sul banco del chiosco.
- Oh! hai un coniglietto, disse entusiasta la ragazza.
- Non è un coniglio, è una lepre. L'ho trovata.
- Poverina, deve aver male a una zampa, vado a prenderle delle carote.
           La ragazza piantò baracca e burattini, corse a una casa vicina e ritornò pochi istanti dopo con un mazzo di carote dell'anno precedente, ancora sporche di terra. Le sciacquò con un po' di bibita e le offrì esultante alla lepre. Ma la lepre non le mangiò. La ragazza rimase un po' delusa.
- A quanto pare non le piacciono.
- E' un po' malata. C'è per caso un veterinario in paese?
- Sì, abbiamo un certo Mattíla, ma non è di qui, è di Helsinki. Viene qui solo d'estate, d'inverno se ne va. La sua villa si trova là, in riva al lago. Se sali sul tetto del chiosco, ti faccio vedere qual è.

           Vatanen salì sul tetto. La ragazza gli spiegò dal basso da che parte doveva guardare e di che colore era. Vatanen guardò nella direzione indicatagli e individuò la villa del veterinario. Poi scese dal tetto, aiutato dalla ragazza che lo sorreggeva per il sedere.
Il veterinario Mattìla fece una piccola iniezione alla lepre e fasciò accuratamente la zampa posteriore.
- Ha avuto un trauma, ma la zampa guarirà, stia tranquillo. Se la porta in città, le procuri dell'insalata fresca, vedrà che la mangia. Che però sia ben lavata, altrimenti le può venire una colica. Da bere, solo acqua fresca.

         Quando tornò al chiosco, Vatanen vi trovò alcuni sfaccendati seduti a un tavolo. La ragazza pensò di presentarlo:
- Ecco l'uomo della lepre.
           Gli uomini bevevano birra. Incuriositi dalla lepre, cominciarono a far domande. Cercavano di indovinare che età potesse avere. Uno di loro raccontò che, prima di fare il fieno, percorreva sempre il prato in lungo e in largo gridando per far fuggire i leprotti nascosti nell'erba.
- Altrimenti rimarrebbero presi nelle lame della falciatrice. Un'estate ce ne rimasero tre, uno ebbe le orecchie mozzate, un altro le zampe posteriori e un terzo fu tagliato in due. Le estati che li ho fatti scappare, nemmeno uno è rimasto preso nelle lame.
        Vatanen trovò il villaggio così ospitale che vi rimase per molti, moltissimi giorni, alloggiato in una soffitta.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 27 Luglio 2018 03:23 )
 

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