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ANALASUNGA, di Alberto Perrini PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Sabato 14 Luglio 2018 14:39

 

 

ANALASUNGA

di Alberto Perrini




ERA UNA SERA di quelle sere che il sole calando dietro una montagna tinge fantasticamente le nuvole sparpagliate. Aspirava già un vento un po' polare per via che linverno s'avvicinava da lungi come di solito lo dice sempre anche il calendario di quella stagione.
Dall’orizzonte in qua venivano in tre. In alto sul groppone del suo cavallo bianco, il bandito Pipposòlo triste triste, democratico e sfurtunato, scendeva la collina. Dietro di lui su due altri cavalli, ma un po' più piccoli, scavalcavano altri due: uno era il grasso Zuccapelata con uno dei suoi nove diti nel naso e che spesso perdeva qualche dente data l'età, e l'altro era la vecchia madre Badessa, vestita nera nera come una monaca, che lo chiamava ogni  tanto:
- Pipposòlo, senti Pipposòlo!
E lui niente, a lei non rispondeva più, così imparava. Sotto i suoi piedi del cavallo del bandito nascevano fiori, ma sùbito, quando lui era passato, si passivano morti pel freddo e si capovolgevano in giù storti in cenere marrò di foglie secche. Era inutile nascere, allora, vero?
Pip si fermava ogni po' a guardare il cielo. Alzò la faccia colla mascherina nera incollata sopra a guardare i fili legati stretti ai funghetti bianchi dei pali del telegrafo ronzante perchè passavano non visti i telegrammi per la campagna. Quei fili erano tutti ricolmi di scuadre delle rondini dell'emigrazione. Pipposolo le contò e vide che non ne mancava nemmanco una dato che erano in fila già pronte e linea te per aspettare lo scocco dell'ora segnata per spiccare il volo verso il lungo viaggio nell'Africa del polo sud o in altri paesi da quelle parti a destra e sinistra caldi anche
d'inverno, tanto per passare il brutto tempo che invece fa da noi, col freddo della neve, del gelo e della brina, che gli uccellini che restano qui, qualche volta non hanno proprio nulla da mettere sotto i denti. E chissà quelle povere bestie di rondini, lì pronte al viaggio, che dolore di dover lasciare la cara patria per andare in esiglio dove almeno però possono mangiare per tenersi su e tornare contente a primavera per far festa alla Pascua intorno ai campanili col garrito felice, le uova dipinte, il salame e l'agnello.
Con la testa bassa acovacciata sotto il cappellone largo di ruota, Pipposolo riprese a scendere sul cavallo dalla collina e gli altri due dietro: dop dop dop clap, dop dop dop ...
Zuccapelata con la faccia grassa e rossa aveva di nuovo fame ma non si lamentava anzi si tratteneva un po' indietro più lontano di tutti perché sennò si sentiva che se l'era fatta sotto di nuovo. Ma la donna annerita non ci badava e a stento chiamava ancora Pipposolo nella sera:
- Pip ... sentimi un po', suvvia! ... Pipposòlo perchè a me non rispondi? Ti voglio bene, chè non lo sai, Pip? -
E lui sordo come un ossesso, con la mascherina triste sul viso e gli speroni d'oro dall'altra parte: con quelli quando voleva poteva sterzare sfiorandoci la pancia il suo Biancone (che questo era il nome del suo grande cavallo bianco) e clop clop clop clop ...

INTANTO da un'altra parte diversa lontana da li, cerano case, muri, lampioni spenti e strade coll'acciottolio di città. Il vento sferzava gli alberi che a ogni folata lasciavano volare miriardi di foglie apassite che lentamente finivano nel fango di una strada bigia e inumidita. Quella sera nessuno era fuori, soltanto qualche viandante incapucciato pel freddo che filava a passettini rapidi verso qualche meta. Già un velo impalpabile nero calava verso ogni luogo rendendolo cupo e cominciava anche a fumare per la nebbia della notte. Si udì uno scàlpito e un tumular di ruote ed ecco appanre una carrozza: il cochiere diede un comando secco a mezza voce, la pariglia si fermò e scese di botto un signore alto magro e duro che entrò nel portone d'una casa molto signorile bussando in vari modi con le nocche del bastone d’avorio, con le scarpe di coppale e col cilindro che calzava tutt’intorno alla testa malvagia. Chi era? Si saprà dopo.

IN QUEL MENTR'E ANALASUNGA dormiva e così Gim. Ma dormivano separati perchè lui era un poliziotto bravissimo di città e lei una bellissima ragazza isolata e scenziata perchè ataccata a un vulcano in mezzo al mare di un'isola, e non si' erano mai visti e conosciuti prima. Ma poi sì, invece, più avanti.
Così anche tanta altra gente dormiva che ora non si conosce! Ma ci vuole un po' di pazienza a leggere tutto, e vedrete che poi, scrivendoli uno per uno, si saprà chi sono e sarete contenti pure voi. Sono tanti, ma così tanti, chè impossibile dirli tutti qui al principio, vero?
Se mai uno di quelli che proprio non dormiva per vizio era Andogno. Quello sì che non dormiva mai di notte ma solo qualche volta di giorno, disgraziato!
ANDOGNO era un invertebrato giocatore dazzardo. Voleva sempre soldi e mai che li ridava indietro! E di lavorare: niente. Prendeva pure i spiccioli dal salvadanaio di coccio delle sorelle facendoseli scivolare lungo il coltello che infilava con la punta nell'entratura delle monete di nascosto. Si svegliava quando era mezzogiorno e a letto non ci voleva andare mai perchè ciaveva i giochi di carte all'osteria e si ataccava ai liguori forti (cognac, vischi, rum, pernò, strega e maraschino) con tante brutte parole quando gli giravano. Ma una notte lo trovano alle sei del mattino lungo i marciapiedi morto con linverno sotozero centigrafo e la nebbia da tagliare da qui a lì. Due poliziotti al vederlo, sùbito squillarono in caserma col telefono:
- Allò! Allò! Polizia! Qui c'è un cadavere che sembra adirittura morto!
- Al rigt!
- Mandate lambulanza per piacere prego!
- Occhèi! Ricevuto! Passo e chiudo!
Ataccano il telefono e corre lambulanza con la sirena dei pompieri (che è la stessa). L'autista tirò forte i fregni e l'auto si fermò fischiettando su tutti i copertoni di gomma dura che con l'arguto sdridolìo da li a pochi passi raschiarono quattro belle strisce fumanti sulla sfaldo della via.
Escono gl'infermieri e si fanno aiutare dai due poliziotti a caricarlo su tutto stecchito, Andogno. E poi via di gran carriera, con la sirena spalancata per le vie, fino alla Mortue dove si nascondono i morti ghiacciati della polizia.

MA ECCO CHE ARRIVA GIM svelto come una saetta perchè si era alzato presto con l'oro in bocca. Gim era un tenente di polizia molto in gamba, un tenente di ferro coi fiocchi, intelligente, diligente, ordinato pulito, bello, furbo, indagatore, onesto e muscolare come pochi. Tutti gli volevano bene per via di un bel ciuffo in testa che lui dondolava quando si muoveva di qua e di là.
Gim appena vide Andogno tutto steso e infreddato sotto le lenzuola della Mortue, disse:
- Gulp! Ma questo è morto da sè o è colpa di qualche assassino? Son cose che si devono da sapere, certo, prima di arrestare qualcuno che poi è pure innocente se non c'entra! -
Arrivò il dottore della polizia, un vecchio curvo sotto il carco degli anni, mezzo pelatino in testa con qualche pelo bianchiccio: avrà avuto si e no quasi cinquanta anni suonati. E disse:
- Qui ci dev'essere proprio qualcuno che l'ha ucciso perchè vedo che cià il cuore con un buco trafitto in mezzo, che prima nessuno ce l'ha se qualcuno li dentro non ci spara apposta!
- È un delitto criminale per caso?
- Sì, sì, perchè il povero cadavere non ce la poteva fare a vivere dato anche il freddo e la nebbia da coltello tanto è fitta maledetta che poi succedono magari anche dei tamponamenti. Il suo nome è Andogno Gratta in Buatta (l'aveva visto sui documenti che teneva bucati sul cuore e non parevano nianche falsi a occhio nudo).
E Gim che era un tenente da fiuto, capì alli stante con l'antifona. E prima degli altri tenenti di polizia cominciava a cercare l'assassino di qua e di là, su e giù, a destra e a sinistra, senza perdere un po' di tempo in mezzo. Poi lui ciaveva una bellissima motocicletta dipinta di rosso e poteva andare e venire dove voleva lui con velocità a tavoletta.
E tanto per cominciare scavalcò la moto e si lanciò verso l'osteria del bar Coniglio. Infatti Andogno (morto) andava sempre a giocare al Coniglio che era un bar malaffamato.
Tutti alla polizia sapevano a menadito che il Coniglio era visitato dalla meglio mala della tèppa e ci facevano le riunioni criminali giocandoci e trincando.


GIM ENTRÒ con un calcio e con due pistole in ogni mano:
- Fermi tutti! Polizia!
Il barrista disse:
- Mi arendo, scosi, chi cosa disidera?
Allora Gim:
- Stammi bene a sentire, tu: quali sono gli amici di
Andogno Gratta in Buatta? Non mentire che ti guardo fisso dentro gli occhi e non dire che non sai chi è Andogno che ora tutti lo sanno che giocava a soldi veri con le parolacce qui al Coniglio tutte le sere fino alle sei dell'aurora!
- Pecchè?
- Questo non ti deve interessare!
- È morte o si è fatte un po' malo?
- Lo saprai in seguito, barrista, che ci hai una faccia quivoca pure tu, che credi? Ma ora rispondi a tono, o peggio per te che ti spremo in fronte le pistole cariche e ti saluto scuffia!
Il barrista capì lantifona pure lui e disse:
- Raggine, figlie d'un portiero qui vicine ... poi Lucciardone marinero del porte.
- Basta, basta! Per ora va bene! - disse Gim infilandosi tutte le pistole nelle borsette a punta che ci aveva legate sulle cinture intorno ai calzoni da poliziotto coi speroni in fondo ai stivali nel di dietro da grande motociclista.
Gim si mise il cappello con la ruota ricciuta in su e andò dritto dal portiere del primo palazzo che vide avanti per chiedere del figlio con delle domande pronte. Il portiere (basso e grasso e che voleva andare in America) rispose:
- Hai induinàtu chi agghiu un fiddiu chi si chiama
Ragginu. È iddu chi vulìa? Uài! È partitu una, o dui, o tre, o quattro ori fa pa' Parigi! Qantu mi dispiaci!
- Grazie lostesso! - e usci con la furia. Prese la sua
bella motocicletta rossa, la mise in moto co un piede solo e via! Trrrrr! Partì in una nuvolaglia di fumisteria verso il porto vicino al mare. Lì dopo aver cercato Lucciardone lo trovò seduto in cima a un pilastrino che fumava la pipa.
Gim si avvicinò al marinaio col petto a strisce e ci disse senza guardarlo per il sottile:
- Come ti chiami?
E quello niente, invece di dirlo sputava, e Gim faceva dei salti di qua e di là per non farsi beccare dai schizzi lunghi. Il tenente, che era di ferro, ci vennero le madonne. Te lo aguanta per un piedaccio scalzo e te lo sbatte per
terra: splac! E te lo pesta rigandolo pure coi speroni! Quello balugina il coltello e Gim te lo affagotta e te lo sbatte in mare come un sol uomo e splash! ...
- E adesso esci dall'acquaccia zozza, se no guai a te Lucciardone della malora, che non scherzo! -
Sentendosi scoperto, il marinaio, buono buono, si fece legare sulla moto e portare in carcere dal capo, però pe' strada diceva sempre qualche parolaccia, allora Gim fermava la moto e scendeva per prenderlo un po' a calci nelle bale
così la gente che passava era contenta e ci diceva: ben gli sta! E così arrivarono.

IL CAPO ERA MORRIS (capitano). Era un signore alto, magro e duro e con una testaccia malvagia. Gim disse:
- Eccolo, capo, e attento che cià pure il coltello, 'sto farabutto! Qui, di fronte al capitano di polizia, ora ti faccio confessare: scommettiamo che sei stato tu a sparare dentro il cuore del povero Andogno Gratta in Buatta? -
Lucciardone bagnato sbuffava nella pipa facendo molto rumore e qualche bollicina, faceva spallucce ma non parlava nemmanco pagato. Allora Gim lo abbrancò per le strisce
del petto:
- Parli o sbaglio?
- Dunque, - disse il marinaio.
- Non si comincia con dunque! - disse Gim.
- Dunque senza dunque, allora. Be', Andogno aveva un nemico: loro due si odiavano e ogni volta che si vedevano era per vedersi storto e per una scemenza giù botte, mi spiego?
- Come si chiamava il nemico di Andogno?
- Non si sa.
- E perchè era suo nemico?
- Non si sa.
- E perchè allora tu lo sai?
- Perchè me l'hanno detto.
- E chi te l'ha detto?
- Me l'hanno detto così, parlando, e senza dirmi bene le cose.
- E che sai di lui e del suo nemico?
- Dicono che andarono in Egitto, ma non so se è vero, per via di certi commercialismi con l'oriente, dicono: orientali e coloniali ...
- Droghe?
- Drogheria, più che altro: caffè, cioccolata e biscottini, profumi, pepe, zucchero e cannella ...
- E donne della tratta delle bianche che poi spariscono!
- Donne ... che?
Gim gli prudevano le mani, ma se le teneva per non morderlo in testa. Il capitano Morris giocattolava con la penna spencolando la testaccia ariosa.
- Avanti, parla! Dicci tutto di questa roba d'Egitto!
- In Egitto, - continuò Lucciardone     i scenziati, che non hanno paura della iella, scavano le mummie. Al tempo dei fanfaroni imbalsamavano i morti così potevano campare per l'eternità senza annoiarsi. Le mummie sono dei morti che ci tirano via le interiezioni dalla pancia, ma non
per questo si possono dire proprio morti come gli altri dato che vivono surgelati sotto tutte quelle fasce e fascette! E anche i gatti fasciavano per farsi delle mummiette più piccole con la coda per via della religione. Loro per santi avevano
solo dei gatti. I giziani prendevano le mummie dei cristiani e quelle dei gatti per infilarle dentro le piramidi. Ora vi dico che sono le piramidi, eh? Son la tomba del fanfarone, che in lingua antica significa un re che sposa sempre la sorella per via che si chiama Cleopatra, Celeste e Aida, mi
spiego? Poi venne Giulio Cesare che era un romano (antico pure lui) e litigò per quella Cleopatra lì con Marcantonio, che si chiamava così perchè era un cristone grosso così.
Le piramidi sono fatte fuori a punta e dentro invece con un sacco di scale, scalette, corridoi e turnichè per ingan- nare i scenziati che poi ci si perdono dentro (per via della iella di tutti quei gatti neri imbalsamati!) e non sanno più
come uscire, poveracci. Col tempo, dal caldo che fa nel deserto del sara, diventano mummie pure loro. Allora li trasportano a Londra per vedere come sono fatti dentro. Li sfasciano piano piano e leggono sopra le carte dei papaveri che cosa ci hanno scritto le odalische. Che gente, però!
Molto storica, vero?
- Finiscila di dire fandonie! - strillò Gim di tralìccio - Chi ha ucciso Andogno?
- Non si sa!
- Sì che si sa! Canta!
- Non mi fido!
- E io ti crocchio, vuoi vedere? Rispondi! Che sai?
Lucciardone. chiuse la bocca facendo dei gran brutti rumori con la pipa. Allora Gim non ci vide più e lo buttò a terra con tutta la sedia dandogli pure dei calci in bocca per punirlo. Il capitano allora disse:
- Basta con le botte, tenente Gim! Mentre io, essendo capitano più di te, sono più bravo nell'interrogazione col tirabuciò! Io solo so fare le domandine col macchia vello! Aria! Pussa via, tenente! Fila dai piedi! Va!
Gim ci restò male:
- Agli ordini! - disse coi tacchi, e se ne andò.

 

 

 

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