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NOTTE D'INVERNO A FILADELFIA

di Dino Buzzati



 

Ai primi del luglio 1945 la guida alpina Gabriele Franceschini, salito da solo nell’alta Val Canali (Pale di San Martino di Castrozza) per studiare una via nuova sulla parete della Cima del Coro, scorse, a oltre cento metri dalla base delle rocce, una cosa bianca appesa a una gobba strapiombante. Guardato bene, capì che era un paracadute e si ricordò come in gennaio un quadrimotore americano di ritorno dall’Austria fosse precipitato da quelle parti: sette otto degli aviatori erano calati incolumi presso Gosaldo. Altri due, portati via dal vento, erano stati visti scendere dietro le creste nel gruppo della Croda Grande e non se n’era più saputo nulla.
   Sotto lo strapiombo si vedevano dei fili bianchi che dondolavano sostenendo una piccola cosa nera: una borsa per le provviste d’emergenza? O il cadavere stesso dell’aviatore così ridotto dal sole, dai corvi, dalle burrasche? La parete in quel punto era ripidissima, però non molto difficile, circa di “terzo grado”. In breve Franceschini raggiunse il posto, constatò che la cosa nera era l’intrico delle cinghie che avevano sostenuto l’aviatore e che erano state tagliate nette con un coltello. Trasse giù il paracadute. In un terrazzino più sotto vide un oggetto rosso vivo: era un giubbetto di gomma doppia con due curiose leve metalliche; lui ne mosse una e con un sibilo il giubbetto si gonfiò d’aria in un istante. Sopra c’era scritto: Lt. F. P. Muller, Philadelphia (Pa). Più sotto ancora Franceschini trovò un caricatore di pistola con le cartucce tutte sparate, e in fondo, nel buco di fusione tra la roccia e la neve che riempiva il canalone, una sciarpa di flanella colore verde militare. Inoltre: una piccola baionetta con l’estrema punta spezzata. Dell’uomo non una traccia.
   (Per primo s’era lanciato Franklin G. Gogger, lui immediatamente dopo. E gli altri? Già il suo ombrello bianco si era aperto e gli altri non si erano ancora gettati. Gogger sarà stato una cinquantina di metri più in basso. Il rombo dei motori si spegneva nelle orecchie, pareva di sprofondare nell’ovatta.
   Si accorse che il vento li spingeva, man mano che scendevano, fuori dalla valle, verso le montagne cariche di neve. A vista d’occhio esse si raddrizzavano: irte di punte strane, spaccate da valloni in ombra, e in fondo l’azzurro della neve.
   “Gogger, Gogger!” chiamò, ma all’improvviso tra lui e il compagno si levò una muraglia che gli veniva incontro. Era una parete a picco, gialla e grigia. A un tratto gli si avventò addosso. Lui tese le mani per smorzare l’urto.)
   Sceso a valle, Franceschini avvertì il più vicino comando americano. Tornò lassù dodici giorni dopo; nel frattempo molta neve si era sciolta. Ma cercò a lungo inutilmente. Stava per ridiscendere quando sul lato destro del vallone vide il morto mezzo fuori dalla neve. Era pressoché intatto, solo i globi degli occhi erano spariti; e una tremenda ferita alla sommità della testa, una fossa rotonda e larga come una ciotola. Un giovane sui ventiquattro anni, bruno, alto di statura. Già qualche mosca girava intorno.
   (Batté contro la roccia, fu un colpo meno tremendo del previsto. Non riuscì ad afferrarsi; si trovò, come di rimbalzo, sospeso ancora. Ma fermo. Il paracadute si era impigliato su una specie di minuscolo torrione sporgente in fuori. Lui pendeva così nel vuoto.
   Intorno rupi assurde, frastagliate, vecchissime, non si capiva come potessero stare in equilibrio. Il sole le illuminava. Ma lui guardò il fondo del vallone (dall’alto sembrava quasi piatto) quella bianca pista liscia ed affettuosa. Gli venne in mente di essere ridicolo, così sospeso come un burattino. Una guglia sghemba assomigliante a un monaco, proprio di fronte, lo fissava; però senza partecipazione.
   Troppo silenzio. Si tolse il casco, sperava di udire qualche suono umano, sia pur remoto. Niente. Non un grido, uno sparo, campana, rombo di autocarro. Urlò a tutta voce: “Gogger! Gogger!” – “Gogger, Goggergogger! Gog!... Gog!” ripeterono gli echi: freddi, matematici, e pareva volessero dire non ci siamo che noi, rocce, ed è inutile che tu chiami.)
Informato il comando americano, salirono col Franceschini una decina di uomini al comando di un tenente. Con grande fatica, nuovi alla montagna, giunsero sul posto. Guida e ufficiale si intendevano in un francese alquanto problematico. Il cadavere fu messo in un sacco e cominciarono a discendere il ripido canalone pieno di neve. A un certo punto però il vallone è interrotto da un salto di rocce. Qui il tenente ordinò l’alt e si fermarono. Franceschini ne approfittò per guardare la “sua” parete, esaminando un certo camino. Con la coda dell’occhio allora vide una cosa muoversi. Il sacco con la salma precipitava a balzi giù per le rocce. Franceschini guardò il tenente ma questi era impassibile.
   (Un metro e mezzo sotto i suoi piedi correva una brevissima cornice, con sopra, a tratti, qualche cuscino di neve. L’unica, tentare. Tagliò le cinghie che lo trattenevano. Tenendosi sospeso con le mani alle funicelle si lasciò spenzolare fin che toccò coi piedi. Fu sulla cengia.
   Ma, di sotto, la parete precipitava. Sporgendosi, egli non riusciva a vedere dove finisse. Le montagne! Mai le aveva viste da vicino; erano straniere, esageratamente belle, tutte sbagliate. Come le odiava. Pure, bisognava uscirne. Avesse potuto utilizzare le cordicelle del paracadute. Ma quelle ormai penzolavano sopra di lui; come arrampicare a prenderle?
   Un abbassamento della luce perché il sole se ne stava andando gli diede la paura. Faceva freddo. “Aoooh!” chiamò con una specie di furore. “Aooaaooh!” ripeterono sette otto volte le montagne, anche dall’altra parte della valle. Allora gli venne una speranza. Trasse la rivoltella e tendendo il braccio in alto, quasi che lo potessero udir meglio, sparò, scanditi, tutti i colpi. Gli echi si ripeterono. Silenzio.
   Mai aveva visto cose tanto immobili come le montagne, neanche le case erano capaci di stare così ferme. La tenuta di volo non bastava, il giovane sbatté le braccia per scaldarsi. Provò una sigaretta, non ebbe sollievo. Quando si sarebbero decisi ad arrivare, per farlo prigioniero, quei porci di Tedeschi?)
   Ritrovarono il corpo alla base della paretina. Nella caduta esso era uscito fuori dal sacco. Lo ricomposero alla meglio. Franceschini, con l’aiuto di due cinghie da calzoni lo trascinò fin dove la neve terminava. Qui, la salma fu messa su una barella. E si fermarono di nuovo.
   (Solo quando anche l’estremo picco rimase senza sole e la notte si rovesciò a fiotti giù per i burroni, l’aviatore capì di essere solo. Gli uomini, i paesi, il fuoco, i caldi letti, le spiagge, le ragazze furono assurde storie di un altro mondo.
   Mangiò quel poco che aveva con sé, a gran sorsate mandò giù il gin di una fiaschettina. Ma certo: domattina qualcuno sarebbe giunto. Si accoccolò sulla cornice. Provò a chiamare ancora ma gli echi, ora che non si vedeva più niente, gli diedero fastidio. L’alcool, la stanchezza, la gioventù: poco dopo prese sonno.)
   Il tenente pregò Franceschini di scendere fino alla Malga Canali; di là avrebbe potuto mandare un mulo. Loro, col morto, sarebbero intanto venuti giù adagio adagio. Si capiva che erano terribilmente stanchi. Franceschini andò ma dopo poco udì alle sue spalle alcune voci. Erano gli Americani che scendevano di corsa senza barella. E il morto? chiese Franceschini. L’abbiamo lasciato là, dietro a quella roccia. E quando venite a prenderlo? Il tenente rispose: Quando peserà meno.
   (Si risvegliò e vide Filadelfia. La sua città, Dio santo! Cambiata in modo indefinibile da come la ricordava eppure sbagliarsi era impossibile. Vedeva, nella notte, le facciate dei grattacieli risplendere alla luna e dal lato opposto gli spigoli inabissarsi neri nelle vie, vedeva le strade bianche, perché mai così bianche? Vedeva piazze e monumenti, e cupole e le bizzarre incastellature pubblicitarie in cima ai tetti, contro le stelle. Sì, laggiù, dietro il muro della “Dutchin Inc.”, dopo quella selva di fumaioli, era la sua casa! Dormivano? Perché neanche una luce?
   Perché neanche una luce, una finestra accesa, un minuscolo breve riverbero di lighter? E le strade così deserte, senza una macchina che muova attraverso candidi quadrivi. Scintillano qua e là, altissime, come azzurre lamine di quarzo, le vetrate sui giardini pensili dei miliardari, ma anche lassù tutto è sprofondato in un pauroso sonno.
   Filadelfia è morta. Un misterioso cataclisma l’ha lasciata così, con le turbine ferme, gli ascensori congelati a metà strada lungo le vertigini dei cementi armati, le caldaie spente, i vecchi quaccheri impietriti con in mano la cornetta muta del telefono. Il freddo entra a pungiglioni negli stivali foderati di pelliccia. Ma che cos’è questa voce che assomiglia a un respiro sommesso? E il vento, entra quasi con timidezza tra i colonnati, ne cava un querulo lamento. Oppure è voce umana? A momenti sembra di udire una specie di confusa musica, come di violini e di chitarre dalle recondite sale dei palazzi circostanti. Sulle cuspidi supreme c’è un polverio d’argento. Il freddo è una lama che lo taglia. E Dio, del quale egli ha sentito tanto parlare, dovè Dio? Non è Filadelfia, maledizione, questa è l’ultima schifosa fossa della terra.)
   Così il sottotenente Muller rimase solo, esposto al sole, in mezzo alle montagne che lo contemplavano. I pastori che d’estate salgono lassù con le pecore gli tolsero gli stivaletti di cuoio ancora in buone condizioni. Poi, non sopportando lo spaventoso odore, bruciarono la salma. Gli American tornarono tre mesi dopo a prendere le ossa.
   (L’alba, ma a che serve? La notte gli è entrata così in fondo che mille estati non basterebbero a riscaldarlo, non c’è più niente del sottotenente Muller tranne che un automa sonnolento. Picchi, muraglie, pencolanti baldacchini, dormono ancora. Non verrà nessuno. Adesso egli misura l’abisso sotto di lui. Fa tutto come per un dovere, senza convinzione. Si toglie gli stivali di volo, sguaina la breve baionetta per infilarla tra roccia e roccia e così tenersi. Sceglie una larga fessura che sprofonda a imbuto. Forse, incastrandosi dentro. Con una mortale svogliatezza prova, tenendosi aggrappato con le mani. Ma le mani sembrano di un altro, tanto sono insensibili. Eccolo ficcato nel camino. Centimetro a centimetro si lascia scivolare. Vede per un attimo il sole battere su una lamina di roccia sospesa a un’altezza immensa.
   Quanto durerà l’abisso? Sotto il piede destro qualcosa a cui era appoggiato vola via. Ode lo scroscio dei sassi che precipitano. La punta della baionetta gratta con affanno senza trovare.  Una forza lenta e persuasiva lo rovescia indietro. Ecco, la parete gli si abbassa dinanzi, quasi diventasse orizzontale. Libero! Una risata fugge su tre cinque dieci pareti allungandosi grottescamente, presto si spegne. Volando giù di roccia in roccia, la baionetta tintinna allegramente. Poi tutto fermo e muto come prima.)
   Ora, sul posto, non è rimasto niente. Perché resti un ricordo, il custode del rifugio “Treviso”, là dove il morto fu lasciato per tre mesi, ha segnato con vernice rossa, su alcune pietre in mezzo all’erba, il nome: F. P. Muller, e una croce. E sotto, in sbaglio: England. Forse perché dalle misteriose rupi della Val Canali America e Inghilterra sono ugualmente distanti, lontane miliardi di chilometri, ed è facile fare confusione.

 

 

 

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