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TRATTO DA “IL DIAVOLO SULLA SIERRA”

di Angelo Solmi

(la spedizione Donner – fatto realmente accaduto)





….Quel giorno, verso sera, ricominciò a nevicare e, nonostante le guide indiane, il gruppo deviò a sud della Bear Valley, cacciandosi in un intrico di rami minori dell'American River. La situazione era senza via d'uscita. Tutti si sedettero nella neve e parecchi proposero di tornare indietro. Soltanto i due indiani dissero, con decisione, che essi sarebbero andati avanti da soli e avrebbero raggiunto il Forte Sutter.
Il mattino del settimo giorno, mentre infuriava una tempesta di neve, il gruppo fece un solo miglio, deviando ancora a sud del cammino previsto. I viveri erano finiti e, per la prima volta, fu avanzata l'idea che "se qualcuno morisse, forse sarebbe stata una fortuna per gli altri".
A poco a poco l'idea si fece strada in maniera ossessionante e venne proposto di tirare a sorte la vittima designata: alcuni, come Foster, si opposero, ma l'estrazione si fece ugualmente e ne uscì il nome di Dolan.
Nessuno, però, ebbe il coraggio di eseguire la "sentenza".
Allora Eddy propose che due uomini facessero un duello a fucilate: chi rimanesse ucciso sarebbe stato mangiato dagli altri. Ma anche questa soluzione fu respinta.
In mezzo alla neve il gruppo andò avanti ancora per due o tre miglia.
Il giorno dopo non nevicava più: pioveva.
I quattordici del "Tentativo disperato" si alzarono, ma presto tornarono al campo rimanendovi tutto il giorno e tutta la notte. La pioggia si era mutata in nevischio e poi in una tempesta di ghiaccio. Con gran fatica riuscirono ad accendere il fuoco, ma le fiamme sciolsero la neve e tutto precipitò abbasso perché, senza accorgersene, il fuoco era stato acceso sopra un ruscello gelato.
Per colmo di sventura, cercando di trovare nuova legna, l'ascia fu perduta nella neve.
Era la notte della vigilia di Natale.
In quella orribile notte morì Antonio, il messicano, mentre Patrick Dolan, in delirio, stava agonizzando: anche Graves era agli estremi, tra il vento che ululava sempre più forte. Senza fuoco, senza cibo da tre giorni, come avrebbero potuto sopravvivere? Quando fu prossimo alla fine Graves chiamò le figlie piangenti e disse loro che avrebbero dovuto salvarsi ad ogni costo per soccorrere la madre e i fratellini: aggiunse che egli sarebbe stato felice se, per raggiungere questo scopo, il suo corpo fosse stato sacrificato dopo la sua morte. Le supplicò, anzi, di cibarsi delle sue carni. Poco prima dell'alba spirò. Nel frattempo, su proposta di Eddy, i superstiti si erano accalcati insieme in un cerchio, stendendosi su una coperta con la testa verso l'esterno, i piedi riuniti al centro e un'altra coperta messa sopra: era un metodo indiano e funzionò, benché la coperta superiore si riempisse continuamente di neve.
Quando qualcuno si addormentava per un attimo, cominciava a delirare e, nel sonno, afferrava con i denti la mano o il braccio del vicino: Dolan urlava in modo straziante e solo dopo l'a a tacque. Anche il giovane Lemuel Murphy delirava, chiamando la madre e le sorelle. I morti, i morenti, le loro grida, la fame lancinante, il freddo erano tali da far impazzire. Il giorno dopo, Natale del 1846, un venerdì, la tempesta infuriava sempre e continuò senza un attimo di tregua. L'aria era una nebbia gelida percorsa da aculei di ghiaccio che sferzavano dolorosamente il viso. Di tanto in tanto il demente Dolan fuggiva dal gruppo, scomparendo nella bufera: ogni volta tornò o fu trascinato sotto la coperta a viva forza, ma nel pomeriggio smise di dibattersi e di gridare, e rese l'anima a Dio. Quando qualcuno ricordò che quello era il giorno di Natale, la risposta fu un cupo silenzio.
Il giorno di Santo Stefano sorse sopra il gruppo: la tempesta era diminuita, ma nessuno ebbe la forza di sollevarsi. Soltanto dopo il mezzogiorno del 27 riapparve il sole: da quattro giorni i componenti della "pattuglia disperata" non mangiavano e da due giorni e mezzo erano senza fuoco. Coloro che riuscirono ad alzarsi si' meravigliarono di essere ancora vivi, dopo trenta ore passate sotto le coperte. Eddy, che aveva cercato di accendere un fuoco nel rifugio improvvisato facendo esplodere polvere da sparo, aveva il viso bruciacchiato. Tutti, a poco a poco, strisciarono da sotto le coperte e Eddy, con uno sforzo sovrumano, riuscì infine a incendiare un albero secco di pino. Erano così intontiti da non badare ai tizzoni ardenti che, insieme con grossi pezzi di rami in fiamme, cadevano loro addosso.
Finalmente i più coraggiosi vinsero l'orrore e si avvicinarono ai morti. Cominciarono da Dolan; poi passarono agli altri, mentre il povero Lemuel Murphy si lamentava e gridava. Con le mani dapprima tremanti, poi sempre più sicure, tagliarono dai corpi privi di vita pezzi di carne e li misero ad arrostire sui carboni: non tutti mangiarono quel cibo orrendo, ma chi lo mangiò visse. Non ne mangiò, perché ormai agonizzante, Lemuel Murphy, che le sorelle Harriet e Sarah tentarono di sostenere e confortare fino all'ultimo. Il ragazzo le aveva coraggiosamente accompagnate, ma era già troppo indebolito alla partenza e, nonostante la sua costituzione robusta, era il più giovane e il più indifeso del gruppo. Per tutta la giornata Sarah Foster gli tenne la testa in grembo, chiamando lo coi nomi più dolci.
Cadde la sera e, per la prima volta dopo molti giorni, si rividero la luna e le stelle. Il silenzio profondo era rotto soltanto dai rantoli del ragazzo morente. Alle due di notte, sotto un fantastico chiaro di luna, Lemuel cessò di soffrire. Il "campo della morte" aveva voluto la sua quinta vittima: dopo Stanton, Antonio; dopo Antonio, Graves; dopo Graves, Dolan; dopo Dolan, Lemuel. Ora i componenti della pattuglia del "Tentativo disperato" erano rimasti in dieci, e metà erano donne, che avevano mostrato di essere assai più resistenti degli uomini.
Per tre giorni, dal 27 al 29 dicembre, i sopravvissuti rimasero al "campo della morte", cibandosi di carne umana. Ciò che non veniva mangiato, veniva fatto essiccare per portarselo dietro. Nessuno si cibò della carne dei propri parenti, anzi fu messo con cura un cartello su ogni pezzo erché ciascuno otesse distinguere quelli appartenenti alla propria famiglia. Tuttavia Sarah Foster dovette assistere all' orrendo spettacolo del cuore del fratello Lemuel, infilato su un bastoncino, e messo a cuocere al fuoco (secondo altre versioni questo episodio avvenne più tardi, e il cuore sarebbe stato quello di Jay Fosdick: ma va detto che, ancora molti anni dopo la conclusione del dramma, gli stessi che ne erano stati protagonisti ricordavano molto in confuso i dettagli e spesso si confondevano e si contraddicevano). Soltanto Lewis e Salvador, le guide indiane, rifiutarono di abbandonarsi al cannibalismo: quei "selvaggi", che i bianchi di allora ritenevano esseri inferiori e talvolta disprezzavano trattandoli con durezza, accesero un fuoco lontano dagli altri e, con grande stoicismo osservarono il più assoluto digiuno.
Il 30 dicembre i dieci superstiti ripresero la marcia, portando con sé brani di carne umana, tra i dossi solitari ammantati di neve. Il paesaggio era stupendo, quello stesso che, 114 anni dopo, doveva vedere le festose competizioni delle Olimpiadi invernali di Squaw Valley. Ma, per quanto bello, i disperati del "Tentativo" non avevano certo voglia né possibilità di ammirarlo.
A parte le donne e Eddy, tutti gli altri mostravano segni di cedimento: Jay Fosdick, marito di Sarah Graves, William Foster, marito di Sarah Murphy.
L'ultimo dell'anno 1846 si accamparono in vista della valle del Sacramento, da cui, però, li separava un invalicabile canyon di 700 metri di profondità, che occorreva scendere e risalire. La carne umana secca era finita, e l'anno nuovo - il 1847 - non vide festeggiamenti di sorta.
La neve era ormai sufficientemente dura per poter fare a meno delle racchette, che vennero mangiate insieme con i mocassini. Fu proprio nella notte fra il lO e il 2 gennaio che gli indiani sparirono silenziosamente: avevano sentito discorsi minacciosi e visto sguardi significativi rivolti ad essi e, spaventati dalla faccia dei bianchi, cercarono di mettersi in salvo per proprio conto. Il volto della civiltà ne aveva piegato il coraggio.
Senza guide, gli otto rimasti andarono alla cieca su un terreno coperto da uno strato di almeno dieci metri di neve. Avanti procedevano Eddy, con il fucile, e Mary Graves. Eddy, il 4 gennaio, riuscì a uccidere una cerva, di cui egli e Mary bevvero il sangue caldo e mangiarono una parte della carne, aspettando gli altri. Ma gli altri erano attardati da Foster, debolissimo; più indietro ancora era Fosdick, ormai in agonia, sostenuto dalla moglie. Nella notte Fosdick morì e la moglie, dopo aver raggiunto Sarah Foster ed essersi resa conto delle condizioni di William Foster, consentì, dopo lunga resistenza, che il corpo del marito servisse da cibo agli altri affamati. Fu Sarah Foster a compiere l'orrenda operazione, e va sottolineato che il coraggio non mancò alla donna.
Sarah Fosdick, invece, non poté e non volle prendere parte alla barbara cerimonia; in compenso le venne dato il residuo della cerva.
Il 6 gennaio tutti erano di nuovo senza cibo: e per di più non c'erano le guide indiane, per quanto si cercasse di seguirne le orme nella neve, segnate dai loro piedi sanguinanti. Lewis e Salvador, infatti, avevano sacrificato le loro calzature, mangiandole pezzo per pezzo, piuttosto che assaggiare carne umana. Dopo una giornata di digiuno all'addiaccio, il 7 i superstiti ripartirono trascinandosi su e giù da un cànyon all'altro, da un burrone all'altro. Al cadere della notte si accamparono alla sommità di un'enorme rupe: ormai la valle del Sacramento si vedeva benissimo, sembrava a portata di mano, ma, al tempo stesso, pareva un miraggio irraggiungibile.
Nelle tenebre Foster prese in disparte Eddy e gli disse che egli sarebbe certamente morto "se non succedeva qualcosa". Si spiegò più chiaramente dichiarando che occorreva uccidere la signora Me Cutchen o Mary Graves o la signora Fosdick. Eddy si ribellò e avvertì le donne del pericolo. Foster lo inseguì tentando di gettarsi su di lui: Eddy estrasse un coltello e l'avrebbe certo ucciso (perché era più robusto dell'avversario), se le donne, piangendo, non si fossero aggrappate a lui, togliendo gli il coltello.
L'8 gennaio gli sventurati proseguirono come automi e si imbatterono nelle due guide indiane, distese nella neve, completamente esauste. Fu Foster, con fredda crudeltà, a colpirle alla testa, ammazzandole, senza che gli altri lo impedissero: una macchia orribile nell'orribile vicenda, perché finora nessuno aveva praticato il cannibalismo se non su uomini già morti di morte naturale. I due poveri indigeni spirarono senza quasi accorgersene: Foster, che in fondo non era cattivo, cercò poi di riscattarsi in tutti i modi. Ma portò il rimorso del suo delitto per tutta la vita.
Adesso i sette superstiti andavano avanti d'istinto: trovarono una zona senza neve e si misero a masticare erba gelata. Si accampavano lontano da Foster, considerato "colpevole", per quanto anch'essi sentissero di non avere la coscienza pulita.
Dopo due settimane di bel tempo, l'11 gennaio furono investiti da un'altra tempesta di nevischio che, più in basso, si trasformò in acqua gelata.
La sera del 12 gennaio si imbatterono in una pista indiana, che li portò a un villaggio indigeno: dapprima i pellirosse fuggirono spaventati di fronte a quell'infernale apparizione, poi acconsentirono ad aiutarli, pur potendo fornire loro soltanto focacce di ghiande. Eddy non riuscì a mangiarne, ma infine gli indiani la mattina del 13 gli procurarono dei pinoli e questi gli resero un po' di forza.
Mentre i compagni si erano sdraiati sfiniti nel villaggio, inebetiti e incapaci perfino di parlare, egli fece, fra il 16 e il 17 gennaio, cinque miglia da solo, e, con l'aiuto di due indiani. altre cinque miglia, metà camminando e metà trascinandosi sulle ginocchia.
Al tramonto del 17 raggiunse una capanna di emigranti al Johnson's Ranch. Una ragazza, Harriet Ritchie, gli aprì la porta e stentò a riconoscere un essere umano. Eddy fu messo a letto e rifocillato, mentre i Ritchie preparavano cibo e chiedevano aiuto ai vicini per soccorrere gli emigranti rimasti indietro. A mezzanotte raggiunsero Foster e le cinque donne ormai morenti e, il giorno dopo, trasportarono tutti in salvo.
Il "Tentativo disperato", dopo 33 giorni di spaventosi patimenti, si era concluso: sette persone su quindici (cinque donne e due uomini) avevano superato la prova. Dopo 36 ore di letto, Eddy riuscì a scrivere una lettera al ranch di John Sinclair, presso l'odierna Sacramento: la signora Sinclair mandò vestiti per le donne, fece recapitare la lettera al capitano Kern, che comandava la guarnigione del Forte Sutter. Vennero trovati sette volontari, al comando di Aquilla Glover, e il gruppo raggiunse il Johnson's Ranch il 2 febbraio.
Qui si unirono poco dopo altrettanti volontari, dei quali volle far parte William Eddy, che sperava di sal- vare la moglie e i figli: fra questi volontari spiccavano per la loro energia Reasin Tucker e J ohn Rhoads (o Rhocles). Ma il tempo, in quei primi giorni di febbraio, era nuovamente avverso; salendo dalla vallata la 'pioggia torrenziale si mutò in neve, e le bestie da soma, tra ghiaccio e fame, faticavano terribilmente. Arrivare alle capanne del lago sarebbe stato non meno difficile che discenderne: pure, bisognava tentare, perché lassù, quasi certamente, molti stavano morendo.

 

 

Cascina Macondo
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