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Le qualità che dovrebbe avere un insegnante

di Francesco Sorrentino

studente ristretto

per gentile concessione dell'autore
e dell'Istituto "Soleri-Bertoni" di Saluzzo

 


Prima di addentrarmi nel perché ho scelto, come qualità di un insegnante, carisma, chiarezza e motivazione, è doveroso fare una premessa per non essere equivocato.
Michele Serra, autorevole giornalista e intellettuale di sinistra, nel suo articolo sul bullismo nelle scuole, un po’ retrò a mio avviso, è stato accusato di classismo.
Poiché io sono un ex camorrista mi si potrebbe dire:
 “guarda da che pulpito viene la predica”.
Ho voluto sgombrare il campo, così  non avete alibi.
Potete giudicarmi, lo accetto, ma non dire che non lo sapevate.
Certo, tra un classista e un camorrista vi è una bella differenza ed io ne sono consapevole e per questo ho voluto essere chiaro, vedete com’è importante la parola “chiarezza”?
Quando andavo alle scuole elementari, oggi ho 61 anni, avevamo tutti il grembiulino con il fiocco, molti di voi ricorderanno, quel grembiulino ci dava una identità e ci faceva sentire “tutti uguali”.
I professori erano delle istituzioni sia per noi sia per i nostri genitori e proprio per questo, quando volava qualche ceffone, stavamo zitti e non dicevamo nulla ai nostri genitori perché lo avremmo preso anche da loro e la risposta era sempre la stessa: “se il professore ti ha dato un ceffone, vuol dire che lo meritavi”.
All’età di 23/24 anni, il periodo in cui ha iniziato ad albergare il male dentro di me, ero una persona “rispettata”. Oggi posso dire, consapevolmente, che quello non era rispetto da parte degli altri ma paura, ho incontrato il professor Bonagura, quello dei ceffoni, e nonostante che il rapporto di forza fosse cambiato, io avevo ancora soggezione nei suoi confronti e gli parlavo con reverenza: se non è carisma questo, non so quale sia.
Saranno stati altri tempi, era un’altra società, ditemi tutto quel che volete, ma io ancora oggi, nonostante i ceffoni, conservo un buon ricordo dell’insegnante Bonagura, perché è stato un punto di riferimento per me e rimarrà un professore carismatico.
Ho poi conseguito la licenza media: in questo periodo scolastico non ricordo nessun insegnante che abbia avuto una delle caratteristiche suddette; sicuramente le avranno avute, solo che io non le ho colte, poiché ero Gianni, così don Milani definisce i figli dei poveri mentre quelli dei ricchi sono Pierini. Poi papà mi fece frequentare l’istituto professionale di Ottaviano e pure lì ho avuto un professore, Ambrosio, che era motivatissimo, carismatico e chiaro, le sue lezioni erano così appassionanti che hanno fatto nascere in me la passione e la bellezza per la letteratura, che ho coltivato e continuo a farlo ancora oggi.
Nonostante i buoni ricordi e l’insegnamento avuto dai professori, sono la prova vivente che ha ragione Michele Serra perché sono rimasto Gianni e sono finito in carcere: se proprio dovessi fargli una critica, gli direi che, almeno nel mio caso, i miei genitori hanno fatto di tutto per farmi studiare, nonostante che fossero analfabeti e poveri perché non volevano che facessi la loro stessa fine e senza volerlo m’insegnavano il Verismo di Verga.
Paradossalmente la mia libertà, in tutti i sensi, è iniziata con il mio arresto perché quando avevo un confronto con un avvocato, un educatore, un giudice mi sentivo a disagio e in uno stato d’inferiorità, perché non capivo la maggior parte del significato delle parole.
Questo disagio è stato la molla che mi ha fatto riflettere su quanto fossi ignorante e su come avessi buttato la mia vita … giacché ero stato condannato a 30 anni di carcere… attualmente devo scontare gli ultimi 10 mesi di questi 30, “l’unico modo per essere libero era evadere dall’ignoranza”.
Perché mi sono reso conto, e di questo sono riconoscente alla scuola, che è grazie alle tenebre circostanti che la luce della conoscenza s’illumina e questo non lo devo solo agli insegnanti citati, ma soprattutto perché ero in età avanzata, alla mia insegnante di economia, che oltre al suo orario scolastico faceva volontariato e ci insegnava, simulata, come gestire un’azienda e poi a un’insegnante d’italiano, che ha fatto della scuola una missione e mi ha trasmesso la bellezza della conoscenza, lei è il vero esempio della buona scuola.
Con il tempo è vero che sono uscito dalle tenebre, ma poiché chi accresce la conoscenza accresce la sofferenza, ho iniziato a elaborare il mio passato e più andavo nel profondo e più stavo male perché rivivevo il male che ho recato a tante persone, compresa la mia famiglia, e mi sentivo come Caronte di Dante, ma con una grande differenza che lui traghettava solo anime nere mentre io ho traghettato anche anime bianche.
La scuola mi ha permesso di spazzare via dai miei occhi quella cataratta che avevo e di rapportarmi con mia moglie e i miei figli con occhi “sgombri” e il colloquio (per chi non lo sa è l’ora di visita nel carcere) divenne un doposcuola, dove da camorrista ero diventato l’insegnante dei  miei figli… con il tempo poi si sono invertiti i ruoli ed erano loro a dare lezione a me.
Oggi uno è ufficiale dell’esercito e fa missioni all’estero e l’altro commerciante: questa è la dimostrazione, seppur rara, che non sempre dal male nasce altro male; questo è stato possibile, oltre alla scuola che li ha protetti e preparati alla vita, grazie alla vedova di un marito vivo che ha annullato la sua vita e si è dedicata esclusivamente ai figli per portarli fuori da quell’ambiente e ci è riuscita: quella vedova è mia moglie.
Questo “miracolo” è avvenuto perché in una società dell’incuria i due baluardi, la famiglia - nel mio caso mia moglie - e la scuola, hanno adempito al compito che gli è stato affidato e “si sono presi cura” al posto di uno stato assente che a parole parla del piano buona scuola ma  nei fatti costruisce più carceri che scuole.
Sono consapevole che oggi è molto difficile per un insegnante essere carismatico, chiaro e motivato perché si trova al cospetto di uno stato che negli investimenti scolastici è pari solo alla Bulgaria e con un abbandono scolastico che è il doppio della media Europea; se a questo ci aggiungiamo che uno dei baluardi delegati all’educazione, la famiglia, si è sottratta a questo compito, di fatto l’unico baluardo è rimasto la scuola con insegnanti mal retribuiti e con un centro pedagogico ogni  40.000 abitanti che fa incontrare genitori e insegnanti per rimuovere le carenze.
Questa situazione catastrofica scoraggerebbe chiunque, ma nonostante che lo stato non mi abbia dato nessuna possibilità di riscatto, io sono fiducioso, perché se ci è riuscita mia moglie, da sola, a educare i miei figli e a portarli fuori dalla volgarità, educare è questo, lo può fare a maggior ragione la scuola.
Io sono solo un ex camorrista e non un addetto ai lavori, ma se la mia esperienza, prima e dopo il carcere, può essere da esempio ai tanti bulli e non solo, che solo attraverso lo studio e il rispetto dell’altro si può essere veramente liberi e uscire  dalla volgarità, se la mia storia negativa può essere da monito, vorrà dire che questi 30 anni di carcere saranno serviti ad evitare che altri Francesco facciano la stessa fine e questo  darebbe, veramente, un senso alla mia vita da uomo nuovo.
Grazie a tutti voi che avete avuto la pazienza di dedicarmi questo spazio e a tutti gli insegnanti che mi hanno trasmesso gli strumenti per scrivere questo testo.


Francesco Sorrentino

 

 

 

 

 

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