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 ELOGIO DEL DIALOGO
di Ahmad Masalmeh

per gentile concessione dell'autore





Ai miei figli,
a mia moglie  e
in memoria di Muath,
pilota giordano, martire,
arso vivo dall'Isis.


(Ahmad Masalmeh)                             




INTRODUZIONE

Questa breve raccolta di scritti, composti in tempi e circostanze diversi, vuole essere un contributo tangibile all'argomento del dialogo, o, meglio, dei dialoghi presenti in un essere pensante.
I vari argomenti sono un esempio delle diversissime contingenze nelle quali è essenziale per ognuno poter dialogare, con se stesso, con il prossimo e con il mondo che lo circonda.
I vari argomenti, apparentemente slegati tra loro, sono in realtà il prodotto della poliedricità presente in ogni uomo. La difficoltà delle situazioni rappresentate non consente di essere né esaustivi, né conclusivi, e vanno considerati anche i limiti dello scrivente e le ristrettezze nelle quali si è potuto agire. La mancanza di internet, di accessi a materiali bibliotecari  e di tutti quegli strumenti normalmente disponibili, limitano molto le possibilità espressive di chi produce un lavoro in carcere. Per questo i brani proposti vogliono essere solo uno spunto per futuri dibattiti o integrazioni di terze parti che saranno oltremodo gradite.
Una prima riflessione densa di significato l'ho maturata leggendo Primo Levi quando dice: «è successo, quindi può accadere di nuovo».
Egli si riferiva ai genocidi. E infatti è accaduto molte volte ancora: in Ruanda, Bosnia, Congo e Cecenia, oltre ai 37 conflitti attualmente accesi nel nostro pianeta. Significativa è l’esortazione di un altro superstite dell’Olocausto, Elie Wiesel: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l’oppressore e non la vittima”.
Oltre a questo, non posso dimenticare l'imperativo «Indignatevi!», titolo del libro-manifesto di Stephan Hessel, padre nobile degli "Indignados" spagnoli, che incita alla rivolta contro l'inaccettabile. In ogni epoca, compresa quella attuale, ci si chiede come si possa non indignarsi davanti alle ingiustizie, al sopruso e alle prepotenze dei terroristi e dei dittatori.  
Durante la mia detenzione in Germania, in attesa dell’estradizione per l’Italia, potevo fruire di una sola ora d’aria al giorno, ma in compenso ho avuto il tempo e la fortuna dell’accesso a una sterminata biblioteca che mi ha consentito di arricchirmi culturalmente. La letteratura mi ha portato a una inaspettata contemplazione esistenziale. In questo periodo, nel quale la segregazione è coincisa con la frequentazione dei testi, ho potuto fare di necessità virtù e si è trattato di una provvida sventura.
Non posso non ricordare il mio fondamentale “incontro” con i "Pensieri" di Blaise Pascal. Ricordo particolarmente la sua celeberrima e geniale, e per qualcuno banale, quanto semplice, scommessa riguardante la dimostrabile o meno esistenza di Dio. Pascal, al riguardo, raccomanda come conveniente il credere comunque, in quanto, se Dio esiste, abbiamo fatto la scelta giusta, mentre, se non esiste, non abbiamo perso niente.
D’altra  parte Hegel, nella sua dialettica, afferma che tutto ciò che è reale è anche razionale e viceversa. Mi sono spesso chiesto se, per conseguenza, la religione fosse o no una cosa reale. Per Goethe la coscienza d’Europa è nata sulle vie del pellegrinaggio. Anche lo scienziato Louis Pasteur sosteneva che “poca scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a Lui”.
Dal mio punto di vista associo a queste considerazioni il concetto di Marx: “La religione è l’oppio dei popoli”. Potrei azzardare  una supposizione in merito: se la religione, intesa come “oppio spirituale”, venisse concepita come filosofia di vita, senza imposizioni, ma bensì con convinzione intima, sarebbe una cosa buona e saggia e rivestirebbe una valenza innocua e salubre, e fungerebbe da deterrente contro ogni tentazione malefica e contro tutti i nefasti “-ismi”.
 Purtroppo, quando ero libero non ho avuto né la forza, né la saggezza, di fare su me stesso un’autocritica scrupolosa che mi avrebbe preservato dalla tragedia che sto vivendo. Anche l'aspetto linguistico e multiculturale ha giocato un ruolo fondamentale nella mia maturazione etica e spirituale. Importantissimo per la mia comprensione è stato anche lo studio comparativo tra Bibbia e Corano. Vero è che l'esegesi ermeneutica di alcuni passi dei libri sacri presuppongono una conoscenza approfondita delle dottrine religiose. Paradossalmente, pur avendo una buona padronanza della lingua araba, mia lingua madre, ho potuto constatare con sconcertante stupore di poter capire meglio certi concetti coranici nella versione inglese del Corano. D’altronde per avere un giudizio ponderato ho voluto e avuto la conferma di quegli approfondimenti leggendo il Corano in francese e in italiano. Per dirla con Goethe, «Chi non conosce un'altra lingua, non conosce "bene" neanche la propria».

A proposito del mio percorso spirituale, vorrei precisare che un infinito concorso di eventi, di incontri del tutto fortuiti, di cause, di cose impensate ed impensabili hanno comportato il più improbabile dei risultati: hanno determinato il mio destino. Infatti, fino a 43 anni, la mia religiosità era poco più che tiepida e non ricordo di aver mai frequentato una moschea, eccezion fatta per quella volta in cui, nell'83, accompagnai mio cognato Daniel a visitare la Moschea degli Umayiadi, a Damasco, dove risiede la tomba di Giovanni Battista, venerato anche dai musulmani. In quell'occasione, Daniel volle farsi fotografare davanti alla tomba del profeta Giovanni per munirsi di qualche foto da mostrare a sua zia, suora missionaria in Africa.
Pur avendo la trascendenza innata nel mio DNA, essendo nato in una terra intrisa di storia di Profeti, i miei interessi erano quanto mai terreni ed immanenti, avendo avuto una visione del tutto edonistica della vita. Cercavo di ricavare  virtù dalla ricchezza, invece di ricavare ricchezze dalle virtù, cosa quest'ultima, che ho appreso approfondendo il sacro. Solo così ho scoperto che la saggezza consiste proprio nel contemperare i principi tra loro in tensione e ho potuto arginare la mia ignoranza.
Pensando alla mia terra e in particolare a Irbid, mia città natale, ho composto questi versi:




Irbid mia bella

Terra mia
natia
sognata
disperatamente.
Paradiso
in cui vissi
felice
senza peccati
senza inquisitori
né difensori
senza futili vanità
né vacui vanitosi.
Oh terra mia
anelata
ansiosamente
dopo tanto errare
quanto desidero
ora
ritrovarti
e gioire
nell’accarezzarti.
Terra mia
di cui porto
la febbre fremente
nelle vene
e il profumo
nella mente.
Quando il mio infranto
cuore
ti invoca
tu appari
splendente.
In te
mi rifugio
e mi sento difeso.
Solo tu non mi hai
deluso né offeso.
Irbid mia bella
nel lasciarti
fui davvero
incosciente e confuso.
Mia amata terra
insonne calamita,
l’incessante malinconia
assopirà
e la struggente nostalgia
si placherà
e il mio cuore
si quieterà
solo quando
le mie lacrime
accarezzeranno
il caro sepolcro
dei miei amatissimi
genitori.


In un mio breve racconto cerco di sintetizzare uno dei problemi da me più sentiti, e cioè l’incontro tra un credente e un non credente; uno scambio di battute tra un professore ed un alunno, nel carcere di Opera, entrambi atei, sfociato in un atteggiamento di scherno contro la Chiesa, il Papa e ogni credente, ha ispirato il mio seguente pensiero:



La  madre di tutte le controversie

Vi erano due eminenti intellettuali, che si detestavano reciprocamente. Il primo era un illustre astronomo decisamente ateo e il secondo era un dotto teologo intrepido esegeta, vigorosamente credente. Un bel giorno si incontrarono come di consueto, nella piazza della città e intrapresero un acceso dibattito sull'esistenza o meno di Dio. Argomentavano animatamente davanti ai rispettivi sostenitori, sfoggiando il meglio della loro dialettica. Dopo ore di ardita discussione e veementi dispute, si congedarono  mestamente soggiogati entrambi dal fardello dell'amara sconfitta. Infine, sull'imbrunire, dopo una acuta riflessione autocritica, giunsero entrambi ad una folgorante e alquanto stupefacente conversione. Infatti, ironia della sorte, lo scienziato ateo si recò al tempio, si inginocchiò di fronte all’altare, in un composto raccoglimento e, commosso, chiese perdono a Dio per il suo passato da uomo traviato e peccatore, attuando così una devozione fervente. Contemporaneamente, il dotto credente vedendo le sue certezze sfaldarsi inesorabilmente, perse quella fede che riteneva la sua ragione di vita, quindi prese tutti i suoi libri sacri, li bruciò nella piazza della città, abiurando platealmente il suo credo in Dio".

I confronti tra soggetti diversi portano a risultati sorprendenti, ma, per chi è soggetto alla “clausura”, la scrittura diventa un’attività solitaria di dialogo. Così, per un uomo come me, posto di fronte a una solitudine forzata, all'isolamento dal mondo, all'allontanamento struggente dai propri cari, lo scrivere rappresenta una valvola di sfogo naturale per mitigare il dolore della distanza, per ammorbidire l'afflizione dell'esclusione, per addolcire il senso della diversità e della lontananza. La penna diviene uno strumento, quasi l'unico, per non perdere il contatto con il mondo.
Il solo gesto di stringere la penna fra le dita genera una reazione psicologica salutare. D'innanzi all'impossibilità, dettata dalle circostanze, di comunicare con il resto del mondo ci si inventa un alter ego nel quale specchiarsi e con il quale dialogare.
Lo scrivere potrebbe rivestire una sorprendente e decisiva utilità nell’educazione al dialogo, come del resto potrebbe avere un ruolo deterrente verso il lettore contro il cancro del fondamentalismo. Mi viene in mente una frase del Cancelliere austriaco Metternich che disse: “Le mie prigioni, di Silvio Pellico (celebre scrittore saluzzese), fecero più male all’Austria di una intera guerra perduta”.
Queste meditazioni, e l'attività cognitiva in generale, mi hanno consentito di sopravvivere ai lunghi anni di carcere. Il confronto con il prossimo, anche in queste limitanti circostanze,  mi ha permesso di comprendere meglio me stesso, gli errori che  ho commesso e soprattutto mi ha agevolato nel raggiungimento di una maturità che, per quanto non possa mai essere perfetta, è sicuramente più consistente di quando ero libero.
Sono un essere umano, con tutti i limiti e i difetti che questo comporta. Se occorre che l'auriga tenga sotto controllo i cavalli per evitare che il cocchio si rovesci, allo stesso modo dovrei sempre vigilare in modo che la mia vita non si allontani dalla via che ho scelto. In questo modo, durante le sempre presenti necessità, la coscienza può e sa intervenire sull'etica dell’uomo preservandolo da quanto è moralmente inaccettabile.
Desidero parlare di un sentimento che spesso mi condiziona.
Verso la mia famiglia provo un grande senso di gratitudine per gli immensi sacrifici che quotidianamente è costretta ad affrontare e, allo stesso tempo, provo un immenso sconforto per l’impossibilità di alleggerire tali sacrifici. Non le chiedo mai di venirmi a trovare, per non pesare sulle vite dei suoi componenti più di quanto non abbia già fatto, eppure non manca ad un colloquio nel limite della sua possibilità. Il mio senso di colpa nei suoi confronti non cessa. La felicità che mi regala riabbracciare la mia famiglia è annullata dal dolore della consapevolezza che sono la causa della sua sofferenza.
Sicuramente  il rammarico maggiore, in questa avvenuta consapevolezza, è stato il senso di fallimento e di colpa per il danno che ho arrecato ai miei cari e in particolare ai miei figli. Anche se si tratta di un danno irreversibile, ciò non di meno il rapporto bellissimo ed intenso che ho potuto comunque costruire con loro, mi attenua il senso di frustrazione.
Ugualmente, quando i Funzionari dell'Ambasciata di Giordania vengono a visitarmi, da Roma o da Torino, sono colmo di orgoglio e gioia per la loro presenza, eppure contemporaneamente provo disagio per il disturbo che arreco loro, sia dal punto di vista economico che temporale.
Sono immensamente grato e felice per il modo in cui il Console Generale di Giordania segue il mio caso, ponendovi costanza e premura, ma non posso che dirmi mortificato per il fastidio che comporta offrire tutela ad un cittadino giordano carcerato. Altro sarebbe ricorrere all’aiuto del Consolato da uomo libero e per questioni differenti dalle attuali.
Per finire, auspico che i pochi lettori ai quali questo breve saggio è indirizzato, si facciano promotori per una sua diffusione e per condividere il più possibile con altri i contenuti che ho voluto esprimere.
A questi e a altri elementi che compongono la  singolare realtà del mio essere recluso e della tragica attualità del Medio Oriente, sono rivolti i  pensieri del mio scritto. Pensieri che riflettono in buona parte esperienze dirette e intime emozioni dove il ricordo del passato interagisce intrinsecamente col presente. Sono ricordi intrisi di malinconia che magicamente si trasfigura in emozioni salubri e catartiche.

 



Conversazioni sul dialogo

Un proverbio arabo recita: «Al di là dei cinque sensi, il diletto più grande è quello del dialogo».
Personalmente, nel dialogo colgo e percepisco un soffio di fiducia che si nutre e prospera in virtù del viaggio alla ricerca dell’altro. Il dialogo mi permette di sfogliare le pagine della mente del mio interlocutore e nel contempo di offrirgli di consultare la mia “biblioteca” interiore creando uno straordinario approccio emotivo ed intellettuale teso a portare alla più preziosa e nobile delle virtù che è la conoscenza.
Conoscersi vuol dire anche capirsi  e comprendersi fino a farne il frutto più sublime del dialogo. Come già diceva Socrate, con il suo “conosci te stesso”, la conoscenza di sé stessi è la colonna portante di tutta la sua filosofia.
La filosofia è figlia del dubbio radicale che riguarda non per ultimo e soprattutto le sue stesse facoltà e prerogative. Questa consapevolezza rappresenta un bagno di umiltà che non può che far del bene, ed ecco perché la filosofia propone una ragione dialogica e dialogante. Dialogare significa orientarsi tra le diverse ragioni dei diversi soggetti. Infatti senza la diversità, che dialogo potrebbe mai essere?
Il riconoscimento ed il rispetto delle pari dignità dell'altro è un valore inalienabile ed inscindibile della condizione umana.
Il dialogo ci offre uno straordinario vantaggio: vedere il mondo con occhi nuovi.
La realtà infatti cambia al mutare degli angoli di prospettiva ed è per sua natura poliedrica. ? un inno alla libertà di pensiero, principale nemico di tutti i dittatori.
La conoscenza derivante dal dialogo diventa inesorabilmente conoscenza di sé stessi e quando l’uomo raggiunge la conoscenza delle proprie attitudini ed emozioni acquisisce maggiore consapevolezza e diventa giudice rigoroso dei suoi meriti e dei suoi difetti. Anche l’amore d’altronde inizia col dialogo sensoriale, quello della vista… il dolce dialogo degli sguardi si trasforma in un delizioso dialogo con i sorrisi per coronarsi poi con il dialogo delle parole e dei corpi … .
Essendo il dialogare sinonimo di costruire, esso va di pari passo con la speranza che è l’unica forza che non ci mancherà se l’abbiamo accolta con fede e si è radicata in noi. Il dialogo infatti ci fornisce le ali e ci porta lontano, oltre l’ignoranza e la paura.
Il dialogo è il motore della vita relazionale di tutti noi e il leitmotiv di ogni progresso perché aprirsi spontaneamente al dialogo è aprirsi al mondo, tendere la mano al prossimo e sorridere alla vita. Più arduo è il cammino del dialogo, più dolce e gustoso sarà il suo frutto. Il dialogo è la tangibile testimonianza della cultura dell’incontro tra civiltà che è la prerogativa più nobile e civile di noi che ci chiamiamo uomini.
Già mentre scrivo del dialogo mi sento a mio agio poiché mi sento di conversare con me stesso con tutto ciò che questo comporta sia nelle certezze che nei dubbi, di certo entrambi sono fattori di crescita. Personalmente ho potuto constatare con piacevole stupore che le critiche che ho ricevuto mi hanno soprattutto illuminato.
Intraprendere il dialogo è già di per sé un “atto di fede” tra coloro i quali, armati di coraggio, di buon senso e di buona volontà, decidono soprattutto di far valere ciò che li unisce, in virtù dell’idea che, con la concordia,  le piccole cose crescono, mentre con la discordia, le più grandi vanno in rovina. Infatti si comprende come il dialogo sia il lievito della concordia.
Il dialogo degno di questo nome richiede umiltà, costanza  e rispetto, virtù degli uomini dotati di intelligenza, lungimiranza e bontà d’animo, altrimenti rimane un dialogo tra sordi. Con l’esercizio del dialogo l’uomo diventa più abile e capace di resistere alle infauste sirene dell’esasperante nazionalismo, dell’ingenuo sciovinismo che scatenano la psicosi dell’odio verso il diverso, come se la diversità fosse una minaccia. Con la pratica del dialogo l’uomo riesce a liberarsi dei suoi dèmoni, delle sue riserve mentali e da certi banali stereotipi.
Tuttavia il dialogo, come qualsiasi esperienza umana, ha dei limiti. Infatti, il dialogo con gli assassini delle Brigate Nere dell’ISIS purtroppo è assolutamente improponibile, perché la parola dialogo non fa parte del loro misero vocabolario. Essi sono refrattari sia alla disciplina di una ragione universale, sia al magistero della religione cui loro presumono di appartenere. Questi infami mercenari del terrore e idolatri del sangue, osano strumentalizzare persino Dio nelle loro nefaste azioni, follemente sanguinarie o propagandistiche che siano. Tuttavia per queste ultime i mass-media occidentali fungono da megafono. Bizzarra miopia!
Ora questi dèmoni stanno facendo scempio di questo meraviglioso patrimonio culturale nella culla della civiltà umana, prendono letteralmente a martellate la Storia, i cui monumenti sono menzionati persino nel Corano e sono stati non solo risparmiati, ma bensì ben conservati ed ammirati da tutti i califfi e sultani che nel corso dei secoli hanno governato la Mesopotamia e l’intero Medio Oriente.
Questi bigotti del fanatismo, professionisti dell’eversione, mentono consapevolmente con l’intento, a dir poco infame e cinico, di ingannare gli ignari giovani che incrociano le loro tortuose strade.
Sono gli stessi ingenui giovani i quali, in balia di frustrazioni, paranoie e smarrimenti identitari, diventano a loro volta vittime inconsapevoli, burattini sacrificali, manipolati da lupi avidi e bramosi di un potere del tutto profano. Infatti il loro progetto prettamente diabolico e distruttivo sfrutta la religione a loro uso ed abuso, a mo’ di cavallo di Troia. Pertanto la loro condotta in materia religiosa rivela palesemente la loro ignoranza, confondendo l’arte con l’idolatria, benché l’idolatria sia proibita nelle tre religioni monoteiste, come sancisce anche il primo comandamento della Bibbia.
Tuttavia, a proposito di statue intese come opere d’arte, consultando il Corano, capitolo 34 , versetti 12 e 13, troviamo narrata la bellissima storia dell’affascinante incontro tra il Profeta, Re Salomone e la Regina di Saba, avvenuto a Gerusalemme nel magnifico tempio ornato appunto di statue. Dunque paradossalmente questi soggetti pretendono di assurgere ad una posizione di devozione a Dio più elevata di quella del profeta Salomone prescelto da Dio e molto amato dai musulmani. Sembra impossibile che questi soggetti non si rendano conto che l’Egitto è pieno di statue e monumenti pagani ed è stato governato dall’intransigente  Califfo Omar che non ha osato abbattere queste vestigia del passato faraonico. A prescindere dal fatto che la palese strategia di questi terroristi sia quella di travisare e snaturare lo spirito di pace nell’Islam, sta di fatto che le prime vittime di questi assassini sono l’Islam ed i musulmani.
Ecco perché in tutte le moschee del mondo ogni venerdì questi criminali vengono scomunicati e condannati con veementi anatemi e fatwe. ? emblematica l’espressione dell’Imam della Comunità Islamica di Roma, Ezedin, il quale durante un’intervista al TG2 delle 20:30 del 17 aprile 2015, disse: «Il musulmano che non condanna l’ISIS è più assassino di loro». Nel tentativo di capire il subbuglio geopolitico che sta sconvolgendo il Medio Oriente, sarebbe opportuno leggere il libro “In lode della guerra fredda” dell’autorevole saggista Sergio Romano il quale, con la consueta onestà intellettuale e con il suo virtuosismo professionale, ci offre una preziosa delucidazione alquanto realista.
D’altronde per capire la brutalità e l’accanimento dell’ISIS contro la popolazione inerme, particolarmente in Siria, sarebbe molto interessante dare un’occhiata al reportage del settimanale tedesco “Der Spiegel” pubblicato su “Spiegel Online International”.
Gli autori del reportage hanno avuto in via eccezionale l’accesso a un dossier da cui si evince chiaramente un “califfato” gestito da un’organizzazione che ricorda molto da vicino la famigerata STASI, la polizia segreta dell’ex Repubblica Democratica Tedesca.
Quel dossier è stato rinvenuto in una villa nei pressi di Aleppo, in Siria, base operativa e quartier generale dello stratega dell’ISIS l’ex Colonnello dell’Intellegence di Saddam Hussein, Samir Muhammed Alkhalifawi che è stato ucciso dai guerriglieri  siriani, avendo essi intuito la pericolosità della brigata del terrore proveniente dall’Iraq.
Perquisendo quel covo furono trovati computers, Sim Cards, GPS e carte di ogni genere, soprattutto una serie di vademecum di staliniana memoria, ma sorprendentemente non c’era neanche una copia del Corano.
Questa realtà coincide con le esternazioni di un membro del gruppo “Muttahidun” alleato dell’ISIS, intervistato dal Corriere della Sera , il 17 novembre 2014, a pag. 9,  che disse: «noi vecchi baathisti non abbiamo nulla da spartire con gli integralisti religiosi, li useremo sino a quando ci serviranno per battere gli sciiti, poi però ce ne disfaremo». L’articolo è firmato dal giornalista L. Cr., che credo sia Lorenzo Cremonesi.
A conferma di questo concetto, possiamo ricordare Domenico Quirico quando su La Stampa del 12 novembre 2015, scrive a proposito di un combattente jihadista, operativo in Siria contro il regime dittatoriale. Questo Abu Rahman, di origine tunisina, così parlava: «Quando sono arrivati quelli dell'Isis, i loro capi non erano veri musulmani come noi. Sono ex funzionari del Baath iracheno, ex ufficiali dell'esercito di Saddam, non vogliono concorrenti, è impossibile lavorare con loro. Cambiare idea: ti uccidono. Vicino ad Aleppo noi di Al Nusra abbiamo ceduto loro 21 villaggi che controllavamo: loro li hanno lasciati a Bashar Assad. I loro capi non sanno nulla del Corano, sono ignoranti e anche i combattenti sono giovani ignoranti affascinati dalla loro propaganda. Ecco perché sono venuto via dalla Siria».
Dunque, gli iracheni dell’ISIS sono fondamentalmente di fede baathista.
Il Baath, in arabo significa risorgimento, rinascita o rinascimento, è un movimento politico di carattere nazional-socialista che, in un momento iniziale, sembrava una specie di comunismo in salsa araba. In seguito non ha tardato a rivelarsi un fascismo duro e puro. In realtà in Siria il clan Assad governa il paese come una cosca mafiosa, mettendo nei posti-chiave del potere tutti i famigliari anche di grado lontano.
Il movimento baathista fu fondato nel ’43 dall’intellettuale siriano, di fede cristiana, Michel Afleq, il quale ha dovuto constatare poi che il suo pensiero politico veniva profondamente stravolto e trasformato in una ideologia al servizio di feroci dittature di stampo fascista, sia nella Siria di Assad che nell’Irak di Saddam.  
M. Afleq fuggì in Francia dove morì in esilio.
Per chiarezza storica, l’ideologia baathista è stata in vigore per circa mezzo secolo, sia in Siria che in Irak. La rivalità tra le due anime del baathismo si è caratterizzata per l’eccesso di antagonismo tra i due rami del partito unico che governava entrambi i paesi. Si trattava di un conflitto intestino, paragonabile, per intenderci, a quello tra Guelfi e Ghibellini.
Saddam ed Assad non si sono mai stretti la mano e durante la prima guerra del golfo (dal 10 gennaio 1991 al 26 febbraio 1991), voluta dal presidente USA George Bush senior, il presidente siriano Assad, padre dell’attuale Bashar, inviò un contingente militare per affiancare paradossalmente le truppe americane impegnate per la liberazione del Kuwait.
Certo la politica è l’arte del possibile, ma la machiavellica mossa degli Assad aveva spiazzato tutti e sbalordito Saddam. Sembra ora che gli eredi di Saddam, sotto la bandiera nera dell’ISIS stiano presentando il conto al figlio del vecchio Assad.
Saddam Hussein infatti si faceva chiamare Zaiim, cioè duce, un duce spietato e bigotto che proibiva, scimmiottando il dittatore turco Kemal Ataturk, agli iracheni di portare la barba e all’esercito, che contava circa un milione di unità, di osservare il digiuno del mese di Ramadan.
Paradossalmente, la nemesi della Storia ha voluto un Saddam con la barba durante il processo a suo carico,  un Saddam che stringeva platealmente una copia del Corano nella mano destra. Si è trattato di una banale pagliacciata agli occhi dell’intero mondo arabo-musulmano.
Come negli stati europei, dopo la riforma di Lutero, anche nel mondo musulmano la religione diventa, inesorabilmente, strumento di ambizioni politiche, e gli interessi politici finiscono per prevalere sui valori della fede.
Infatti i Baathisti iracheni, cavalcando in modo strumentale il sentimento religioso, si sono impadroniti machiavellicamente del movimento di liberazione siriana, la cosiddetta “primavera araba”, conseguentemente hanno eliminato fisicamente ed in modo sistematico i leaders religiosi e gli attivisti laici per far sì che la leadership fosse esclusivamente baathista-irachena. Si può osservare che l’arrivo dell’ISIS in Siria del 2014 è stata una manna del cielo per il regime di Assad, il quale ha potuto beneficiare di una ritrovata “legittimazione” a livello internazionale. ? interessante menzionare che le prime vittime di questi ibridi brigatisti neri dell’Isis, sono gli Imam religiosi che assieme alle forze laiche, guidavano la rivolta popolare contro il dittatore.
Uno dei leader più carismatici di questa rivolta della primavera siriana è stato il francescano Padre Paolo Dall’Olio, che megafono alla mano, in perfetto arabo, incitava la gente alla rivolta nelle periferie di Damasco. Ovviamente la sua ribellione era pacifica e voleva solo aiutare il popolo a liberarsi della dittatura. Spero ardentemente nella sua immediata liberazione.
La popolazione siriana si è trovata prigioniera dei presunti sostenitori della loro libertà.
In questo modo la popolazione si trova incastrata tra l'incudine dei terroristi e il martello dell'aviazione russo-siriana.
Parafrasando una celebre poesia, mi viene da dire “possono recidere le rose di Damasco, ma non la primavera. Essa non si spezza e quando sarà giunto il suo ciclo, sboccerà”.
Purtroppo, oggi, ci troviamo a fare i conti con la tragica realtà del sedicente “Stato Islamico”, risorto in realtà dalle ceneri del famigerato esercito di Saddam, smantellato per ordine di George W. Bush in seguito all’invasione dell’Iraq del 2003.
Questo Stato fantoccio raccoglie il peggio del peggio del retaggio della dittatura di Saddam, i cui dirigenti sono un demoniaco congegno a orologeria progettato da menti diaboliche per spargere sangue e diffondere terrore.
Indubbiamente, sono degli atei baathisti travestiti da imam e califfi dei quali riproducono solo le sembianze, le parvenze, ad esempio facendosi crescere la barba d’ordinanza. Infatti agli occhi degli arabi l’autoproclamatosi califfo Abu Bakr Al Baghdadi non è altro che un nazionalista dell’avanguardia fascista, un sosia di Saddam con la barba ed il turbante. Altrimenti come si potrebbero spiegare gli attentati con le autobomba nei mercati affollati di massaie, bambini e di gente innocente? Come si potrebbero giustificare le stragi davanti e persino dentro le moschee, durante la preghiera del venerdì?
A questo proposito, nel Corano si legge a chiare lettere che: «chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera, e chi ne abbia salvato uno sarà come se avesse salvato tutta l’umanità» (cap. V, vers. 32).
Viene spontaneo chiedersi perché ai malvagi piaccia coinvolgere Dio nelle loro nefandezze. Forse trovano più gusto o probabilmente cercano di offrire una “giustificazione” ai loro atti crudeli, ammantandoli di quella essenza religiosa che ne legittima, in modo machiavellico, l’inammissibile fine. D’altronde anche Hitler amava ripetere: «Gott mit uns» (Dio è con noi), e il motto dei falangisti del generalissimo Franco era: “Viva la muerte”.
Pure i soldati serbi, mentre commettevano i loro crimini contro la popolazione mussulmana in Bosnia, amavano esibire, beffardi, il segno della trinità, mostrando le tre dita tese.
? opportuno guardare in faccia la realtà. Dio ci invita a rivaleggiare in bontà, a utilizzare le diversità con il buon senso e a risvegliare nelle nazioni uno spirito di emulazione positiva, per il bene, per la pace e per il rispetto. D'altronde noi troviamo nel Corano, 49-13, «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio ed una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah il più nobile di voi è colui che più lo teme». Questo tipo di timore non ha nulla a che fare con la paura nel senso comune che conosciamo. Si tratta di un timore reverenziale di Dio, ma non quel “timore-terrore” di cui parla il filosofo Kierkegaard. ? piuttosto la dolcezza, e non l’ansia, che scioglie il cuore. Il timore di Dio non è mai terrore.
Con questo versetto l'Islam spazza via qualsiasi concetto di superiorità razziale, nazionale, etnica, sociale. L'unico criterio con il quale stabilire una gerarchia di merito, è il timore di Dio. La gestione delle differenze è una sfida che gli uomini devono raccogliere, così come allo stesso modo ciascuno deve raccogliere la sfida delle sue tensioni interiori e delle sue tentazioni.
Il sommo poeta fiorentino lo diceva molto bene: «O frati, fatti non foste a viver come bruti ma a seguir virtute e canoscenza».
I terroristi dell’ISIS e di Boko Haram, in Nigeria, mentre commettono i loro crimini amano coinvolgere Dio gridando “Allah u akbar!”. Certo, Dio è grande, sempre e comunque, ma è del tutto innocente di quello che commettono quegli infami bastardi, che usano il nome di Dio invano. Questi falsi islamici, appartenenti all’ISIS, sono in realtà dei pezzenti, ciarlatani, vomitati dall’epitaffio del loro mentore, Saddam Hussein, votati all’odio e sottomessi al macabro nichilismo, con l’intento di seminare diabolicamente il male.
D’altra parte posso affermare con cognizione di causa che oltre il 99,99 % dei musulmani, condivide pienamente la mia opinione sul terrorismo. Questa percentuale non è improvvisata per motivi narrativi e non è eufemistica, ma proviene da concrete statistiche matematiche: il totale degli affiliati all'Isis, secondo tutte le intelligences, è di circa 25.000 su un totale della popolazione musulmana di circa 1,8 miliardi.  
Se il pensiero dell’Isis fosse autenticamente islamico i combattenti non sarebbero 25.000 ma almeno 25 milioni.
Inoltre la OCI (Organizzazione della Cooperazione Islamica) che riunisce 57 nazioni sotto la sua egida, a proposito dell’ISIS, dichiara con una nota ufficiale, laconica ma chiarissima: “Quanto sta avvenendo, nulla ha a che fare  con l’Islam. Di islamico quello Stato, che islamico non è, non ha niente. Questo è il messaggio comune di tutte le autorità islamiche”.
Più forte e rigorosamente teologiche sono le prese di posizione dell’esegeta e più autorevole Mufti, (colui che può emettere Fatwe) nel mondo islamico, lo sheikh Yousef Qaradawi, presente costantemente sugli schermi della TV Al Jazeera, dove ripete: «Stato islamico? Califfato? Sono denominazioni nulle ed illegittime per la Sharia».
L’ha detto citando varie Sure e versetti del Corano. Un califfo deve essere basato sulla Shura,  la concertazione consultiva, non sulla coercizione. Un califfo è tale perché è scelto dalla comunità.
Ci sono vari Hadith in cui il Profeta dice che “il potere non va mai dato a chi lo cerca”. Queste dichiarazioni e questi giudizi, vengono diffusi continuamente dai media tradizionali e dai social networks,  per contrastare la sofisticata propaganda dei demagoghi dell’ISIS (Corriere della Sera del 26 agosto 2014).
A questi mercenari del terrore la parola dialogo evoca sgomento e psicosi, poiché un’eventuale confronto di idee metterebbe a nudo le loro, e farebbe crollare la loro assurda e distorta visione del mondo. Pertanto essi sono consapevoli di non poter reggere il confronto, e il rifiuto del dialogo rivela la paura delle idee altrui e la poca fiducia nelle proprie. Ci tengo a ribadire che l’ISIS e il terrorismo in generale, rappresentano un cancro nel corpo della Umma (La nazione panislamica), perché siamo noi musulmani a soffrire maggiormente ogni qualvolta un frustrato, ignorante e infame “musulmano” compie un’azione scellerata e vergognosa in nome dell’Islam, dando poi adito a chi, in ambito politico e mediatico, ci specula sopra con oscene tendenziosità per diffamare e denigrare l’Islam, facendo di tutta l’erba un fascio.
Significativa in tal senso, l’espressione del Ministro degli Esteri del Vaticano, il Cardinale Jean-Louis Tauran. Nella sua intervista ad Al Jazeera, riportata dal Corriere della Sera del 15 marzo 2012, egli disse: «? vero, c’è paura dell’Islam, ma è dovuta all’ignoranza, parli coi gruppi di destra e scopri che non hanno mai aperto il Corano, bisogna fare un grande sforzo per educarli. Siamo riusciti a evitare lo scontro di civiltà, cerchiamo di evitare un deprimente scontro di ignoranza».
L’ignoranza non riguarda solo i gruppi di destra e, in realtà, il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma è l’illusione della conoscenza. La tracotanza dei saccenti non ha colore politico.
Tuttavia contrastare il fondamentalismo religioso con l’integralismo laico trasforma la religione in un bersaglio politico. I musulmani non leggono soltanto come un’offesa il fatto che si metta alla gogna la religione islamica, un’offesa a Dio, ma è anche un’offesa alla loro identità.
Rendere l’Islam un bersaglio politico vuol dire danneggiare un miliardo e ottocento milioni di musulmani e soprattutto intorpidire l'acqua dove far nuotare i pesci dell’estremismo oscurantista. La laicità, infatti, è stata un dispositivo teso a disinnescare i conflitti sociali al tempo delle guerre di religione. Le regole della laicità, sancite dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, sono espresse chiaramente dall’art. 10 che recita: «nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose …».
Trovo che questo nobile principio sia perfettamente conciliabile col sublime secondo comandamento biblico: «Non nominare il nome di Dio invano». Anche nel Corano vi sono molti versetti che sono davvero un fulgido esempio di tolleranza e di apertura al prossimo. Ne cito alcuni. Nel v. 61, Sura VIII, si legge “Se [i nemici] inclinano alla pace, inclina anche tu a essa e poni la tua fiducia in Dio …”. Quindi non si tratta di desiderare la guerra, ma al contrario. Il Profeta disse: “Noi dobbiamo cercare sempre la pace, restando sempre esigenti nella nostra volontà di giustizia”. Certamente una pace fondata sull’ingiustizia non è pace, ma sopraffazione. Mentre nel capitolo XVIII, versetto 29: “Di’: la verità  [proviene] dal vostro Signore: creda chi vuole e chi vuole neghi”.
Creda chi vuole e non creda chi non vuole … .
Come si vede, la si può interpretare come una libera scelta, oppure come un monito. Così come nel capitolo CIX, versetti da 1, 2 e 6: «Di’: o miscredenti, io non adoro quello che voi adorate, e voi non siete adoratori di quello che io adoro. A voi la vostra religione e a me la mia».  Si precisa che il termine “miscredenti” è riferito ai pagani, adoratori di statue ed immagini relative al sacro. Su questo si tornerà più ampiamente in seguito, poiché ebrei e cristiani vengono chiamati "Gente del Libro" o "Gente della Scrittura", nonché "i Protetti".
Il dialogo è fecondo quando nasce da una lungimirante sollecitudine di chi sa che il locale e l’universale interagiscono profondamente e che l’intera famiglia umana è ferita quando anche una sola persona viene uccisa, così come l’intera umanità è salvata quando una sola vita viene riscattata dalla violenza e dall’odio.
Io sogno un mondo in cui tutti possano esprimere liberamente ciò che li fa soffrire, tutti pronti ad accettarsi reciprocamente e a riconoscere la dignità di ciascuno e a riconciliarsi vincendo il male con il bene.
Per vincere quel male chiamato ISIS, per sconfiggere le brigate nere del male, urge una ragionevole alleanza fra paesi di tradizione cristiana e paesi di tradizione musulmana. Mi piacerebbe che gli storici un giorno parlassero della guerra contro l’ISIS come dell’evento che maggiormente ha avvicinato nel Dialogo il mondo della Cristianità e quello dell’Islam. Va considerato che la storia è colma di eventi significativi come ad esempio il fatto che i bosniaci e i kosovari sono e saranno per sempre grati e riconoscenti a Clinton e a D'Alema per non dimenticare Tony Blair, che con il loro intervento militare hanno posto fine a un genocidio in atto in Bosnia.
Ha ragione Rania, la regina di Giordania che propone di togliere la “I” dall’acronimo “ISIS”: “cosa c’entra l’Islam con i sequestri delle donne, il taglio della gola, la mercificazione di esseri umani, il ricatto, la frusta, i ragazzi bruciati vivi dentro una gabbia. L'Islam è ben altro e ha praticato per secoli la tolleranza, il dialogo con le altre religioni e la conservazione della bellezza. L'Islam non ha nulla a che vedere con la conversione forzata che è bandita per ordine divino sancito dal Corano. Ricordo per associazione di idee che, al cap. II, ver. 256, del Corano, si legge: «non c’è costrizione nella religione».
Su questo versetto tutti gli esegeti dell’Islam concordano che nessuno può essere costretto a seguire una religione, così come a nessuno può essere impedito di praticarla. A proposito del dialogo, è interessante citare il versetto 46 del cap. 29: "Non dialogate se non nella maniera migliore con la Gente della Scrittura (Ebrei e Cristiani) [...] dite loro: crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi (Il Corano) e quello che è stato fatto scendere su di voi (Torah e Bibbia), il nostro Dio e il vostro Dio è lo stesso Dio ed è a Lui che noi siamo sottomessi". Uno dei cinque pilastri della fede islamica afferma il pieno riconoscimento di tutti i libri sacri e di tutti i Profeti che hanno preceduto il Profeta Muhammad.
Parlando di dialogo, mi viene spontaneo pensare a S. Francesco di Assisi: in tempi di crociate, il suo interesse era “per gli altri”, per quelli che avrebbero dovuto  combattere. Fece di tutto per andarli a trovare. Durante la V crociata, nel corso dell’assedio di Damietta, in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati, “vide il male e i peccati”. Sconvolto dall’atrocità della battaglia di cui aveva visto le vittime, S. Francesco attraversò le linee del fronte, venne catturato e portato al cospetto del sultano Malik Al Kamil. Peccato non ci sia stata la CNN o Al Jazeera a documentare l’incontro. Era il 1219 e sarebbe stato davvero interessantissimo rivedere il filmato di quel memorabile colloquio. Certo fu particolarissimo, perché, dopo una chiacchierata, che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il sultano lasciò che S. Francesco tornasse incolume all’accampamento dei crociati.
Mi piace pensare che l’uno abbia espresso all’altro le sue ragioni: Francesco avrà parlato di Gesù e il sultano avrà risposto con passi del Corano. Alla fine si saranno trovati d’accordo sul messaggio comune delle due religioni monoteiste. Non possiamo dimenticare i numerosi punti di contatto tra le due religioni.
Il poverello di Assisi avrà recitato il messaggio a lui tanto caro: “Ama il tuo prossimo come te stesso” e il sultano gli avrà risposto col versetto coranico: “non sono certo uguali la cattiva [azione] e quella buona. Respingi quella [cattiva] con qualcosa che sia migliore: colui dal quale ti divideva l’inimicizia, diventerà un amico affettuoso” (Cap. XLI, ver. 34). Non è l’invito a porgere l’altra guancia, ma addirittura a fare del bene a chi si comporta male.
La potenza grandiosa del bene trasforma gli uomini e i loro rapporti. Ho avuto non già l’onere, ma l’onore, di scrivere questo “pamphlet” con cui spero e sogno di dare la Testimonianza che la diversità, o meglio, le differenze culturali non rappresentano un elemento di contrasto, ma sono bensì una benedizione, poiché l’intreccio tra civiltà, saperi, sapori e colori racchiude un dialogo interculturale. Tale intreccio, in virtù del buon senso, non fa altro che fertilizzare ed arricchire il terreno comune del villaggio globale della famiglia umana. Una famiglia fondata sul rispetto reciproco, perché nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà e la dignità dell’altro.
Altra figura fondamentale è Maria che rimane molto probabilmente il concreto e fondamentale punto di congiunzione ancora intatto tra le due religioni. L'immacolata concezione di Maria è un dogma di fede sancito dal Corano. Allo stesso tempo non sono sicuro che i fedeli cristiani sappiano che per l'Islam è attesa una nuova venuta di Gesù Cristo, ovvero la parusia preannunciata dal Profeta e soprattutto dal Corano, nel versetto 33, cap.19.  L'Arcangelo Gabriele dice: «In verità, o Maria, Dio ti ha prescelta e ti ha resa pura e ti ha eletta tra tutte le donne del mondo». Corano 3-42. Hadith del profeta: «Non c'è neonato che venga al mondo senza che Satana lo punga, la sola eccezione è quella del figlio di Maria e di sua madre». A proposito di Maria, Sunniti e Sciiti litigano da oltre 14 secoli per questioni teologiche ed interpretative degli Hadith, ma vanno d’accordissimo su Gesù e la verginità di Maria.
Parafrasando versetti del Corano in cui Gesù viene definito Spirito e Verbo di Dio,  ho composto questi brevi versi:

Maria vanti a pieno merito
il meglio delle umane qualità,
Dio ti ha prescelta
fra tutte le donne dell'umanità,
Dio ti ha eletta
Emblema d'amore e magnanimità.
Tu, Beata Madre del verbo di Dio,
sei la quintessenza della bontà,
sei la benedizione
sei l’incarnazione
della sublime umiltà
e il frutto del tuo grembo
è una Grazia
poiché  vieni dallo spirito di Allah”.





Riflessioni sul pianeta carcere

Il primo reato che un uomo commette è quello contro se stesso!
Probabilmente nell’immaginario collettivo si pensa che la prigione sia una carenza di spazio, compensata da un’abbondanza di tempo.
In realtà tale compensazione, invece di essere un fattore di equilibrio sulla via del reinserimento, diventa, per motivi spesso banali quanto inspiegabili, fonte di afflizione del detenuto e causa principale del suo avvilimento e del suo deterioramento (Cesare Beccaria disse: “I giudici hanno soltanto il compito di ristabilire un equilibrio turbato”).
Già di per sé, l’insostenibile pesantezza del tempo in cattività grava come un macigno, ma poiché “il valore del tempo” è ciò che fa valere il tempo, per ottimizzare tale bene dietro le sbarre, lo studio indubbiamente è una edificante consolazione ed un efficace rimedio. Chi, per disgrazia, finisce in questo squallido ambiente, ha più che mai bisogno di crescere culturalmente e soprattutto eticamente. L’etica infatti salva le sane passioni e libera la bellezza interiore presente in ogni essere umano. Lo studio inoltre dà la possibilità al detenuto di stare al passo con il tempo, gli apre nuovi orizzonti e lo aiuta concretamente a pianificare il proprio futuro che si auspica sia ovviamente migliore del passato.
La scuola è una finestra attraverso cui il prigioniero evade dalla sua angusta ed opprimente cella con l’intento di esprimersi in un contesto pieno di valori positivi e di confrontarsi con i suoi docenti animati da nobili sentimenti, i quali danno con gioia e questa forse è la loro sostanziale se non unica ricompensa. Con essi il recluso instaura un ottimo rapporto umano e forse questa cornice di umanità che egli riceve in ambito scolastico pone le basi di una sua rinascita e di una ritrovata consapevolezza. Come disse Samuel Johnson: “Solo colui che conosce poco la natura umana cerca la felicità cambiando qualsiasi cosa, fuorché la propria indole”.
Questo risveglio, a poco a poco, accarezza la coscienza del detenuto e lo aiuta a riscoprire e a rinvigorire la sua etica. Questo è certamente il più dignitoso dei propositi che si pone la scuola. Propositi che saranno la colonna portante di un nuovo percorso e di una nuova vita sobria, perché fondata sulla dignità, sull’amor proprio, sulla rettitudine e soprattutto sull’Essere e non sull’Avere.
Com’è vera perciò, a questo riguardo, la massima del fondatore della scuola filosofica di Chartres, il vescovo Fulbert, nel 980 d.c., che disse: “Eccetto la virtù … non vi è nulla di più importante della libertà”.
A proposito di libertà, l'uomo muore la prima volta nel momento in cui perde la libertà. La rinascita avviene attraverso la meditazione e l'autocritica senza le quali l'uomo rimane esanime, pur vegetando.
La privazione della libertà, nelle condizioni attuali, è inconciliabile con i principi costituzionali. La principale funzione della pena in Italia è quella rieducativa, su espressa previsione dell’art. 27 della Costituzione, ma questo criterio viene sovente surclassato dalla funzione retributiva della pena, ossia la scelta di opporre una punizione a fronte della commissione di un reato, secondo un rigido sistema di “delitto e castigo”.
? da sottolineare che la stragrande maggioranza dei detenuti NON frequenta corsi scolastici per mancanza di stimoli, di incentivi e soprattutto per l’inadeguatezza strutturale che non si riesce a identificare se non nella banalità del male burocratico e amministrativo. Il carcere è sinonimo di segregazione che comporta stress cronico e angoscia perenne. ? il luogo dove l’uomo incontra, fortemente condensato, il male di vivere. In questo concentrato di sofferenza, di coabitazione impietosa e di ansietà costante, il prigioniero, in balia di dolenti complessi di colpa, si trova immerso quotidianamente in un vortice contro cui bisogna lottare ad oltranza e resistere, resistere, resistere, per non essere risucchiato esausto tra gli artigli della quasi sempre incombente disperazione.
Il ricordo della vita normale, la nostalgia e i desideri, fanno venire in mente l’efficace sfogo di Francesca da Rimini nell’Inferno dantesco: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”. ? altrettanto appropriata l’espressione poetica araba: “Nemmeno sette anni di gioia, valgono sette giorni di tristezza!”.  
A causa dell'insieme di queste circostanze, lo studente ristretto patisce un caos emotivo che spesso comporta una specie di confusione mentale e una forma di afasia. D’altronde il recluso è condannato a utilizzare un povero e stringatissimo vocabolario. In pratica il detenuto utilizza non più di venti parole al giorno, che sono più o meno sempre le stesse.
Da questo scaturisce uno stato di frustrazione che lo porta, consciamente o inconsciamente, a prendersela con se stesso per lo scarso rendimento scolastico, nonostante la sua convinzione di aver fatto del suo meglio, ed è per questo che molti studenti abbandonano il corso durante i primi anni scolastici. Fortunatamente i docenti, consapevoli di tali stati d’animo del recluso, si danno da fare con lodevole generosità e certosina pazienza, nonostante i disagi ambientali.
Per esorcizzare ogni male prevale poi, quasi sempre, la tangibile regola della sopravvivenza, con l’intento e la speranza di smussare e affrontare al meglio gli opprimenti ostacoli e le insidiose difficoltà del vivere quotidiano. Il detenuto inizia a familiarizzare con l’indispensabile arte dell’arrangiarsi.
Sotto il profilo psicologico egli si auto-impone una conveniente rassegnazione, che non è mai una accettazione serena, tant’è vero che egli ricorre sistematicamente alla maschera pirandelliana che sfoggia a seconda dell’occorrenza e delle circostanze, come se recitasse in una commedia, con l’intento da una parte di farsi coraggio e dall’altra di non manifestare segni di cedimento, atteggiamento questo, figlio, pallido figlio, dell’orgoglio.
Col passare del tempo, superando lo shock dell’arresto e del brusco distacco dalla famiglia, la crudele e inquietante separazione dai propri cari comporta spesso conseguenze drammatiche. Già dopo gli estenuanti primi mesi, subentra l’abitudine, che avrà una funzione “analgesica”, ma alla lunga sarà un’arma a doppio taglio, poiché questa abitudine, per quanto confortante possa sembrare, degenera quasi sempre in malefica assuefazione, in particolar modo in coloro che non hanno avuto la consapevolezza di fare una riflessione critica su se stessi. E il detenuto perde la bussola e il contatto con la realtà.
Abbiamo parlato di un momento fondamentale per il detenuto che, oltre a riflessione critica, può prendere il nome di meditazione, ragionamento, valutazione ed esame di coscienza. ? questo un momento molto importante per prendere le distanze da un percorso deviante tenuto in precedenza, accettare l’attuale sofferenza e proiettarsi verso un futuro costruttivo.
Dopo qualche anno di detenzione e soprattutto quando si è in prossimità del decimo anno, la nefasta e degradante assuefazione non cessa di serpeggiare, condizionando sempre più la vita del recluso: quindi chi è privo di consapevolezza e chi non è in grado di effettuare un esame di coscienza, tende a raffinare la propria inclinazione delinquenziale e per questo motivo la volontà di evolversi prende la direzione opposta e come si sa qui, in questo girone purgatoriale, è facile trovare una corsia preferenziale.
Ci  sono diverse categorie di detenuti e la situazione più impressionante riguarda una parte relativamente minoritaria, quelli che hanno trascorso più di vent’anni dietro le sbarre e praticamente vi hanno bruciato gli anni migliori della loro giovane esistenza.
Alcuni di loro, minoranza della minoranza, sono affetti dalla sindrome di Stoccolma, e non si tratta soltanto di ergastolani, perché infatti vi sono molti recidivi che in realtà scontano un ergastolo a rate. Stando ai dati dei mass media, circa l’80% dei detenuti è costituito da recidivi.
Alcuni di questi “veterani” dell’ambiente, si sentono nel loro “habitat naturale” ed è paradossale, ma, dopo venti o trenta anni di ininterrotta presenza passiva in prigione, hanno perso ogni punto di riferimento con il mondo esterno. L’assuefazione degradante li ha ridotti a “fossili vegetali”, nei quali il nichilismo di Nietzsche troverebbe un terreno fertile. La mente del recluso “viaggia” in continuazione come se stesse facendo chatting tramite un’ipotetica rete, con l’intento di sfuggire al nulla, in cui in realtà è immerso per sfuggire verso il nulla.
Qui si diventa sognatori per necessità ed è una naturale valvola di sfogo, pur illusoria. Se questo meccanismo scatta inconsciamente nella mente del detenuto, inducendolo a fantasticare, sarà sicuramente una funzione protettiva innata nella natura umana, un dono di Dio che aiuta a proteggere le funzioni mentali di chi è costretto a trascorrere  ventiquattro ore al giorno dietro le sbarre di una bolgia. L’odissea carceraria non finisce però, purtroppo, neppure con l’espiazione della pena detentiva. Le vicissitudini del mondo esterno si chiamano “fedina penale”, e comportano pregiudizi duri a morire, perché la gente, in generale, vede la realtà attraverso le sbarre del sospetto. ? come se il ripugnante bruco rimanesse per sempre tale e non potesse diventare farfalla. Ciò crea inesorabilmente frustrazioni, precarietà e miseria. Per gli extracomunitari i disagi si amplificano a dismisura sia all’interno che all’esterno del carcere. Infatti il detenuto che lascia alle spalle il sovraffollamento del carcere, spesso si trova ad affrontare il sovraffollamento della disperazione, causata dalla realtà contingente .
Tuttavia, vorrei ribadire l’importanza dell’attività scolastica e culturale grazie alla quale il detenuto riesce a strappare ore di beatitudine allo squallore ambientale. In compagnia dei libri la triste esperienza detentiva diventa un ritiro penitenziale, perché la lettura è la cura dell’anima e il fitness dello spirito.
Lo studio potrebbe coronarsi con un prezioso titolo cosicché il debutto in libertà potrebbe avere il colore della speranza. Victor Hugo scrisse: “aprire una scuola è chiudere una prigione!”. Pertanto se dovessimo perdere l’opportunità istruttiva etica e professionale offertaci dalla scuola, saremmo probabilmente destinati a ripiombare in quella discarica umana che è il serbatoio naturale della criminalità. Non potremmo così non constatare che il reato più grave che un uomo commette è certamente quello contro se stesso.
Questa specie di pamphlet potrebbe sembrare un monologo teso a far emergere emozioni represse per sfuggire alla routine della sofferenza ed alla sterminata solitudine. Quindi potrebbe sembrare enfatico a chi non possieda un background in merito. Per le cose che ho vissuto, ho avuto il privilegio e la dannazione di rivestire il ruolo di diretto protagonista e quindi narratore interno. Per questo, presumo e spero di essermi espresso con cognizione di causa, per esperienza diretta e vissuta, in questa enclave purgatoriale.
In relazione allo shock dell’arresto e al brusco distacco dai miei cari, ho composto alcune poesie di cui vorrei menzionarne due. Questa lirica è stata scritta subito dopo il mio arresto.


Disorientato


Smarrito
colmo di nostalgia e timore
mirando alla meta
remando
come un ansioso vogatore
seguendo l’onda
raccogliendo
il richiamo del vostro amore
per cui serenità andavo cercando.
Ma il destino celava
naufragar e dolore.
Fardello del mio cammino
Ora stupendo ora tremendo.
Come il fatale vento
amico e avverso al navigatore.
Ingabbiato
sommerso dietro un muro orrendo
col tormento del mio appassionato cuore.
Rassegnato al mio destino
bramando
un domani inshallah migliore.


La lirica seguente è stata composta da me quando ho ricevuto la prima lettera di mia moglie, dopo il mio arresto, con le foto dei miei figli, allora bambini.


Ritratto


Figli miei adorabili
nelle mie pene estreme
travolto dai rimorsi
e di nostalgia assediato.

Eccovi !
Ritratto della mia anima
davanti al mio sguardo
tenero ed estasiato …

Soave carezzevole
struggente presenza
dolcissima continuità
di un ravvicinato passato.

Voi sbocciate
ramoscelli floridi
col fresco ricordo profumato.

L’antico tronco vi contempla
pur lontano da voi
da voi non si è mai allontanato.

Pur vincolato e vinto
di riscatto e quiete
assetato.



La città dei murati vivi

Nella città dei murati vivi, in cui gli uomini vivono gomito a gomito, l'adattarsi è la regola. Certo, tale adattamento richiede un notevole sforzo empatico ed una grande pazienza.
Assediato dalle proprie peripezie, l'abitante di questa città murata, si trova in preda all'ossessione di sfogarsi raccontando in modo assillante al suo prossimo delle "ingiustizie" subite. Questo avviene come se volesse togliersi di dosso una parte delle vicissitudini, incurante del fardello che incombe sul suo interlocutore. L'uomo è fatto così: ama lamentarsi. Trova sollievo nell'affibbiare a qualcuno le colpe dei propri fallimenti invece di attribuirli a se stesso, unica causa dei propri mali. Molto spesso, si attua l'inversione dei ruoli poiché  in questa città-ombra le "maschere" abbondano. Questa si chiama incoscienza, inconsapevolezza e irragionevolezza.
A questo proposito mi viene in mente la straordinaria parabola allegorica del Vangelo, dove Gesù dice: “Come puoi dire a tuo fratello: lascia che ti tolga la pagliuzza dall'occhio mentre c'è un trave nel tuo occhio?”.
Nel confidarsi, raccontarsi e sfogarsi con qualcuno, l'uomo murato vivo trova quel sollievo che nutre la sua speranza, alimenta la sua fiducia e lo aiuta soprattutto a sottrarsi alla malinconica ripetizione della commedia quotidiana, la cui colonna sonora è lo snervante tintinnio delle chiavi e il violento sbattere dei cancelli di ferro.
La città grigia è gremita di una moltitudine di uomini vivi, ma fossilizzati nell'animo. Il cuore di questa città, trascurata da filosofi e poeti, pompa sangue salato, poiché contaminato dalle lacrime dei dannati. Le sue arterie, quei labirintici corridoi, sono gonfie di rabbia e lastricate di tragedie. Gallerie in cui risuonano i passi degli agenti, prigionieri a loro volta, obbligati a respirare l'aria angosciata degli afflitti. Nella città murata l'uomo-ombra sceglie di stordirsi sempre di più, rendendo cronico il passo falso che lo portò nel girone infernale, dove si lascia possedere dall'ozio, subendo il pigro trascorrere del tempo, guardando la TV a bocca aperta e mente chiusa.
Purtroppo l'equazione detenzione-rieducazione non solo viene disattesa, ma altresì capovolta, poiché il dilettante allo sbaraglio che capita nella città reclusa diventa un abile professionista del male, ignaro di aver intrapreso un percorso distruttivo ed "irreversibile" di apprendimento criminale, come se la punizione della prima volta fosse inflitta in modo tale da ammaestrare il malcapitato alla ripetizione.
Non giudicatemi male, non esagero, sono solo realista; la mia esperienza attesta che la conoscenza di sé avviene anche, in modo eccezionale, attraverso la sofferenza e le ricadute. Anzi, da osservatore privilegiato, mi sono sempre chiesto il perché di questa infinita combinazione di errori a cui si è terribilmente abituati. Non si comprende il perché un profeta laico, come Cesare Beccaria, tanto è stato osannato dai giuristi di tutto il mondo, quanto trascurato dagli addetti ai lavori. ? la conferma del celebre motto latino: Nemo, in terra sua, profeta est”.
Tuttavia, nonostante la costernazione dei murati vivi, l'istinto di sopravvivenza impone la resistenza ad oltranza. Il recluso, quindi, non deve mai e poi mai rassegnarsi alla nefasta e assurda idea che ormai non ci sia più nulla da fare… In virtù di una riflessione critica, che produce in lui una evoluzione copernicana, in prigione l'uomo scopre in se stesso capacità  che prima non sapeva di avere.
Desidero ribadire la mia testimonianza che, anche nel grigiore più tetro, all'interno del ciclo dei vinti, la resurrezione è possibile. Certo il cambiamento, come si sa, si nutre di buona volontà e non soltanto di quella dei reclusi, perché il cammino verso la resurrezione deve essere lastricato di stimoli ed incentivi, i quali devono essere tradotti in istruzione ed attività formative, a livello collettivo. La scolarizzazione aiuta il recluso a porre domande e a trovare risposte di cui ha spasmodicamente bisogno, poiché questo lo aiuta a conoscere se stesso, o quantomeno a gettare la maschera che indossa ogni giorno per recitare il suo ruolo, nella sua cerchia.
Luigi Pirandello capì questo aspetto meglio di ogni altro drammaturgo od antropologo e per certi versi fu più esplicito ed efficace di Freud.
Nel concludere, ci tengo a dire che, nella vita di un murato vivo, la ricaduta è sempre incombente ma, come dice Cyrano De Bergerac, nel rialzarsi vi è una virtù gratificante e fors'anche salvifica. Del resto, anche la speranza non può mai essere murata.



Vizi e virtù dei carcerati

A proposito dell’antinomia tra essere e sembrare, in carcere stupisce alquanto la distanza siderale tra la supposta statura umana e criminale dei presunti boss e la triste pochezza morale ed intellettuale di molti di questi individui. La percentuale dei detenuti con i quali è possibile instaurare un dialogo ragionevole è molto esigua.    
Questi personaggi, capi di presunti e sterminati imperi finanziari, che hanno riempito la cronaca nera, si ritrovano a litigare infantilmente, in carcere,  per una foglia di basilico o per la scomparsa di una pantofola. Queste macchiette da cabaret, in teatro farebbero ridere, ma nella realtà sono tristemente tragiche. Si constata quotidianamente che questi analfabeti non sanno neanche di non sapere ed è la loro fortuna, perché il percepire la loro reale bassezza li porterebbe a non riuscire a sopravvivere a se stessi. Si tratta, per lo più, di sfortunati individui che sono condannati a rimanere ipocriti, presuntuosi, arroganti, calunniatori, seminatori di zizzania,  megalomani e bugiardi, che si nutrono di futile vanità. Il detenuto che non impara dalla propria sofferenza è ostaggio di una sterile nostalgia di un passato peggiore del presente. Rimane come quell'insetto imprigionato in una goccia di resina. Va precisato che non sono solo la scolarizzazione e l'erudizione più o meno elevate che determinano le caratteristiche dei detenuti. Non è infrequente trovare detenuti analfabeti dotati di profonda saggezza ed intelligenza, come del resto si incontrano a volte detenuti laureati che brillano per imbecillità. Ci sono ovviamente anche laureati con i quali è piacevole conversare.  C'è chi si vanta consciamente o inconsciamente, di essere figlio d'arte avendo avuto nonno, padre e fratelli inseriti nella malavita. Ci sono infatti famiglie che per tradizione storica appartengono a clan malavitosi. Allo stesso modo ci sono anche persone afflitte duramente per il fatto di avere congiunti in carcere. Cito, ad esempio, un pensiero da me scritto ad un compagno di classe ventiquattrenne, la cui storia è alquanto emblematica, essendo “figlio d’arte”, poiché nato e cresciuto in un contesto atto a determinare il suo destino. La scuola in carcere l’ha portato sulla via di Damasco. È rimasto folgorato dalla bellezza dei versi del sommo poeta che ha risvegliato in lui capacità fino ad allora inesplorate. Tale risveglio gli ha aperto un nuovo orizzonte all’insegna della cultura e dell’etica.

"Mio carissimo Domenico, mi hai chiesto di lasciarti un pensiero scritto, perché tu possa ricordarti di me. Bene, eccomi, lo faccio con immenso piacere e col senso del dovere, con la speranza e l'intento che le mie parole siano incisive per il tuo auspicabile nuovo percorso. Ti ricorderò per la tenerezza che mi ispira la tristezza dei tuoi occhi, la tua febbrile voglia di imparare, la tua sete di riscatto e per la commozione che mi prende quando penso a chi ha visto in te la stessa genuina ingenuità che ho visto  io ... e l'ha rubata. Ti voglio bene, il tuo amico Amedeo".

Più in generale, ciò che mi colpisce dell’ambiente carcerario è che gli individui che lo compongono sono psicologicamente inclini ad acquisire una sorta di anima collettiva. Questo per il solo fatto di appartenere all’ambiente specifico. Tale anima, apparentemente  collettiva, li fa sentire, pensare e agire in modo del tutto diverso da come ciascuno di loro, isolatamente e individualmente, sentirebbe, penserebbe e agirebbe. Tanto per fare un esempio, nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera da un compagno di sventura, dal carcere milanese di Opera, che come me ha trascorso più di venti anni in carcere, in cui mi dice: “Non è la galera che mi pesa, ma è l’ambiente… sono veramente stanco di essere circondato da ipocriti, bugiardi, presuntuosi e prepotenti”.  
All’interno del mondo carcerario riveste anche grande rilievo il contrasto tra l'essere e l'apparire, nel quale si inserisce anche il rilevante fenomeno del "pentitismo".
Visto dall'interno del carcere, alla luce di una quotidiana osservazione dei veri comportamenti, emerge la consapevolezza che, per lo più, si tratta di finti "pentiti" che usano questa opportunità come escamotage per portare avanti le loro vendette contro i clan rivali ed i loro interessi personali, minimizzando allo stesso tempo i danni provenienti dalla legge, riducendo le loro pene e aumentando la possibilità di fruire di benefici. ? la politica del minimo sforzo per il massimo del risultato. In realtà questi "signori" continuano bellamente a fare i loro comodi, ricevendo dallo Stato protezione, denaro e vantaggi di ogni genere.
Tuttavia è necessario ammettere che i "pentiti" sono uno strumento prezioso ed efficace per la lotta al crimine, sempre che si accertino le loro reali intenzioni e si verifichi la coerenza tra il loro supposto "pentimento"  e la loro reale condotta.



Scuola dietro le sbarre

Uno degli aspetti più significativi, nonché spiacevoli,  della condotta scolastica dei detenuti è l’atteggiamento furbesco, volto ad ottenere gratificazioni non meritate. In sintesi, purtroppo, ci sono dei detenuti studenti che non sono minimamente interessati ad apprendere, a migliorare il loro livello culturale o ad accrescere le loro competenze cognitive, ma desiderano solo portare avanti il loro ridicolo tentativo di gabbare il docente allo scopo di avere una valutazione migliore rispetto a quello che si meritano.
Questo atteggiamento di molti detenuti viene spesso definito dai docenti con il termine "infantilizzazione" del detenuto. Anche se sostanzialmente corretta, questa interpretazione non è del tutto rispondente al vero. Infatti mentre la "infantilizzazione" prevede che un individuo adulto, per i motivi più diversi possa regredire allo stato infantile, in realtà in molti casi si tratta di individui apparentemente adulti, se non anziani, che non hanno mai abbandonato la loro fase infantile o adolescenziale, rimanendo per sempre prigionieri della loro incapacità di progredire ed evolversi. Questo li conduce a un perenne senso di insicurezza e a una continua necessità di fingere una maturità posticcia, basata su una finzione senza fine. Ovviamente queste illusioni si infrangono sistematicamente contro la realtà quotidiana.
Riguardo alle caratteristiche dei detenuti nella loro maggioranza, ricordo un episodio che è rimasto scolpito nella mia memoria, ed è stato di grande insegnamento per me.
Conobbi uno psicologo, di fama, nel carcere milanese di Opera, che esercitava anche il ruolo di perito per il Tribunale di Milano. Era già nel momento conclusivo della sua carriera e stava per andare in pensione. Io avevo una certa familiarità con lui, per i tanti incontri che erano tra noi intercorsi e per questo, incuriosito da una sua abitudine che io avevo osservato, mi permisi di chiedere spiegazioni, pur se garbatamente. Era solito chiedere ai detenuti, in ogni incontro, cosa avessero mangiato quel giorno. Gli chiesi il perché di questa apparentemente stravagante domanda. Lui, pacatamente mi rispose, precisando che nessuno fino ad allora gli aveva posto quella domanda. Mi spiegò come lui avesse ogni tipo di informazione a proposito di ogni singolo detenuto. Cosa acquistava, con quali soldi, se lavorava, se fumava, se aveva figli, che lavoro svolgesse la moglie e tanti altri dettagli. La risposta a quella semplice domanda gli consentiva di farsi un'idea precisa del tipo di persona che aveva davanti.
Se, ad esempio, un detenuto diceva di aver cucinato cibi costosi invece di fruire del vitto giornaliero del carcere e se contestualmente la moglie doveva fare umili e faticosi lavori per consentire i vizi del marito, questo certamente dipingeva un profilo predatorio, opportunista e non rispettoso verso la famiglia. ? evidente che un individuo di così scarse moralità, etica e sensibilità, una volta riconquistata la libertà, molto probabilmente sarebbe tornato a delinquere.
Il dott. Catalano in quell'incontro mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa nella mente: “Se io fossi detenuto e i miei familiari liberi fossero bisognosi, mangerei pane e cipolle e farei qualunque lavoro per mandare a loro il più possibile”.
Questo episodio mi fece capire che, per un acuto osservatore, anche gli indizi apparentemente insignificanti, potevano consentire brillanti deduzioni ed attendibili previsioni.
In un'altra occasione, conobbi il Procuratore Capo di Milano, Beria D'argentine, il quale, presso il teatro di Opera, in una sua visita, commentò alla platea il suo pensiero  in merito alle caratteristiche dei detenuti. Affermò infatti con straordinaria sincerità che, per sua esperienza diretta, circa l'80% dei detenuti era in carcere per reati connessi allo spaccio di droga. Egli considerava che questi detenuti, per le loro competenze ed abilità commerciali, se si fossero dedicati a commerci leciti, sicuramente avrebbero avuto un grande successo, visto che le attività imprenditoriali si basano sulle stesse regole indipendentemente che si tratti di attività legali o non. Per lui era veramente un peccato ed era rammaricato che talenti del genere dovessero sprecare le loro esistenze in carcere invece di brillare nel mondo imprenditoriale.
Questo mi ha persuaso che non è opportuno avere giudizi frettolosi e sommari sui detenuti e comunque non è bene generalizzare. Queste figure istituzionali mi hanno, in ogni caso, confortato sul loro acume a sulla loro consapevolezza della eclettica natura umana.



Un pensiero a mio figlio


Seneca disse: “Nessun vento è favorevole a un marinaio che non sa dove andare”.
Alla luce di questa massima direi che la stella polare del detenuto risiede nella propria famiglia. L’affetto famigliare diventa inesorabilmente il suo centro di gravità permanente. Il ruolo genitoriale del recluso è alquanto complesso, poiché la micidiale routine quotidiana nello squallore del carcere lo rende malinconico e misantropo nei confronti della comunità che lo circonda. Di conseguenza il legame coi propri figli diventa quasi patologico, in quanto essi rappresentano il suo inalienabile e fermo punto di riferimento. Come si sa i genitori amano i propri figli ancor più di quanto i figli amino i genitori.
Nel mio “ristretto” spazio mi è capitato e mi capita spesso di constatare i dolorosi effetti collaterali che i legami famigliari dei detenuti subiscono. Ho assistito con incontenibile empatia a molti drammi strazianti di miei compagni, vicissitudini che coinvolgono sia loro che i loro figli. Per testimoniare il tormento che accomuna molti di noi, vorrei narrare un episodio emblematico che mi riguarda personalmente.
All’età di sedici anni, mio figlio mi scrisse dicendomi:
“Caro papà, ieri ho saputo da mia cugina Geraldine, che tu sei in carcere per traffico di cocaina, ma la mamma mi ha sempre detto che sei lì, perché qualcuno ti ha accusato di qualcosa che tu non hai commesso… Dunque ieri, dopo aver appreso, con amaro stupore, questa cosa, sono corso a parlare con la mamma, ma lei purtroppo non mi ha voluto dire niente, se non consigliarmi di scriverti. Dunque ti prego di rispondere rapidamente e di spiegarmi dettagliatamente tutto di te. In ogni caso vorrei anticiparti che l’essere figlio di un trafficante di droga non è per niente facile da sopportare. Mi dispiace tanto se ti ferisco con queste parole, ma io devo pensare alle mie ferite”.
Leggendo quelle terribili crude parole, mi è crollato il mondo addosso per il dolore e la vergogna che i miei figli stavano provando. Quella notte non ho chiuso occhio. Il giudizio di mio figlio mi ha scosso profondamente, perché mi è parso “prigioniero” anche lui, prigioniero del mio calvario e della sua inquietudine. Allora ho preso carta e penna e ho risposto:
“Mio amatissimo figlio, anzitutto sappi che, prima di te, nessuno è mai riuscito a togliermi il sonno, semplicemente perché sono fatalista e guardo sempre il lato positivo di ogni cosa. Ciò nonostante non puoi immaginare quanta gioia mi hai regalato con quelle espressioni critiche riguardo al mio reato.
La tua ferita e la tua inquietudine mi affannano l‘anima, ma la tua ripugnanza e la tua avversione verso quel contesto criminale sono state un sollievo gratificante e meraviglioso per me  e ti direi di più: se tu la pensassi diversamente sarebbe la madre di tutte le sconfitte per me. Comunque sappi che io sto pagando la conseguenza dei miei errori di gioventù. Infatti la mia odissea giudiziaria risale ai primi anni ’80, cioè prima che tu nascessi. Tutto sommato, tua mamma non ti ha mentito, perché conseguentemente sono stato accusato anche di reati che non ho commesso, ma non ho potuto difendermi in quanto fui processato e condannato in contumacia. Come ti spiegherà tua madre, io non ero presente al processo e di conseguenza non ho potuto difendermi e se avessi avuto questa possibilità forse ora sarei a Strasburgo con te. Concludo con un forte, forte ed affettuoso abbraccio, esteso a Sarah e alla mamma. Con tutto il mio amore.
Tuo Papà”.

Grazie a Dio, in seguito alla mia lettera chiarificatrice, mio figlio mi scrive bellissime e toccanti lettere d’amore filiale; ogni lunedì aspetta la mia telefonata e fa del suo meglio per venirmi a trovare, coprendo 1.600 km di strada in macchina, da Strasburgo, dove abita, a qui.
In seguito ho inviato a mio figlio anche questa poesia, seguita da una lettera:


 “Parole, parole di fuoco
scagliate come fulmini:
Voce del vero!
Parole pungenti,
frecce roventi mi trafiggono il cuore
davvero!
Mi sento lapidato
con pietre intrise di rabbia
e di dolore sincero!
Ma sono atte a scuotere il mio animo,
con affetto veritiero”.

 


Un ennesimo messaggio a mio figlio

“Caro figlio, la data di oggi, 14 aprile, è tanto memorabile quanto emozionante, per me: è il tuo trentesimo compleanno. E come regalo ti ho confezionato un pensiero. Conoscendo la tua vena artistica e la tua sensibilità vorrei che suonasse come una sinfonia per te. Nella lettera di oggi, parafrasando una celebre poesia di Kipling, vorrei parlarti del Bene come valore. Bene e male sono effettivamente consustanziali, quindi non si può parlare dell'uno senza citare l'altro. Il male è un cancro che si nutre di cattiveria, di cinismo, di indifferenza, di fanatismo, di intolleranza e di infamia. Il bene invece va di pari passo con il rispetto, con la dignità, con l'onore, con la bontà d'animo e con la carità. Il bene racchiude la bellezza in tutte le sue dimensioni. Nella scala dei valori, il bene supremo credo sia quello dell'amore, soprattutto quello disinteressato. Amare il prossimo, senza aspettarti niente in cambio. Il bene è la fonte principale di tutte le virtù. La virtù non viene dalla natura, ma è arte il saperla coltivare e il saperne far tesoro. Sappi figlio mio che il bene si manifesta nel migliore dei modi nella costante crescita etica.
Tu cresci quando ti senti felice ascoltando e aiutando gli altri, senza aspettarti alcuna ricompensa.
Tu cresci quando non usi maschere diverse in base alle situazioni e rimani coerente con te stesso in tutte le circostanze.
Tu cresci, figlio mio, quando, guardando la rosa tieni conto anche delle spine, ma hai negli occhi la pienezza della sua bellezza
Tu cresci quando affronti l'autunno perdendo le foglie per strada, ma guardando fisso alla primavera.
Tu cresci quando, davanti ad uno sguardo ostile, rispondi prontamente con un sorriso, e alle offese rispondi coraggiosamente con l'indulgenza e non già con l'offesa.
Tu cresci, figlio mio, constatando che la sofferenza di tuo padre testimonia che la bellezza della vita non consiste nell'Avere, come molti illusi pensano, ma bensì con l'Essere, nella catarsi dell'anima che eccelle nella sofferenza.
La sofferenza rende cristallina la sensibilità dell'uomo e lo porta ad acquisire una maturità e una consapevolezza altrimenti irraggiungibili.
Tu cresci quando ti rendi conto che si finisce di crescere, di imparare e di migliorare nell'ultimo istante della vita ... Solo allora sarai un uomo saggio, figlio mio.

   Affettuosamente, con tutto il mio amore, tuo Papà”


A molti queste mie parole potrebbero sembrare utopiche o troppo buoniste, ma io, pur sapendo che il mondo va in tutt'altra direzione, non posso non dirti quello che nei miei auspici dovrebbe essere.
Questa poesia che aggiungo è stata scritta da me in seguito ad uno struggente ed intenso colloquio di 5 ore con mia figlia Sarah:

“Arde in me il rimorso della mia assenza
In un passato sempre presente.
Arde in me la contrizione
per un passato che non sarà ma più presente
ma tu, mia adorabile figlia,
dell'amore sei l’essenza.
Mi rendi il buio, luce
E addolcisci il dolore
Con la tua costante presenza.
Arde in me la tua commozione,
con quelle perle che ti sgorgavano dagli occhi:
ma no  papà,
a cosa serve affliggerti?
Arde in me
Il tuo affanno.
Citando Cartesio e Pascal
Per persuadermi che ciò per noi conta
? il tuo morale e la tua resilenza.
Arde in me
La mia infinita gratitudine
Il mio intenso amore
Per te per l’adorabile Shadi
E per la stupenda Isabel
Arde in me l’attesa
Arde in me la nostalgia
Arde in me il rimorso.                               

Con amore, tuo Papà”





L’attesa

L’attesa per un recluso diventa inesorabilmente spasmodica e le attese sono infinite: da quella della ricezione della posta a quella dei colloqui visivi e telefonici. Le attese sono sempre angosciose e penose, ma la più emozionante è quella del colloquio con i propri famigliari. La sala del colloquio diventa così un luogo surreale dove il tempo passa con una velocità pazzesca. Poi, seduti intorno a quel mesto tavolo, si ha l’impressione che i famigliari vengano a contemplare con tristezza, celata dai sorrisi, le cicatrici incancellabili sul corpo e nell’anima del loro caro convalescente. Un occhio gioisce nel vederli mentre l'altro piange al pensiero della loro imminente partenza. Le lancette dell’orologio accompagnano i rapidissimi battiti del cuore  che non smette di stringersi.
Mia figlia esordisce dicendo: “Papà, mangi bene? Continui a fare attività sportiva? Ti sono piaciuti i libri dell’altra volta? Te ne ho portati altri. Ah, sai, ho letto su internet che in Italia gli ergastolani ottengono permessi dopo dieci anni di detenzione: tu non sei ergastolano. Come mai non esci in permesso?”.
Beh, io me la cavo con una battuta. “C’est la poisse”. ? la sfiga. Non posso certo sprecare il tempo del colloquio a spiegare l’inspiegabile complessità dell’iter burocratico. Una delle stranezze è che in altre regioni, miei coimputati escono in permesso da tempo, pur essendo ergastolani.
Ritornando alla lettera di mio figlio, per spiegargli il mio percorso esistenziale, fatto di cadute e di cambiamenti radicali, dato che lui accompagna la nonna al catechismo, gli ho detto di farsi raccontare la storia di S. Paolo che fu ebreo fariseo, spietato persecutore dei cristiani, prima di convertirsi sulla via di Damasco, per diventare poi la colonna portante del Cristianesimo.
Nessuno, giustamente, oserebbe biasimare l’apostolo Paolo, per la sua condotta antecedente alla  “caduta dal cavallo”, folgorato dalla fede.
Certo, il confronto con un venerabile martire come Paolo, è un allettante e incredibile azzardo, ma il richiamo a tale eminente figura mi permette di asserire che il detenuto, anche quando diventa “farfalla variopinta”, nell’immaginario collettivo rimane sempre un bruco dannoso allo stadio larvale.




I mistificatori dell'Islam


Vorrei raccontare un aneddoto che mi vede coinvolto personalmente.
Circa dodici anni fa, nel carcere di Opera, incontrai una decina di magrebini che erano in carcere per reati legati al terrorismo e per curiosità intellettuale iniziai a dialogare con loro. Inoltre, sempre nello stesso periodo, ebbi forti contrasti con un detenuto tunisino. La sua ideologia era il fondamentalismo estremista islamico. Volli conoscerlo, perché volevo capire quali principi lo muovessero e quali motivazioni lo avessero portato ad una condotta così lontana dall'Islam che conosco. Parlando con lui volevo sapere cosa pensasse del Jihad e quale fosse il suo punto di vista sugli accadimenti del momento in Medio Oriente e nel mondo.
Presto mi resi conto della sua profonda ignoranza teologica e ideologica sul tema dell'Islam. Con Sunna e Corano alla mano, tentai di spiegargli come fosse consentita una condotta violenta solo nel caso in cui ci si dovesse difendere da una aggressione armata, quale una invasione o una occupazione militare che comportasse l'espulsione dalle proprie case e terre. Quando stavo prevalendo intellettualmente, lui ha perso il controllo e ha iniziato a offendermi e a insultarmi ed era vicino all’agire per via di mani.
In quel momento io cercavo di oppormi alla sua prepotenza e di ricondurlo alla ragione dicendogli: “Guarda che la vera fede è nel cuore e non nella barba che tu ostenti”.
Ho anche citato l'Hadith del Profeta che recita: “Al dinu al muamala”, che significa: “La religione è la condotta etica della persona”. In particolare, "Al muamala" è la condotta etica. Era evidente che il suo comportamento aggressivo non si atteneva a nessuna condotta etica. Gli ripetevo con insistenza che nel Corano si legge in modo incessante che: "Dio non ama gli aggressori". Il suo ragionamento mi pareva l'esito di una crisi esistenziale in cui vedevo l'abisso del non senso. Non riuscivo in nessun modo a fargli capire che il vero credente può esprimere un solo estremismo: quello della tolleranza. Il credente deve assolutamente essere estremamente tollerante.
Mentre io citavo i versetti del Corano e i detti, "Hadith" del Profeta, lui opponeva oscuri proclami di Imam sconosciuti e solo presunti tali e comunque privi di qualsiasi credibilità o valenza religiosa. Vista la brutta deriva che stava prendendo il nostro confronto, sono intervenuti alcuni compagni che hanno fatto in modo che la situazione non degenerasse. In seguito lui è stato trasferito, perché si trovava recluso solo temporaneamente a Milano, per affrontare un processo. ? quindi rientrato nel carcere dove era assegnato.
Dopo un po' di tempo, con mio grande stupore, ricevetti una sua lettera nella quale mi chiedeva di scrivergli quei versetti coranici e quegli "Hadith" di cui gli avevo parlato nel nostro incontro-scontro. La sua missiva era stranamente pacata ed io mi sono sentito in dovere di inviargli quanto richiesto.
Questo scambio di corrispondenza si è poi protratto nel tempo. Un'altra sconcertante sorpresa fu che, dopo alcuni mesi, a causa di questa corrispondenza, ricevetti la visita di due funzionari della DIGOS che mi volevano ascoltare come persona informata dei fatti. Da loro sono stato informato che tale soggetto magrebino stava tentando un'evasione dal carcere. Durante questa conversazione con i funzionari mi sono stati chiesti tutti i dettagli sul rapporto tra me e il presunto terrorista. Ho narrato tutta la storia, per filo e per segno, sottolineando l'ignoranza dell'individuo e la inconciliabile distanza tra le sue posizioni e le mie. Ho espresso con chiarezza il mio rammarico e la mia indignazione verso persone come lui che agiscono in nome della mia religione. Questo lo considero un fatto, oltre che erroneo, anche orribile e pericolosissimo per l'integrità dell'Islam. Mi sono poi, negli anni, reso conto di quanto le mie preoccupazioni fossero fondate, visto come l'Islam è stato strumentalizzato e vilipeso dai terroristi di mezzo mondo. Il sinistro binomio islam-terrorismo è diventato consueto. Le cronache di ogni giorno lo confermano. Del resto anche Albert Camus dice: "Dare un nome sbagliato alle cose aumenta l'infelicità del mondo".
Personalmente ritengo che dare un nome sbagliato alle cose abbruttisce il mondo, fomenta odio e semina violenza.
I funzionari della Digos si dichiararono molto soddisfatti del nostro incontro ed espressero l'auspicio che molti dovrebbero essere i musulmani come me. Si resero perfettamente conto della grandissima differenza che intercorre tra un osservante fondato sul vero Islam e un delinquente che usa la scusa dell'Islam per i suoi crimini senza neanche conoscere la dottrina nel dettaglio. I funzionari aggiunsero che certamente il Magistrato Stefano Dambruoso, incaricato delle indagini a carico del “terrorista”, sarebbe stato contento di sentirmi.
In seguito, questo magistrato ha cessato di occuparsi di terrorismo per l'Italia in quanto è stato assegnato all'antiterrorismo per conto dell'ONU, a Vienna. Dopo alcuni mesi sono stato ascoltato in merito da due Magistrati milanesi. Questi ultimi si interessavano di attività illecite condotte da pseudo-islamici.
Dopo l'incontro-scontro con l'esaltato magrebino, ho potuto constatare in modo palpabile la potenziale contiguità tra fondamentalismo e terrorismo. Con questa vicenda ho toccato con mano il dramma profondo della mistificazione dell'Islam da parte di delinquenti che dicono di essere musulmani: non lo sono, e portano le persone a farsi un'idea errata dell'Islam e dei musulmani. Questo accade in modo sempre crescente e  porta ad un progressivo ingigantirsi dell’autoreferenzialità tra i terroristi e i detrattori dell'Islam che portano avanti uno scontro di civiltà, inventato, insensato e fautore di odio. Ovviamente essi vogliono utilizzare questo odio e non predicano certo per la soluzione dei problemi, ma anzi auspicano che i problemi aumentino a loro favore. Sembra trattarsi di una macabra corrispondenza di lugubri sensi, nonché di un “maccartismo” anti-islamico che ha come scopo la costruzione artificiale ed estremista di un nemico da odiare, creando un caos atto, paradossalmente, a soddisfare i fanatici fondamentalisti.
Un fattore che certamente non aiuta la chiarezza e la conoscenza dei fatti del mondo è un certo modo, molto diffuso, di scrivere la storia in modo parziale, approssimativo ed impreciso. Ad esempio gli storici occidentali non narrano mai in modo adeguato e coerente la storia del Medio Oriente. Molti intellettuali occidentali ammettono che l'Europa è analfabeta quanto a conoscenza della storia mediorientale. Anche sui testi sacri l'ignoranza regna sovrana.
A questo proposito io, pur non sentendomi per niente un intellettuale, rimango sconcertato e indignato ascoltando certi intellettuali europei sulle questioni mediorientali.
Vorrei evidenziare un contenuto per me importante, che riguarda il modo e il perché di queste mie esternazioni. Parlando con le istituzioni, come sopra descritto, credo di aver fatto del mio meglio per smascherare la terrificante ideologia dei fondamentalisti che  l’esaltato magrebino incarnava. Sono convinto che le autorità giudiziarie abbiano tratto considerevoli benefici, nonostante io non sia stato un collaboratore di giustizia in senso proprio,  non avendo le credenziali canonicamente riconosciute. Sono comunque molto soddisfatto e assolutamente gratificato dalla mia condotta trasparente e limpida avendo agito non per il mio tornaconto, ma compiendo con coscienza il mio dovere etico e religioso, per evitare ulteriori stragi o vittime innocenti. Al riguardo, mi sentirei complice con un mio eventuale silenzio. Infatti il Corano esorta: “Chi salva un’anima è come se avesse salvato l’intera umanità”.
Mi sento appagato in virtù del concetto per il quale le migliori medaglie sono quelle che si appendono all'anima e non alla giacca. Tengo particolarmente al concetto per cui io tenda a fare del mio meglio, nel limite delle mie possibilità, per agire contro il terrorismo e qualsiasi forma di fanatismo. La mia dignità e la mia coscienza mi impongono di smascherare gli indegni.
Mi sento spinto in questa direzione dall’etica, dalla religione e dall’amore per la vita. Anche lo scrivere su questi temi è una forma di lotta contro il terrorismo.
Dobbiamo ammettere tuttavia che vi è una drammatica carenza e vitale bisogno di una critica e di una autocritica aperte, disinteressate, intelligenti, oneste e coerenti con ogni religione. Ad esempio, un vulnus dell'informazione, refrattaria alla deontologia, mette in evidenza ed insiste su quel terrificante "loro" per dare la falsa impressione che c'è un "noi" da difendere, creando così la premessa di un concetto di nazi-fascista memoria.
Alimentare deliberatamente il panico, per esempio, sull'immigrazione è una cosa gravissima, perché quando la gente si abbandona al panico la ragione va in delirio. Dunque credo che sia doveroso far prevalere l'etica della responsabilità per scongiurare certe fuorvianti demagogie.
L'islamofobia strumentale spinge l'Occidente a prendersela con la Turchia colpevole di essere vicina al movimento dei Fratelli Musulmani. A proposito della Turchia va precisato che uno dei motivi che hanno portato alla condanna internazionale è stato la parziale chiusura del periodico “Zaman”. Nessuno però prende atto che Zaman è l’organo di stampa dei fondamentalisti del famigerato Imam Gulen.  
Sergio Romano paragona il movimento dei Fratelli Musulmani a quello cattolico Comunione e Liberazione.  Per onestà intellettuale, nessuno in Medio Oriente considera i Fratelli Musulmani fondamentalisti. ? del tutto normale trovare nelle liste dei Fratelli Musulmani anche candidati cristiani. Per coerenza non possiamo dimenticare che la democratica Italia è stata governata per 50 anni dalla Democrazia Cristiana e la Merkel, oltre ad essere figlia di un sacerdote protestante, è figlia di questa ideologia.
I Fratelli Musulmani spaventano i regimi dittatoriali, perché sono vicini al popolo e alle sue istanze.  ? incoerente e contraddittorio che mentre l’occidente biasima la Turchia per la deriva autoritaria di Erdogan, (critica che trova il mio accordo), cionondimeno le masse arabe invidiano fortemente i turchi per la democrazia compiuta nel loro paese e desiderano ardentemente imitarli. Ricordo, per associazione di idee, il concetto ironico di Antoine De Saint Exupery che, pur se in chiave ironica, mette in evidenza i preconcetti che l’Occidente ha nei confronti dei turchi, quando narra la storia dell’astronomo turco che per il solo fatto di non portare abiti occidentali, a un importante congresso di astronomia a Parigi non è stato accolto, nonostante avesse fatto la significativa scoperta dell’asteroide B612. L’anno dopo con la medesima scoperta, ma abiti occidentali, imposti dal dittatore Kamal Ataturk, ebbe un trionfo assoluto. Tuttavia vorrei sottolineare come io non abbia alcuna simpatia per il “sultano” Erdogan, già amico di Trump e dello “zar” Putin. Al contempo lascia esterrefatti che l’Occidente critichi la Turchia e consideri l’Arabia Saudita un paese moderato e alleato!
La storia del mondo abbonda di figure pubbliche che fanno straordinarie metamorfosi. Voglio citarne una per tutte. ? emblematico il caso di Aung San Suu Kyi, la quale, premio Nobel per la pace, osannata come paladina dei deboli, dopo una vita in carcere e arresti domiciliari come oppositrice del regime, una volta al potere, in Birmania, non ha esitato a consentire ai suoi generali di attuare una feroce pulizia etnica contro quegli stessi che aveva sempre difeso. Una delle etnie più colpite è quella dei Rohingya, minoranza islamica in Birmania. I giovani finiscono nelle fosse comuni mentre le giovani subiscono stupri di massa. Al giornalista del TF1, che la intervistava a questo proposito, non ha voluto concedere commenti, nell’assordante silenzio di tutti i media che condannano giustamente Erdogan.
Tornando alla realtà, l'unico paese arabo dove i Fratelli Musulmani non sono mai stati perseguitati è la Giordania e lo dico con una punta di orgoglio, pur non essendo simpatizzante di questo movimento, memore di ciò che mi diceva mio padre, che accusava questo tipo di movimento di usare la religione come cavallo di Troia per fini politici ed economici.
Mio padre ricordava anche come il Profeta intimasse di non dare mai il potere a chi lo cerca. Anche il Principe Hassan di Giordania, recentemente, in una intervista rilasciata ad Alain Elkann, ha affermato che la Giordania è l’unico paese dove i Fratelli Musulmani non sono perseguitati e sono liberamente eletti nel parlamento. Affermo questo pur non essendo un loro sostenitore appartenendo io alla ideologia liberale. Potrebbe sorprendere il fatto che nelle file dei Fratelli Musulmani ci siano anche dei cristiani e nella lista dei candidati al Parlamento giordano è del tutto normale trovare nomi di fede cristiana. Anche il vice di Mohamed Morsi è un cristiano. Lo stesso Morsi, dopo il colpo di stato del generale Al Sisi, è in carcere, insieme a tutti i suoi ministri.
Anche negli USA l'impostazione avversa all'Islam è molto datata. Il Trumpismo è già presente da molto tempo e prima dell' 11 settembre 2001. Quindi il fondamentalismo religioso è di casa negli USA. Andrew Sullivan, di origine inglese e residente a New York, dirigente del settimanale "New Repubblic", scrive, parlando del Tea Party:
"Oltre al fatto di essere repubblicani, la cosa che li accomuna di più è il desiderio di vedere la religione, cioè il Cristianesimo Evangelico, al centro della vita pubblica e politica. Vogliono costruire il regno di Dio in terra e credono che l'America sia stata eletta per plasmare la storia dell'umanità".
Del resto anche sul dollaro, oltre a svariati simboli massonici, c'è la lapidaria scritta: "In God we trust". Fa ridere e piangere insieme, al pensiero del motto medievale "In hoc signo vinces". Sembra che mille anni siano trascorsi invano. Infatti la società statunitense è spaccata tra evoluzionisti e creazionisti.
Sono molte le situazioni nel mondo in cui una pretesa laicità è in realtà un condizionamento religioso nel potere temporale come ad esempio in Israele dove, nella dichiarazione di indipendenza del 14 maggio 1948, si legge: "Nella terra di Israele è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica,  qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale ed universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri ...".
Theodor Herzel, ideatore del Sionismo, disse: “Siamo la razza superiore e siamo nati per dirigere i passi dell’umanità”.
Mi sembra significativo ricordare come ad ispirare Theodor Herzel a fondare il movimento sionista sia stata la campagna antisemita dilagante in Europa e in particolare l’affaire Dreyfus  e il relativo pamphlet di Emil Zola.
Su queste basi, ad esempio, i Greci e i Romani potrebbero accampare diritti su gran parte del Mediterraneo. Gli israeliani dimenticano che la Palestina è sempre stata abitata dai Filistei, ancora oggi così chiamati dagli arabi. La Palestina stessa, in arabo si chiama "Filistin".
Anche Israele avrebbe sicuramente solo vantaggi dal raggiungimento di una giusta pace con i palestinesi. Vorrei sottolineare il termine "giusta", poiché il trattato di  pace di Versailles è stato il trampolino di lancio di un mostro chiamato Hitler, il quale nel 1928 aveva il 2% dei voti e nel '33, anche con la complicità della crisi economica del '29, è arrivato al 44%. La rabbia e l'orgoglio ferito dei tedeschi ha reso possibile l'abominio nazista.  
La Siria oggi, purtroppo, è diventata un tragico pomo della discordia delle potenze regionali e teatro di guerra dove le superpotenze la usano come palestra. Dal vaso di Pandora mediorientale vengono alla luce tutte le magagne dell'imperialismo degli ultimi due secoli e tutte le pecche del colonialismo anglo-francese.
A molti sfugge che la Siria ha dato sette Papi e sette Imperatori romani. Filippo L'Arabo, arabo nabateo, è nato a Petra in Giordania e durante il suo impero (244-249 d.C.) è stato festeggiato il millennio dalla fondazione di Roma nel 247 d.C.. Voglio ricordare che Petra era uno snodo naturale e un immenso emporio della via dell’incenso, della seta e delle spezie. Tutte le sue sculture e monumenti rappresentano le civiltà egizia, ellenica, romana e nabatea, a testimonianza dell’armonia e dell’integrazione tra le varie civiltà nella culla della Storia.
Queste gravi problematiche sono conosciute e spesso commentate sia da intellettuali che da religiosi non islamici, come ad esempio il Monsignor Carmelo Carparelli che scrive: “Il nostro benessere prospera sulla povertà degli altri, è il frutto di rapina e sfruttamento. Abbiamo rapinato e stiamo rapinando le risorse del Terzo Mondo: molte guerre civili in Africa le abbiamo fomentate noi per poter succhiare petrolio e materie prime. La nostra cultura ci spinge a mettere al centro le cose, il denaro, la ricchezza ed il successo, dimenticando i veri valori dell'uomo: la comunione, la solidarietà, la fede e la speranza”. Anche Romano Prodi nel TG3 del 12 gennaio 2015 osservò che le potenze occidentali devono cessare di alimentare conflitti regionali per i loro scopi.
Risultano in questo modo tardive, inutili e offensive le scuse, ad esempio, di Tony Blair per la distruzione della nazione irachena. Queste scuse sono un rattoppo che mette in evidenza lo strappo. La guerra rimane un enigma avvolto dalla stupidità umana, un rebus che si esibisce ostinatamente sul teatro dell'assurdo. Mi piace ricordare una toccante canzone di De Andrè: "Lungo le sponde del mio torrente, voglio che scendano i lucci argentati, non i cadaveri dei soldati, portati in braccio dalla corrente ...". Così cantava, ahimè inascoltato, il poeta ligure.
La guerra ha trasformato la Siria in una caverna dove i suoi abitanti vedono le ombre dei mostri agitarsi sulle pareti e li scambiano per l'unica realtà. La guerra santa è un ossimoro "indigeribile" e un azzardo insostenibile. Il termine "santa" si addice solo e soltanto alla Pace. La pace è una espressione bella, leggera e poetica  in qualsiasi lingua essa venga pronunciata: Pax, Peace, Paix, Paz, Frieden, Salam e Shalom.  Essendo la tragedia siriana una realtà per me tangibile e straziante, ho composto questi versi:

Mare amaro
Carrette del mare
Gonfie di angosce
Intrise di desideri
Trasportano sogni incerti
Di anime illuse
Speranzose ...
S’aggrappano agli aspri esordi dell'anelata alba
Stremati ...
In balia di minacciose burrasche
E di cinici traghettatori
Un azzardo inaudito
Un'avventura terrificante ...

Bimbi appena sbocciati
Risucchiati amaramente nell'utero del mare.
Altri corpi rovesciati, intirizziti
sui sentieri della speranza ...
Nelle braccia del destino.
Chi negli abissi
Chi naufrago sulla pietà della spiaggia ..
Chi non osa lasciandosi inevitabilmente dissipare nella polvere ...
E noi uomini, siamo i soliti
Guardiani di paglia
Spaventapasseri ubriachi di indifferenza
Quante stragi ?
Quanto strazio ?
Quanti Aylan devono perire ?
E quanti Omran saranno orfani e smarriti ?
Prima che la nostra apatica indolenza
Abbia finalmente fine?”



Sullo stesso tema ricordo tre mie composizioni Haiku:

fame graffiante
il mare in burrasca
salto nel buio
 

guerra e siccità
lusinghiero miraggio
l'audace  osa!


guerra e fame
così arduo il tragitto
sognando un molo



Come si sa, la madre di tutti i conflitti mediorientali è il dramma palestinese.
Per questo motivo il mondo intero non cessa di chiedere ad Israele il rispetto della risoluzione ONU 242, che comporta il ritiro dai territori occupati nel 1967. Purtroppo in Occidente quasi gli unici intellettuali ad alzare la voce contro Israele per l'ingiusta occupazione dei territori palestinesi, sono gli intellettuali israeliani che osano criticare l'assurda e forsennata politica israeliana contro i palestinesi.
Alcuni esempi significativi, presi dalle centinaia esistenti, sono: Amos Oz, David Grossman, A.B. Yehoshua, Noam Chomsky e Naomi Wolf, (giornalisti ed intellettuali americani). Essi sono concordi nella tesi della creazione di uno stato palestinese affiancato a quello di Israele.
Come dice il prof. Israeliano Ilan Pappè già dagli anni '30, Israele pianificò una pulizia etnica della Palestina con una preordinata volontà di esproprio dei territori (Dal libro “Memoria. Il seme del futuro”, quaderni del salone del libro di Torino, ed. 2011).
Anche l’intellettuale ebreo italiano Moni Ovadia, appassionato alle vicende legate al proprio popolo, nell’intervista su La Repubblica del 22 ottobre 2016, dice che: “ il premier israeliano Netanyahu parla di un presunto diritto divino degli ebrei sulla Palestina e in nome di ciò mette in discussione la legittimità di esistere dei palestinesi, i quali sono stati vessati, espropriati delle loro terre, e vivono in una prigione a cielo aperto e isolati dal resto del mondo. A oggi ci sono 500.000 coloni ebrei che si sono insediati illegalmente in territori che non gli spettano. Questo si chiama occupazione. Ci rendiamo conto ?”. Rimarrà forse negli annali della storia l’espressione pronunciata anni fa dal leader israeliano Ehud Barak che, con l’intento di convincere l’opinione pubblica israeliana della necessità della pace con in palestinesi, con uno slancio di rara sincerità,  di singolare coraggio e di lungimiranza politica, disse: “Se fossi un palestinese, sarei un terrorista”.
Pur avendo un trascorso di capo di stato maggiore dell’esercito  e di primo ministro, egli per colpa di queste dichiarazioni sincere e della sua coerenza politica, è stato punito nelle urne elettorali.
D’altra parte Stephane Hessel, in seguito all’operazione militare israeliana, “piombo fuso”, ha detto: “? insopportabile che gli ebrei possano compiere crimini di guerra. Purtroppo la storia fornisce pochi esempi di popoli che hanno saputo far tesoro della loro storia”. Queste dichiarazioni sono tratte da un articolo di Stephane Hessel, “Indignez vous!”  del 14 gennaio 2011 apparso nella rivista “Internazionale”.
Un altro filosofo e sociologo, polacco di origini ebraiche, Zygmunt Bauman, in un’intervista al Corriere della Sera del 2 settembre 2011, disse: “Quei muri costruiti da Israele per dividere la popolazione araba di Cisgiordania è roba da nazisti, altroché, niente da invidiare alla muraglia che chiuse il ghetto di Varsavia … Israele fa ai palestinesi quello che fecero le S.S. agli ebrei. Israele sta traendo vantaggio per legittimare azioni inconcepibili”. Bauman, a 85 anni, riferendosi all’Olocausto, si permette di rompere un tabù.
A questo proposito è interessante ciò che dice lo storico israeliano Benny Morris nel suo saggio "Vittime": “nel 1918 un centinaio di dignitari arabo-palestinesi inviò una petizione alle autorità britanniche, denunciando la dichiarazione di Balfour (2-11-1817), a sua volta derivante dal patto Sykes-Picot, sul quale ci si potrebbe dilungare alquanto. Il documento, straordinariamente conciliante con gli Ebrei, affermava che i palestinesi avevano sempre provato profonda simpatia per gli Ebrei perseguitati e le loro disavventure in vari paesi del mondo ... ma che “c'era una profonda differenza tra la simpatia e l'accettare che quella nazione ci governi ed amministri  i nostri affari”.
Per dire basta alla pedagogia dell’odio che è funzionale alla violenta e crudele politica di espansione e di sopraffazione, la storia insegna che un illuminato e lungimirante leader come Charles de Gaulle ebbe il coraggio di porre fine allo scellerato colonialismo francese in Algeria, dopo circa 130 anni di brutale occupazione militare e oltre un milione e mezzo di vittime. Il generale  Charles de Gaulle, per aver concesso l’indipendenza agli algerini, fu accusato di tradimento in patria e perse le elezioni.
Anche Israele ha avuto il suo de Gaulle nella persona del Generale Yitzhak Rabin, il quale purtroppo nel 1995 fu assassinato da un estremista ebreo. Con la morte di Rabin ne rimase tramortito il processo di pace. Si spera tuttavia che il seme di pace a lungo cullato da Rabin e Arafat, prima o poi, germogli. D’altra parte tutta la regione mediorientale ne beneficerà e gli israeliani in primis.
Dopo la tragica morte di Rabin, la frustrazione, la delusione, la sofferenza e l’umiliazione che i palestinesi subiscono ogni giorno a causa dell’occupazione militare, portano i giovani palestinesi all’esasperazione e all’intifada. Si tratta dell’esasperazione che è il rifiuto forzato della speranza.
In realtà la questione palestinese consiste in un conflitto di “condominio” che i fanatici dei due campi vogliono trasformare in un conflitto religioso. Le crisi identitarie così diffuse tra i giovani portano spesso alla strada del terrorismo. A questo proposito troviamo nella premessa del volume "Il fondamentalismo islamico" di Armando Spataro, una precisazione molto efficace di Yasser Arafat che dice: “Chi oggi inalbera le bandiere dell'Islam per regolare conti politici o perseguire deliranti progetti di potere, offende la religione e svilisce lo sforzo di ogni vero credente sul cammino di Dio".
Sembra superfluo dire quanto io sottoscriva questo concetto.
Questi fanatici e i loro complici sono in effetti uccelli del malaugurio che da allarmanti pulpiti politico-mediatici variamente islamofobi rievocano il cosiddetto "scontro di civiltà" tra occidente e Islam, che viene evocato più per inverarlo che per evitarlo. Essi si azzardano a giocare con il pericoloso binarismo "noi-loro", dove il "noi" sta sempre per "buoni e civilizzati" e "loro" sta per "cattivi e barbari". Una nota di ottimismo ci viene da Tacito quando dice: "La falsità cade da sé con il tempo e con l'attesa". Del resto in Medio Oriente la promiscuità etnica è una caratteristica alquanto connaturata nel tessuto sociale.
Forse pochi sanno che il Cristianesimo è stato una componente fondamentale della cultura araba, e la Palestina, cuore pulsante del Medio Oriente, è il luogo di nascita del Cristianesimo, esportato in Occidente come dono. Gesù era un ebreo palestinese, come lo erano Pietro e quasi tutti gli apostoli, mentre Paolo era Siriano, nato a Tarso, che fino al 1939 d.C. è  appartenuto alla Siria. In seguito i colonizzatori francesi "regalarono" un'intera regione siriana alla Turchia.
Non va dimenticato che l'Islam e l'apporto scientifico arabo, sono stati fondanti per la cultura europea. Ricordo una frase dell'On. Marcello Pera, mentre difendeva a spada tratta la tesi, a mio parere discutibile, di Oriana Fallaci, in uno slancio di onestà intellettuale, il quale disse: "Non dimentichiamo però che senza l'apporto scientifico della civiltà arabo-islamica, l'Occidente sarebbe rimasto indietro di due secoli".
Molti intellettuali occidentali la pensano in modo analogo come, ad esempio, Franco Cardini, Alessandro Barbero e Giancarlo Finazzo. Quest’ultimo, nel suo libro “I musulmani e il cristianesimo”, dice: “I pregi maggiori della religione islamica, fatta a misura d’uomo, chiara nella struttura dottrinale e scevra, nelle intenzioni del suo fondatore, di ogni improprio accessorio culturale, raziale o nazionale, stanno nella ferma professione di fede in un solo Dio e nello spirito egualitario che la pervade. Si tratta di un egualitarismo teoreticamente sicuro, perché fondato sul rapporto di necessità che subordina tutto a Dio in quanto unico creatore e produttore incessante di ogni manifestazione di vita”.
Umberto Eco, parlando del sommo poeta fiorentino in uno degli ultimi articoli sull'Espresso, dice: “? ormai assodata l'influenza di molte fonti musulmane sull'autore della Divina Commedia”.
In Giordania, così come in Palestina, In Siria, in Libano e in tutta la regione mediorientale, le etnie pullulano: Ceceni, Cercassi, Daghestani, Turcomanni, Drusi, Armeni, Copti, Curdi e Boniaci (Boshnaq). I Ceceni e i Cercassi sono nella regione da oltre due secoli, scappati dalla repressione zarista prima e dalle feroci persecuzioni staliniane poi. Voglio sottolineare inoltre un paese come l’Egitto che è stato governato per tre mandati consecutivi da un Primo Ministro armeno, Nobar Pasha, a cavallo dalla fine del 1800 ai primi del 1900. Anche Boutros Ghali, cristiano copto, ha occupato, insieme a tanti suoi famigliari, diversi posti chiave nel governo egiziano tra cui il Ministero degli Esteri, per circa vent’anni, nei governi Mubarak.
Per analogia, tutto il mondo sta progressivamente diventando multietnico. La storia degli U.S.A. è emblematica e sono numerosi gli esempi di leaders di provenienza diversa da quella del paese dove esercitano la loro leadership. Ad esempio, Khadija Arib, di origine marocchina è alla guida della Camera olandese, come il sindaco di Rotterdam, Ahmed, marocchino, e come il sindaco di Londra, Sadik. Anche Madeleine Albright, di origini cecoslovacche ed ebraiche, fuggita dal nazismo nel '48, è diventata la prima donna segretaria di stato negli U.S.A. Lo stesso Steve Jobs è figlio di un emigrato siriano, Abdelfattah, originario della città di Homs e la sua storia è nota a tutti, come quella di Obama, figlio di un emigrato keniano che è arrivato ai vertici degli USA.
La mia stessa famiglia è una rappresentazione di multietnicità e multiculturalità: mia moglie è francese-alsaziana, con un cognome tedesco. I miei fratelli hanno sposato una giordana di etnia curda, una siriana, una italiana, una greca e una sola è giordana autoctona. Le mie quattro sorelle, a loro volta, sono sposate con tre giordani ed un palestinese.
Questo sentimento di apertura nella mia famiglia trova corrispondenza in tutta la Giordania che, in un momento di fortissima immigrazione, mantiene fede allo spirito di accoglienza. Inoltre, come trasmesso su canale 5, e riportato dal Vescovo di Giordania, in un recente decreto di Re Abdallah di Giordania si consente a tutti i cristiani iracheni e siriani, perseguitati dall’Isis, di entrare in Giordania anche senza documenti. Lo stesso Vescovo ha anche affermato con entusiasmo che in Giordania ci sono 300 scuole cattoliche e una Università, oltre a moltissime chiese, sottolineando il forte spirito di armonia e fratellanza tra le due fedi. Il medesimo Vescovo ha anche affermato che in Giordania, su una popolazione di circa 6 milioni di abitanti, sono ospitati oltre 2 milioni di profughi, siriani e iracheni. Sarebbe come se in Italia ci fossero più di 20 milioni di profughi, o in Europa 200 milioni. A Questo proposito, mi chiedo se l’Italia accoglierebbe mai 20 milioni di romeni o slavi e se la Francia darebbe ospitalità a 20 milioni di “cugini” italiani.
? da sottolineare che la Giordania non è un paese petrolifero e il vescovo cattolico di Giordania, intervistato da canale 5, nel mese di novembre 2016, ha voluto sottolineare che solo il 15% dei profughi sono ospitati nei campi mentre tutti gli altri sono presso abitazioni civili, senza problemi di xenofobia o altre intolleranze.
Anche se l’Islam è la religione ufficiale della Giordania, la famiglia reale riconosce in Giovanni il Battista il patrono dei cristiani giordani come esempio e testimonianza di armonia interreligiosa.
Vi è un episodio storico che vale la pena citare. Si tratta della sconfitta subita dall’Impero Romano d’Oriente, retto da Eraclio, per mano dell’armata persiana di Cosroe II.
I persiani, allora pagani e zoroastriani, occuparono la Siria e la Palestina e trafugarono le reliquie cristiane dalle chiese di Gerusalemme.  Era il 614 d.C. e il Profeta e i suoi compagni erano afflitti dalla sconfitta dei cristiani, ma una speranza venne dal v. coranico 2-5, Sura 33, al-Rum, “Romani-romanità”, che dice, con straordinario senso profetico  di una rivincita dei cristiani sui persiani, aggiungendo che “in quel giorno i credenti si rallegreranno dell’aiuto di Dio”, e il Profeta manifesta apertamente la sua simpatia per i cristiani riconoscendoli come uomini di fede. Infatti nel 622 d.C. i cristiani sconfissero i persiani nella battaglia presso Mosul, l’antica  Ninive  in Iraq.
Nel linciaggio mediatico contro l'Islam, stiamo assistendo alla creazione di nuovi "terreni", per nuove tragedie paragonabili a quelle che hanno segnato drammaticamente il secolo scorso. Non mi sorprenderei che una volta terminata la guerra in Siria, vivessimo una replica dell'Olocausto, in scala minore. D'altronde un olocausto in  scala minore si è già avverato in Bosnia. Primo Levi disse: “? già successo, quindi può succedere di nuovo.”.
Una parte di responsabilità è anche dei media e dell'informazione che invece di smascherare questi finti islamici, fungono da megafono per aumentare i danni che si vogliono provocare. Sembra che una dichiarazione di un terrorista valga più di decine di dotti Imam e personalità islamiche, per screditare e denigrare l'Islam. Infatti ben 100.000 Imam del Bangladesh hanno emesso una Fatwa in cui scomunicano i terroristi e condannano ogni loro atto di violenza. Come spesso accade, un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce in silenzio. Questa notizia è stata data in modo telegrafico da Corriere della Sera. Sul comportamento dei media si era espressa l’Ambasciatrice di Giordania in Italia, la Principessa Wijdan Al-Hashemi, che disse: “A chi mette in dubbio l’integrabilità dei musulmani in Europa, io vorrei rispondere con un’altra domanda: ma l’Europa è davvero pronta e volonterosa a integrare i musulmani  e ad accettarli tra di loro? Perché troviamo in programmi televisivi o ancora in giornali, chiamate a rispondere, persone che non hanno una conoscenza appropriata e approfondita? Ignoranti della loro stessa religione, incompetenti, chiamati a rispondere a questioni molto più grandi di loro. E che a malapena parlano in italiano” (Il sole 24 ore, 11 novembre 2010).
? evidente che gli interessi elettorali e personali prevalgono sul bene collettivo. Purtroppo il popolo è facile da condizionare e spesso non capisce la differenza tra un piromane e un pompiere.
Come diceva Enzo Biagi, chi controlla la televisione, controlla la democrazia e, come ripete Sergio Romano, la bugia è la spina dorsale dell'informazione.
A questo proposito è utile considerare come gli atti terroristici e le bizzarre conversioni di occidentali siano il frutto non di concetti islamici, ma di semplice disagio sociale. I più attenti osservatori delle attuali vicende, che da molti anni studiano questi percorsi deviati, concordano, come dice Olivier Roy, uno dei maggiori studiosi dell'Islam francese, che i protagonisti di tutti gli ultimi fatti, sono  i nuovi giovani nichilisti del Jihad. Di fatto non si tratta di estremismo islamico, ma di una islamizzazione dell'estremismo.
Questo estremismo non nasce da problemi religiosi o di non integrazione religiosa, ma è il frutto di profondo ed annoso disagio sociale.
Molti lavori di intellettuali francesi confermano queste tesi. Michel Wieviorka afferma che le ultime stragi sono figlie di un individualismo esasperato  e una ricerca di celebrità. Prima questi giovani assassini non sono nessuno e dopo entrano a forza nella storia centrale del mondo.  
Molte potenze europee hanno infatti, per i motivi più svariati, ghettizzato fasce di popolazione, relegandole ad un ruolo subalterno e negando loro ogni beneficio di welfare e di considerazione politica. La povertà e l'emarginazione conseguenti hanno prodotto una ribellione che casualmente ha imboccato la via dell'Islam.
Va considerato che questi ragazzi immigrati di seconda o terza generazione, sono in realtà cittadini europei a tutti gli effetti e non soffrono del complesso di inferiorità dei loro padri o nonni. ? emblematico che spesso le giovani che oggi portano il velo sono figlie di donne che il velo non lo hanno mai portato. Questo è causato da un atipico e contraddittorio risveglio identitario. ? come se cercassero di colmare il vuoto di valori di questa nostra moderna società con valori provenienti da lontano, nello spazio e nel tempo. Pertanto è da sottolineare che in tutta l’esegesi islamica non c’è alcun cenno di sanzione o di condanna verso le donne che non portano il velo, ma ci sono degli Hadith in cui si consiglia alle donne di non ostentare le loro bellezze al di fuori dell’ambiente domestico e nel contempo viene loro suggerito di profumarsi e truccarsi solo in casa.
Gli ambiti che riguardano l'universo femminile sono molteplici, a volte in contraddizione, e rivestono un ruolo importante nella società. La Dott.sa Rosaria Zanetel, sposata con un medico siriano, Gihad, ha frequentato la Siria per motivi di studio e vive a Padova, dove è docente di lingua araba, con il marito.  Attraverso le sue esperienze ha constatato che la donna rappresenta l'ago della bilancia nell'equilibrio familiare del mondo arabo. Dice: “? incredibile e per noi inconcepibile il potere assoluto della donna nella famiglia araba per quanto riguarda il futuro dei figli”. I sauditi, consapevoli di questa realtà, che per loro diventa una minaccia, segregando la donna tengono in scacco l'intero paese.
Nonostante quello che l'Occidente spesso erroneamente pensa, molte sono le donne musulmane che hanno ruoli di primaria importanza nei loro paesi, come ad esempio, nell'Indonesia, primo paese per presenza musulmana, con 300 milioni di fedeli, Megawati Sukarnoputri, eletta democraticamente Preside della Repubblica. Nel secondo paese musulmano più popoloso al mondo, nonché il più integralista, il Pakistan, Benazir Bhutto, è stata eletta per ben due volte Primo Ministro. Solo le pallottole dei terroristi talebani, nel 2007, l'hanno fermata uccidendola. Hanno così voluto interrompere il suo cammino verso la terza elezione. Anche il Bangladesh, quarto paese più popoloso, ha avuto due Primi Ministri donna. Non possiamo dimenticare la Turchia con Tansu Ciller, negli anni '90, Primo Ministro.  Tra l’altro, Fatima Alfihria, poetessa e teologa nel IX secolo d.C., a Fes, in Marocco, fondò un’università nella quale studiarono il filosofo ebreo Mosè Maimonide e il futuro Papa, dal 996 al 999 d.C., Silvestro II. La letteratura araba è piena di nomi femminili a testimonianza del valore dato dalla cultura araba alle donne.
Per aggiungere una nota personale, voglio raccontare di un’altra Fatima, meno famosa ma altrettanto zelante, mia sorella, che nel lontano '59 è andata all'università di Damasco, esortata da nostro padre, che pur essendo molto religioso ma colto, era conscio dell'importanza dell'istruzione per i suoi figli, con particolare attenzione alle figlie.
Sull’argomento, conversando con mia moglie nell’ultimo colloquio, devo condividere la sua opinione per cui la misoginia è scevra da connotati geografici e religiosi. Per citare uno dei tanti esempi possibili, Jill Abramson, prima donna direttore del  “New York Times” è stata costretta a dimettersi dall’incarico solo per aver preteso uno stipendio pari a quello dei suoi colleghi maschi (Corriere della Sera, 16 maggio 2014).
Nello spazio e nel tempo Andres Breivik il neonazista norvegese che il 22 luglio 2011 ha ucciso 77 giovani socialisti, è stato l'idolo di David Ali Sonboly, diciottenne tedesco di origine iraniana, autore della strage di Monaco di Baviera.
Sono ragazzi con un grande vuoto interiore che mostri opportunisti riempiono con il male. Nel film francese "Le ciel attendra", la regista  Mention-Schaar, l'attrice Courau e l'antropologa Bouzar testimoniano come il 50% degli indottrinati che si converte appena prima della sua partenza per la Siria, sia di origine cattolica e il 3% addirittura di origine ebraica. Questi terroristi improvvisati si lasciano prendere per mano dal buio per trovarsi in una selva tenebrosa dove vige la legge della giungla, abitata da spietati sciacalli che tentano invano di spacciarsi per zeloti musulmani. Questi sfortunati giovani, essendo culturalmente impreparati, vengono plagiati, soprattutto per orientarli nella loro carriera di kamikaze.
I sociologi occidentali paragonano il fanatismo islamico alle Brigate Rosse o alla banda  tedesca Bader-Meinhof. Il mio compagno di cella genovese, col quale spesso toccavo certi argomenti, un giorno mi disse che le BR avevano incontrato la loro fine nel momento in cui avevano compiuto l'omicidio di Guido Rossa. Questo, per similitudine concettuale, mi porta a constatare come i terroristi musulmani uccidano quasi solo altri musulmani e per questo nel lungo periodo non hanno alcuna possibilità di successo.
Non sanno che il castigo divino sarà terribile obbligandoli per l'eternità a ripetere continuamente l'insano gesto del suicidio, attraverso la legge coranica del contrappasso.  Come abbiamo visto il Jihad è solo una azione difensiva  e la legge islamica sanziona il suicidio indipendentemente dallo scopo. Le proibizioni più forti sono nello Hadith dove per precise indicazioni del Profeta, viene detto: "Chiunque si suiciderà, soffrirà nel fuoco dell'inferno e gli sarà precluso per sempre il paradiso".  ? anche narrato che il Profeta ha rifiutato i riti funebri ad una persona che ha commesso il suicidio. Una storia particolarmente significativa è attribuita al Profeta a proposito di un occupante dell'inferno. Quest'uomo, che era dalla parte del Profeta ed è stato ferito nella battaglia di Badr,  non sopportando il suo dolore, si uccise con la propria spada. Il Profeta precisa come quest'uomo apparisse degno del paradiso, ma in realtà era destinato all'inferno. Per la legge del contrappasso, per analogia, nell’Islam chi si suicida ripeterà il suo gesto per l’eternità nell’inferno. Si evince da questo che in nessuna  circostanza il Profeta permette il suicidio. Viene quindi spontaneo chiedersi se gli autori degli attentati suicidi avessero mai letto questo Hadith.
? emblematica la storia narrata su La Stampa del 9 marzo 2016, in cui si racconta del ventenne Raphael, figlio di una coppia di ebrei francesi. La Signora Laurent dice: "Sarebbe giusto spiegare cos'è la manipolazione ai ragazzi che pensano di andare a Raqqa. Il mio unico figlio, Raphael, mi aveva detto che partiva per Parigi e invece è morto poco dopo, in Siria".
La Signora Laurent è una psicologa di 58 anni e quindi tutt'altro che impreparata e sprovveduta e teoricamente in grado di comprendere comportamenti rischiosi o problematici. Infatti, i foreign fighters costituiscono un dilemma paradossale: centinaia di migliaia di musulmani emigrano e rischiano la vita attraverso il deserto e il mare per sfuggire alle guerre ed alla fame, mentre alcune migliaia di ragazzi occidentali, figli di migranti, di 2a o 3a generazione, compiono il percorso inverso, abbandonando la ricca Europa per andare a rischiare la vita, come se praticassero il base jumping.
Questo tipo di Jihad sembra diventato una calamita per offrire uno sfogo alla propria natura aggressiva. Stando a quello che dicono i sociologi francesi, questi ragazzi passano molto tempo guardando video di massacri ed azioni sanguinose. Ricordo il versetto di Giovanni, 3,19: “Gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”.
Le statistiche delle Intelligence occidentali parlano di 15.000 ragazzi partiti dall’Europa, molti dei quali, cattolici o non credenti, convertiti all'Islam come per contratto al momento della partenza per la Siria. Dunque se questa è guerra, prima ancora dei militari servono registi, giornalisti con deontologie ad hoc, scrittori, psicologi e comunicatori capaci di sviluppare una narrativa che raggiunga i cuori di questi ragazzi europei, con gli strumenti del dialogo.
Freud scriveva ad  Einstein : "Tutto ciò che provoca solidarietà... tutto ciò che promuove l'evoluzione civile, lavora anche contro la guerra". In altre parole, con un'avvertenza, la religione dice la stessa cosa attraverso una delle più belle frasi di Gesù: “ama il tuo prossimo come te stesso”. A mio giudizio questa sublime espressione vale più di mille libri e purtroppo è scarsamente applicata. Un’espressione simile, del Profeta, dice: “Un vero credente non può dirsi tale se non desidera per il suo prossimo ciò che desidera per se stesso”. A questo proposito, poiché noi uomini predichiamo bene e razzoliamo male, non posso dimenticare le mie peripezie di quando, nove anni fa, sono giunto a Saluzzo.
Per il mio cognome arabo ben quattro detenuti si sono rifiutati di accogliermi nelle loro celle per puro preconcetto, senza neanche conoscermi. In realtà non ho mai trovato difficoltà ad integrarmi con chiunque e anche il più caratterialmente difficile, una volta che mi ha conosciuto, non ha esitato ad apprezzarmi e a stimarmi.
Ricordo con grande piacere la mia convivenza di quasi sei anni con un detenuto genovese, con il quale commentavo scherzando che ho vissuto di più con lui che con mia moglie. Un altro nostro compagno di sventura, napoletano, affermava fosse impossibile trovare due più affiatati di noi, anche visitando tutte le carceri italiani.
Per evidenziare come in carcere esistono e resistono pregiudizi e stereotipi difficili da estirpare vorrei raccontare un episodio che mi è capitato nel carcere di San Vittore, durante un mio breve soggiorno, presso il quale si era creato un problema: il comandante, maresciallo Saporito, non sapeva dove collocare un detenuto ebreo e uno israeliano che nessuno voleva. Chiese il mio aiuto, in virtù della sua pluriennale esperienza, sapendomi persona disponibile e sensibile e sapendo anche che ero l'unico arabo della sezione. Lo accolsi volentieri e trovai in lui una persona davvero squisita. Siamo in seguito rimasti sempre amici e questo testimonia che il dialogo e la buona volontà sono sempre fecondi.
Devo considerare che, per natura, detesto le polemiche sterili e ho sempre seguito un prezioso consiglio di mia madre che mi diceva: "Dalla bocca escono parole belle e brutte, trattieni quelle brutte e fai uscire solo quelle belle. Quando parli fai in modo che il tuo discorso sia migliore di quello che sarebbe stato il tuo silenzio".
Grazie a queste esortazioni mi sono sempre trovato bene anche in un ambiente difficilissimo ed impietoso come il carcere. Ovviamente, con taluni, è indispensabile una stoica sopportazione e una pazienza di Giobbe. Ogni essere umano è soggetto per natura all’errore e quindi è alquanto illuminante la pratica della criticità che andrebbe sempre fertilizzata per poter vedere le riflessioni critiche individuali fiorire in senso collettivo all’interno della comunità.
A questo proposito è opportuno rammentare la celeberrima espressione del secondo Califfo dell’era islamica, Omar, (634-644 d.c.). Nel suo primo discorso pubblico disse: «Se sbaglio mi correggerete». Un capo tribù beduino gli gridò: «Oh Omar, se tu sbagli, giuro su Dio che ti correggeremo con le nostre spade». Allora Omar, compiaciuto dell'esortazione, alzò le mani al cielo dicendo: «Grazie Signore che nel mio popolo c'è chi corregge gli errori di Omar con la sua spada».




L'essenza del concetto del Jihad

L'etimologia del termine nasce principalmente dal radicale "Juhd", sforzo.
Uno sforzo che comporta forte zelo e infatti "Gihad-Jihad" è anche un nome proprio comune nei paesi arabo-musulmani. Significa anche "zelante", nel senso altruistico del termine.
Nella cultura islamica il Jihad è suddiviso nettamente in due diversi concetti:

1)    Il "Jihad al akbar" è il grande Jihad, che è di gran lunga il più importante e riguarda il conflitto intimo interiore, teso a spingere l'uomo a compiere ogni sforzo per promuovere le virtù e respingere il vizio. ? un'autocritica scrupolosa e costante che va svolta studiosamente secondo scienza e coscienza. ? uno sforzo di purificazione interiore, di spiritualizzazione dell'essere davanti al Creatore, per ottenere l'armonia e la serenità. Si tratta di uno sforzo, "Juhd", intimo ed è una lotta interiore per resistere alle tentazioni che incombono su ogni essere umano. Uno sforzo illuminante teso ad elevare l'uomo e a strapparlo dal suo egoismo, dalla meschinità, dal suo volere parziale ed interessato, dalla grossolanità dei sensi e dalla cecità degli istinti. Anche Gesù disse: “? dal di dentro, dal cuore degli uomini che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frode...” (Marco, 7-21).
L'etica è rendere conto dei propri comportamenti. Ci si può chiedere a chi si debba rendere conto, ed io penso a se stessi, al prossimo, al mondo e immancabilmente a Dio.
E' evidente che ogni sforzo che un uomo compie nella sua esistenza sulla strada di Dio, è compreso all’interno di questo Jihad al Akbar. Ogni azione caritatevole, giudicata dalle intenzioni di chi la compie, diviene un’opera gratificante presso l’Altissimo. Ricordo a proposito la celebre allegoria della dottrina islamica che vien ripetuta come un mantra nei sermoni della preghiera del venerdì. Si tratta di un Hadith in cui il Profeta fa l’esempio di una prostituta la quale, per aver dissetato nel deserto un cane randagio, ha guadagnato la salvezza per il suo gesto esprimente compassione e misericordia. Per questo Dio clemente e misericordioso le ha aperto le porte del paradiso. Il grande Jihad infatti tiene accesi i riflettori sulla coscienza e mette in moto il radar etico all’interno di ciascun credente.

2)    Il piccolo "Jihad", "Al Jihad al asghar", è quello che acquisisce una connotazione militare e incita il credente a compiere un altro tipo di sforzo, che è la lotta armata. Occorre fare attenzione al fatto che si tratta di una lotta armata che ha come scopo principale ed esclusivo quello dell'autodifesa e mai in senso offensivo.
A questo proposito, sia i versetti coranici che gli "hadith",  sono molto chiari e non lasciano spazio al dubbio. Non c'è spazio di mistificazione né per gli infami dell'ISIS, né per i detrattori dell'Islam che, attraverso una retorica menzognera, facilmente degenerano in dogmatismo persecutorio come il fanatismo di ogni genere.
Ricordo un Hadith in cui il Profeta disse: “Ciò che più temo per la mia comunità è il fanatismo nella religione” (al ghuluo fi din = fanatismo nella religione).
Nel Corano c'è un famoso versetto (II Sura, ver. 190) che dice testualmente: “Combattete per la causa di Dio contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi ché Allah non ama coloro che eccedono”. Nel versetto seguente si legge: “Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli”.
Significativo anche l'Hadith in cui il Profeta dice: "Nel giorno della resurrezione io stesso sarò nemico di chi ha dato fastidio a un dhimmy (il protetto)". I protetti nella tradizione islamica sono gli Ebrei e i Cristiani. A questo proposito, il Rabbino di Roma, Elio Toaff, capo della omonima comunità ebraica, dal 1951 al 2001, intervistato dal giornalista  Gianni Minoli, anni fa, nel programma “Mixer”, disse testualmente : “Noi ebrei abbiamo vissuto per secoli in mezzo ai musulmani in pace e armonia e non ci hanno mai torto un capello, ma purtroppo siamo stati perseguitati per circa 2000 anni dai cristiani.”.
Del resto non è solo l'Islam che può essere frainteso e mistificato, infatti leggendo i versetti biblici Luca 12-29 e 27-19, chiunque potrebbe essere tratto in inganno e cadere vittima di strumentalizzazioni. ? facile immaginare come un grossolano errore interpretativo possa derivare dalla cronaca della conquista di Gerico, narrata in Giosuè, 6,21.  ? evidente che volendo strumentalizzare il verbo divino  e prendendo solo frammenti di questi versetti e Sure, è possibile travisare completamente il messaggio ed il significato. Ci sono addirittura documenti apocrifi, in mano a terroristi, nei quali viene menzionato, in modo ripetitivo il frammento: "Uccideteli ovunque li incrontriate".
? chiaro che questa frase, presa da sola e decontestualizzata, assume un significato fuorviante. Questo è un frammento che viene costantemente utilizzato  in una gran parte dell'informazione. Personalmente ho avuto tra le mani queste documentazioni sacrileghe essendo esse  in circolazione nel carcere milanese di Opera e so che anche le istituzioni ne sono in possesso a dimostrazione di quali pericolosi strumenti abbiano i terroristi.
Non si comprende come una moltitudine di intellettuali occidentali traducano il Jihad come "guerra santa", che di santo non ha nulla e che è in realtà un ossimoro, visto che il termine “santo” si addice solo alla pace.
La prima guerra definita santa è stata la crociata di Urbano II, che in realtà non aveva nulla di cristiano. Infatti l’autore della più classica storia delle crociate Steven Runciman, pone l’accento sulle convenienze materiali di chi lasciava un’Europa dove era difficile sopravvivere e ricorda che gli stessi predicatori usavano favoleggiare delle enormi ricchezze di cui i pellegrini-combattenti sarebbero entrati in possesso conquistando Gerusalemme. D’altro canto possiamo leggere nelle pagine di autorevoli storici francesi novecenteschi, Paul Alphandery e Alphonse Dupront, i quali interpretano le crociate come sublime espressione di fede. Essi decantano testualmente la prima crociata come  “un andare felici verso lo sterminio”. Allora le vittime dello sterminio furono gli infedeli musulmani. Il termine “sterminio” fa venire i brividi, perché lo sterminio degli ebrei nel cuore della civile Europa rappresenta il collasso di tutti i valori.
Visto l'accanimento dell'ISIS contro le minoranze a loro contrarie, vorrei menzionare questo versetto coranico (Sura 22, vers. 40): "A coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro case perché dicevano: Dio è il nostro Signore. Se Dio non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il nome di Dio è spesso invocato".
Notiamo con interesse che i monasteri, le sinagoghe e le chiese sono menzionate prima delle moschee e quindi si tratta molto chiaramente dell'espressione della loro inviolabilità ed al contempo del rispetto degli adepti delle differenti religioni.
In tal senso, e forse più esplicitamente, troviamo questa formula nella Sura 10, vers. 99: "Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero".
Voglio concludere con un "hadith" molto emblematico che riporta raccomandazioni del Profeta ad un comandante militare in partenza per una missione:
"Abbi fede in Dio; tu non toccherai le persone anziane, né i bambini, né le donne. Tu non attaccherai i loro animali. Tu non sradicherai i loro alberi da frutta. Tu non inquinerai i loro pozzi; e coloro che si rifugiano nei luoghi di culto, tu li lascerai in pace. C'è un nemico: questo nemico è armato. Le donne, i bambini, le persone anziane e gli uomini di religione, tu li lascerai in pace".
Nell'autentico "Jihad al akbar" due degli strumenti più importanti verso la virtù sono la cultura e la scolarizzazione che non casualmente sono osteggiati dall'ISIS e dai Taliban in generale. Una testimonianza di questo è quanto accaduto alla sedicenne Malala, ora premio Nobel, personaggio-simbolo, personaggio-messaggio ed icona planetaria. Mentre lei affrontava a Londra i delicatissimi interventi chirurgici per estrarre la pallottola dalla sua testa, per tutta la durata della sua convalescenza, c'erano 15 milioni di suoi coetanei pakistani che recitavano una preghiera prima di iniziare le lezioni. Pregavano Allah per la salvezza di Malala e perché Allah paralizzasse le mani dei beceri criminali talebani che la volevano morta. Malala è uscita da quella prova più forte e determinata di prima e la sua luminosa mente sempre più raggiante. A mio giudizio anche il padre avrebbe meritato a pieno titolo un Nobel, come uomo luminosamente praticante che tanto aveva a cuore l’istruzione di  sua figlia, in virtù del famoso Hadith in cui il profeta dice: "Colui che istruisce virtuosamente sua figlia, nel giorno del giudizio gli farà da scudo dall'inferno". Secondo gli esegeti questa esortazione  significa che è l'atto dello scolarizzare a fungere da scudo. Quando Malala fu colpita, nessuno in occidente ha acceso una candela dicendo: "Je suis Malala" e quando nei mesi scorsi i Talebani attaccarono una scuola uccidendo 140 alunni ed i loro insegnanti, non è andato nessuno a porre un mazzo di fiori davanti alle ambasciate pakistane in Europa.
Su questi argomenti non mancano le contraddizioni, come, ad esempio, il fatto che l'Occidente non riesca a digerire il velo islamico. Viene da chiedersi cosa sia in realtà l'integrazione e, a questo proposito, ho letto l'intervista del Gran Rabbino della Gran Bretagna, Lord Jonathan Sacks, rilasciata ad Alain Elkann, in cui dice che più di 2/3 della comunità ebraica frequenta le Sinagoghe, e la  percentuale è la stessa dei ragazzi ebrei che frequentano le scuole rabbiniche. Da molti secoli gli Ebrei vivono in Europa con i loro usi e costumi.
Più volte ho letto sui giornali, con fonte dei rapporti della Questura di Milano, che la percentuale dei musulmani che frequentano le "moschee" è del 5%.
Sempre parlando di contraddizione non si può non pensare al fatto che in Francia 30 anni fa si veniva arrestati per oltraggio al pudore, per il topless, mentre ora si rischia l'arresto per il burkini. Viene da chiedersi se il senso del pudore di una donna che porta deliberatamente  il velo fosse così insensato in Occidente da suscitare disagio, fastidio e intolleranza.
Devo anche annotare che i regimi dittatoriali vengono sostenuti dall'Occidente e i dittatori vengono ricevuti in pompa magna in virtù di interessi politici ed economici, per la cosiddetta ragion di Stato. Ci si chiede come possano fare le Cancellerie occidentali a conciliare tale comportamento con i loro nobili principi basati sulla libertà e la democrazia. Gli occidentali sembrano alquanto gelosi delle loro libertà e democrazie e sembra vogliano goderne da soli senza condividerla con altri. ? come se gli Arabi non meritassero tale conquista e tali beni.
Si intende che per la vastità e la profondità degli argomenti trattati, avrei voluto e potuto approfondire in mille direzioni il lavoro ed ampliarlo in modo considerevole. Temendo però di annoiare il lettore, per opportunità di tempo e di luogo, ho cercato di sintetizzare il mio pensiero. Spero comunque che, nonostante la brevità, la trattazione sia risultata interessante, efficace ed ispirante.  
Pertanto, vorrei che questa testimonianza diventasse un tassello per l’edificazione di “ponti”  in un mondo in cui, purtroppo, si assiste all’erigersi di “muri” che sovrastano le coscienze dei popoli.  
Forse direte che io sia un sognatore o per dirla con John Lennon, nella sua immortale “Imagine”:

You may say I am a dreamer,
but I am not the only one.
Hope someday you ‘ll join us
and the world will live as one.
   
(Si può dire che sono un sognatore,
ma non sono l'unico.
Spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo vivrà come se fossimo una cosa sola)


Tuttavia confido nell’ottimismo della volontà.  


AHMAD  MASALMEH
carcere di Saluzzo, dicembre 2016

 

 

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