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L'IMPORTANZA DI COMUNICARE, di Emilio Toscani PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 29 Giugno 2018 14:16

 

L'IMPORTANZA DI COMUNICARE

di Emilio Toscani

 

Primo Levi ha scritto: "Comunicare si può e si deve: è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria, perché il silenzio, l'assenza di segnali, è a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l'ambiguità genera inquietudine e sospetto. Si può sempre comunicare. Rifiutare di comunicare è colpa."
Recenti fatti avvenuti mi hanno fatto ricordare quanto scritto da Levi e mi hanno confermato quanto sia determinante la comunicazione o la sua assenza nella scelta della direzione nella quale vogliamo dirigere le nostre vite. In un ambito di valenza internazionale, Trump, presidente statunitense, ha deciso di ritirare la rappresentanza USA dal consiglio per i diritti umani deIl'ONU. La motivazione sembra essere quella di una rappresaglia per una presunta attività filopalestinese e contraria a Israele della suddetta commissione ONU.
AI di là del merito specifico, molto complesso e articolato, sembra incredibile l'uscita degli USA da un'istituzione così importante per l'equilibrio mondiale, per un semplice interesse di politica nazionale. Questo atteggiamento di Trump ricorda il puerile gesto del bambino che, scontento della decisione dell'arbitro, abbandona il campo di calcio portandosi via il pallone, in quanto di sua proprietà.
Il fatto grave è che sui diritti umani, nessuno, tantomeno gli USA, può chiamarsi fuori dal dibattito planetario. I diritti umani sono quotidianamente calpestati ovunque da interessi economici e politici e il fatto che il più importante contesto istituzionale per la loro tutela sia snobbato e strumentalizzato da Trump in questo modo, la dice lunga sulla sensibilità di questa presidenza americana e sul cinismo che soggiace alla base di ogni sua scelta etica. Andarsene così, significa dire al mondo in modo chiaro e tondo che agli USA non importa niente né dell'ONU né dei diritti umani. Andarsene, sbattendo la porta, significa cessare qualunque comunicazione, essenziale per tutta l'umanità.
Un altro avvenimento, questa volta nostrano, è stato riportato da Blob, alcuni giorni fa. Un video, autoprodotto, di un carabiniere con il suo volto ben in mostra, faceva sapere al mondo, via facebook, qualcosa di incredibile: il carabiniere, presentatosi con nome e cognome, diceva di aver fornito una testimonianza diretta del pestaggio, effettuato da alcuni suoi colleghi, ai danni di Cucchi, poi morto.
Orbene, il carabiniere in questione, diceva di aver subito ogni sorta di ritorsione da parte dell'arma dei carabinieri, per il semplice fatto di aver testimoniato la verità in un'aula di tribunale. Minacce, un trasferimento disagevole e un demansionamento penalizzante sono la vendetta, operata dai carabinieri verso questo collega, colpevole di aver detto la verità e aver denunciato comportamenti illegali di alcuni suoi colleghi. La vicenda è nota e le foto impressionanti di Cucchi, fornite al mondo dalla sua coraggiosa sorella, sono state viste da tutti, ma una dichiarazione così esplicita di un carabiniere contro i suoi colleghi costituisce un drammatico esordio mondiale. Quello che rende tragico il gesto di questo carabiniere è che per la prima volta si alza un velo su qualcosa che tutti hanno sempre saputo, ma mai ammesso: la profonda omertà e l'associazione a delinquere di chi dovrebbe tutelare la legge e la comunità è qualcosa di inaccettabile, ancor più se il tutto avviene con la connivenza e la complicità della magistratura e della politica. E' lo stile della criminalità organizzata i cui membri si tutelano reciprocamente, in particolare con un impenetrabile silenzio, in barba a qualunque legge, ma se è normale in quel contesto, non lo è per niente all'interno di un corpo di forze dell'ordine, dedicate esplicitamente all'osservanza della legge. Che un carabiniere ci abbia messo la faccia e abbia detto come stanno le cose forse è l'inizio della fine per le troppe criminalità di stato che avvelenano le esistenze dei cittadini.
E' questo un esempio di comunicazione costruttiva che non può non partire dal coraggio di dire la verità.
Il terzo accadimento che ha attirato la mia attenzione è una sentenza della corte di cassazione, di due giorni fa. Si trattava del ricorso di un detenuto contro la procura di Torino, per una violazione del suo diritto di espressione. Quel detenuto aveva inviato una lettera a una associazione "Nessuno tocchi Caino", appartenente ai Radicali.
Questa associazione, attiva da molti anni, si occupa, tra l'altro, di difendere i diritti civili, detti intangibili, che ogni cittadino italiano, anche se detenuto, conserva, anche quando sconta una pena. Tra questi diritti, c'è il diritto di esprimere il proprio pensiero. Quel detenuto, al regime di 41/bis, di particolare durezza, aveva visto restituita la lettera inviata, per dei non meglio precisati “motivi di sicurezza”.
Egli aveva fatto reclamo al magistrato e quindi in cassazione. Due giorni fa, la suddetta cassazione aveva confermato il divieto, sostenendo che lo scrivere a "Nessuno tocchi Caino", poteva costituire una lesione della sicurezza del carcere e poteva inoltre innescare un'ondata di proteste da parte di altri detenuti.
Questo fatto, commentato da diversi avvocati e giuristi, in diretta su radio Radicale, ha sollevato una grandissima indignazione in quanto è la prima volta, nella storia della Repubblica, che la cassazione impedisce a un detenuto di esprimere il suo parere con una lettera a una associazione pubblica. Ovviamente tutta la posta, nel regime 41/bis, viene aperta e letta e si deve quindi escludere qualunque contenuto illecito. Inoltre l'associazione "Nessuno tocchi Caino" da anni si batte continuamente per indurre i detenuti a manifestare le proprie lamentele in modo pacifico, legale e costruttivo. Nonostante il grande impegno civile di questa associazione, che fa della trasparenza uno dei suoi cavalli di battaglia, la cassazione ha negato al detenuto il diritto di esprimere il proprio parere, dimenticando che ogni detenuto, prima di essere tale, è una persona che conserva tutti i diritti soggettivi, compreso il diritto di esprimere le proprie idee. Questo comportamento della corte, non solo rifiuta il pacifico confronto delle idee, ma sancisce il diritto dell'istituzione carceraria a mantenere quell'opacità che è la sola garanzia di impunità, per eventuali condotte illecite. Sono tante le domande che sorgono spontanee: quali informazioni la corte vuole celare e cosa teme, stante la possibilità di leggere il contenuto delle missive e, soprattutto, quali pericoli possono nascere dall'esprimere le proprie idee.
Non si tratta di una censura, che per quanto odiosa, ha una sua ragion d'essere, ma di una vera e propria proibizione di comunicazione, anche se sotto controllo.
Questa sentenza produrrà conseguenze gravi per l'Italia, per molte ragioni, ma soprattutto perché è in aperta violazione della normativa internazionale sulle libertà di espressione e sui diritti umani inalienabili. Questo maldestro e illegale tentativo di mettere un bavaglio alle libertà di opinione e di limitare il diritto di cronaca della libera stampa la dice lunga sulla dittatura illiberale e antidemocratica che spesso la magistratura mette in atto, per di più, in questo caso, neanche preoccupandosi di celare le sue violenze, ma con l'arroganza e la supponenza di chi pensa di essere al di sopra della legge, nazionale o internazionale che sia. Questi tre brevi episodi, che ho sommariamente evidenziato, sono la prova più tangibile di come la comunicazione sia vitale per la verità e la costruttività e di come un miglioramento della qualità delle nostre vite non possa prescindere dal comunicare.
Qualunque dibattito, anche il più duro, spigoloso e faticoso, sarà sempre meglio di atteggiamenti omertosi e di tentativi di insabbiamenti, tesi a silenziare le voci dissenzienti verso il potere.
 
 
carcere di Saluzzo, 22-6-2018

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 06 Luglio 2018 08:25 )
 

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