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ANCHE NELLA MIA LINGUA MADRE

SI DICE CHE LA SPERANZA E' L'ULTIMA A MORIRE

di Ibrahim

 

per gentile concessione dell'autore

e dell'Istituto Soleri-Bertoni, titolare del Liceo Artistico

della scuola ristretta nel carcere di Saluzzo

 

Alfateh e Ibrahim sono due detenuti sudanesi, coimputati e compagni di cella.
Ibrahim frequenta la classe prima del Liceo Artistico Soleri-Bertoni.
La loro è una testimonianza sul tema de La Frontiera raccolta e messa per iscritto dai compagni della scuola ristretta.

A cura di Ahmad M. - Emilio T. - Salvatore T.

 

Mi chiamo Ibrahim e sono nato in Sudan. Il mio paese, come del resto l’intero continente africano, ha subìto un feroce e spietato colonialismo ad opera di quelle potenze europee che, affamate di materie prime e di potere geopolitico,  quindi per  nutrire le loro glorie nazionali, decisero di depredare altri popoli, incuranti delle tragiche conseguenze. Gli effetti di questa politica imperialista si stanno ora ripercuotendo come un naturale boomerang sul vecchio continente. L’inaudita violenza dei regimi dittatoriali che sfocia in torture e assassinii, associata alla corruzione che genera fame e disperazione, spinge intere popolazioni a cercare altrove un’àncora di salvezza.
Il prezioso libro di Alessandro Leogrande intitolato La frontiera mi ha costretto a frugare nei cassetti della mia memoria, in cui sono incastonate infinite storie, facendo riaffiorare la tragicità delle  dis-avventure che ho vissuto e che, pur a distanza di anni, mi scuotono l’animo e mi tolgono il sonno.
Le peripezie da me vissute non sono dissimili  da quelle vissute da Hamid, Gabriel o Shorsh dei quali narrano le pagine di “La frontiera”.  Storie di fughe dal terrore e dalla morte dentro cui, accanto ad esempi di valoroso eroismo, ne affiorano altri di infinita viltà, dove il lato bestiale dell’uomo prende il sopravvento e fa compiere azioni che il cuore umano, in altre circostanze, ripudierebbe.
Ho vissuto per tre anni in Libia, lavorando nella fattorie, dove si guadagnavano mediamente duecento euro al mese, ma, nel momento in cui  il colonnello Gheddafi aprì le frontiere a tutti i popoli  dell’Africa,  il mondo del lavoro, in quella Libia invasa da milioni di disperati, subì un’enorme inflazione, ed io, di punto in bianco, mi ritrovai disoccupato.
Nelle stesso tempo il regime di  Muammar Gheddafi creava delle milizie armate formate soprattutto da Sudanesi che venivano spediti a combattere proprio in Sudan, contro il regime dittatoriale del colonnello Al Bashir.  L’intento dei Libici era quello di spaccare il Sudan  in due e creare pertanto nella regione del Darfur un paese autonomo (un progetto che si  realizzò  successivamente con l’aiuto degli Usa): ebbene,  una delle conseguenze a dir poco paradossali di questa strategia militare di Muammar Gheddafii fu quella che vide la milizia Al Bashir incarcerare, torturare e uccidere -  perché accusati in modo indiscriminato di  aver fatto parte della milizia organizzata dai Libici per rovesciare il regime  - quei Sudanesi che rientravano man mano in patria dalla Libia. Per questo motivo, cioè  per evitare di subire la stessa tragica sorte   toccata a questi miei connazionali, optai a malincuore di intraprendere la temeraria e rischiosa traversata del Mediterraneo.
Dopo tre giorni di avventuroso e spaventoso viaggio, il gommone su cui ero incastrato assieme ad altri trenta disperati, si fermò miracolosamente sulla spiaggia di Catania. Raccontai  quindi la mia storia alla polizia italiana e dunque mi fu riconosciuto lo status di rifugiato politico.
Potei così provare a crearmi un’esistenza più serena, cominciando dalla ricerca di un’attività lavorativa: feci il muratore, l’autista di furgone e poi il magazziniere, e svolgendo questi lavori non subii mai maltrattamenti o pregiudizi razziali. In Italia mi sono trovato bene. Tuttavia, nel 2009 fui arrestato  con la grave accusa di sequestro di persona. Dagli atti processuali ho potuto sapere che l’entità materiale del riscatto sarebbe stata di quattrocento euro. Mi preme però dire che non ho mai commesso reati. Gli inquirenti  si sono basati solo  su una errata interpretazione di una telefonata intercettata, tanto che  il corpo del reato, ovvero la persona sequestrata, rimane ancora oggi un mistero per me.
Un mistero che ha spinto un graduato dell’Ufficio Matricola della Casa di Reclusione di Saluzzo, senza che io gli avessi chiesto nulla, a dirmi: ho  letto tutto il suo fascicolo e non ho trovato il motivo per cui lei è stato condannato! Sapete, anche nella mia lingua madre, cioè l’arabo, si dice che “La speranza è ultima a morire” e, frequentando il corso scolastico del Liceo Artistico Soleri-Bertoni, posso in effetti dire che “tutto il male non viene per nuocere”: fatalismo africano!
Per lenire la mia angoscia, la mia  speranza è che anche i miei genitori, la mia unica sorellina e la mia fidanzata la pensino come me.  

Ibrahim

 

 

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