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L'ONDA D'URTO MI SCARAVENTO' SULLA STRADA

di Alfateh

 

per gentile concessione dell'autore

e dell'Istituto Soleri-Bertoni, titolare del Liceo Artistico

della scuola ristretta nel carcere di Saluzzo

 

Alfateh e Ibrahim sono due detenuti sudanesi, coimputati e compagni di cella.
Ibrahim frequenta la classe prima del Liceo Artistico Soleri-Bertoni.
La loro è una testimonianza sul tema de La Frontiera raccolta e messa per iscritto dai compagni della scuola ristretta.

A cura di Ahmad M. - Emilio T. - Salvatore T.




        Mi chiamo Alfateh: vengo da una numerosa famiglia sudanese. Sono il penultimo di tredici figli. Mio  padre è morto quando avevo nove anni. La mia infanzia si snoda lungo un itinerario attraversato dalla carestia, dalla feroce dittatura del colonnello Omar al-Bashir e dalla guerra civile che dal 1989 e per oltre un decennio ha funestato il mio Paese…  in Sudan ho frequentato la scuola primaria e, a tredici anni,  iniziato a  imparare il mestiere di meccanico. Ho svolto questa occupazione finché, un giorno, mentre tornavo a casa, con ancora addosso la tuta da lavoro, fui prelevato a forza dalla milizia di Al Bashir e condotto a Khartoum: qui ebbe inizio la mia vita da soldato. Per dodici mesi fui addestrato all’uso delle armi e alla tecnica militare, dopodiché venni trasferito a Rumbek , nel Sud Sudan, ovvero al fronte: solo allora i capi  dell’esercito ritennero opportuno informare la mia famiglia che  la mia sparizione aveva questa ragione di fondo…  
         Mi  chiamo Alfateh: ed  ho vissuto le atrocità di una guerra fratricida.  Una sera di settembre, mentre, con una squadra di commilitoni, ero  intento a recuperare un camion situato nella periferia di Rumbek, l’esplosione di una mina tornò a seminare il panico e la morte tra le nostre fila. L’onda d’urto mi scaraventò sulla strada: per alcuni interminabili istanti i miei polmoni si rifiutarono di ricevere ossigeno. Intanto le grida di dolore dei  compagni trafitti dalle schegge rintronavano nelle mie orecchie. Mi sollevai sulle gambe e, volgendo lo sguardo intorno a me, scorsi un soldato che, con le mani infilate tra i capelli, urlava frasi sconnesse e correva avanti e indietro, senza una meta precisa, senza uno scopo, senza ragione…  proprio questa le era venuta meno. Per sedare la sua follia, fui costretto a legarlo con una corda. Seguito da quest’ultimo e issatomi sulle spalle un soldato ferito gravemente,  rientrai  alla base: l’esercito per questo mi premiò e mi promosse di grado.  
        Mi chiamo Alfateh: per un anno e mezzo ho combattuto contro i miei fratelli per ordine di Omar al-Bashir, un uomo malvagio che ha ucciso le nostre speranze. Durante un giro di perlustrazione nelle campagne di Numoli, teso a ricercare alcuni ribelli  rifugiatisi  in quegli anfratti, subimmo  un’imboscata, che si trasformò in un assedio di oltre di due mesi: l’esercito al quale appartenevo, dopo il primo mese ci paracadutò un pacco di cibo, scaduto da quindici anni, e delle munizioni che risultarono inutilizzabili.  Per sopravvivere a quell’attesa e alla fame fummo costretti a bollire e mangiare le nostre scarpe di cuoio. Uscito salvo da quell’assedio, che logorò le mie forze mentali ancora prima che quelle fisiche, mi spogliai della divisa, rifiutandomi da quel momento di continuare a combattere. Fui accusato e arrestato per tradimento. Fui condotto in una prigione militare. Una struttura in cemento armato, costruita sottoterra durante il colonialismo anglo-egiziano: fui calato al suo interno con una fune, attraverso una fessura nel terreno, dalla quale, a giorni alterni, ci era rovesciato del cibo… in quelle occasioni, per le decine di persone, come me, detenute dentro quella tomba, continuava la lotta per sopravvivere agli stenti e alla fame. I più deboli, non riuscendo ad conquistarsi quella porzione  di cibo, erano i primi a morire.
       Mi chiamo Alfateh: sono stato segregato dentro un buca, per tre mesi. Tuttavia, con l’aiuto di un mio parente, un militare graduato, e l’occasione offerta da un mio trasferimento al tribunale di Khartoum , mi fu possibile evadere da quell’inferno. Da Port Sudan presi il mare per l’Egitto e, valicati i confini con la Libia, raggiunsi Tripoli.  Qui, trovato lavoro come meccanico, rimasi a vivere finché, tredici anni più tardi, sotto il regime del colonnello Muammar Gheddafi, non si aprirono  le ostilità  del governo libico con i subsahariani.  Ancora una volta fui costretto a fuggire e, raggiunta Zuara, a  imbarcarmi su una carretta del mare, assieme ad altri ottanta disperati. Tre giorni di mare senz’acqua e senza cibo, prima di cadere tutti addormentati per lo sfinimento. A ridestarci provvide la collisione con un peschereccio e la grande falla che si aprì nello scafo. Per evitare l’affondamento la tamponammo spogliandoci delle nostre magliette. Alcuni di noi si dovettero minacciare con un coltello perché lo facessero. Ma, assieme al pantaloncino che indossavano, era il loro unico avere. Avvistammo poi, finalmente, Lampedusa, che rimanemmo a fissare per otto lunghe ore, prima che la guardia costiera ci raggiungesse e ci trainasse nel suo porto. Con in tasca  il foglio di via obbligatorio  notificatomi dalla polizia di Agrigento, mi recai a Palermo, poi a Roma e quindi a Bari, dove presentai richiesta dello status di rifugiato politico. L’ottenni l’anno successivo.   
       Mi chiamo Alfateh: ho attraversato il Mediterraneo su d’una a barca e raggiunto l’Italia, senza conoscere affatto la sua lingua. Eppure, a Roma  ho fatto il meccanico, a Foggia il raccoglitore di pomodori, a Udine  il saldatore, a Schio il lucidatore di metalli, a Milano di nuovo il meccanico, ma anche il muratore, il facchino e ancora altri lavori. Ho lavorato per anni, ho sempre lavorato. Nel 2007 mi sono sposato, nel 2008 è nata mia figlia. La vita trascorreva serena,  nonostante l’ombra del passato. Un giorno,  nel 2009, fui  però  arrestato con l’accusa di aver sequestrato una persona, per  ottenere un riscatto, che dicono pari a 400 euro. Per condannarmi fu sufficiente l’arbitraria interpretazione di un’intercettazione telefonica.
      Mi chiamo Alfateh: ho sempre lottato per vivere serenamente, ma, prima la dittatura e la guerriglia, la fame e la disperazione poi l’ingiustizia penale, me lo hanno impedito.  La cattiveria di una parte del mondo  ha deciso per me: ha deciso che fossi un orfano, un disagiato, poi un soldato, un eroe, quindi un traditore, un prigioniero, e, ancora, un clandestino, un rifugiato… e infine un criminale:  di tutto questo però non sono mai stato e mai sarò un criminale.

 

Alfateh

 

 

 

 

 

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