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 VIVA LA SETTIMANA DELLA LEGALITÀ

di Emilio Toscani



Direte voi, dove andare, meglio che in un carcere dove sono giustamente rinchiusi quelli che hanno violato la legge, per assaporare e deliziarsi della più perfetta legalità. Come darvi torto, considerando che, proprio in un carcere, dovrebbe trovarsi l'assoluta legalità, in modo che i criminali vedano, sentano e imparino. Sembra un concetto intangibile e una verità certa, ma, toccando con mano, i fatti smentiscono. Lunedì, mi sono svegliato con un gran torcicollo, perché quando il vento soffia da nord-est, entra dalla finestra che è costruita male e lascia entrare copiosi spifferi. Chissà dove ha comprato la laurea l'architetto che ha progettato questo carcere e perché l'ingegnere che ha fatto il collaudo non è stato arrestato, in modo che potesse verificare la porcheria che aveva certificato. Cercando di gestire il dolore al collo, penso con orrore all'estate che arriva e al caldo infernale che dovrò sopportare. Per associazione d'idee, penso anche al freddo che dovrò patire d'inverno. Non potrebbe essere diversamente, costruendo edifici con pannelli prefabbricati di cemento armato, non coibentato, e così si condannano i futuri occupanti al disagio più consistente e inevitabile. E' una certezza tecnica che gli architetti conoscono benissimo e il problema nasce dalle loro priorità: scelgono il loro guadagno pagando il conto con le sofferenze dei detenuti e degli agenti.
Con questi tristi pensieri, riesco comunque a mettermi in piedi e vado in bagno a lavarmi con l'acqua rigorosamente fredda, perché nessuno sembra aver fatto caso a una perentoria legge del 2000 che ordina ci sia acqua calda in ogni cella. Delle 18.000 celle esistenti in Italia, nessuna, ma proprio neanche una, ha l'acqua calda. Lavatomi, quel tanto che basta e con le mani blu per l'acqua fredda, provo a far colazione con il mio bicchierino di latte, da 125 millilitri, senza esagerare, e due pere che però si rivelano completamente marce all'interno, con buona pace di chi dovrebbe, per legge, controllare la qualità degli alimenti e con altrettanta serenità dei detenuti che, per sorteggio, dovrebbero partecipare alla verifica degli alimenti.
Martedì vengo chiamato dall'educatrice, che ho visto per un totale di 40 minuti in quattro anni e non si capisce come si possa educare qualcuno in 10 minuti all'anno. Mi chiede, indignata, perché continuo a fare richieste scritte di prendere visione della sintesi, documento dove il carcere scrive sul nostro comportamento e sull'attività trattamentale. Per fortuna io sono già educato e, nonostante l'assenza dell'educatrice, mantengo il controllo dei nervi e le spiego che questo è un mio diritto e serve al Magistrato per prendere decisioni sulle mie richieste. Faccio timidamente notare che il carcere deve, non se vuole, può, ma proprio deve, produrre il documento di sintesi entro nove mesi dall'arrivo del detenuto nel carcere e redarre un aggiornamento ogni sei mesi. Cito l'articolo di legge, a memoria, e faccio riferimento a una decina di circolari ministeriali, ma l'educatrice mi dice serafica che non può leggermi la sintesi, perché non c'è nessuna sintesi, nonostante io sia qui da quattro anni. Mi consiglia di parlare con il direttore e io faccio notare che non l'ho mai visto, nonostante tre richieste scritte da me per avere udienza e nonostante egli sia espressamente tenuto a "frequenti colloqui individuali con i detenuti". Di fronte alla sua espressione catatonica, mi rassegno e me ne vado.
Mercoledì scrivo al Magistrato, con molta fatica, perché l'illuminazione della cella è insufficiente alla lettura e alla scrittura, cosa esplicitamente vietata dalla legge, ma ignorata da tutti. Scrivo con poca convinzione, perché il mio Avvocato mi ha detto di aver parlato con il Magistrato e di aver ricevuto l'informazione che c'è un solo Magistrato di sorveglianza per tre carceri e deve occuparsi di oltre 1500 detenuti e non sa come fare. Penso tra me e me che anch'io non so come fare, essendo che solo quel Magistrato può rispondere alle mie istanze. Non potrà farlo, perché non ha informazioni: non essendo né mago né indovino non può sapere se io sono una belva assetata di sangue o se sono una brava persona che ha fatto un grosso errore e che è del tutto intenzionata a non farne più. Questo magistrato non mi ha mai visto, anche se è tenuto a fare visita frequentemente ai detenuti. ln questi ultimi quattro anni qui a Saluzzo nessun detenuto ha mai parlato di persona con un Magistrato.
Giovedì è un giorno importante, perché possiamo scendere in infermeria, dove ho tante questioni in sospeso. Per esempio, da oltre un anno non si vede un medico oculista e ci sono più di 120 detenuti, me compreso, in attesa di questa visita. Inoltre sono affetto da dissimmetria tra i due arti inferiori, con curvatura della spina dorsale e avrei bisogno di calzature ortopediche e di fisioterapia, qui non disponibile. L'ortopedico mi dice questo, con un'espressione del volto che denota imbarazzo. Lo capisco, perché lui sa che io so che questo è contrario alla legge. Mi dice anche che per avere le calzature ortopediche devo avere il certificato di invalidità. Io gli comunico che la visita per avere questo certificato è a pagamento, 122 euro, e io non li ho. L'ortopedico apre le braccia, con un gesto di impotenza. Faccio anche notare che mi sono stati prescritti 5 medicinali per patologie varie e nessuno di questi è fornito dalla ASL, che non ha soldi. In pratica, in Piemonte, chi è malato può curarsi, solo se è ricco, altrimenti può solo cercare di sopravvivere come può, senza cure, in onore al diritto costituzionale alla salute.
Venerdì riesco a parlare con un volontario, un'amabile persona che viene in carcere gratis, per aiutare i detenuti. Devo rinnovare la patente di guida, che sarebbe un compito del quale dovrebbe occuparsi il carcere, ma che viene subappaltato al volontario. Il volontario mi comunica, con rammarico, che non è mai riuscito a far venire il medico legale della ASL, necessario per la visita medica per il rinnovo patente e che quindi è necessario pagare un'agenzia privata, con un costo di 180 euro contro i 60 euro normali. Lo guardo esterrefatto e lui annuisce e apre le braccia in segno di impotenza. Sembra che tutti si siano messi d'accordo: quando non sanno cosa risponderti, aprono le braccia e alzano gli occhi al cielo, come per non voler incontrare i tuoi. Rubo comunque il pensiero nei suoi occhi che dice che non è giusto, è illecito ma è così. Penso per un attimo di scrivere nuovamente al Magistrato o alla Procura, ma ormai so che è inutile. Chi è pagato per tutelarti non lo farà, per non far fare brutta figura a qualche collega delle istituzioni o per non evidenziare qualche inadempienza imbarazzante.
Arrivano il sabato e la domenica, giorni nei quali tutto il carcere si ferma. Non c'è nessuno che possa occuparsi di qualcosa e tutto è come in pausa, in attesa di cosa non si sa. Per due giorni, noi detenuti non esistiamo e neanche i nostri problemi, che rimangono congelati. Al sabato e la domenica si attiva solo Pietro Tartamella che al sabato viene a insegnarci come parlare in modo comprensibile e alla domenica viene con le "tartamelline", così chiamiamo in modo affettuoso e riconoscente le volontarie, quando vogliamo definire le gentili signore che dedicano le loro domeniche a noi, poveri derelitti.
Ho provato a descrivere la mia settimana della legalità, ma potrei andare avanti per centinaia di pagine a descrivere come, nella realtà, nessuno di quelli pagati per fare un lavoro, lo porta a termine legalmente. Solo i detenuti, spesso perché costretti e i volontari, gratuitamente, seguendo il loro buon cuore, fanno qualcosa rispettando la legalità, in modo socialmente utile. E' veramente comico che in un carcere siano solo detenuti e i volontari a rispettare la legge, mentre tutti gli uomini delle istituzioni, in divisa o senza, pensano, vivono e lavorano nella più completa illegalità, consapevoli di esserlo e incapaci di uscirne, stritolati da una Repubblica che dalla sua nascita non ha mai pensato neppure per un attimo di scrivere leggi con l'intento di rispettarle.
ln questi giorni, guardando la televisione, penso con tristezza a tutti quei bambini ingannati nelle manifestazioni pubbliche, come quelli imbarcati sulla nave della legalità, con le magliette della legalità e arringati dal Presidente della Repubblica sulle meraviglie della legalità. So già come si sentiranno quando scopriranno, da grandi, di essere stati truffati e di essere immersi in un mondo totalmente illegale e ipocrita. Molti di loro, sosterranno per sempre la commedia, in pubblico, essendo troppo duro confessare a se stessi di essere da sempre caduti nella trappola. Non è facile per nessuno ammettere di essere un coglione. Molto più facile e conveniente girarsi dall'altra parte quando si vede qualche ingiustizia e continuare a ingannare se stessi e gli altri e gridare con finto entusiasmo: viva la legalità.


Emilio Toscani - Saluzzo, 24-5-2018

   
Trascrizione a cura dell’Associazione Cascina Macondo

 

 

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