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IL MASCHILE, IL FEMMINILE E IL NEUTRO - musiche originali di Sergio Leone PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Dicembre 2017 09:36

IL MASCHILE, IL FEMMINILE E IL NEUTRO

di Pietro Tartamella

musiche originali di Sergio Leone




Sembra proprio il titolo di un film Western all’italiana con musiche di Sergio Leone.
È quello che succede quando ci si confronta sull’uso della lingua italiana relativamente a tematiche come  il sessismo, l’uguaglianza, le pari opportunità, gli stereotipi, le differenze di genere. Ci sentiamo come pistoleri impauriti, incerti, imbarazzati, oppure impavidi e spavaldi pronti a premere il grilletto.
Ci sono coloro che, relativamente alla lingua, hanno fatto una scelta precisa. Altri che quella scelta ancora non l’hanno fatta per gli infiniti dubbi e perplessità che l’argomento comporta.
Il sindaco di Torino.
Il sostantivo “sindaco” è maschile.
Ma ora che abbiamo a quell’ufficio una donna, si tenterà di dire “la sindaca”, oppure la “sindachessa”. Poiché sono termini nuovi, non entrati ancora con disinvoltura nella nostra lingua, a molti suoneranno davvero “strani”.
Il garante dei detenuti.
Il sostantivo “garante” è maschile.
Un garante donna, se ha fatto una scelta definitiva, tenterà di diffondere, ritenendola giusta, la dicitura “la garante”, per indicare con l’articolo al femminile che il soggetto (la soggetta?) è donna.
Il maestro, la maestra.
Sono termini che si usano da decine d’anni, entrati ormai a far parte del linguaggio comune e ci sembrano normalissimi.
Il dottore, la dottoressa; anche questi termini sono entrati nel linguaggio comune da molto tempo, come altresì il professore, la professoressa.
Assessore, assessora. Ok.
Deputato, deputata. Ok
Avvocato, avvocata, avvocatessa.

Il femminile avvocata sembra stia cadendo in disuso; avvocatessa si sta affermando. Entrambi sono termini più recenti, rispetto alle parole maestra, dottoressa, professoressa.
Pur se il vocabolo “avvocatessa” è usato, potrebbe ancora, all’orecchio di qualcuno, suonare strano. Ci vogliono davvero tanti anni per cambiare e far accettare termini linguistici nuovi.
Il vocabolo "Onorevole", poiché la terminazione non è in "o" (maschile) né in "a" (femminile) viene percepito dagli uomini e dalle donne comne adatto e valido per entrambi i sessi.
La levatrice.
Il ruolo di “levatrice” è sempre stato svolto dalle donne. Non mi sembra che esista un termine per una levatrice maschio. Il levatore? No, non conosco un termine al maschile. Eppure potrebbe essere un uomo a far nascere un bambino (una bambina) in ospedale. Però esiste “ostetrico” e “ostetrica”.
Il dibattito sul maschile e il femminile è ancora aperto e molto confuso.
Le donne si battono per trasformare in femminile quei sostantivi che, specialmente in ambito professionale, sono appartenuti normalmente agli uomini.
Soldato è termine tipicamente maschile. Ma ormai ci sono anche le soldatesse.
Ma un maresciallo donna dell’esercito, si fa chiamare maresciallo? O desidera che la si chiami marescialla, o maresciallessa?
La carta dei diritti umani.
I termini “umano”,  “umanità”, “umanesimo” provengono da “uomo” che è maschile.
Prendiamo atto che la lingua ha avuto l’accortezza di volgere al femminile una parola che proviene da un maschile: da uomo-uomini deriva umanità. Ma anche questo termine può essere considerato da molte donne come discriminante e forse vorrebbero proporre “persona” e, di conseguenza, “personità” per indicare l’umanità.
Le donne hanno ragione a mettere l’accento sulla discriminazione di genere e nessuno può negare l’esistenza di questa discriminazione e che la lingua italiana è marcatamente sessista.
Noi diciamo, anche solo parlando di grammatica: “il maschile”, “il femminile”. È singolare che per indicare l’universo femminile si usi un maschile!
Per risolvere la questione le soluzioni adottate sembrano però semplificative, e forse contengono un vizio… Infatti, volendo trasformare ad ogni costo in femminile un termine sinora usato al maschile, non si fa che ricorrere a quello stesso schema mentale che si voleva combattere: quello appunto del genere!
Dovendo inviare una e-mail a più persone, istintivamente ci viene da cominciare con un classico: “carissimi, vi scrivo…”. Ma “carissimi” è maschile!
Sapendo che nell’elenco ci sono anche donne, si è tentati di correggerlo in: “carissimi, carissime”.
Ma spesso sembra troppo lungo e allora si ricorre a una barretta. “carissimi/e”.
Ma poiché ho solo due termini, nasce un imbarazzo: metto prima il maschile o il femminile? Ricordandoci di una vecchia regola di galanteria, allora diamo la precedenza al femminile e correggiamo in: “carissime, carissimi”, come si fa, nell’ambito teatrale o pubblico, quando si usa la formula: “Signore e Signori”. Quest’ultima formula l’ho modificata un pochino quando una volta, trovandomi a parlare a una cinquantina di detenuti nel carcere di Saluzzo, ho esordito, con un pizzico di ironia: “Signori e… Signori!”.
La soluzione di cominciare una e-mail destinata a un gruppo eterogeneo con “carissime, carissimi”, oppure con “carissime/i” non sempre ci appare appropriata, specie quando nel gruppo di amici a cui sto inviando la e-mail ci sono 90 uomini e 10 donne soltanto.
Insomma, sono trascorsi dieci minuti e la e-mail non l’ho ancora spedita.
Qualcuno ha teorizzato l’uso dell’asterisco nella pagina scritta, con valenza contemporaneamente maschile e femminile, mostrando così a chi legge che lo scrivente (la scrivente) (lo scrivent*) si ricorda che esistono gli uomini e le donne.
Carissim*” dove l’asterisco mostra che sono consapevole di rivolgermi a uomini e donne; e i riceventi (le riceventi) (i ricevent*) apprezzano che lo abbiamo tenuto presente.
Ecco che sono passati altri dieci minuti e la e-mail ancora non l’ho spedita: permane quella vaga paura di imbatterci in un rimprovero femminile.
Nella frase: “Il sindaco di Torino, la dott.ssa Pinca Pallino, è intervenuta nel dibattito…”, gli uomini non ci trovano nulla di strano. Le donne invece reclamano il femminile della parola sindaco riscontrando nell’uso maschile un atteggiamento sessista e una discriminazione di genere.
È possibile che, da parte degli uomini, il non trovarci niente di strano nel dire “il sindaco di Torino, la signora x”, dipende forse dal fatto che sia rimasta, in un angolo remoto della loro mente maschile, traccia dell’antico “genere neutro”?
Per le donne non ha senso questa ipotesi. Esse tutt’al più riscontrano nella frase un errore grammaticale e una incongruenza logica, in quanto un sindaco (termine maschile) abbinato a un nome femminile suona come errore e, quindi, occorre trovare il femminile di sindaco.
Forse anche nella parola “umanità” il sesso maschile percepisce un genere neutro, dando per scontato che l’umanità è fatta di uomini e donne.
Il mondo femminile contesta e ritiene che umanità sia un termine sessista. Gli asterischiani (asterischian*) proporrebbero “umanit*”.
Forse allora occorrerebbe essere più audaci e immergersi nella questione con maggiore rottura, introducendo nella nostra lingua italiana l’uso del genere neutro, che esisteva in latino e in altre lingue. Un espediente rivoluzionario potrebbe essere l’introduzione di un articolo nuovo “li” per il singolare e il plurale e aggiungere al vocabolo un qualche suffisso, magari pescato dal latino, che lo connoti come chiaramente “neutro” (ovvero come contenente ogni genere).
Li sindacum, con valenza decisamente neutra, che vuol dire sia maschio che femmina.
Al plurale l’espressione diventerebbe li sindaca.
E quindi li avvocatum al singolare, li avvocata al plurale.
Li maresciallum al singolare. Li marescialla al plurale.
Certo, suonano strani questo articolo nuovo e queste desinenze, ma poiché è la prima volta che le sentiamo mi sembra del tutto normale.
Solo se una gran moltitudine cominciasse ad usarli: dalli giornalista, dalli scrittora, dalli oratora, dalli professora, dalli maestra, dalli ragazza e dalli bambina, la lingua si evolverebbe agendo nel profondo della psiche.
D’altronde, se la stranezza del suono “la sindaca” e del suono “la sindachessa” è pari alla stranezza del suono li sindacum, tanto vale usare quest’ultimo, se non altro avremo fatto una trasgressione profonda alla nostra lingua, con risultati migliori a lungo termine sulla psiche e sulle relazioni fra li essera umana.
Un altro vantaggio sarebbe che quando si usa il genere neutro al plurale “li figlia” (intendendo sia i figli che le figlie) si ricorre a una desinenza che negli altri sostantivi denota il femminile.
Quando il genere neutro lo si usa al singolare “li figlium” si ricorre a una desinenza che profondamente è maschile. Quindi accadrebbe che i molteplici vocaboli usati oggi al maschile, che denotano davvero una concezione sessista della nostra lingua, fluttuerebbero continuamente dal maschile al femminile, rendendo li due genera, e li generum neutrum, e quindi ogni genera, più presente nella mente delli parlanta.
Finalmente mi sono deciso ad inviare la mia e-mail!

 

 

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 il maschile, il femminile, e il neutro
- musiche originali di Sergio Leone -

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 23 Dicembre 2017 08:32 )
 

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