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LA LEGALITÀ UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 06 Dicembre 2017 16:25

 

LA LEGALITÀ UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

di Pietro Tartamella

 



Oggi, ovunque e continuamente, si parla di legalità e di educazione alla legalità.
Se ne parla ai bambini nelle scuole, ai giovani, se ne parla in televisioni, ne parlano scrittori, giudici, uomini politici, preti, insegnanti. Se ne parla così tanto che è diventato di moda parlarne.
Forse la società civile e lo Stato, assediati dalla corruzione e dal malaffare dilagante, hanno sentito l’esigenza di reagire e di desiderare che il popolo sia rispettoso della legalità.
Quando pensiamo alla corruzione, l’immagine che ci viene in mente è quella di una mazzetta di banconote consegnata a qualche politico o a qualche amministratore pubblico al fine di ottenere un appalto. Ma la corruzione oggi dilaga nel tessuto sociale anche fra i privati in modo così subdola da avvelenarci l’anima. Quando un avvocato non trova appositamente la linea più efficace per difendere il suo cliente che, finendo in galera, continuerà per anni ad aver bisogno di quell’avvocato, siamo di fronte a un’altra faccia della corruzione, perché il fine di quell’avvocato è forse quello di dilatare i tempi all’infinito per spillare altri soldi ad ogni lettera o istanza inviata.
Quando un medico appositamente non ti cura in modo appropriato, forse c’è dietro l’intenzione di farti diventare medico-dipendente per chiederti altri soldi ad ogni visita.
Quando un prodotto è costruito così male che dura solo un mese, forse c’è l’intenzione del fabbricante di fartelo acquistare di nuovo.
Sono tutte facce della medaglia “corruzione”.
Ma prima di procedere, forse è meglio chiarire cosa si intende per “legalità”.
Il dizionario Sabatini-Coletti definisce la legalità: “conformità alle leggi; situazione conforme alle leggi”. Il dizionario Treccani recita: “l’essere conforme alla legge e a quanto da questa prescritto”.
Cesare Beccaria scriveva: “le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si uniscono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla”.
Quindi, se ho capito bene, legalità significa: “rispettare la legge”.
Ed è quello che mi sembra che tutti intendono quando si parla di legalità.
Ma “rispettare” la legge equivale a dire, in questo contesto, “obbedire” alla legge.
Eppure sono due verbi concettualmente diversi, ma essi qui diventano sinonimi.
Lo Stato e i diversi Ministeri hanno messo a disposizione parecchio danaro per sovvenzionare iniziative che hanno lo scopo di diffondere ed educare la cittadinanza al “rispetto della legalità”. Lo scorrere di quelle risorse ha spinto enti, associazioni, scuole, a inventare iniziative, progetti e programmi intorno alla legalità. Così è diventato di moda parlarne.
Quando le cose diventano una moda, il mio orecchio mi dice di guardare meglio in quella cosa che tanto sembra giusta e auspicabile. E, a guardarla meglio, ci trovo un pericolo, una lama a doppio taglio.
Da qui a vent’anni, infatti, quando avremo educato i bambini alla legalità ed essi saranno diventati uomini rispettosi della legalità, potrebbe accadere che uno Stato emani una legge che dice “è fatto divieto agli uomini di colore, agli ebrei e ai meridionali, di frequentare locali pubblici”.
È una legge.
Gli uomini di domani, abituati a rispettare la legge, pedissequamente la rispetteranno!
Già l’orecchio attento di Don Milani aveva intuìto questo pericolo. Nella sua “Lèttera ai giùdici” Don Milani aveva infatti asserito che il diritto-dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate".
È proprio così! Un grande e onesto pensiero che sento mio sin nel profondo.
Per questo rifuggo dall’idea di parlare di legalità.
La questione è troppo importante per affrontarla con uno slogan. Se vogliamo fare davvero un discorso culturalmente valido e profondo, occorrerebbe educare non alla legalità, ma alla giustizia. Educare alla legalità oggi, con la classe politica che ci ritroviamo, significa creare uno strumento di autodifesa per quella stessa classe politica. Parlare di “giustizia” è molto più complesso e difficile. È questa difficoltà che fa prendere scorciatoie a uno Stato che non sa affrontare i problemi in profondità e che si  mette la coscienza a posto parlando riduttivamente di legalità, senza riuscire a vedere la doppia lama che il concetto contiene; oppure l’ha vista, e il suo interesse è proprio quello di educare i bambini al rispetto della legalità, non della giustizia.

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 08 Dicembre 2017 17:22 )
 

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