Home Archivio News-Eventi ALFATEH E IBRAHIM DUE STORIE TRAGICO-ESEMPLARI
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
ALFATEH E IBRAHIM DUE STORIE TRAGICO-ESEMPLARI PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 1
ScarsoOttimo 
News - News
Scritto da Tartamella   
Giovedì 07 Dicembre 2017 07:08

 

 ALFATEH E IBRAHIM

DUE STORIE TRAGICOESEMPLARI


Alfateh e Ibrahim sono due detenuti sudanesi, coimputati e compagni di cella nella casa di reclusione di Saluzzo. Ibrahim frequenta la classe prima del Liceo Artistico Soleri-Bertoni. La loro è una testimonianza sul tema de La Frontiera raccolta e messa per iscritto dai compagni della scuola ristretta. I due testi sono stati letti da Pietro Tartamella all'incontro con lo scrittore Alessandro Leogrande nell'ambito dell'iniziativa "Adotta uno scrittore 2017", e  durante la cerimonia di premiazione, giovedì 16 novembre 2017, della IX edizione del concorso letterario "Scrivere altrove" promosso da Mai tardi – Associazione amici di Nuto e dalla Fondazione Nuto Revelli onlus (i due testi hanno vinto il primo premio).



TESTO DI ALFATEH

a cura di Ahmad Masalmeh - Emilio Toscani - Salvatore Torre

 
Mi chiamo Alfateh: vengo da una numerosa famiglia sudanese. Sono il penultimo di tredici figli. Mio  padre è morto quando avevo nove anni. La mia infanzia si snoda lungo un itinerario attraversato dalla carestia, dalla feroce dittatura del colonnello Omar al-Bashir e dalla guerra civile che dal 1989 e per oltre un decennio ha funestato il mio Paese…  in Sudan ho frequentato la scuola primaria e, a tredici anni, ho iniziato a  imparare il mestiere di meccanico. Ho svolto questa occupazione finché, un giorno, mentre tornavo a casa, con ancora addosso la tuta da lavoro, fui prelevato a forza dalla milizia di Al Bashir e condotto a Khartoum: qui ebbe inizio la mia vita da soldato. Per dodici mesi fui addestrato all’uso delle armi e alla tecnica militare, dopodiché venni trasferito a Rumbek, nel Sud del Sudan, ovvero al fronte: solo allora i capi  dell’esercito ritennero opportuno informare la mia famiglia che  la mia sparizione aveva questa ragione di fondo…  
Mi  chiamo Alfateh: e  ho vissuto le atrocità di una guerra fratricida. Una sera di settembre, mentre, con una squadra di commilitoni, ero  intento a recuperare un camion situato nella periferia di Rumbek, l’esplosione di una mina tornò a seminare il panico e la morte tra le nostre file. L’onda d’urto mi scaraventò sulla strada: per alcuni interminabili istanti i miei polmoni si rifiutarono di ricevere ossigeno. Intanto le grida di dolore dei  compagni trafitti dalle schegge rintronavano nelle mie orecchie. Mi sollevai sulle gambe e, volgendo lo sguardo intorno a me, scorsi un soldato che, con le mani infilate tra i capelli, urlava frasi sconnesse e correva avanti e indietro, senza una meta precisa, senza uno scopo, senza ragione…  proprio questa le era venuta meno.
Per sedare la sua follia, fui costretto a legarlo con una corda. Seguito da quest’ultimo e issatomi sulle spalle un soldato ferito gravemente,  rientrai  alla base: l’esercito per questo mi premiò e mi promosse di grado.  
Mi chiamo Alfateh: per un anno e mezzo ho combattuto contro i miei fratelli per ordine di Omar al-Bashir, un uomo malvagio che ha ucciso le nostre speranze. Durante un giro di perlustrazione nelle campagne di Numoli, teso a ricercare alcuni ribelli  rifugiatisi  in quegli anfratti, subimmo  un’imboscata, che si trasformò in un assedio di oltre due mesi: l’esercito al quale appartenevo, dopo il primo mese ci paracadutò un pacco di cibo, scaduto da quindici anni, e delle munizioni che risultarono inutilizzabili.  Per sopravvivere a quell’attesa e alla fame fummo costretti a bollire e mangiare le nostre scarpe di cuoio. Uscito salvo da quell’assedio, che logorò le mie forze mentali ancora prima che quelle fisiche, mi spogliai della divisa, rifiutandomi da quel momento di continuare a combattere. Fui accusato e arrestato per tradimento. Fui condotto in una prigione militare. Una struttura in cemento armato, costruita sottoterra durante il colonialismo anglo-egiziano: fui calato al suo interno con una fune, attraverso una fessura nel terreno, dalla quale, a giorni alterni, ci era rovesciato del cibo… in quelle occasioni, per le decine di persone, come me, detenute dentro quella tomba, continuava la lotta per sopravvivere agli stenti e alla fame. I più deboli, non riuscendo a conquistarsi quella porzione  di cibo, erano i primi a morire.
Mi chiamo Alfateh: sono stato segregato dentro un buca, per tre mesi. Tuttavia, con l’aiuto di un mio parente, un militare graduato, e l’occasione offerta da un mio trasferimento al tribunale di Khartoum, mi fu possibile evadere da quell’inferno. Da Port Sudan presi il mare per l’Egitto e, valicati i confini con la Libia, raggiunsi Tripoli. Qui, trovato lavoro come meccanico, rimasi a vivere finché, tredici anni più tardi, sotto il regime del colonnello Muammar Gheddafi, non si aprirono  le ostilità  del governo libico con i subsahariani.  Ancora una volta fui costretto a fuggire e, raggiunta Zuara, a  imbarcarmi su una carretta del mare, assieme ad altri ottanta disperati.
Tre giorni di mare senz’acqua e senza cibo, prima di cadere tutti addormentati per lo sfinimento.
A ridestarci provvide la collisione con un peschereccio e la grande falla che si aprì nello scafo.
Per evitare l’affondamento la tamponammo spogliandoci delle nostre magliette. Alcuni di noi si dovettero minacciare con un coltello perché lo facessero. Ma, assieme al pantaloncino che indossavano, era il loro unico avere.
Avvistammo poi, finalmente, Lampedusa, che rimanemmo a fissare per otto lunghe ore, prima che la guardia costiera ci raggiungesse e ci trainasse nel suo porto. Con in tasca  il foglio di via obbligatorio  notificatomi dalla polizia di Agrigento, mi recai a Palermo, poi a Roma e quindi a Bari, dove presentai richiesta dello status di rifugiato politico. L’ottenni l’anno successivo.   
Mi chiamo Alfateh: ho attraversato il Mediterraneo su una a barca e raggiunto l’Italia senza conoscere affatto la sua lingua. Eppure, a Roma  ho fatto il meccanico, a Foggia il raccoglitore di pomodori, a Udine  il saldatore, a Schio il lucidatore di metalli, a Milano di nuovo il meccanico, ma anche il muratore, il facchino e ancora altri lavori. Ho lavorato per anni, ho sempre lavorato.
Nel 2007 mi sono sposato, nel 2008 è nata mia figlia. La vita trascorreva serena, nonostante l’ombra del passato. Un giorno,  nel 2009, fui  però  arrestato con l’accusa di aver sequestrato una persona, per ottenere un riscatto che è, dicono, pari a 400 euro. Per condannarmi fu sufficiente l’arbitraria interpretazione di un’intercettazione telefonica.
Mi chiamo Alfateh: ho sempre lottato per vivere serenamente, ma, prima la dittatura e la guerriglia, la fame e la disperazione poi e l’ingiustizia penale, me lo hanno impedito.  La cattiveria di una parte del mondo ha deciso per me: ha deciso che fossi un orfano, un disagiato, poi un soldato, un eroe, quindi un traditore, un prigioniero, e, ancora, un clandestino, un rifugiato… e infine un criminale:  di tutto questo però non sono mai stato e mai sarò un criminale.



TESTO DI IBRAHIM

a cura di Ahmad Masalmeh - Emilio Toscani - Salvatore Torre

 

Mi chiamo Ibrahim e sono nato in Sudan. Il mio paese, come del resto l’intero continente africano, ha subìto un feroce e spietato colonialismo ad opera di quelle potenze europee che, affamate di materie prime e di potere geopolitico, quindi per nutrire le loro glorie nazionali, decisero di depredare altri popoli, incuranti delle tragiche conseguenze. Gli effetti di questa politica imperialista si stanno ora ripercuotendo come un naturale boomerang sul vecchio continente. L’inaudita violenza dei regimi dittatoriali che sfocia in torture e assassinii, associata alla corruzione che genera fame e disperazione, spinge intere popolazioni a cercare altrove un’àncora di salvezza.
Il prezioso libro di Alessandro Leogrande intitolato La frontiera mi ha costretto a frugare nei cassetti della mia memoria, in cui sono incastonate infinite storie, facendo riaffiorare la tragicità delle  dis-avventure che ho vissuto e che, pur a distanza di anni, mi scuotono l’animo e mi tolgono il sonno.
Le peripezie da me vissute non sono dissimili  da quelle vissute da Hamid, Gabriel o Shorsh dei quali narrano le pagine di “La frontiera”.  Storie di fughe dal terrore e dalla morte dentro cui, accanto ad esempi di valoroso eroismo, ne affiorano altri di infinita viltà, dove il lato bestiale dell’uomo prende il sopravvento e fa compiere azioni che il cuore umano, in altre circostanze, ripudierebbe.
Ho vissuto per tre anni in Libia, lavorando nella fattorie, dove si guadagnavano mediamente duecento euro al mese, ma, nel momento in cui  il colonnello Gheddafi aprì le frontiere a tutti i popoli  dell’Africa,  il mondo del lavoro, in quella Libia invasa da milioni di disperati, subì un’enorme inflazione, ed io, di punto in bianco, mi ritrovai disoccupato.
Nelle stesso tempo il regime di  Muammar Gheddafi creava delle milizie armate formate soprattutto da Sudanesi che venivano spediti a combattere proprio in Sudan, contro il regime dittatoriale del colonnello Al Bashir.  L’intento dei Libici era quello di spaccare il Sudan  in due e creare pertanto nella regione del Darfur un paese autonomo (un progetto che si  realizzò  successivamente con l’aiuto degli Usa): ebbene,  una delle conseguenze a dir poco paradossali di questa strategia militare di Muammar Gheddafii fu quella che vide la milizia Al Bashir incarcerare, torturare e uccidere -  perché accusati in modo indiscriminato di  aver fatto parte della milizia organizzata dai Libici per rovesciare il regime  - quei Sudanesi che rientravano man mano in patria dalla Libia. Per questo motivo, cioè  per evitare di subire la stessa tragica sorte  toccata a questi miei connazionali, optai a malincuore di intraprendere la temeraria e rischiosa traversata del Mediterraneo.
Dopo tre giorni di avventuroso e spaventoso viaggio, il gommone su cui ero incastrato assieme ad altri trenta disperati, si fermò miracolosamente sulla spiaggia di Catania. Raccontai  quindi la mia storia alla polizia italiana e dunque mi fu riconosciuto lo status di rifugiato politico.
Potei così provare a crearmi un’esistenza più serena, cominciando dalla ricerca di un’attività lavorativa: feci il muratore, l’autista di furgone e poi il magazziniere, e svolgendo questi lavori non subii mai maltrattamenti o pregiudizi razziali. In Italia mi sono trovato bene. Tuttavia, nel 2009 fui arrestato  con la grave accusa di sequestro di persona. Dagli atti processuali ho potuto sapere che l’entità materiale del riscatto sarebbe stata di quattrocento euro. Mi preme però dire che non ho mai commesso reati. Gli inquirenti  si sono basati solo  su una errata interpretazione di una telefonata intercettata, tanto che  il corpo del reato, ovvero la persona sequestrata, rimane ancora oggi un mistero per me.
Un mistero che ha spinto un graduato dell’Ufficio Matricola della Casa di Reclusione di Saluzzo, senza che io gli avessi chiesto nulla, a dirmi: ho  letto tutto il suo fascicolo e non ho trovato il motivo per cui lei è stato condannato! 
Sapete, anche nella mia lingua madre, cioè l’arabo, si dice che “la speranza è ultima a morire” e, frequentando il corso scolastico del Liceo Artistico Soleri-Bertoni, posso in effetti dire che “tutto il male non viene per nuocere”: fatalismo africano!

Per lenire la mia angoscia, la mia speranza è che anche i miei genitori, la mia unica sorellina e la mia fidanzata la pensino come me.   

 

Domenica 26 novembre 2017,
al quindicinale appuntamento di Good Morning Poesia,
Emilio ha scritto e letto il seguente brano
sulle vicende di Alfateh e Ibrahim:

 

I NUMERI DELLA MISERIA UMANA

(tragicommedia di ispirazione matematica)

Saluzzo, 26/11/2017

di Emilio Toscani



Giovedì 16 novembre tutti gli studenti e i detenuti a vario titolo legati ad attività didattiche e trattamentali, si sono riuniti in quella che è, con un po’ di fantasia, l’aula magna della nostra scuola. Insieme a noi c’erano diversi docenti, la preside, una giovane giornalista della stampa e alcuni esponenti del premio letterario e artistico.
Il momento aveva una sua solennità in quanto sono state premiate le opere dei detenuti, ritenute le migliori e oltre all’attribuzione dei premi sono state elargite somme di denaro ad esse associate.
Le persone con un ruolo significativo hanno introdotto l’evento, hanno descritto le caratteristiche del concorso, le sue finalità ed hanno espresso il loro ringraziamento ai detenuti dicendosi arricchiti dell’interazione con il loro lavoro. Il primo premio è stato conferito a pari merito, ad Alfateh e Ibrahim, due uomini sudanesi che hanno scritto una sintesi delle loro storie. I due brani, magistralmente interpretati da Pietro Tartamella, hanno rapito la sala con la cruda magia delle loro vite. Curioso che sia uscito dalla penna il termine “rapito”, qui usato alludendo alla capacità del testo di attrarre l’attenzione del pubblico. Andava precisato, perché i due vincitori del primo premio sono in carcere per sequestro di persona e parlare di “rapimenti”, per quanto ideale, può essere fuorviante. I due uomini hanno ricevuto in premio 400 euro. Questo particolare numerico non dice nulla di particolare. E’ solo un numero che riguarda la dazione di denaro per un premio vinto. Per me è stato diverso. Quando ho sentito la parola “quattrocento” nella mia mente si è materializzata la visione della pagina del fascicolo processuale di Alfateh, uno dei vincitori, dove un magistrato ha indicato in “400 euro” la somma chiesta come presunto riscatto del presunto rapimento. Dico “presunto” assumendomene tutta la responsabilità, perché, anche se la condanna è definitiva, udite, udite, il sequestrato non è stato identificato, cioè non si sa chi è né come si chiama. Non si sa neppure dove e quando è avvenuto il sequestro, né dove è stato trattenuto il sequestrato e neanche quanti erano i sequestratori. L’unica certezza del giudice, non si sa con quali basi, dato che non c’è neanche l’ombra di una prova, è che Ibrahim e Alfateh sono sequestratori e devono stare in carcere, in alta sorveglianza, per tredici anni. Essi devono stare qui per 13 anni, per avere chiesto 400 euro, non si sa a chi, e ora per avere scritto la loro storia, ricevono applausi e 400 euro in premio, oltre alle congratulazioni e ai complimenti dei docenti, della stampa presente e di tutto il variegato mondo carcerario.
Questa coincidenza, involontariamente ironica, direi quasi beffarda, porterebbe a porsi delle domande e a faticare non poco per le risposte, chiunque abbia un  minimo di quoziente intellettivo e un senso etico almeno decente.
Chi non arriva a questi alti vertici di sapienza ed empatia, troverà le mie parole partigiane e non rispettose dell’autorità, ma io sono orgoglioso del loro disprezzo e lo giudico un’attestazione di verità. Può essere che il mio giudizio sia viziato dalla familiarità, e non potrebbe essere diversamente. Io, con Ibrahim e Alfateh, ci vivo, ogni giorno, da due anni. Sto nella cella 15, mentre Alfateh è alla 16 e Ibrahim alla 13. Quando sono arrivato alla 15, venivo da cinque mesi di isolamento. Era il 2 dicembre del 2015 e, dopo 10 secondi dal mio ingresso in cella, Alfateh, ancora prima di chiedermi qual’era il mio nome, stava pulendo il mio specchio, coperto di colla e lasciato così dai precedenti ospiti della cella. Si è poi dedicato ad aggiustare ciò che era danneggiato, di sua iniziativa e senza che io avessi richiesto il suo aiuto. Alfateh è  anche quello che, prima che inizi Good Morning Poesia, pulisce la stanza senza che questo sia il suo compito e poi aiuta a predisporre la cassa acustica e il microfono. Lui è fatto così. Se vede che qualcosa deve essere fatto, lui la fa. Se vede che qualcuno ha bisogno di aiuto, lui l’aiuta. Senza aspettarsi nulla in cambio, senza chiedere mai niente, lui quasi si offende se qualcuno pensa di ricompensarlo per l’aiuto ricevuto. Non tollera che il suo desiderio di aiutare qualcuno, possa diventare merce di scambio. Non so come si chiama tutto questo in Sudan, dove lui è nato, ma dalle mie parti si chiama dignità e integrità morale.
Io non voglio incensare o beatificare nessuno e anche Alfateh ha i suoi bravi difetti, come ogni essere umano, me compreso. Partendo però dal fatto che non si può celare come si è, per due anni, tutti i giorni, e pertanto io conosco i principali tratti caratteristici dei due vincitori del premio, posso esprimere il mio profondo convincimento che i due, mai e poi mai, potrebbero fare qualcosa di simile ad un sequestro di persona.
Ovviamente quello che penso io conta meno di niente, così come non conta nulla quello che pensano loro. La realtà attuale spesso è assai diversa dalla realtà giuridica o processuale. E’ questa, alla fine, a determinare che vita sarà la nostra, indipendentemente da chi siamo o da ciò che abbiamo fatto.
Resta la bizzarria di due uomini che per lo stato italiano hanno sequestrato qualcuno, hanno richiesto un riscatto di 400 euro, sono stati condannati a 13 anni di carcere, hanno scritto le loro storie e, per questo, hanno ricevuto 400 euro di premio.
Decidete voi se ridere o piangere, o tutt’e due. Una cosa però dovreste evitare: l’indifferenza.

 

 

       punto interrogativo         bilancia giustizia          punto interrogativo

 

 

in memoria di Alessandro Leogrande

la legalità un'arma a doppio taglio

treccioline sulle spalle e in mano un giornaletto

teoria nomognòmica

i sistemi di votazione - l'ipotesi di scissione

chi sterminerà i poeti?

la distanza? Parliamone...

l'uramatògrafo reading scope

l'accentazione ortoèpica lineare

 alfateh e ibrahim due storie tragicoesemplari

il maschile, il femminile, e il neutro
- musiche originali di Sergio Leone -

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 23 Dicembre 2017 08:33 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

quale di questi libri scritti da donne è stato per te particolarmente significativo?