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intervista al direttore artistico di Macondo, di Valeria Simonova Cecon sulla rivista russa ULITKA PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Domenica 25 Giugno 2017 07:56

 

 intervista al direttore artistico di Cascina Macondo

apparsa sulla rivista russa ULITKA

di Valeria Simonova Cecon

 italiano - russo

 

 link alla rivista russa ULITKA: https://yadi.sk/i/0Z6rU7cx3KjTbV

 

VSC: Pietro, sei il presidente di una delle più vecchie associazioni che si occupano di haiku in Italia (e, tra l’altro, il primo haijin Italiano conosciuto in Russia, in molti ti ricordano bene!). In tutti questi anni il mondo dell’haiku in Italia è cambiato secondo te? Se sì, in che modo?

PT. Non il presidente, ma il direttore artistico. Il presidente di Cascina Macondo è Anna Maria Verrastro, insegnante e ceramista. Quest’anno, il 2017, abbiamo bandito la 15° Edizione del nostro Concorso Internazionale Haiku in Lingua Italiana. Tenendo conto che quindici anni fa, prima di dare inizio al concorso, già ci occupavamo di Haiku, possiamo dire che sono una ventina d’anni che attivamente a Cascina Macondo frequentiamo questo genere di componimento, partecipando anche a congressi e festival internazionali dove abbiamo incontrato e conosciuto gli haijin russi che citi e che, se mi leggono, saluto caramente.
Sì, il mondo dell’haiku in Italia è molto cambiato. Quindici anni fa erano solo alcune migliaia gli haijin in Italia, ora sono diverse centinaia di migliaia; ma nel contempo si è fatta maggiore la confusione, con tante correnti e gruppi che seguono regole diverse, spesso in contrapposizione uno con gli altri. Questo è rischioso, perché mentre da una parte la conoscenza e la pratica dell’haiku si diffonde in Italia, contemporaneamente si è già forse innescato un seme che può portare alla sua decadenza. Il seme più distruttivo è l’eccessiva produzione di haiku e l’intasamento di pagine face book e di altri network che, a causa di questo sovraffollamento, tolgono all’haiku quel senso di “preziosità e rarità” che prima indubbiamente aveva.

VSC: In Italia è ormai diffuso in molti gruppi il concetto del “piccolo kigo”, che non è un riferimento ad una stagione, ma ad un periodo del giorno (mattina, sera, giorno ecc.). Mi pare di capire che è stata Cascina Macondo a creare questo concetto. Potresti raccontarci com’è nato, chi è stato l’ideatore (e chi ha pensato proprio a questo termine, “piccolo kigo”), quando l’avete lanciato e soprattutto quali erano le ragioni che vi hanno spinto a crearlo?

PT: In quindici anni di Concorso Internazionale Haiku che puntualmente Cascina Macondo ha bandito ogni anno, abbiamo letto, io e i componenti della

pietro tartamella

giuria del concorso: Alessandra Gallo, Annette Seimer, Antonella Filippi, Arianna Sacerdoti, Domenico Benedetto, Fabia Binci, Fabrizio Virgili, Fanny Casali Sanna, Oscar Luparia, Terry Olivi, e in passato Giorgio Gazzolo e Floriana Porta, migliaia di componimenti.
Sono stati questi componimenti e la loro lettura attenta e il confronto serrato e costante tra i membri della giuria che ci hanno indotto a concepire il “piccolo kigo”, ma anche i concetti, che voglio qui ricordare, di “kigo misuràlis” e di “kigo tèmporis” che sono descritti dettagliatamente nel nostro “Manifesto della Poesia Haiku in Lingua Italiana”.
Man mano che gli anni passavano e leggevamo sempre più haiku, è maturata l’idea, e l’ambizione, di esplorare una possibile via italiana alla poetica haiku.
Voglio ribadire che non siamo iamatologi, cioè patiti della cultura del Giappone, ma da quella cultura, che tante cose buone e speciali ha regalato all’umanità (haiku, ikebana, origami, bonsai, raku…), in ottemperanza al principio delle buone contaminazioni sopra citato, abbiamo cercato di far nostri gli insegnamenti degli haijin classici, esplorando la possibilità appunto di trovare una “via italiana alla poetica haiku”. Posso dire esattamente quando sono nati i concetti di “piccolo kigo”, “kigo tèmporis” e “kigo misuralis”.
Il “Piccolo Kigo” (termine da me coniato) viene introdotto nel nostro Manifesto della Poesia Haiku nell’anno 2005, quando perviene al nostro Concorso Internazione il seguente haiku di Gabriele Saccavino:

Notte infame:
nel frigo solo l’eco
d’un uovo sodo.


Secondo il criterio classico non è considerato un Haiku, in quanto non contiene la stagione.
Secondo le nostre riflessioni, e la nostra scelta, è un perfetto Haiku. Contiene il qui (frigo=luogo concreto) e contiene l’ora (il piccolo kigo, riferimento ad un’ora, ad una parte del giorno, in questo caso la notte).
Nell’Haiku classico il Kigo è obbligatorio. Abbiamo anche visto che la regola del Kigo mira a ricordare al poeta che il suo componimento deve riferirsi ad una realtà concreta, al qui e ora. Il Kigo è circolare. Le stagioni infatti si susseguono ricominciando sempre da capo all’infinito. Esse contengono l’idea del sabi, del wabi, dell’aware, dello yugen. Le stagioni contengono una idea lirica. Cascina Macondo chiama semplicemente “piccolo kigo” un qualcosa che si riferisce al “giorno”. Intravediamo infatti una plausibile somiglianza tra lo scorrere dei giorni e lo scorrere delle stagioni. Anche i giorni, nelle loro singole parti, si susseguono e ricominciano sempre da capo, all’infinito, con moto circolare, come le stagioni appunto. Ma la loro durata è più effimera (aurora, alba, mattino, mezzogiorno, pomeriggio, tramonto, imbrunire, sera, notte, aurora, alba…). Nell'idea che "l’Haiku coglie nella sua essenza ciò che semplicemente accade qui e ora”, ci è sembrato di capire che ciò che è veramente importante è appunto il qui e ora". ci è sembrato di capire che ciò che è veramente importante è appunto il qui e ora. Il piccolo kigo è un concetto che riteniamo ammissibile e non stravolge gli insegnamenti di Basho. Un Haiku per noi è dunque valido anche se non contiene il Kigo. Ma deve contenere il piccolo kigo (riferimento temporale a una parte del giorno) e, contemporaneamente, un riferimento a un luogo concreto.

Nell’anno 2006, viene introdotto nel “Manifesto della Poesia Haiku in Lingua Italiana” il “Kigo Tèmporis” e il “Kigo Misuràlis”, (termini da me proposti) quando Jim Kacian, poeta americano, invia al nostro Concorso Internazionale il seguente haiku che suscita interessanti discussioni tra i componenti della giuria.

tra le parole
ampi spazi la lettera
d’un prigioniero

a prisoner's letter
the wide spaces
between words


C’è un motivo per cui la Giuria ha fatto questa scelta. In questo haiku non compare il Kigo, e nemmeno il Piccolo Kigo. Quindi sarebbe non un Haiku, ma, secondo noi, un Senryu. Eppure l’impressone di grande bellezza e semplicità e profondità che esso ha suscitato, e il grande Sabi di cui è permeato, ce lo fa intuire come un bellissimo Haiku, anche se non ha un riferimento alla stagione. Da dove deriva questa sensazione di bellezza che tutti i componenti della giuria hanno provato? Mi sembra di poterla rintracciare in una affermazione dello stesso Matsuo Basho, quando dice: “Non seguire le orme degli antichi, ma quello che essi cercarono”.
Allo “spazio” e al “tempo presente”. Ma forse il concetto di spazio e tempo vanno intesi in maniera più complessa, come in effetti sono queste due entità. Forse siamo di fronte ad un haiku quando abbiamo una percezione di spazio (distanza, lontananza, vicinanza, percorso, cammino, salita, discesa...). E siamo forse di fronte ad un haiku quando abbiamo una percezione di “tempo” (che scorre, che si ferma, che si accorcia, che si allunga, che è parte del giorno, che è stagione, che è era geologica, anno, mese, giorno, minuto, attimo...).
Tra le parole, nella lettera del prigioniero, ci sono ampi spazi. Una scrittura incerta, forse da terza elementare, infantile. E mentre il prigioniero rilegge la sua lettera, anche se gli spazi sono fermi fisicamente sulla carta, sembrano in realtà muoversi, “scorrere” mentre l’occhio prosegue nella lettura. Sono questi ribaltamenti di percezione che rendono bello e profondo questo haiku.

Mi viene in mente un altro haiku inviato al concorso nell’edizione 2004 dal poeta napoletano Pasquale Corsaro:

due panchine
nel viale alberato
separazione


Anche qui c’è un gran silenzio (Sabi), il mistero (Yugen) e Aware (nostalgia). Ma non c’è riferimento a una stagione. Non c’è nemmeno il Piccolo Kigo. Ma c’è una idea di “spazio”. Le due panchine sono separate da una distanza, anche minima, forse affiancate, forse una di fronte all’altra nel viale alberato. Lui e Lei seduti in silenzio su quelle panchine. Forse dopo l’ultima lite, l’ultima incomprensione. Separazione. La percezione è che siamo di fronte a un bell’haiku e non a un senryu. Come nel componimento di Jim Kacian.

Prendiamo quest’altro haiku inviato al Concorso edizione 2006 dagli alunni della classe 5 A della scuola elementare di Vagli di Sotto di Camporgiano in provincia di Lucca.

Giù sotto l’acqua
il mio paese ristagna
nel suo silenzio.


Non c’è il Kigo, non c’è il Piccolo Kigo. Un Senryu dunque? No, un bellissimo Haiku. C’è una idea di “spazio”, “profondità”, sotto l’acqua, laggiù, il paese immobile, sommerso, fermo in quel luogo, silenzio, nostalgia, affetto.

Prendiamo questo bellissimo haiku inviato al concorso edizione 2006 scritto da Emma Bonaguri una bambina della classe 3 B della scuola elementare “De Amicis” di Forlì:

Righe di anni
scultura naturale,
albero nonno


Non c’è un riferimento alla stagione, non c’è il Picolo Kigo. Dovremmo classificarlo come un Senryu. Ma c’è un riferimento al tempo che è trascorso (i cerchi nel tronco dell’albero sezionato). C’è il Sabi (silenzio), lo Yugen (mistero), c’è Hosomi (la delicatezza, l’affettuosità). Un bell’haiku. Sì, dobbiamo riflettere sulle parole di Matsuo Basho, capirle, farle nostre: “Non seguire le orme degli antichi, ma quello che essi cercarono”.
È labile il confine tra Haiku e Senryu. Abbiamo scelto di considerare Haiku anche quei componimenti che contengono solo un concetto di “spazio”, “distanza”, “vicinanza”, “percorso”, “cammino” e un concetto di “tempo” in tutte le sue possibili connotazioni.
Due Kigo speciali che abbiamo chiamato “Kigo Misuràlis” e “Kigo Tèmporis”.
Avrai dedotto dunque, Valeria, che il “Manifesto della Poesia Haiku in Lingua Italiana” redatto da Cascina Macondo, è un documento “in divenire”.
Significa che con il passare degli anni, man mano che scopriamo e approfondiamo nuovi concetti, man mano che l’esperienza e il confronto ce lo suggeriscono, al Manifesto si aggiungono nuove considerazioni e nuove “regole”.
A noi sembra davvero naturale e onesto concepire un documento così importante “in divenire”, perché siamo consapevoli di non possedere la verità in tasca, e siamo consapevoli che le cose sono in evoluzione, specie se guidati dal desiderio di trovare una “via italiana alla poetica haiku” di cui nessuno sa ancora nulla in quanto si tratta di un percorso inedito e innovativo.
Ma devo dirti che siamo stati criticati severamente da alcuni haijin che hanno sostenuto che il concetto di “Manifesto” è in contraddizione con il concetto di “in divenire”. Un Manifesto, sostengono costoro, è un documento “fisso”, “inamovibile”, un Manifesto appunto. Personalmente penso che nemmeno la nostra Costituzione sia da ritenersi un documento fisso e inamovibile. Mille teste, mille idee insomma!

VSC: So che voi come associazione promuovete una particolare iniziativa di laboratori di haiku in prigione. Potresti raccontarci un po’ di questa vostra attività? Magari ci presenti anche alcuni lavori scritti dai detenuti?

PT. I laboratori di poetica haiku in carcere nascono all’interno del progetto europeo “PAROL - Scrittura e Arti nelle carceri, oltre i confini, oltre le mura”. Un progetto che ha coinvolto 5 paesi europei (Belgio, Italia, Polonia, Serbia, Grecia), 13 prigioni, con un totale di più di 200 detenuti, uomini e donne. E’ durato due anni, dal 2013 al 2015. Un’esperienza davvero importante che ha visto Cascina Macondo impegnata a realizzare anche in carcere i due concetti già menzionati della integrazione e delle buone contaminazioni. La poetica haiku si è rivelata uno strumento efficace che ha profondamente coinvolto e appassionato i detenuti con cui abbiamo lavorato. Volentieri riporto alcuni loro componimenti:

raggio di sole
che penetri leggero
da una crepa…


Salvatore L.  (carcere di Saluzzo - Italia - progetto europeo Parol)



sera d’estate
al collo della bottiglia
il primo bacio


Paolo   (carcere di Saluzzo - Italia - progetto europeo Parol)



occhi nel vuoto
lo splendore riflette
campi di grano


Massimiliano C.  (carcere di Saluzzo - Italia - progetto europeo Parol)



dall’erba e dal fieno
allegri animaletti -
oggi è un bel giorno.


Salvatore R.  (carcere di Saluzzo - Italia - progetto europeo Parol)



guardo il tramonto
mentre il sole pian piano
si nasconde in me

Walter  (carcere di Torino - Italia - progetto europeo Parol)



ora sono qui
non posso fare niente
solo guardare


Achraf   (carcere di Dendermonde - Belgio - progetto europeo Parol)




porta blindata
dietro tutti i rimpianti
di molti anni


Sedat  (carcere di Tilburg - Olanda - progetto europeo Parol)



piove in terrazza
e il mio caffè
non è mai vuoto


Vieil Esprit  (carcere di Tilburg - Olanda - progetto europeo Parol)



la cella chiusa -
cade il cielo nell’acqua
del mio bicchiere


Delola  (carcere di Tilburg - Olanda - progetto europeo Parol)



cade nel vuoto
l’addio di una foglia -
mare lontano


Sedàt, Matadòr, Yawa, Delòla, Eddy, Gypsy, Cham, Vieil Esprit
(carcere di Tilburg - Olanda - progetto europeo Parol)



VSC: Potresti presentare ai nostri lettori 5-6 tuoi haiku che consideri caratteristici per il tuo stile personale?

PT: Non so se si può parlare di “stile personale”, in ogni modo ecco alcuni miei haiku scelti tra quelli che mi piacciono:


sposa in lacrime
finita nel taschino
chicco di riso


tela d’autunno
l’odore dei cavalli
a punto erba


becca una briciola
la rondine sul tavolo
tovaglia in fiore

bimbe sedute
sullo scìvolo vanno
coricandosi


mio malgrado
ho pisciato qualche volta
nel lavandino


bianco strascico
l’abito e la sposa
si allontanano


 

 INTERVISTA TRADOTTA IN RUSSO

pagina uno
PAGINA DUE
pagina tre

pagina quattro
pagina cinque

 

 
pagina sei
 
 pagina sette

 

valeria simonova cecon

 Valeria Simonova-Cecon vive a Cividale del Friuli con il marito Andrea. Di origini russo-ucraine, è una scrittrice ed appassionata di   poesia haikai dal 2004. Redattrice della rivista di senryu e kyoka in lingua russa Ershik, nonché amministratrice e traduttrice della Pagina Facebook Banno Senryu for Gaijin, ama scrivere senryu, haiku, renku e studiare lingue. È il primo autore europeo ad essere stato pubblicato all’interno della colonna di senryu Banno Senryu nello stile Nakahata del quotidiano giapponese Mainichi Shinbun.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 12 Luglio 2017 13:32 )
 

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