Home Archivio News-Eventi AD ALTA VOCE - ZANNA BIANCA di Jack London, due giorni di lettura integrale ad alta voce: 30 aprile e 1° maggio 2017
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
AD ALTA VOCE - ZANNA BIANCA di Jack London, due giorni di lettura integrale ad alta voce: 30 aprile e 1° maggio 2017 PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 2
ScarsoOttimo 
News - News
Scritto da Tartamella   
Martedì 07 Marzo 2017 11:54
cascina macondo
 

 A CASCINA MACONDO

AD ALTA VOCE

- EDIZIONE 2017 -


due giorni intensivi

PER UNA LETTURA INTEGRALE AD ALTA VOCE


ZANNA BIANCA

di Jack London

lupo

con i Narratori di Macondo e altri lettori appassionati


INGRESSO GRATUITO - PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA 

alaska

sia per i lettori volontari,
sia per il pubblico ascoltatore


DOMENICA 30 APRILE 2017 
(inizio alle ore 10.00 - sino alle ore 22.00/22.30)

LUNEDI 1° MAGGIO 2017
(inizio alle ore 10.00 - sino alle ore 16.00/16.30)

 


pane  DURANTE LE PAUSE, A FRONTE DI UN CONTRIBUTO, 
lupi  CROSTINI, PANE BARBARESCO,
  SALAME, COMPANATICI,  CAFFÈ…
 


PER CHI VIENE DA LONTANO

c’è la possibilità di fermarsi a dormire prèsso
la Foresterìa “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
A FRONTE DI UN CONTRIBUTO CONGRUO

 

tazzina di caffèChi lo desidera può fermarsi a dormire col sacco a pelo nel salone Gibran (devi però essere completamente autonomo, con cuscino se lo usi, con telo o stuoia da mettere sotto il sacco a pelo, etc, etc). PER QUESTA SISTEMAZIONE VIENE RICHIESTO UN CONTRIBUTO DI EURO 10

 Per tepore e compagnia i fuochi nel braciere,
e nel camino del salone Gibran, saranno accesi

 

lupoSI RICORDA CHE LA MANIFESTAZIONE

È A SOSTEGNO DEI PROGETTI SOCIALI DI CASCINA MACONDO:

OMNIA FABULA (carcere)

DOMENICHE IN CASCINA
(integrazione normalità & disabilità)


I LETTORI CHE A TITOLO GRATUITO INTENDONO PRENOTARSI A LEGGERE DOVRANNO INVIARE LA LORO ADESIONE INDEROGABILMENTE ENTRO IL 10 APRILE 2017

a ciascun lettore verrà comunicato
via e-mail il brano che dovrà leggere

zufolo

cetra

  I lettori, se lo desiderano, potranno farsi accompagnare
  da amici musicisti (qualsiasi strumento)
  e provvederanno autonomamente
  a “coreografare” il loro personale intervento.


 

libro zanna biancaATTENZIONE IMPORTANTE

PER LA BUONA RIUSCITA DI  

AD ALTA VOCE - EDIZIONE 2017, 

e per una buona organizzazione senza sprechi,  si prega di comunicare con sufficiente anticipo:  -  se intendi   fermarti a dormire nella foresteria (indica quali sere)  - se intendi fermarti a dormire col sacco a pelo nel salone  Gibran  (indica quali sere)  - per il pranzo e la cena indica le date  e quante persone (per il catering)

 

INVITO

al fine di creare un momento ufficiale e collettivo di INIZIO e FINE, i lettori e il pubblico sono invitati ad essere presenti all'apertura della manifestazione, ALLE ORE 10.00 DI DOMENICA 30 APRILE 2017, e alla fine della manifestazione, LUNEDI 1° MAGGIO 2017 ALLE ORE 16.00


È ALTRESÌ CONSIGLIABILE

che ogni lettore,
ANCHE GLI STUDENTI E I BAMBINI,
siano presenti almeno
UN PAIO DI ORE PRIMA E UN PAIO DI ORE DOPO
RISPETTO AL MOMENTO IN CUI FARANNO
IL PROPRIO INTERVENTO



autoCOMODO PARCHEGGIO
INTORNO ALLA CHIESETTA MADONNA DELLA ROVERE

 

  slitta con cani

AD OGGI

HANNO DATO LA PROPRIA ADESIONE

LE SEGUENTI VOCI NARRANTI



Anna Maria Verrastro
Annette Seimer
Bruna Parodi
Carlotta Bava
Clelia Vaudano
Donatella Maino
Elena Sannino
Fiorenza Alineri
Florian Lasne
Giusi Clema
Isabella Albiati
Luana Varagnolo
Nagi Tartamella
Pietro Tartamella
Roberto Bertalmia
Rosa Antonelli

Silvia Caudano
Silvio Cora
Toni Ruggieri
……………………
……………………

aggiungi il tuo nome comunicandolo a:  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.



francobolloCOME SI ARRIVA
A CASCINA MACONDO


ADOTTA UN FILO D’ERBA

 LA DISTANZA? PARLIAMONE...

 

 

 

 

ZANNA BIANCA

di Jack London


Titolo originale: "White fang"
testo - traduzione dall'inglese di Laura Ferajorni Guicciardi.
Introduzione di Vanna Bosìa.
Torino - Edizioni Saie, 1969

 

 

libro feltrinelli 

 

  Edizioni Feltrinelli - gennaio 2014
  Collana: Universale Economica I Classici
  Pagine: 304
  Prezzo: 9,00€
  ISBN: 9788807900785
  Genere: Tascabili
  Curatore: Davide Sapienza
  Traduttore: Davide Sapienza

 

 

 

L'AUTORE

jack londonNato a San Francisco il 12 gennaio 1876,  Jack London è uno dei  pochi scrittori  ai quali arrisero in vita successo e ricchezza.  Era figlio di un girovago,  ed i suoi genitori ben presto si disinteressarono  di lui:  dovette badare a se stesso in un'età in cui di norma i fanciulli non hanno altri pensieri che lo  studio  e  il  gioco.  Fece  tutti  i mestieri:  lo  strillone  di  giornali,  il  pescatore  clandestino di ostriche, il lavandaio, l'agente di assicurazioni, il coltivatore,  il cercatore  d'oro  nel Klondike,  il corrispondente nella guerra russo-giapponese ed infine lo scrittore. 
Era l'epoca in cui l'America stava mutando radicalmente. L'emigrazione era aperta a tutti. Dall'Europa arrivavano i diseredati, i poveri, gli oppressi,  gli avventurieri;  tutti spinti da un desiderio di libertà, di emancipazione, di avventura. Il  paese  da agricolo si stava trasformando in industriale.  Le città sorgevano e si ingrandivano vertiginosamente,  la lotta per emergere e farsi  una  posizione  diventava  frenetica.  Non  era  più  l'America presbiteriana ed austera  dei  tempi  dei  pionieri.  La  presenza  di individui  diversi  fra  loro  per  razza,   cultura,  tradizione,  il progredire  della  scienza,  e  delle  nuove  teorie  materialistiche, sociali,  filosofiche, contribuirono senza dubbio a creare nel paese e nei suoi abitanti una grande confusione, ma anche ad imprimerle  quella forza  e vitalità che negli anni a venire avrebbero fatto dell'America una potenza mondiale.
pernicePochi scrittori furono come  Jack  London  figli  del  proprio  tempo. Intelligentissimo,  forte,  robusto,  dotato  di  un'indomita forza di volontà, autodidatta; non c'era rischio, lavoro,  impresa,  teoria che non  lo interessasse.  Grandissima influenza ebbero certamente sul suo spirito assetato di sapere e aperto a tutte le  idee  e  ricerche,  la «Teoria  dell'evoluzione»  di  Darwin,  la filosofia di Nietzsche e il socialismo di Zola. Questa sua cultura appresa affrettatamente e senza metodo e conseguentemente non meditata né assimilata a fondo  fece  sì che  le  sue opere siano a volte prolisse,  caotiche e contraddittorie pur essendo pervase da un profondo spirito vitale.
montagneTutti i personaggi dei romanzi di London sono esseri fuori del comune, siano essi uomini o animali.  Esseri forti,  spregiudicati,  rotti  ad ogni  eccesso  e  ad  ogni  sregolatezza,  dominati  solo dall'istinto primordiale della sopravvivenza e della  lotta.  Ma  Jack  London  era anche  un  romantico  ed a modo suo un poeta,  sensibile alla bellezza della natura e  alla  forza  dell'amore  inteso  come  riscatto  dalla brutalità.
I suoi romanzi sono in gran parte autobiografici. Tante erano state le esperienze della sua vita trascorsa sotto le più svariate latitudini e in  ambienti quanto mai eterogenei che non era certamente il materiale che gli mancava per  le  sue  creazioni.  Cercatori  d'oro,  minatori, pescatori,  contrabbandieri,  ubriaconi,  indiani,  cacciatori  sono i protagonisti dei suoi romanzi e in ognuno di essi vi è  un  po'  della sua vita.
Il  suo  successo fu enorme.  Guadagnò oltre un milione di dollari che però sperperò e dissipò in spese pazzesche:  possedeva  uno  yacht  di oltre quindici metri e un lussuosissimo ranch. Si fece erigere persino un  castello  che  bruciò  durante  la  costruzione.  Tentò  anche  la politica,  ma il suo socialismo era più teorico che concreto e non gli procurò che amarezze ed incomprensioni. Era in fondo un solitario e un disilluso  della  vita e già in "Martin Eden" (che è del 1909) vi è in germe l'idea del suicidio che sette anni dopo,  il 22  novembre  1916, egli  attuerà  nel  suo  splendido ranch «Beauty»,  disperato e deluso dalle sue aspirazioni  che  in  fondo  non  gli  avevano  portato  che insoddisfazioni e scontento.
scoiattolo

OPERE

Jack  London  fu scrittore fecondissimo.  Nella sua breve vita scrisse più di quaranta romanzi,  tradotti in  tutte  le  lingue,  una ventina  dei quali anche in italiano.  I principali sono: "Il richiamo della foresta" (1903),  "Zanna Bianca" (1906),  "La valle della luna", "La  piccola  signora  della  grande  casa",  "Il  lupo di mare",  "Il vagabondo  delle  stelle".  I  più  direttamente  autobiografici  sono "Martin  Eden"  e  "John  Barleycorn".  Di ispirazione socialista sono invece: "Il popolo  dell'abisso"  (1903),  "La  guerra  delle  classi" (1905),  "Il tallone di ferro" (1907),  "Rivoluzione" (1910).  Scrisse inoltre molti racconti che pubblicava su  riviste,  o  raccoglieva  in volumi.

lupoZANNA BIANCA - L'EPOCA, L'AMBIENTE

L'epoca  in cui avvengono i fatti narrati nel romanzo "Zanna Bianca" è quella sul finire del diciannovesimo secolo, dopo la scoperta dell'oro in Alaska. L'eterno mito dell'oro spinse uomini di ogni razza e di ogni  ambiente a  gettarsi con tutti i mezzi e con tutte le forze in questa terribile e a volte mortale avventura e l'elemento naturale ne fu in certo  qual modo  scosso.  Quelle  terre  che  fino  ad allora erano state dominio incontrastato degli animali selvatici e di pochi Indiani furono invase da uomini rozzi e crudeli. Tutto si trasformava con sorprendente rapidità: sorgevano città  e  si posavano  le  traversine  per  le  ferrovie;  ma nella landa deserta e ghiacciata c’erano i cani che trascinavano  le  slitte,  e  la  presenza dell'uomo  terrorizzava  gli animali che fuggivano sempre più lontano. Solo i lupi sferzati dalla loro insaziabile fame  osavano  avvicinarsi ai  fuochi  degli  uomini per cacciare e predare.  Lo spettacolo della violenza induriva anche gli uomini. Cupe foreste di abeti, fiumi ghiacciati, vento,  interminabili distese di neve, alberi stecchiti presi nella morsa di ghiaccio o ricoperti di brina  e  silenzio,  tanto  silenzio,  rotto  di  tanto  in tanto solo dall'ululare dei  lupi  affamati:  ecco  il  Klondike,  la  terra  tra l'Alaska e il Canada.  Qui nasce, cresce e trascorre buona parte della sua vita White Fang, il lupo Zanna Bianca. In pochi libri l'ambiente è importante come in  "Zanna  Bianca":  esso seleziona, rafforza, uccide; esso condiziona e determina le azioni dei protagonisti.  Per  sopravvivere  si  deve uccidere,  uccidere per non essere uccisi. Sembra non ci sia posto per la pietà. Ciononostante "Zanna Bianca" non è un libro che esalti la violenza. La violenza è sì sempre presente,  ma in uomini che  sono  sempre  esseri inferiori  e vili,  uomini che si bosco innevatodivertono ai combattimenti dei cani, uomini  che  diffondono  il  vizio  del  bere  fra  gli  Indiani   per indebolirli  e  piegarli  ai loro voleri e in tal modo sfruttarli.  Da questa violenza pura e disgregatrice di ogni senso morale sono  immuni gli Indiani. Essi vivono secondo le loro leggi millenarie, spostandosi come  è  loro  costume  secondo  il corso delle stagioni,  cacciando e pescando.  Gli  Indiani  non  sono  avventurieri  strappati  dal  loro ambiente:  essi  in  questo  ambiente  ci vivono da sempre.  La natura selvaggia e primitiva che li circonda li rende  duri,  forti,  atti  a sopportare la fatica,  le privazioni,  la fame;  ma in loro alberga un senso di giustizia  istintiva,  e  saldi  e  profondi  sono  i  legami familiari.
Nel  Nord  però  non  ci sono solamente uomini rozzi ed ignoranti.  Da contrade civili e ridenti  dove  il  clima  è  mite  e  dove  l'oceano lambisce le coste con costante e solenne mormorio, sono partiti uomini che  hanno  messo  il loro sapere e la loro esperienza al servizio del progresso. Per questi uomini la vita è sì lotta,  lavoro,  sacrificio, ma  rischiarata dalla luce dell'amore e della comprensione.  Essi sono continuamente sorretti dalla fede nell'intelligenza e nel trionfo  del bene.  Hanno  alle  spalle  una  vita  ordinata: belle città,  strade, giardini e una famiglia che li ama.
È proprio con uno di questi uomini che Zanna Bianca concluderà la sua vita, quando il suo amore per il padrone che ha saputo comprenderlo ed amarlo saprà far tacere in lui gli istinti  ferini  del  lupo,  e  dal profondo   del   suo   essere   verranno   alla   luce   l'obbedienza, l'abnegazione, la fedeltà: le qualità peculiari del cane.

I PERSONAGGI

Gli uomini in "Zanna Bianca" sono le figure  meno  importanti,  tranne Beauty Smith e Weedon Scott, cioè la forza del male e l'amore. Poi c'è Castoro Grigio,  l'indiano; gli altri non sono che figure di contorno. Castoro Grigio è per Zanna Bianca l'anello di congiunzione tra la vita ferina dominata dalla violenza e la civiltà vera,  intesa  come  forza propellente  di  progresso  morale  e  di  amore.  I  veri e gli unici protagonisti restano la Natura, gli Animali e Zanna Bianca.

lupo con attoreLA VICENDA

Il libro comincia con la corsa sulla neve di una slitta  trainata  dai cani;  sospinta  e  incalzata  dal  freddo e dalla presenza sempre più incombente dei lupi guidati da una lupa rossa. Viene la primavera,  la natura si ridesta,  i torrenti  non  sono  più imprigionati nel ghiaccio, la terra si ricopre di fiori, ogni creatura rinasce  alla  vita  e  le  tane,  i nidi,  gli anfratti sono pieni di cuccioli.  Anche la lupa è divenuta madre.  Tutto il giorno sta  nella tana  oscura  a  custodire e alimentare i suoi lupacchiotti mentre One Eye,  il padre,  è in giro a cacciare per lei e per i piccoli.  Ma  la fame,  l'inseparabile  compagna  degli animali selvatici,  è sempre in agguato. One Eye,  nel quale si sono ridestati gli istinti paterni,  è costretto  ad  andare sempre più lontano in cerca di preda,  finché un brutto giorno non ritorna più. I lupacchiotti languiscono,  mugolano e ad uno ad uno soccombono,  tranne lupetto grigio; la natura ha attuato ancora una volta una delle sue leggi fondamentali:  la  selezione!  Il più forte è sopravvissuto.  Zanna Bianca è costretto ora a alce canadesetrascorrere lunghe ore da solo,  mentre la madre è in giro a caccia.  C'è una cosa che  lo  colpisce  e  lo  interessa in modo straordinario: quella cosa luminosa in fondo alla tana che ha il potere di far sparire sua madre. Un bel giorno si decide: avanza verso questa cosa  misteriosa,  finché davanti  al  lupetto  stupefatto  si  presenta  tutto un mondo nuovo e sconosciuto. Per  Zanna  Bianca  è  finito  il  periodo  della vita vegetativa e sta per iniziare la vita nel vero senso della parola. Bellissima è la sua prima esperienza di caccia,  quando, avventuratosi fuori dalla tana, s'imbatte per caso in un nido di pernice.
Poi è di nuovo la fame che sospinge lui e la madre  in  luoghi  sempre più  lontani  e  meno  sicuri.  È  la  fame che costringe la madre ad avvicinarsi nuovamente all'uomo.  Kiche,  la madre,  era nata  in  una tribù  indiana  e  non  aveva  dimenticato  le voci e i richiami degli uomini. Zanna Bianca la segue e in tal  modo  fa  la  conoscenza  dell'Uomo e rimane  stupefatto.  L'Uomo  può  alzare  e  far  volare  le  cose per lanciartele addosso,  l'Uomo è capace di creare  una  bellissima  cosa rossa e luminosa,  il fuoco,  ma è causa di un inenarrabile dolore, se uno si avvicina troppo ad essa.  L'Uomo possiede il cibo,  ma  guai  a prenderlo;  allora l'Uomo prende le cose e te le getta addosso, oppure ti dà una terribile strigliata con un randello.

cercatori oroNel campo vivono tanti cani,  adulti e  cuccioli,  che  non  accettano Zanna Bianca; lo attaccano, lo mordono, lottano con lui, forse sentono in  lui  il  lupo  e ne hanno paura.  Fra tutti primeggia Lip-Lip,  un cucciolo più anziano e più grosso di Zanna Bianca. Lip-Lip è per Zanna Bianca un vero incubo.
Il tempo passa e Zanna Bianca impara a trainare la slitta. Ora non più corse sfrenate in libertà, ma correre,  correre con gli altri cani che sembra  lo  inseguano  e  che invece sono prigionieri come lui.  Zanna Bianca si chiude in se stesso, si apparta,  è feroce,  nessuno più osa cimentarsi con lui,  nessun animale è in grado di resistergli.  La sua fama si diffonde anche tra gli uomini, e questa sarà la sua rovina. Un uomo, un certo Beauty Smith, essere profondamente avido e vile,  lo vuole  per  fare di lui un cane da combattimento ed arricchirsi in tal modo con le scommesse.
Questo sarà il periodo più atroce e terribile  di  tutta  la  vita  di Zanna  Bianca.  Ora  egli  è  veramente  un  lupo.  Un  lupo  nel vero significato che noi diamo a questo nome.  D'ora in poi le  sue  uniche qualità  saranno  la  ferocia,  la crudeltà e un prepotente
falcoistinto di ribellione. Zanna Bianca lotta, lotta sempre più disperatamente, quasi posseduto dal demone della  distruzione,  finché  un  giorno  sta  per soccombere.  Non  così  però  deve compiersi il suo destino.  Nauseato dalla vista di tanta ferocia e di  tanto  sadismo,  interviene  Weedon Scott,  un ingegnere che compra l'agonizzante Zanna Bianca,  lo cura e lo salva.
In un primo tempo Zanna Bianca è quasi  disorientato  dal  cambiamento che  si  è  verificato  nella  sua  vita,  non  sa quale atteggiamento assumere,  perciò continua a starsene appartato e  a  ringhiare,  poi, lentamente,  giorno  per  giorno,  abbandona  la sua difesa.  Viene il giorno in cui finalmente si lascia accarezzare.  Da quel momento Scott prende  nella  vita  di  Zanna  Bianca il posto più importante.  Zanna Bianca è totalmente soggiogato,  non può più vivere senza il suo  dio. Se  Scott  per  un  po'  di tempo deve allontanarsi,  Zanna Bianca non mangia più, si ammala. Quando Scott deve tornare in California e pensa di lasciarlo in buone mani,  Zanna Bianca fugge  e  lo  raggiunge  sul battello e Scott è costretto a portarlo con sé.  Zanna Bianca non sarà mai più un lupo,  ma anzi un prezioso cane da guardia che  salverà  la vita al padre di Weedon Scott.

lince canadeseSPUNTI DI RIFLESSIONE

"Zanna  Bianca" non è soltanto un romanzo avvincente per la trama,  le avventure, l'ambiente e il protagonista, o per la ben dosata carica di «suspense» che tutto lo pervade;  ma se lo  si  legge  attentamente  e soffermandosi  a  riflettere  su  quello  che  l'autore  attraverso le vicende e i «ragionamenti» di  un  lupo  ha  voluto  dire,  si  rivela un'opera densa di profondi insegnamenti.
"L'obiettività"  -  Non  considerare mai le cose da un punto di vista solo personale,  ma cercare sempre le cause e  le  ragioni  dell'agire degli  altri.  Zanna Bianca è un lupo,  ma noi man mano che leggiamo e seguiamo le sue avventure e lo svolgersi della sua vita, a poco a poco lo comprendiamo,  ci spogliamo quasi della nostra umanità e accettiamo le  sue  azioni  e  il  suo  «ragionamento»,   perché  ineluttabili  e congeniali al suo stesso essere.
"L'amore materno" - È certamente il sentimento più profondo e comune a tutti gli esseri  viventi,  uomini  e  bestie.  Osserva  quanto  sia profondo  e  in  quanti modi tangibili lo dimostri Kiche,  la mamma di Zanna Bianca. donnola
"La potenza del bene" - La vigliaccheria, l'avidità,  la malvagità di Beauty  Smith  avevano potenziato ed esasperato le qualità peggiori di Zanna Bianca, lo avevano reso introverso, feroce,  crudele;  quando il destino  però  lo  pone  nelle  mani  di Weedon Scott,  queste qualità negative si assopiscono e poi scompaiono. Ciò avviene per merito della comprensione e della bontà.  In ciascuno di noi esiste una  carica  di bene,  spesso soffocata dalle circostanze e dall'incomprensione. Sta a noi far sì che tale carica non vada perduta,  ma emerga e dia  i  suoi frutti.
"L'amore  verso gli animali"  - Anche le bestie sono creature di Dio. Hanno in comune con noi il dolore fisico,  la vecchiaia  e  la  morte. Partecipi, naturalmente in maniera diversa, anche di dolori morali: il distacco dalla madre, l'ingiustizia, la gelosia. Sono completamente in
balia  degli  elementi  naturali,  dai  quali non sanno difendersi,  e dell'uomo, del quale sentono la superiorità. Siamo buoni con loro,  perché oltretutto chi approfitta della  propria forza e superiorità per tormentare ed opprimere il debole è un vile. A noi Dio ha dato l'intelligenza: dimostriamo di esserne degni.

Vanna Bosìa

informazioni tratte da:  http://www.internetculturale.it

 

 

ZANNA BIANCA

di Jack London

capitolo primo

LA TRACCIA DELLA CARNE



Una  cupa  foresta  di  abeti  si  stendeva  sulle  due rive del fiume ghiacciato.  Recentemente il vento aveva strappato agli alberi il loro bianco mantello di brina;  e gli alberi,  neri e sinistri, sembrava si appoggiassero l'uno all'altro,  nella luce  morente.  Un  silenzio  di tomba regnava sul paesaggio: e il paesaggio stesso era desolato, senza vita, senza movimento, così squallido e gelido da sembrare permeato di un qualcosa di più triste della stessa tristezza.  Vi regnava quasi un accento di riso,  un ghigno ben più terribile di  ogni  tristezza,  un riso tetro come il sorriso della sfinge,  un riso freddo come il gelo, in cui si sentiva aleggiare la truce minaccia dell'ineluttabilità. Era la saggezza imperiosa dell'eternità che irrideva alla  futilità  della vita  e agli sforzi dell'umanità.  Era il "Wild",  il selvaggio "Wild" della Terra del Nord, dal cuore di ghiaccio. Ma in quella regione, sfidando il gelo, c'era la vita.  
Lungo il fiume ghiacciato  scendeva  a  fatica  una  muta di cani lupi.  Il loro pelo irsuto era coperto di brina.  Ad ogni respiro,  il vapore  che  usciva come un getto dalle loro bocche gelava subito e si posava, sotto forma di  cristalli di ghiaccio,  sulle loro pellicce. 
I cani erano bardati con finimenti di cuoio ed erano attaccati ad una  slitta  con  tirelle pure  di  cuoio.  La  slitta non aveva pattini ed era fatta di robusta corteccia di betulla;  aderiva alla neve con tutta la sua  superficie. La  parte  anteriore della slitta era sollevata e come ripiegata su se stessa,  per cacciare sotto e ai fianchi la neve fresca,  come  se  si trattasse  di  un'onda marina.  Sulla slitta vi era una cassa oblunga, lunga e stretta, saldamente legata.  Vi erano anche altre cose,  delle coperte,  una scure, una caffettiera e una padella; ma la cosa che più spiccava ed occupava maggiore spazio era la cassa oblunga.
Davanti ai cani vi era un uomo,  che calzava delle larghe racchette da neve.  Dietro alla slitta si affaticava un altro uomo. E sulla slitta, nella cassa, giaceva un terzo uomo per cui ogni fatica era cessata, un uomo che il "Wild" aveva soggiogato ed abbattuto,  fino  a  togliergli per sempre la possibilità di muoversi e di lottare.  Il "Wild" non ama il movimento. La vita è un'offesa per lui, perché la vita è movimento; e il "Wild" mira ognora a distruggere il movimento. Gela le acque, per impedire la loro corsa verso il mare;  succhia la linfa dagli  alberi, finché  il  gelo  raggiunge  il loro cuore.  Ma il "Wild" incrudelisce soprattutto,  nel modo più feroce  e  terribile,  contro  l'uomo,  per schiacciarlo  e  soggiogarlo:  l'uomo,  in  cui  la  vita  scorre  più irrequieta,  l'uomo,  ribelle  alla  legge  che  stabilisce  che  ogni  movimento deve alla fine cessare.
Ciononostante, con coraggio indomito, uno davanti, l'altro dietro alla slitta,  i  due  uomini  che ancora non erano morti proseguivano nella loro fatica.  Erano vestiti di pellicce e di morbide  pelli  conciate. Avevano le sopracciglia,  le guance,  le labbra coperte di ghiaccioli, formatisi dal condensarsi del loro respiro,  così che non si  potevano distinguere i loro volti.  Sembravano maschere spettrali, impresari di pompe funebri, che,  in un mondo spettrale,  seguissero il funerale di qualche   fantasma.   Ma  sotto  quell'apparenza  erano  uomini,   che penetravano in quella regione desolata, beffarda e silenziosa, microbi dallo  spirito  avventuroso  che  si   slanciavano   in   un'avventura colossale,  e che volevano battersi contro un mondo potente, contro un mondo straniero,  ostile e tragicamente immobile come gli abissi dello spazio.
Camminavano  senza parlare,  per non sprecare il fiato,  necessario al faticoso lavoro.  Ovunque era silenzio,  un silenzio così  intenso  ed opprimente,  che  sembrava  materializzarsi  in qualcosa di tangibile. Opprimeva le loro menti alla maniera con cui l'acqua grava,  con tutto il suo volume,  sul palombaro.  Li schiacciava col peso di una vastità infinita;  li opprimeva fin nei più remoti recessi delle  loro  menti,  spremendone,  come  si  spreme il succo da un grappolo d'uva,  tutti i falsi ardori,  le esaltazioni e le  eccessive  presunzioni  dell'animo umano.  Ed essi non potevano non sentirsi dei piccoli esseri, polvere, atomi,  che si muovevano goffamente e scioccamente in mezzo al  giuoco equilibrato degli elementi ciechi e delle forze cosmiche.
Un'ora trascorse,  e poi un'altra ancora.  Già svaniva la pallida luce della breve  giornata  senza  sole,  quando  nell'aria  tranquilla  si innalzò  un  debole  grido  lontano.  Sorse improvviso,  crebbe sino a raggiungere la nota più alta, che tenne per un poco,  una nota forzata e palpitante,  e poi lentamente morì. Avrebbe potuto essere il lamento di un'anima smarrita,  se non fosse  stato  impregnato  di  una  certa triste  ferocia,  di  un  ardore  impaziente  e  affamato.  L'uomo che camminava davanti ai cani girò la testa,  ad incontrare con lo sguardo gli  occhi  dell'uomo  che seguiva la slitta.  Poi,  al di sopra della cassa oblunga, si scambiarono un cenno d'intesa.
Un secondo grido si innalzò, un grido acuto,  che trafisse come un ago il  silenzio.  I  due  uomini  ne scoprirono la provenienza.  Il suono sorgeva dietro a loro,  in qualche punto  della  candida  distesa  che avevano  appena  attraversato.  Si  levò  un  terzo grido di risposta, sempre dietro a loro, alla sinistra del secondo grido.
- Ehi,  corrono dietro a noi,  Bill - disse l'uomo  che  camminava  in testa.
La  sua  voce  risonò rauca ed irreale: era evidente che le parole gli costavano un certo sforzo.
- La carne è scarsa - rispose il compagno.  Non ho visto la traccia di un coniglio, da parecchi giorni.
Tacquero,  ma  continuarono  a tendere l'orecchio a quegli urli che si levavano dietro a loro.
Al cader delle tenebre,  radunarono i cani in  una  macchia  di  abeti sulla  riva  del fiume,  e si accamparono.  La bara,  posta accanto al fuoco che avevano acceso,  servì  da  sedile  e  da  tavola.  I  cani, raggruppati dall'altra parte del fuoco,  ringhiavano e si azzuffavano, ma non dimostravano nessun desiderio di errare nell'oscurità.
- Enrico, mi pare che se ne stiano ben stretti all'accampamento - osservò Bill.
Enrico,  accoccolato vicino al fuoco,  stava riempiendo di ghiaccio la caffettiera,  e si limitò ad un cenno del capo. Né parlò finché non fu seduto ed ebbe cominciato a mangiare.
- Sanno dove la loro pelle  è  in  salvo  -  disse  poi.  Preferiscono mangiare che servir di cibo ad altri. Sono saggi, loro.
Bill scosse la testa: - Hm, non so...
Il suo compagno lo guardò con curiosità: -  È la prima volta che ti sento mettere in dubbio il fatto che siano saggi.
- Enrico, - disse l'altro, masticando con calma una manciata di fave - hai osservato quanto chiasso facevano i cani quando ho  dato  loro  da mangiare?
- Già, più del solito... - riconobbe Enrico.
- Quanti cani abbiamo. Enrico?
- Sei.
-  Bene...  -  Bill  tacque  per  un  istante,  come per dare maggiore importanza alle parole che stava per pronunciare.  -  Dicevo,  dunque, che abbiamo sei cani.  Ho tirato fuori dal sacco sei pesci. Ho dato un pesce ad ogni cane e senti, Enrico, mi manca un pesce.
- Hai contato male.
- Abbiamo sei cani - ripeté l'altro freddamente. - Ho tirato fuori sei pesci e One Ear non l'ha avuto.  Sono tornato indietro dopo e  gli  ho dato il suo pesce.
- Ma noi abbiamo soltanto sei cani - obiettò Enrico.
- Enrico,  - proseguì Bill - non dico che fossero tutti cani, ma erano in sette a prendere il pesce. Enrico smise di mangiare per gettare un'occhiata attraverso il fuoco e contare i cani.
- Sono soltanto sei, ora.
- Ho visto correr via l'altro sulla neve - dichiarò in  tono  calmo  e deciso Bill. - Ne ho visti sette.
Enrico lo guardò con commiserazione:
- Sarò terribilmente felice quando questo viaggio sarà finito.
- Che cosa vuoi dire con questo?
-  Voglio  dire che tutte queste fatiche ti danno sui nervi e che stai cominciando ad aver le traveggole.
- Ci avevo pensato anch'io - osservò  gravemente  Bill.  -  E  allora, quando  ho visto quell'altro correre via sulla neve,  ho guardato e ho visto le orme.  Allora ho contato di nuovo i cani: erano proprio  sei.
Le  orme  sulla  neve erano ancora ben visibili.  
- Vuoi vederle?  Te le mostro subito.
Enrico non rispose,  continuò a masticare in silenzio e finì il  pasto con  una  tazza  di  caffè.  Si  pulì la bocca col dorso della mano ed esclamò:
- E allora tu pensi che fosse...  -  un  lungo  ululato,  tragicamente feroce,  sorse dalle tenebre;  Enrico si interruppe per ascoltare, poi finì la frase,  accennando con la mano in direzione del suono - uno  di quelli? Bill annuì.
- Già... Del resto hai notato tu stesso come erano agitati i cani.
Intanto  gli  ululati  si  succedevano da ogni parte,  trasformando il silenzio in un manicomio.  I cani,  spaventati,  si pigiavano gli  uni contro  gli  altri,  avvicinandosi al fuoco tanto da bruciacchiarsi il pelo. Bill gettò altra legna sul fuoco e poi accese la pipa.
- Mi sembri un po' sconcertato, un po' sgomento - osservò Enrico.
L'altro aspirò qualche boccata di fumo e poi,  accennando col  pollice alla cassa su cui sedevano, disse:
-  Enrico,  stavo  pensando che quello lì è stato ben più fortunato di quanto saremo noi!  Noi  due,  Enrico,  quando  moriremo,  ci  potremo considerare fortunati se avremo sulle nostre carcasse un mucchietto di pietre, tanto da tener lontani i cani.
-  Ma  noi  non  abbiamo avuto una famiglia e denaro e tutto il resto, come ha avuto lui - ribatté  Enrico.  -  Non  ci  possiamo  certamente permettere dei funerali così lunghi!
- Quello che mi sorprende,  Enrico,  è che un tipo come questo, che al suo paese era un lord o qualcosa del genere,  e che non ha  mai  avuto fastidi  per  procurarsi  cibo  e qualcosa da coprirsi,  sia venuto ad incappare in questa terra  del  diavolo,  abbandonata  da  Dio...  No, proprio non riesco a capirlo!
-   Avrebbe   potuto  diventar  vecchio,   se  fosse  rimasto  a  casa sua! confermò Enrico.
Bill aprì la bocca per dire qualcosa,  ma cambiò idea.  Rivolse invece  lo sguardo verso la muraglia di tenebre che li opprimeva da ogni lato.
Non  si  poteva  distinguere nessuna forma nella completa oscurità: si poteva soltanto vedere un paio di occhi che risplendevano come carboni ardenti. Enrico ne indicò col capo un secondo paio,  poi un terzo.  Un cerchio  di  occhi  luccicanti  aveva circondato il loro accampamento. Ogni tanto un paio di occhi si spostava, o spariva, per ricomparire un attimo dopo.
L'agitazione tra i cani cresceva sempre più,  e  ad  un  certo  punto, terrorizzate,  le  povere  bestie  si rifugiarono dall'altra parte del fuoco, strisciando e rannicchiandosi tra le gambe dei due uomini.  Nel trambusto  uno  dei  cani  era  finito  quasi  tra  le  fiamme e aveva cominciato a mugolare di dolore  e  di  paura,  mentre  si  diffondeva nell'aria  l'odore del pelo bruciacchiato.  Ci fu un po' di confusione anche nella cerchia degli occhi fiammeggianti, che indietreggiarono un poco, ma poi si sistemarono come prima, non appena fu tornata la calma tra i cani.
- Enrico, è una maledetta sfortuna essere senza munizioni.
Bill aveva finito di fumare e stava aiutando il compagno  a  preparare un giaciglio di pellicce e di coperte sui rami di abete che,  prima di mangiare,  aveva  stesi  sulla  neve.   Enrico  grugnì  e  cominciò  a slacciarsi i mocassini.
- Quante cartucce dici che ci restano? - domandò.
-  Tre  - fu la risposta.  - E vorrei che fossero trecento.  Allora vi farei vedere io, dannati!
Scosse rabbiosamente il pugno verso gli occhi luccicanti e pose i suoi mocassini vicino al fuoco. Poi proseguì: - E vorrei che la piantasse di far freddo.  Ormai sono  due  settimane che siamo a cinquanta sotto zero.  E vorrei non essere mai partito per  questo viaggio,  Enrico.  Non mi piace come  ci  guardano  quelli!  Mi scombussolano, ecco. E vorrei anche che questo viaggio fosse finito, e che  io  e  te  fossimo  seduti  vicino  al fuoco nel forte Mc Gurry e stessimo giocando a carte,  proprio in questo momento...  Ecco  quello che vorrei.
Enrico  grugnì  e si ficcò sotto le coperte.  
Stava per addormentarsi, quando fu svegliato dalla voce del compagno.
- Di', Enrico, quell'altro che è venuto a prendere il pesce...  perché i cani non si sono scagliati su di lui? Questo mi scombussola.
- Sei scombussolato da troppe cose,  Bill - fu l'assonnata risposta. - Non sei mai stato così. Adesso chiudi il becco e va' a dormire. Domani mattina ti sentirai di nuovo vispo come un  pesce.  Hai  l'acidità  di stomaco, ecco quello che hai.
Gli  uomini  si  addormentarono,  respirando  rumorosamente,  fianco a fianco sotto le stesse coperte.  Il  fuoco  si  spense,  e  gli  occhi fiammeggianti strinsero il cerchio intorno all'accampamento. I cani si strinsero  l'uno contro l'altro impauriti,  ringhiando minacciosamente di quando in quando,  se un paio d'occhi si avvicinava troppo.  
Ad  un certo  punto i loro ringhi si fecero così forti,  che Bill si svegliò. Si tirò fuori dal giaciglio piano piano,  per non disturbare il  sonno del compagno,  e gettò nuova legna sul fuoco. Le fiamme si ravvivarono e il cerchio di occhi indietreggiò. L'uomo diede un'occhiata distratta ai cani: si fregò gli occhi e guardò più attentamente.  Poi si  infilò sotto le coperte e chiamò: - Enrico! Ehi, Enrico!
L'altro grugnì svegliandosi e domandò: - Cosa c'è che non va, adesso?
- Nulla, solo sono di nuovo sette. Li ho contati proprio adesso.
Enrico accolse la notizia con un grugnito e riprese a russare.
Al mattino il primo a svegliarsi fu Enrico,  che buttò fuori dal letto il compagno. Benché fossero quasi le sei,  mancavano tre ore all'alba; al  buio,  Enrico  cominciò  a  preparare  la  colazione,  mentre Bill arrotolava le coperte e preparava la slitta.
- Di' Enrico, - domandò ad un tratto - quanti cani dicevi che abbiamo?
- Sei. -
- Sbagliato! - dichiarò Bill in tono di trionfo.
-. Perché? sono di nuovo sette? - si informò Enrico.
- No, cinque: uno se n'è andato.
- Dannazione!  - gridò Enrico furibondo;  piantò i pentolini  e  andò  a contare i cani.
- Hai ragione, Bill - concluse. - Fatty se n'è andato.
- E appena se n'è andato, è scomparso come un fulmine!
-  Niente  da fare - concluse Enrico.  - Quelli l'hanno ingoiato vivo. Scommetto che guaiva ancora mentre scendeva giù  nelle  gole  di  quei dannati!
- È sempre stato un cane scemo, quello!
-  Ma nessun cane scemo è tanto sciocco da andare a suicidarsi in quel modo. –
Guardò il resto della muta con occhio indagatore, valutando le caratteristiche salienti di ogni singolo animale.
- Scommetto che nessuno degli altri lo farebbe -
- Non potremmo allontanarli dal fuoco neppure con un  randello – convenne Bill.
- Ho sempre pensato che Fatty avesse qualcosa che non andava -
E  questo fu il discorso funebre pronunciato per un cane morto durante un viaggio nella  terra  del  Nord,  meno  laconico,  d'altronde,  dei discorsi funebri pronunciati per tanti cani, per tanti uomini.

 

RESOCONTO DELLE GIORNATE
"CENTO VOCI PER CENTO NOVELLE" IN DUE WEEK END


"CENT'ANNI DI SOLITUDINE AD ALTA VOCE" IN UN WEEK END
EDIZIONE 2012

 


lupo

 

 

 

 

CASCINA MACONDO-ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE
Centro Nazionale per la Promozione della Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri (TO) - Italia

tel/fax  011/9468397- Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. -sito web: www.cascinamacondo.com

- COMODO PARCHEGGIO INTORNO ALLA CHIESETTA MADONNA DELLA ROVERE -

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 03 Febbraio 2019 09:36 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare