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LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO - i detenuti raccontano - ANTOLOGIA PAROL PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Mercoledì 13 Maggio 2015 09:13

 

copertina la stretta di mano e il cioccolatino

LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO

- I DETENUTI RACCONTANO -

di Pietro Tartamella

 diario - antologia - foto

 

Racconta l'esperienza di due anni di lavoro in carcere con il progetto europeo Parol, e raccoglie gli scritti, le poesie, i racconti, le riflessioni, gli haiku, i cut-up dei detenuti che hanno partecipato al progetto.


Dalla prefazione:
"LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO, un libro-diario affinché non vadano perduti  i dettagli  di due anni di vita e di lavoro nelle carceri. Un diario che racconta come è andato avanti Parol, cosa è successo, quali progressi, quali sconfitte, quali entusiasmi, quali delusioni,  quali alleanze…  Un diario che diventa anche una fotografia. Una fotografia della nostra Italia"

LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO - I DETENUTI RACCONTANO:
edizioni:         Gióvane Holden Edizioni 
collana:          Cascina Macondo
pagg:             614  (diario - antologia - foto)
formato:         cm 14,5 x 21
autore:           Piètro Tartamèlla, Anna Marìa Verrastro, Nagi Tartamèlla, Floriàn Lasne, Antonèlla Filippi, e i detenuti del càrcere Rodolfo Morandi (Saluzzo) e del càrcere Lorusso-Cutugno (TO) 

ISBN:              978-88-97773-26-9
còsto:             offèrta mìnima 16 èuro  + spese di spedizione (che, come al sòlito, sono a sostegno delle attività istituzionali di Cascina Macondo)

tiratura:          limitata
avvertènza 1:    prenòta le tùe còpie è un bellìssimo regalo!
avvertènza 2:    se prenòti 10 còpie, una còpia in omaggio


se alla cerchia dei tuòi amici vuòi far conóscere un pòco il mondo della detenzione, prenòta le tùe còpie di “LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO”:  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

                                        INTRODUZIONE di Pietro Tartamella
(pubblicato sul CORRIERE DI CHIERI di Venerdì 4 settembre 2015 - rubrica "L'OPINIONE"

 

                               IL GRADO DI CIVILIZZAZIONE DI UNA SOCIETÀ
                                            SI MISURA DALLE SUE PRIGIONI



Presso i Nativi Americani delle Grandi Pianure un uomo che uccideva un altro uomo della stessa tribù (evento rarissimo) veniva bandito dal campo per quattro anni. Doveva montare il suo tepee a 3/5 chilometri dal campo. La famiglia, se voleva, poteva andare con lui. All'omicida veniva distrutta soltanto la pipa rituale e nessuno poteva per quattro anni parlare con lui. Andava a caccia da solo. Il suo isolamento per quattro anni era assoluto. Trascorso il tempo della pena, veniva reinserito nella comunità e tutto tornava come prima, tranne il fatto che non poteva più possedere una pipa rituale e nelle fumate collettive durante le riunioni veniva saltato. Poteva fumare da solo una pipa con il cannello corto.
Gli Indiani delle Praterie nomadi, noi stanziali.
Sarebbe stato impensabile per i Cheyenne rinchiudere un omicida in una cella e portarselo dietro per quattro anni nei loro continui spostamenti. Così come per noi è impensabile l’idea di bandire un omicida dalla comunità, in quanto ormai tutte le terre sono disseminate di case, e ovunque il reo andasse sarebbe sempre in mezzo alla gente e quindi non “isolato”. Per isolarlo costruiamo muri di cemento, reticolati, celle.
Gli indiani punivano un assassino con quattro anni di isolamento.
Noi con l’ergastolo.
Questa differenza di pena ci dice quanto è tenuta in considerazione, in ciascuna delle due civiltà l’dea di “comunità”. Presso i Cheyenne era un grande valore. Per noi pressoché nullo e solo ipocrita e apparente.
Scontata la pena il reo indiano non poteva più fumare con gli altri la lunga pipa rituale. Il rituale della pipa aveva un grande valore presso i Nativi Americani e un assassino ne veniva privato per sempre. Nella nostra civiltà occidentale non abbiamo rituali di questa potenza universalmente condivisi dall’intera comunità.
Il consumismo ha distrutto ogni rituale.
Presso i Nativi Americani scontata la pena tutto tornava come prima, tranne la possibilità di fumare la lunga pipa, a ricordare per sempre la gravità del delitto commesso. È proprio azzeccata in questo contesto la metafora “macchiarsi di un delitto”. L’esclusione dal cerchio nelle fumate collettive era per l’omicida una macchia perenne ben visibile a tutti.
Benjamin Franklin e Thomas Jefferson introdussero nella Costituzione degli Stati Uniti e nella Dichiarazione dei Diritti alcuni concetti presi dalla Costituzione della Nazione Irochese.

Parlando di detenuti, di condizioni di vita in carcere, di sovraffollamento, di percorsi creativi, di ergastolo, di carenze igieniche, di maltrattamenti, di suicidi dietro le sbarre (sia di detenuti che di agenti penitenziari), ho sentito spesso pronunciare da molte persone, a volte con acredine, frasi di questo tipo:

“i detenuti bisogna chiuderli in cella e buttare via la chiave”

“eh già, diamogli la televisione, il lavoro, la scuola, i permessi, gli spazi intimi per fare sesso con la moglie, facciamoli telefonare più spesso ai parenti… Finisce che alla fine stanno meglio loro di noi che siamo fuori che non riusciamo ad arrivare a fine mese!”.

“ma quale studio, quale creatività, quali percorsi trattamentali! Se questa gente che ha commesso crimini trova addirittura un lavoro in carcere ed è mantenuta dai contribuenti finisce che appena fuori, dove il lavoro non lo troverebbe e farebbe fatica ad arrivare a fine mese come me, si metterebbe a delinquere di nuovo per ritornare in carcere! Tutte queste attività in prigione, laboratori, scuola, sport, lavoro, finiscono con l’aumentare la criminalità, perché se stanno meglio “dentro” tenteranno di ritornare dentro! Chi glielo fa fare di stare fuori?”

Immergendomi in un profondo ascolto ho capito in fine cosa volevano dire queste persone. Costoro, fermandosi in superficie, non riescono a dire quello che pensano davvero, non riescono a esplicitare completamente il loro ragionamento. C’è qualcosa di sensato nelle loro parole.
Essi semplicemente intuiscono, mettendo a confronto il dentro e il fuori del carcere, una banale e ovvia verità: chi ha commesso un reato non può avere la stessa bella vita di chi sta fuori e si comporta con onestà (o presunta onestà): deve esserci una differenza!
Due mondi vengono dunque messi istintivamente a confronto: la vita dentro il carcere e la vita fuori dal carcere. Il piatto della bilancia su cui abbiamo posto chi non ha commesso reati, deve essere decisamente più alto! C’è una vaga percezione infatti, anche se non sappiamo definirla, di “quanto” deve essere quel divario. Se i piatti della bilancia fossero sullo stesso piano, in equilibrio, la percezione sarebbe che fra le due vite non c’è nessuna differenza.
Non appena l’uomo comune vede il piatto dei detenuti alzarsi e avvicinarsi al suo livello, egli entra in agitazione e si preoccupa, perché, giustamente, quel divario deve esserci! Vuol dire che la “privazione della libertà” cui viene sottoposto il detenuto oggi, è percepita come non sufficiente a realizzare quella differenza.
Se fuori dal carcere fai fatica a vivere, se non trovi lavoro, se fai la fame con uno stipendio o un salario da miseria…, sei tentato di mettere il detenuto in una situazione più miserevole, perché sarebbe insopportabile equiparare la sua vita alla tua.
Per questo forse molta gente preferisce concepire e provare un sentimento di vendetta, di punizione forte, sino a pensare di buttare via la chiave. Ma a chi pensa così sfugge una verità altrettanto ovvia e banale: per mantenere quella “distanza” tra l’uomo libero e chi ha commesso un reato e ha frequentato il male, due sono le vie: abbassare il piatto dei detenuti, oppure alzare il piatto di chi è libero fuori.
Quanti di coloro che stanno fuori dal carcere chiamati genericamente “società civile” pensano che occorrerebbe lavorare con più tenacia e determinazione per alzare il livello culturale fuori dal carcere, per realizzare migliori relazioni, per raggiungere un tenore di vita più sensato e rilassato e un benessere fisico e psichico che ti faccia stare in pace con te stesso e con gli altri? Se fuori dal carcere stessimo davvero meglio, se fossimo più soddisfatti e realizzati, se non fossimo spinti, ormai nauseati, ad andarcene via all’estero, se avessimo un lavoro, se non avessimo tutti i problemi che ci assillano e tutte le vessazioni che ci prostrano, senza contare le ulcere, i cancri, gli esaurimenti nervosi, ecco allora… non ci farebbe paura vedere sollevarsi il tenore di vita dei detenuti.
Il fuori e il dentro sono profondamente connessi.
Ora capisco bene anche la frase di Fedor Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.

Anche la questione dei “ruoli” è importante.
In due anni di lavoro con il progetto europeo Parol nelle carceri, l’iniziativa “per un barattolo di storie - differenti realtà s’incontrano per un piccolo scambio di storie” ha visto sul palco, nel teatro del carcere di Torino e di Saluzzo, un gruppo di detenuti che ci hanno raccontato una storia, e il gruppo dei ragazzi disabili della compagnia “Viaggi Fuori dai Paraggi”, e lo spettacolo Bob e Beth di Nagi Tartamella e Florian Lasne della compagnia Racines De Poche. Ognuno di loro ci ha raccontato una storia. Per un barattolo di storie appunto.
Barattolo, diminutivo di “baratto”, che vuol dire scambio.
Ma anche “barattolo” come piccolo contenitore.
E cos’è questo contenitore? Sono la nostra memoria e il nostro piccolo cuore dove noi, i detenuti, i ragazzi disabili, i cittadini che hanno assistito agli spettacoli, conserviamo il ricordo di quegli incontri.
Nelle occasioni in cui la cittadinanza incontra la detenzione, il carcere diventa il luogo dove più di ogni altro si respira un’aria di comunità.
Nemmeno in chiesa si respira quest’aria e questa sensazione di comunità.
In teatro c’erano giovani, anziani, studenti, insegnanti, educatori, attori, operai, pensionati, disabili, detenuti, agenti penitenziari… Tutti insieme immersi in un’atmosfera di accoglienza e di ascolto.
Alcuni nostri fratelli che hanno commesso un reato sono reclusi per scontare la loro pena. La sensazione di “comunità” che si respira quando la cittadinanza e la detenzione si incontrano, fa sentire ai detenuti più profondo il loro senso di colpa, fa sentire una vergogna maggiore per quello che hanno fatto. E questo è un bene.
Anche essere severi, puntuali, precisi, è un bene.
Ma essere severi non significa non essere accoglienti!

E cosa significa essere educatore?
Nel 1997 il Ministero della Sanità riconosceva la figura dell’educatore professionale. Dopo alcuni anni di studio lo Stato rilascia dunque un diploma di “educatore professionale”. Nelle righe che cercano di definire la figura dell’educatore professionale si legge:

- l’educatore programma, gestisce e verifica interventi educativi mirati al recupero e allo sviluppo delle potenzialità dei soggetti per il raggiungimento di livelli sempre più avanzati di autonomia; - opera sulle famiglie e sul contesto sociale degli utenti allo scopo di favorire il reinserimento nella comunità.

Secondo questa definizione, la conclusione è che voi, lettori di questo articolo, non siete educatori! Tranne quelli che hanno un diploma di educatore.
Occorrerebbe riappropriarsi del vero e antico significato della parola “educare” che viene dal latino e vuol dire semplicemente “ex-ducere = portare fuori – far emergere”. Portare fuori che cosa? Le cose buone che ciascuno possiede, le qualità, i talenti. In questo senso siamo davvero tutti educatori, cioè siamo tutti chiamati ad aiutare gli altri, affinché possano emergere i loro talenti e le loro buone qualità.
Perché ci sia un educatore, occorre che ci siano almeno due persone. Condizione necessaria perché ci sia una “relazione”.
Nella concezione latina, se tutti siamo educatori, significa che ciascuna delle due persone coinvolte nella relazione avrà l’impegno e la responsabilità di aiutare l’altro a tirar fuori le sue qualità. Lo Stato, sancendo con un diploma chi è educatore e chi non lo è, in sostanza ha svuotato tutti gli altri, tutti voi, della possibilità di essere “educatori” e, di fatto, ognuno di noi ha rinunciato a questo ruolo! Ma questo significa: de-responsabilizzazione.
Lo Stato ha definito il ruolo dell’educatore professionale, ma poiché la dicitura è troppo lunga, col tempo è decaduta la voce “professionale” ed è rimasta solo la voce educatore, con la valenza però di “educatore professionale”. In questo modo perfino la lingua che parliamo ha subìto un impoverimento, tant’è vero che nella lingua italiana non mi sembra che esista una parola, un vocabolo, per definire questo concetto che “siamo tutti educatori”.
Ben vengano dunque tante situazioni dove la cittadinanza incontra la detenzione e fa sentire con la propria presenza il senso di comunità e di accoglienza.
Se non lo facessimo, se esprimessimo sempre rifiuto, odio, desiderio di vendetta, se abbandonassimo chi ha commesso un reato, lo spingeremmo a pensare “non ho più niente da perdere” e quindi sempre più verso l’odio, facendolo sentire alla fine addirittura una “vittima”.
Ho sempre pensato che il carcere dovrebbe diventare una UNIVERSITÀ dove si incontrano e si scambiano saperi, competenze, sensibilità, esperienze, dove ciascuno che ci lavora e ci vive si è riappropriato del suo ruolo di educatore.
Se un uomo ha una moglie, automaticamente veste il ruolo di marito.
Se ha anche un figlio automaticamente veste il ruolo di padre.
Se ha un lavoro, per esempio quello di agente penitenziario, o insegnante, o muratore, automaticamente veste contemporaneamente tutti questi tre ruoli compreso quello che compete al suo lavoro.
Il ruolo di educatore, a cui abbiamo abdicato, in verità è il ruolo più importante.
È quello che comprende tutti gli altri ruoli.
Per questo occorre riappropriarsi consapevolmente e profondamente di questo ruolo.


raggio di sole
che penetri leggero
da una crepa

Salvatore Luppino

casa di reclusione “Rodolfo Morandi” (Saluzzo) - progetto Parol

 

 

DOCUMENTAZIONI VIDEO DEL PROGETTO PAROL

 I LIBRI DI CASCINA MACONDO

 

 

RASSEGNA STAMPA

mani libro

LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO
- I DETENUTI RACCONTANO -

di Pietro Tartamella - Edizioni Giovane Holden - Collana Cascina Macondo
Antologia di diari, racconti, poesie, riflessioni, haiku, cut-up

 

BIBLIOTECA DI NICHELINO
http://lnx.bibliotecanichelino.it/bn/index.php?option=com_content&view=article&id=102:presentazione-libro&catid=92&Itemid=437


NICHELINO CITTA’
http://nichelinocitta.it/105-arpino-tartamella-e-il-suo-libro-sulle-carceri/


CITTA’ DI NICHELINO
http://www.comune.nichelino.to.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5416:10-5-arpino-tartamella-e-il-suo-libro-sulle-carceri&catid=371&Itemid=559

 

SOCIALE AMICO
http://www.socialeamico.net/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=3488&cntnt01returnid=59

 

CENTRO INTERCULTURALE - TORINO
http://www.interculturatorino.it/events/il-centro-interculturale-segnala-convegno-di-ecumenica/

 

LA STAMPA - LIBRI
http://www.lastampa.it/2016/02/24/torinosette/eventi/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-allistituto-avogadro-NfSmwRqo6uuwXELRRk8SPK/pagina.html

 

LA STAMPA - EVENTI
http://www.lastampa.it/2016/02/24/torinosette/eventi/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-nkoJ9omV4fjGYo6tDFuvJK/pagina.html


POLITICAMENTE CORRETTO

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=82369

COMUNE DI TORINO - MOTORE DI RICERCA
http://www.comune.torino.it/pass/motorericerca/2016/02/05/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-letture-ad-alta-voce/

RISTRETTI ORIZZONTI
http://www.ristretti.it/commenti/2015/maggio/pdf11/libro_tartamella.pdf

PARTECIPA E CONDIVIDI
http://www.partecipaecondividi.org/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino/


LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO - PAGINA FACEBOOK
https://www.facebook.com/lastrettadimanoeilcioccolatino/


LE DUE CITTA'
http://www.leduecitta.it/index.php/cultura1/630-libri-e-giornali/3630-la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-i-detenuti-raccontano-l-esperienza-del-progetto-patrol


L'ALTRA RIVA
http://www.laltrariva.net/?p=1095


CHIERI OGGI
http://www.chierioggi.it/torino-on-the-road-e-il-diario-dei-detenuti-a-cascina-macondo-di-riva/


NOTICIAS LITERARIAS
http://letterarieliterariasliterary.blogspot.it/2015/05/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-di.html


REPUBBLICA
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/01/12/incontriTorino15.html


ISTITUTO AVOGADRO
http://itiavogadro.blogspot.it/2016/02/la-stretta-di-mano-e-il-cioccolatino-i.html


CIRCOLO DEI LETTORI
http://www.circololettori.it/ottobre-2015/


TSE TSE - NOTIZIE SCELTE DALLA RETE
http://www.tzetze.it/2016/01/la_stretta_di_mano_e_il_cioccolatino/


ACLI TORINO
http://aclitorino.it/sites/default/files/2015_10_16_LaStampa_to7.pdf


EDITORIA INSW
http://www.editoria.insw.net/


TORINO ON LINE
http://www.torinonline.net/


COSA PUOI FARE ?

 

 
 
 

PUOI ORGANIZZARE UNA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
"LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO - i detenuti raccontano"
con lettura di brani a cura dei Narratori di Macondo
 
 
 PUOI INVITARCI COME OSPITI IN UN TUO EVENTO

 

 

RECENSIONI AL LIBRO
LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 08 Giugno 2018 18:59 )
 

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