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Fiorenza Alineri - la vita sbagliata PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Sabato 22 Febbraio 2014 09:43

 

 

 
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LA VITA SBAGLIATA

                                                       di Fiorenza Alineri

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 02 febbraio 2014

 




Erano le sette e mezza del mattino e il ragazzino stava correndo verso il porto. Aveva deciso di scappare di casa.  Il ragazzino frequentava la terza media e proprio quel giorno avrebbe dovuto scegliere la scuola superiore: era il termine ultimo, non poteva più rimandare. Gli avevano detto che quella decisione avrebbe segnato il suo destino e non si sentiva affatto pronto. Non sapeva ancora cosa fare “da grande”.  Non riusciva a decidere. Aveva paura che qualsiasi scelta avesse compiuto sarebbe stata quella sbagliata e avrebbe finito per trovarsi, da adulto, a vivere un’altra vita, una vita diversa da quella che avrebbe voluto veramente, ma che sarebbe stato troppo tardi per tornare indietro. Non sapeva come spiegare questa sua paura agli insegnanti o ai suoi genitori, si sentiva così stupido… Non riusciva a parlarne con la mamma, una donna iperprotettiva che aveva paura persino di farlo uscire in bicicletta e che viveva nel terrore costante che il figlio finisse in qualche cattiva compagnia… Non riusciva neanche a chiedere un consiglio a suo padre, il cui unico desiderio era che il figlio portasse avanti la piccola impresa di famiglia. E così  era fuggito,  verso il porto.  Sarebbe rimasto lì, nascosto. O forse si sarebbe imbarcato su una nave, clandestino.  Mentre rimuginava su questi pensieri si infilò in un vicolo strettissimo e buio: strano, era stato diverse volte al porto, ma non ricordava quella viuzza. Il vicolo era lunghissimo… più il ragazzino camminava e più aveva la sensazione di spostarsi verso il nulla.

Carlo Guidi  si riscosse come da un torpore… “Cosa mi sta succedendo? Dove sono?”. Era appeso con una corda ad una roccia, in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. Sotto di lui da un lato uno strapiombo e dall’altro una piccola tenda. Tutto attorno montagne innevate e nelle sue ossa, tanto tanto freddo… “Dove mi hanno portato?”. 
Carlo Guidi era stato arrestato alcuni anni prima per una rapina alla posta, dove era rimasto ferito un passante. Per fortuna l’uomo non era morto,  ma dati i suoi precedenti (furti, estorsioni, ecc..)  il giudice gli aveva dato una pena esemplare e… be’ sarebbe rimasto in carcere per molto tempo. Il giorno precedente, tanto per cambiare, aveva litigato con i suoi compagni di cella, così l’avevano sbattuto in isolamento per tre giorni… almeno, era quello che ricordava… ma perché ora si trovava attaccato a quella corda, sospeso nel vuoto, vestito con i suoi soliti abiti…? “È uno scherzo delle guardie, vogliono farmela pagare per la rissa…”. Ma dov’erano  le guardie?  Non c’era nessuno.  O forse i suoi amici erano riusciti a farlo evadere, ma perché poi l’avevano abbandonato lì?  “E se fosse la  vendetta di qualcuno..?” Si chiese. “No, impossibile!”.  Non aveva mai tradito i suoi complici, mai! Piano piano cercò di calarsi giù dalla corda -  ma che paura! - due volte rischiò di precipitare nel vuoto…  Il suo istinto di sopravvivenza ebbe comunque la meglio e riuscì a scendere fino alla roccia dove era montata la piccola tenda. Si guardò intorno… il paesaggio era sicuramente stupendo, ma in quel momento non era in grado apprezzarlo.  Aprì la cerniera della tenda e si infilò all’interno:  almeno era al riparo dal vento. Vide uno zaino, dentro c’erano alcune coperte. Si avvolse nelle coperte e per la prima volta in vita sua si trovò a rimpiangere la sua piccola cella e persino quegli attaccabrighe dei suoi compagni. Assurdo! Da molto tempo pensava di cambiare vita dopo aver fatto il colpo grosso, e andarsene via, solo, libero… quanto aveva desiderato essere libero… ma non così… se soltanto avesse potuto tornare indietro…

Guido Alberti si tolse gli occhiali da sole e sbatté le palpebre: era sicuramente un’allucinazione. Era quasi arrivato in cima alla vetta…  “Cosa ci faccio qui?” Tastò il terreno con le sue scarpe da roccia - le sue bellissime scarpe da roccia, nuove di zecca, regalo del suo sponsor - e si rese conto di stare pestando una specie di fanghiglia…  si guardò attorno e… incredibile! Era dentro a un recinto circondato da maiali… (ecco, allora quella non era propriamente fanghiglia) che schifo! E poi faceva caldo… Si slacciò la giacca termica-antivento, tolse i guanti, il berretto… cosa avrebbero pensato i suoi fan? … Ma certo! Ecco perché era lì! Si trattava di uno scherzo… di quelli che fanno alle persone famose! Tutti d’accordo per divertirsi alle sue spalle… “Va bene, stiamo al gioco” si disse. Sorrise, cercando le telecamere nascoste… Ma dove? Uscì dal recinto e capì di essere in una cascina in aperta campagna, completamente recintata con un alto steccato in legno.  C’era la casa ad un solo piano, con sopra il fienile. Accanto alla casa un lungo portico, dove erano depositati diversi attrezzi agricoli e due trattori.  Di fronte c’era la stalla. Le galline scorazzavano liberamente nel cortile depositando ovunque i loro escrementi. Entrò nella stalla, sempre a caccia delle telecamere… e lo assalì un conato di vomito. Scappò fuori, attraversò il cortile ed entrò in casa: l’interno era composto da una sola stanza arredata con un tavolo, una sedia, un fornello a gas, un piccolo divano e un letto, niente telefono, né televisione. “Ora basta!”. Quello scherzo era troppo per lui, uno sportivo di fama internazionale, che praticava tutti i generi di sport estremi, dall’arrampicata libera al parapendio,  dal base jumping al surf da onda, e che per rilassarsi proprio quel giorno aveva deciso di scalare una vetta alpina, perché avrebbe dovuto essere ridicolizzato in questo modo? “Va bene, mi arrendo! Avete vinto!” Non avrebbe spalato merde di vacca per far divertire le famigliole annoiate davanti alla Tv… Al diavolo gli sponsor, avrebbero dovuto avvertirlo…  Guido Alberti si sedette sulla seggiola, sconsolato. Sapeva che con il suo attuale stile di vita non avrebbe potuto continuare ancora per molto: certi allarmanti dolori alle articolazioni lo tormentavano già da un po’ di mesi. Sarebbe stato costretto a cambiare vita, suo malgrado. Ma cosa avrebbe potuto fare? Gli era passato per la mente di acquistare un grande podere in campagna, ma per abitarlo con chi? Era sempre stato solo, per scelta, per essere libero di girare il mondo. Ormai era troppo tardi per cambiare…

Alberto Franceschi aprì gli occhi: si trovava in un’ampia stanza luminosa, le pareti bianche, una vetrata con vista sulla città, il pavimento di moquette. Alle pareti alcuni quadri di arte moderna. Era seduto su una poltrona in pelle nera ad una scrivania molto ampia di colore marrone scuro, sulla quale c’erano un computer, un telefono e due cellulari. E il portamatite, il tagliacarte, il portadocumenti, tutto “in tono”… Che orrore! Alberto Franceschi odiava la tecnologia  e tutto ciò che era “innovazione”! Chi lo aveva  portato lì contro la sua volontà? Forse qualcuno del paese vicino,  uno di quelli che ogni tanto passava da casa sua a chiedergli se stava bene, se gli serviva aiuto… sì stava bene e no non gli serviva nulla, desiderava solo che smettessero di preoccuparsi per lui. Il fatto che avesse scelto di vivere isolato dal mondo, senza telefono e senza televisione doveva sembrare molto strano agli abitanti del villaggio. Si sentivano perciò in dovere di fargli visita ogni tanto e magari di invitarlo al bar a giocare a carte. Naturalmente rifiutava. Non voleva dare confidenza alla gente e soprattutto non voleva dipendere da nessuno. In paese ci andava quando proprio non poteva farne a meno, se gli serviva un pezzo di ricambio per il trattore, oppure per fare un giro alla fiera del bestiame. Per il resto del tempo se ne stava per conto suo, nella sua cascina, completamente autosufficiente…. 
Disgustato si mise a passeggiare lungo la stanza: dunque era in un ufficio, ma di chi? E perché era seduto proprio alla scrivania? Posò lo sguardo sui propri abiti: forse avrebbe dovuto darsi una ripulita… No! Anzi no! Nessuna ripulita!  Se avevano bisogno di lui lo avrebbero accettato così con gli stivali sporchi (stava pulendo il recinto dei  maiali!) … i suoi maiali, e le sue mucche… e i conigli, le galline! Non aveva ancora dato loro da mangiare! Doveva assolutamente tornare a casa. E se non fosse più stato possibile? “Forse sono morto e questa è l’anticamera dell’inferno” si disse, “Ma chi si occuperà ora dei miei animali? Se avessi avuto qualche amico giù in paese, si sarebbero accorti della mia assenza e qualcuno sarebbe venuto a cercarmi… Ora le mie bestie non morirebbero di fame... Troppo tardi…”

“Aiuto! Aiuto! Fatemi uscire!!!”  Francesco Carli, l’ingegner Francesco Carli era terrorizzato: cosa ci faceva rinchiuso in quel cubicolo?  “Aiuto!!!  Mi hanno rapito!” . Sembrava impossibile eppure… cosa era successo? Dunque… era arrivato in ufficio, aveva controllato  corrispondenza, le e-mail,  dato istruzioni varie alla sua segretaria (nonché ex amante), poi aveva riordinato i documenti per la riunione del pomeriggio:  doveva convincere il consiglio di amministrazione ad approvare alcune sue decisioni,  sapeva che ci sarebbe riuscito, ma le riunioni con quelli che lui considerava degli idioti erano sempre così snervanti…  Infine era andato in bagno a lavarsi le mani. E si era ritrovato in quel luogo! Quindi era stato narcotizzato in bagno! “Aiuto! tiratemi fuori!” – “Sta’ zitto!” - disse una voce in lontananza – “Vuoi che ti diano altri dieci anni?” -   Dieci anni? Cosa voleva dire? Osservò la stanzetta in cui si trovava: nessuna finestra, solo il condotto dell’aria e una piccola porta… con le sbarre! Era in una cella.  Vero, talvolta nel corso degli anni aveva fatto qualche operazione ai limiti della legalità…  Possibile che l’avessero scoperto? La sua azienda negli anni passati aveva dato lavoro a moltissime persone, poi “per esigenze di mercato”, proprio lui, in qualità di direttore generale, aveva preso la decisione di chiudere gli stabilimenti e trasferire tutta la produzione all’estero  (con l’occasione, aveva trasferito anche i suoi conti correnti in diverse banche straniere, questo però non doveva saperlo nessuno…). Si era procurato non pochi nemici in quel periodo, ma non gliene importava. Francesco Carli era un uomo in gamba, scaltro, intelligente, che adorava il successo, il potere e soprattutto il denaro: aveva conoscenze influenti, legami ovunque… perciò che cosa ci faceva in quella prigione? Non potevano averlo arrestato, così senza processo, e soprattutto senza che ne fosse consapevole…  Guardò l’orologio: erano passati solo pochi minuti dall’ultima volta che aveva controllato l’ora. Fu preso dal panico. Non c’era niente di logico, niente di razionale: nulla stava accadendo veramente… “Ora chiuderò gli occhi e quando li riaprirò sarò di nuovo nel mio ufficio, fra persone amiche…  persone amiche? Ma quali ‘amici’?” 

Stava ormai calando la sera, Adele Bianchi indossava ancora la divisa del 118. Era così orgogliosa dell’etichetta rifrangente applicata al petto: “MEDICO”. Ce l’aveva fatta. Il suo primo giorno di lavoro era terminato, ma era rimasta come volontaria ad aiutare la Protezione Civile. Stavano cercando un ragazzino che era sparito dal mattino.  Non era mai arrivato a scuola e nel pomeriggio era stato dato l’allarme. Tutta la città era in fermento. I genitori sotto shock.
Lei voleva aiutare. Voleva che quel giorno non finisse mai. 
Si addentrò nel porto vecchio. Mentre perlustrava le viuzze, svoltò in un vicolo stretto e buio: con la torcia accesa lo percorse fino in fondo. Vide un corpo a terra. Si avvicinò di corsa: era proprio quel ragazzino! Era vivo, ma semisvenuto.
Chiamò alla radio il suo contatto: “L’ho trovato, è nel vicoletto!!!” 
- Hei, ragazzino… stai bene?
Lui spalancò gli occhi.
- Chi sei?   - Le chiese il ragazzo.  
Sembrava confuso, forse era stato colpito alla testa.
- Mi chiamo Adele Bianchi, sono un medico del 118. Ti ricordi che cosa ti è successo?
- Sono Carlo Alberto Franceschi Guidi… questa mattina sono scappato di casa…. Poi non mi ricordo più niente…
- Sei scappato di casa? Perché?  - Gli domandò sorridendo.
Il ragazzino si sollevò sui gomiti per osservare meglio la dottoressa. Non aveva mai visto una ragazza così bella: aveva un sorriso così luminoso. Si capiva dal suo sguardo che era una persona felice, che stava vivendo la vita “giusta”, la vita che voleva veramente: non aveva sbagliato scelta. Fu facile spiegarle il motivo della sua fuga e parlarle di tutte le sue paure. Sentiva che lei non lo avrebbe giudicato, che non lo avrebbe preso in giro. Non sapeva perché, ma si fidava di lei.
- Per favore non raccontare a nessuno quello che ti ho detto, ti prego! - la supplicò il ragazzino.
- I tuoi genitori sono disperati e tutta la città ti sta cercando… Cosa diremo allora?  -  Gli chiese lei, sempre sorridendo.
- Diremo che non mi ricordo niente… e diremo che da grande farò il medico.





                               

 
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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 03 Marzo 2014 14:36 )
 

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