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Pietro Tartamella - gli arcieri di Macondo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 14 Febbraio 2014 19:15

 

 
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GLI ARCIERI DI MACONDO

                                                       di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 02 febbraio 2014

 



Enzo era un uomo posato, diligente, un professore di scuola superiore e un attore, ma sarebbe presto diventato matto anche lui.
Gabriel era camionista, giovane, impulsivo, rumeno. Un po’ matto lo era già, ma lo sarebbe diventato ancora di più.
Nagi, Carlo, Carlotta, Davide, Elena, studiavano al liceo con ottimi voti. All’inizio erano reticenti, e fecero un po’ di fatica a diventare matti anche loro, perché in quella nuova avventura occorreva avere forza d’animo, e forza fisica, e una grande pazienza, che spesso i giovani non hanno. Ma alla fine si lasciarono coinvolgere.
Io matto lo ero già da tanto tempo.
Gli amici mi giudicarono più matto del solito quando mostrai loro il mio arco vichingo.
Lo avevo acquistato a Horsens in una festa medievale alcuni anni prima durante un viaggio in Danimarca. Anche Reno ne aveva comprato uno.
Già che c’eravamo prendemmo anche una faretra di pelle e una decina di frecce ciascuno, belle diritte e impiumate, che costavano carissime. Una freccia costa sempre cara, anche qui in Italia, e ti piange il cuore a spendere così tanti soldi al pensiero che si può rompere e spuntare nell’arco di tre tiri.
Erano archi di legno duro, smontabili a metà, che si potevano trasportare con poco ingombro in una custodia di stoffa. Ci voleva una certa forza ad armarli. Ma a quel tempo la forza non ci mancava.

La domenica ci allenavamo dietro la cascina, nel campo dei vicini, tirando alle balle di fieno dei vicini con frecce che erano nostre.
Avevamo costruito un muro di balle di fieno, un muro alto, per essere sicuri di non correre sino all’autostrada a raccoglie una freccia che aveva mancato il bersaglio.
Il fieno morbido avrebbe anche preservato le frecce dalle possibili e frequenti rotture da impatto. Dopo alcune domeniche dimezzammo il muro.
Nel giro di un paio di mesi la mira era talmente migliorata che era sufficiente tirare a una sola balla di fieno. Solo uno sparuto pugno di frecce fummo costretti a raccattare sin laggiù ai bordi dell’autostrada, ma fummo costretti a gettarle via, perché si erano spezzate.
La cosa veramente difficile fu avvolgere la punta delle frecce con diversi metri di nastro isolante nero, quello che usano gli elettricisti. A Reno gli riuscì abbastanza bene, perché lui era anche meccanico, falegname, muratore, cantante e, ovviamente, elettricista.
Se la cavava bene con la manualità. Il lavoro doveva essere fatto con estrema precisione se volevamo che le frecce non si sbilanciassero nella loro traiettoria.
Il nastro isolante doveva essere avvolto sino a formare una palla compatta di circa cinque centimetri di diametro, una palla la più tonda possibile intorno alla punta della freccia. Prima di riuscirci credo che abbiamo consumato, Reno ed io insieme, alcune centinaia di metri di nastro isolante, la maggior parte tutto mio, ma, lo giuro sull’autostrada, alla fine le mie palle sulle punte delle frecce erano davvero belle rotonde e bilanciate.

Beppe era il più matto di tutti. Era musicista, un chitarrista eccezionale: le corde di nylon le aveva nelle dita, la musica nella pelle. Suonava in strada. Si esibiva in decine e decine di concerti da un capo all’altro della penisola, viaggiando di notte, mangiando un panino alla volta, bevendo una birra alla spina, dormendo solo un’oretta per ripartire subito dopo per un altro viaggio, sempre guidato dalla stella polare quando tornava a casa, per ripartire di nuovo verso un’altra destinazione: Certaldo, Bùdrio, Sàrmede, Scordìa, Bèrgolo, Maresca, Pèlago, Viarigi… sparato come una freccia.
Quando si presentò con il suo arco persiano e lo vedemmo incoccare una freccia, ci parve che stesse suonando una corda di chitarra.
Si sarebbero occupati loro degli scudi di bronzo e della musica: lui e Max.
Max suonava il bassotuba ed era il compagno di viaggio e di concerti di Beppe. Era un gigante con voce possente e blues. Anche lui si presentò con un arco persiano. Quando incoccò la feccia, la curva del suo arco era così ampia che sembrava la bocca aperta e profonda del suo bassotuba di ottone.

A forza di vederci tirare frecce sul retro della cascina anche Anna volle provare.
Scoprì che stava bene con un arco in mano e le treccine. Come se lo avesse usato da sempre in un’altra vita. Lo sentiva familiare e aveva una naturale e infallibile mira.
Così si unirono al gruppo, lei, Clelia e Maria. Tralasciarono il laboratorio di ceramica e si misero a tirare con l’arco.

Fu necessario stabilire delle regole: avremmo provato tutte le domeniche; ciascuno con i propri soldi doveva comprare il suo personale arco e le sue frecce; ciascuno doveva usare il suo nastro isolante da elettricista e imparare a fare bene le palle intorno alle punte; ciascuno avrebbe usato una bandana intorno alla fronte; ciascuno avrebbe portato cibo e bevande da condividere nelle domeniche. La spesa per gli scudi di bronzo invece sarebbe stata affrontata insieme, e decidemmo la quota che ciascuno doveva versare.
Tutti fummo d’accordo a non usare gli archi moderni con i bilancieri, i mirini, e tutte le altre diavolerie tecnologiche.
Pian piano venne fuori anche una sorta di divisa molto naif: una giacchetta verde, la bandana, i pantaloni rossi. Gli Arcieri di Macondo dovevano essere ben riconoscibili in ogni stagione.
Fra tutti avevamo un centinaio di frecce.
Il nastro isolante intorno alle punte era salito ad alcune decine di chilometri.
Ma occorrevano altre frecce e altri Arcieri.

Cosa hanno in comune il Tango e l’Arco?
Io non saprei che cosa hanno in comune il tango e l’arco, ma Carlo, Ugo, Beatrice, che erano appassionati di tango, qualcosa la trovarono! Forse, sentendo vibrare la corda del mio arco vichingo, vi riconobbero, chissà, un suono… “argentino”.
Fatto sta che si convertirono all’arco ed entrarono negli Arcieri di Macondo.
Ugo faceva l’edicolante: non poteva essere con noi ad allenarsi tutte le domeniche a causa dei turni quindicinali di riposo, ma ce la mise tutta per essere alla pari con gli altri. A forza di parlarne in edicola con i suoi clienti tra giornali e rotocalchi e macchinine cellofanate e a forza di  fare pubblicità puntualmente punto per punto si sparse la voce che si stava creando un gruppo di Arcieri a Macondo.

Vennero anche i fotografi.
Che cosa ha in comune un fotografo con l’arco?
Anche questo io non lo so, ma Domenico, Carlotta, Cristina, qualcosa l’hanno trovata: forse il fatto che la macchina fotografica e la cocca della freccia le porti entrambi all’occhio. Per scattare una foto guardi in un mirino e cerchi il bersaglio che vuoi immortalare a colori o in bianco e nero. Con l’arco è la stessa cosa, prendi la “mira” portando la cocca all’occhio per colpire un bersaglio a colori.
Posso invece capire che cosa hanno in comune un camionista e un arco!
Hanno in comune… la freccia!

Con Gabriel venne anche Fiorenza, la sua compagna che ha cominciato da poco a fare teatro. Forse il tiro con l’arco l’avrebbe aiutata ad avere una maggiore calma e concentrazione.
Agli Arcieri di Macondo si erano presto uniti anche Antonella, Fabia, Fabrizio, Arianna, Annette, Alessandra, e l’americano Jim Kacian, tutti appassionati di poesia haiku, che forse con l’arco non ha niente in comune, se non la poesia.
Scelsero naturalmente un arco giapponese.
Josef e Ajdi scelsero un arco celtico. Nagi e Florian un arco bretone.
Battista, che lavorava come gommista presso il “Pneumaturgo”, l’officina di suo fratello ad Alba, scelse un arco turco, ma i pantaloni rossi gli andavano un po’ larghi.
Ip Man, cinese di Pechino, si unì al gruppo con tutta la famiglia: la moglie Denise e le due figlie Tin-Fa (fiore del cielo) e Tin-Fong (profumo del cielo). Restammo incantati quando sfoderarono i loro robusti archi della Mongolia che ricordavano la steppa e Gengis Kan.
Titina, la piccola cagnolina dei nostri vicini, se ne stava sempre in silenzio seduta sull’erba con un suo muto sorriso canino a presiedere puntualmente i nostri allenamenti.

Ada cantava in un coro. Si presentò con due archi. 
Quando si unirono Luana, Marcella, Bruno, Diederik, Barbara, Carmen, Luuk e Mia, il gruppo degli Arcieri di Macondo risultava composto da 41 persone. Sufficienti per realizzare il progetto.
Intanto Beppe, Max, Reno, Marcella avevano commissionato a Pino il fabbro, o meglio l’agrifabbro, che ha l’officina confinante con il cortile di Cascina Macondo, la costruzione di ottantotto scudi di bronzo tutti di dimensioni diverse. Un gran lavoro di precisione e un gran costo! Ma eravamo in quarantuno arcieri a sostenerlo.
L’equipe musicale faceva i suoi calcoli algebrici e musicali e controllava che il lavoro musicale dell’agrifabbro fosse fatto musicalmente a dovere.

Intanto noi arcieri, nel campo dietro la cascina, avevamo aumentato la distanza di tiro: da venti metri eravamo passati a quaranta metri. Il bersaglio era una sola balla di fieno!
Ogni tanto, per farci coraggio e per entrare nello spirito dell’arciere, leggevamo la poesia “il mio cammino” di Jim Hamm, un costruttore di frecce delle Grandi Pianure:


Il mio cammino
di costruttore di archi e frecce
è diventato sensato
quando ho cominciato
a considerare il legno,
la pietra, i tendini e le penne
con rispetto,
come compagni di vita,
piuttosto che come materiali grezzi.
Ho capito così che dovevo
collaborare con il legno
invece di imporre la mia forza su di lui.
E man mano che la mia abilità cresceva
capivo che stavo semplicemente
unendo tanti materiali diversi,
trasformandoli in un arco,
in una freccia.



Dopo un paio di mesi, tutti eravamo riusciti a colpire il bersaglio dalla distanza di cinquanta metri! Ora occorreva consolidare quel risultato. Occorreva che su cento frecce scagliate, tutte dovevano colpire con precisione il bersaglio.
Ci vollero altri quattro mesi di allenamento intenso per riuscirci.

Ogni arciere aveva ora un centinaio di frecce a testa.
Col nastro isolante imparammo a fare intorno alle punte delle frecce palline anche più piccole: da 2 centimetri di diametro, da tre, da quattro, per avere suoni diversi all’impatto. Eravamo quarantuno arcieri: dunque almeno 4.100 frecce in tutto.
Con i chilometri di nastro isolante che avevamo usato avremmo potuto impacchettare e isolare l’intera Sicilia, o correre avanti e indietro più volte per l’intero stivale italico.

Finalmente gli ottantotto scudi di bronzo furono pronti. C’erano diverse scale di note musicali, compresi i bemolli e i diesis. L’agrifabbro si sentiva orgoglioso di aver fatto quegli scudi con tanta precisione. Il suono era nitido e le note potevano udirsi ben distinte e argentine. Erano scudi bombati, come dei grandi gong. Ora occorrevano dei supporti di legno su cui collocare gli scudi sonanti.
Per risparmiare commissionammo il lavoro al nostro falegname interno, Reno, che era anche musicista, cantante, fabbro, muratore, elettricista e persona di fiducia.
Passò un anno, prima che tutto il materiale fosse pronto.
Yuma e Sahiela, figli di Reno; Karen e Woody, figli di Gianni e Wanda, e altri adolescenti furono reclutati come raccattafrecce.

Beppe con una freccia in mano dirigeva l’orchestra degli arcieri nella sua divisa ben stirata di Arciere di Macondo. Come “Maestro” indossava anche la cravatta, rossa.
Disposti su quattro file prendemmo posizione nel campo dei nostri vicini, dietro la cascina. In lontananza l’autostrada con le auto e i camion che sfrecciavano.
Formavamo una scacchiera composta da quattro file: la prima fila A, la seconda fila B, e poi la fila C, e la D.  In ogni fila dieci arcieri.
Tra una fila e l’altra, e tra un arciere e l’altro, uno spazio vuoto di circa tre metri.
In ordine di altezza: i più bassi davanti.
Io ero alla postazione A2.
Alla mia sinistra mia moglie Anna con la postazione A1.
A sinistra di mia moglie, nessuno.
Nell’ultima fila i più alti: Ip Man, Gianni, Max, Reno…
Era mattina, con il sole per fortuna alle spalle.
Dovevamo tenere conto del sole: le nostre performance dovevano essere fatte sempre con il sole alle spalle.
Ciascuno aveva vicino una grande faretra di legno con le sue cento frecce.
Le piume, e metà asta delle frecce, spuntavano dalla faretra lignea che pareva un vaso di piume fiorite. Laggiù in fondo, a cinquanta metri di distanza, gli ottantotto scudi di bronzo pendenti dai cavalletti.
Ora occorreva scagliare le frecce in sequenza. Ciascuno doveva colpire il suo scudo di bronzo, e tra una freccia e l’altra il tempo doveva essere preciso. 
Al segnale del Maestro le frecce furono scagliate in sequenza.
Ad una ad una andarono a colpire sibilando il bersaglio.
Anche il sibilo entrava con un effetto speciale nella musica.
La percussione degli scudi ci restituì la Primavera di Vivaldi che si propagò sino all’autostrada entrando dai finestrini aperti in tutte le auto e i camion che transitavano in quel momento.  Anche i nostri vicini e Pino l’agrifabbro, che stava saldando la marmitta a una 127 sdraiato tra le ruote, udendo la bellissima musica degli scudi che aveva fabbricato, venne di persona sin dietro il campo ad ascoltare e a guardare gli Arcieri senza parola.
Sì, era la primavera di Vivaldi, l’avevamo riconosciuta, ma era ancora un po’ sporca di inverno e di autunno. Non era ancora una vera primavera.
Occorreva scagliare le frecce con maggiore maestria e, soprattutto, misurare alla perfezione il silenzio e i tempi vuoti tra una freccia e l’altra.
Solo dopo sei mesi riuscimmo a raggiungere davvero la primavera.

Dopo due anni il repertorio degli Arcieri di Macondo era salito a sette brani:
La Primavera” di Antonio Vivaldi,
Il Flauto Magico” di Mozart,
La Traviata” di Giuseppe Verdi,
Madama Butterfly” di Puccini,
Fratelli d’Italia” inno nazionale di Goffredo Mameli,
Giochi Proibiti” di autore anonimo dell’800,
Volare” di Domenico Modugno.

Azzeccatissima l’idea di Beppe, nostro Direttore d’Orchestra: incollare sulle aste delle frecce una cannuccia di plastica, o di paglia, di quelle che si usano per succhiare l’aranciata e le bibite nei bar. L’aria pressata in velocità produceva un fischio singolare che durava per tutta la traiettoria della freccia; una sola nota costante, sempre uguale, ma diverse a seconda del diametro e della lunghezza e, chissà, forse anche del colore delle cannucce. Le note degli scudi di bronzo si mescolavano a quel sottofondo di suono fischiolante che pareva il canto delle sirene dello stretto di Scilla e Cariddi, un magma stridulus etereo così languidamente perforante che a udirlo ci accapponava la pelle d’oca, e perfino i ricordi sembrava avessero un suono anche loro.

Gli Arcieri di Macondo si esibirono per la prima volta con il sole alle spalle nella Piana degli Albanesi, a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, dove il 1° maggio del 1947 si consumò la strage dei braccianti attribuita al bandito Giuliano.
Gli Arcieri di Macondo apparivano come un gruppo eterogeneo e, a prima vista, anche un po’ sgangherato. Non avevamo una divisa uguale per tutti. Sì, la camicia era verde, i pantaloni rossi, la bandana bianca, la cravatta del Maestro rossa, ma i colori avevano tonalità diverse. C’èra chi aveva stivaletti, chi sandali, chi scarpe da ginnastica. Gli archi avevano forme diverse: bretoni, vichinghi, celtici, giapponesi, turchi, indiani, persiani, mongoli. C’èra chi aveva una lunga barba e chi era ventenne.
Ma quando prendemmo a scagliare le frecce nella Piana degli Albanesi con il sole che tramontava lento e perfetto, tutte quelle leggere differenze scomparvero.
Dal sibilo frenetico delle centinaia di frecce scagliate a ripetizione, e dagli scudi di bronzo percossi, emersero le musiche travolgenti del nostro repertorio.
La Sicilia intera non aveva mai udito un simile concerto.
Le frecce sfidavano il vento che in ogni stagione sempre soffia forte sulla Piana degli Albanesi. Anche le ginestre sembravano levare al cielo il loro canto primaverile.
Il profumo dei fiori si confondeva con la musica, e  pareva che i nomi dei braccianti uccisi in quell’eccidio, tutti scolpiti sulle pietre della piana, levassero nel vento le loro voci silenziose. Il verde, il rosso, il bianco, il giallo, le donne ancora vestite di nero e il canto delle sirene e i giochi proibiti e i fratelli d’Italia e volare… si confondevano, compenetravano, mescolavano, in un unico colore azzurro di cirri e di cielo. 




                               

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 22 Febbraio 2014 09:43 )
 

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