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Gisella Artusio - la traccia del destino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 14 Febbraio 2014 19:05
 
 
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LA TRACCIA DEL DESTINO

                                                       di Gisella Artusio

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 02 febbraio 2014

 



In ogni tempo e società, quando nasce un bambino si fanno pensieri e riti propiziatori perché abbia un buon destino. Ma raramente ci si sofferma sul significato di questo termine, tanto usato, ma sul quale poco si riflette.
Per me il destino è uno strano miscuglio di situazioni, capacità, opportunità che ci si presentano nel corso della vita. E’ importantem, a mio modo di vedere, cogliere il senso delle cose e agire prevenendo, quando possibile, il dipanarsi degli eventi e le conseguenze negative o positive dell’agire. Ma la vita ha per ognuno di noi, quelle che io chiamo “svolte dietro l’angolo” imprevedibili, sconcertanti e a volte dolorose.
Ecco allora l’importanza di sapersi modellare, non subendo l’evento, ma cercando di far affiorare in noi le capacità sopite, la leggerezza e le risorse mai impiegate, per affrontarlo e riprendere il passo interrotto.
Sono sempre stata incuriosita nel seguire “la traccia del destino” nella vita delle persone che ho conosciuto, in molte vite ho avuto la sensazione che il dare e l’avere sia stato ciclico e che alla fine il cerchio, chiudendosi, sia stato equo. Tanti altri destini sono stati, al contrario, fonte di sofferenza, di progetti non realizzati, di tempo rubato, come se il  ciclo della vita non potesse esprimersi al meglio. Essendo una persona razionale, il riflettere sul destino, mi intimorisce, questo termine racchiude l’imponderabilità degli eventi, la casualità delle situazioni e pur essendo convinta, che l’agire permetta di costruire il percorso di vita, questo è comunque legato e a volte pesantemente condizionato da fattori estranei all’agire stesso. Chi o che cosa fa si che una persona davanti ad un bivio, imbocchi una strada anziché un’altra, decida di agire o di fermarsi, abbracci un ideale politico o un credo religioso, rifiuti la famiglia d’origine o cambi paese. Sicuramente l’educazione ricevuta, le esperienze di vita e le proprie convinzioni, ma gli accadimenti che si susseguono hanno un grosso peso sulla strada che decidiamo di percorrere o che  a volte siamo costretti a scegliere. Comunque la si veda “il destino” è  un concetto affascinante, che accompagna le nostre vite, l’innamorarsi proprio di quella persona, seguire la scia della vita e delle proprie inclinazioni, scommettere su se stessi e sugli altri, in uno scambio continuo. Io vedo la vita di ognuno come una strada, può essere larga o stretta,  lineare o tutta curve, perfettamente asfaltata o piena di buche, e questa è la scia del nostro destino, sta a noi  trovare il veicolo migliore per percorrerla, imparare a rallegrarsi per le buche evitate, sapersi fermare per far salire gli altri, prenderci cura di loro, valorizzare ai nostri occhi i pochi o tanti Km che siamo riusciti a percorrere con le nostre forze, con correttezza e solidarietà. Fare mio questo concetto mi ha permesso di affrontare il mio destino a volte con rabbia e tanta grinta per migliorarlo, ma spesso con stupore, gioia e serenità.





                               

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 14 Febbraio 2014 19:10 )
 

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