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Pietro Tartamella - il volo della freccia e le sette sorelle PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 22 Dicembre 2013 12:03

 

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IL VOLO DELLA FRECCIA
E LE SETTE SORELLE

                                                       di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 novembre 2013

 



Un ferro da stiro incandescente, dimenticato per un secondo su un lenzuolo bianco, lascia un’impronta di bruciato, indelebile.
Tale era, nella memoria di tutti, il ricordo di Ulisse quando, dopo vent’anni di assenza, era entrato vestito da mendicante nella sua casa. Solo il suo vecchio cane e le mura di pietra del palazzo che sorgeva nella regione Aghios Anastasios di Itaca, lo avevano riconosciuto.
 

Negletto allor giacea Argo nel molto fimo
di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
finché i poderi, a fecondar, d’Ulisse
nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
e, benché tra quei cenci, il riconobbe,
squassò la coda festeggiando, ed ambe
le orecchie, che drizzate avea da prima,
cader lasciò; ma incontro al suo signore
muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
con man furtiva dalla guancia il pianto,
celandosi da Eumeo, cui disse tosto:
“Eumeo, quale stupor! Nel fimo giace
cotesto, che a me par cane sì bello.
ma non so se del pari ei fu veloce,
o nulla valse, come quei da mensa
cui nutron per bellezza i lor padroni”.


Delle mura, che tutti sappiamo essere mute, non riportiamo qui nessun verso di Omero.
Ulisse si era rivelato anche al figlio Telemaco e ai fedeli servitori Eumeo e Filezio per averli come alleati nella sua vendetta contro i prìncipi parassiti che infestavano il palazzo e il cuore di Penelope con le loro voci volgari.
Penelope quel giorno aveva deciso di scegliere uno sposo tra i 109 Pretendenti, signorotti e nobili di Itaca e delle isole vicine, che si erano stabiliti nella reggia e aspiravano al trono di Ulisse e alle sue terre.
Quello che sarebbe riuscito a tendere l’arco di Ulisse e che avrebbe fatto scorrere una freccia all’interno degli anelli delle dodici asce messe in fila, sarebbe divenuto il suo sposo. Penelope aveva resistito per anni alle pretese e alle vessazioni dei Proci. Non poteva più ingannarli tessendo di giorno e disfacendo di notte la sua tela.

Quel giorno i Proci banchettavano arroganti, bevevano, ruttavano, imprecavano come sempre, ascoltando i canti di Femio, l’aedo che suonava la cetra di sottofondo ai loro bagordi. Tacquero improvvisamente quando un servo portò al loro cospetto il robusto arco di Ulisse per la prova.
Tentarono in molti di tendere l’arco, con forza e con sudore, ma senza riuscirci.
Forse Penelope aveva trovato un espediente più astuto di quello della tela per non scegliere quel giorno tra quella marmaglia uno sposo. 
Fu così che Ulisse, vestito di cenci, col capo coperto da un cappuccio di tela di sacco, chiese che lo lasciassero provare.
Fu investito di insulti.
Penelope, che ancora non sapeva trattarsi di Ulisse, per guadagnare tempo acconsentì.
Ulisse allora armò l’arco, con facilità.
La corda ben tesa emanò un bel suono acuto, come il grido di una rondine.
I Proci sbiancarono a quel suono.
Ulisse, dalla faretra piena di frecce che aveva deposto ai suoi piedi, prese una freccia con belle piume e, incoccàtala, tese l’arco a tal punto che agli occhi di tutti quella ritorta curva d’osso e di legno e quel grido di rondine apparvero come un nero presagio.
La freccia sibilò entro gli anelli di ferro delle asce messe in fila e ad ogni anello il sibilo si faceva più acuto e terrifico simile all’acuto vento della frombola che Davide girò vorticosamente prima di scagliare la sua pietra mortale contro Golia.
Dalle alte finestre il vento dell’isola di Itaca sibilò nella reggia. Non dalle porte che Telemaco, Eumeo e Filezio avevano ben serrate, affinché nessuno potesse fuggire.
Solo l’aedo Femio e l’araldo Medonte si salvarono da quella strage.
Le memorie che più furono segnate dal ricordo indelebile della freccia scagliata negli anelli, indelebile come l’impronta di un ferro da stiro incandescente, furono quelle della Forza, dell’Inclinazione, della Traiettoria, del Peso, del Vento, della Mira, delle Piume.
Esse cominciarono a litigare, perché ciascuno asseriva che era proprio lui o lei l’elemento più importante che aveva consentito alla freccia di Ulisse di attraversare i dodici anelli e di colpire il bersaglio all’estremità.
È vero, tutti erano intervenuti, e ciascuno aveva fatto la sua parte, ma quel tiro di Ulisse era stato così magistrale, così preciso, perfetto, infallibile, che li aveva inorgogliti a tal punto da ritenere che il merito principale fosse… e ciascuno portava le sue motivazioni per convincere gli altri di essere la cosa più importante che aveva consentito quel tiro magnifico…
Noi siamo la cosa più importante – dicevano le piume – senza di noi la freccia sarebbe andata a zig zag e ogni tiro sarebbe stato un fallimento”.
Bella roba – sosteneva il vento – cosa te ne fai di andare diritto se io cambio direzione e soffio più forte improvvisamente!”.
Scusate – insisteva la Mira – tutto dipende da me, io sono la Mira, e senza una buona mira non puoi colpire nessun bersaglio!”.
Puoi anche avere una buona mira – diceva risentita l’Inclinazione – ma senza di me, se io non sono giusta e non intervengo con precisione, mancherai il bersaglio…”.
Insomma, litigarono e sbraitarono a gran voce sino a separarsi, lasciando lì i Proci proni e supini e accavallati per terra nelle loro pozze di sangue.
In quanto esseri invisibili Ulisse non poteva udire le loro voci.
Si separarono, ognuno per la sua strada verso il mare greco e il silenzio delle isole.
Il Vento fu il primo a ritornare di notte nella reggia di Ulisse. Arrivò come una tempesta, gonfio e irato. Estrasse l’arco, lo armò col budello facendo una grande fatica, perché l’arco di Ulisse soltanto Ulisse riusciva ad armarlo con disinvoltura. Incoccò una freccia infine.
Voglio proprio vedere – diceva il Vento – se non dipende da me il riuscire a colpire il bersaglio”.
Scagliò la freccia contro un pipistrello tenebroso che volteggiava alla luna tessendo sventure. La freccia fece un tragitto tutto storto sino a conficcarsi su un ramo. Tutte le frecce che il Vento scagliò si persero nel vuoto e nel buio della notte.
Il pipistrello era sempre lì a volteggiare alla luna.
Da solo era una nullità il Vento, senza l’Inclinazione, senza la Mira, senza la Traiettoria, la Forza, il Peso, le Piume.
Venuto come una tempesta, abbandonò la reggia tornandosene nei campi come una brezza leggera.
Vennero di notte le Piume a provare da sole. Fecero un gran sforzo a piegare l’arco. Ci riuscirono solo perché erano un po’ Dee, perché solo Ulisse poteva con disinvoltura piegare l’arco di Ulisse. La freccia fu scagliata diritta e, pur passando molto vicino al pipistrello, proseguì…, diritta.., sibilando nel buio. Tutte le frecce scagliate dalle Piume erano eleganti, sibilavano belle diritte, ma non riuscirono a colpire il bersaglio.
Le piume si adagiarono su se stesse come chinando il capo e dissero: “forse siamo state presuntuose”. Ed ebbero nostalgia delle loro sorelle.
Quando venne la Forza a provare di nascosto, Ulisse e Penelope dormivano al piano di sopra. Ulisse russava. Penelope non disfaceva più la tela, e avendo anche smesso di cucire di giorno, la tela restò incompiuta, a rappresentare un minotauro che rimase per sempre senza le gambe.
La Forza non fece nessuna fatica ad armare l’arco e a tenderlo. Nelle sue poderose mani l’arco di Ulisse era un giocattolo. Scagliò la prima freccia contro l’unica mela mitologica foriera di sventure che ancora pendeva da un albero lì vicino. La freccia zigzagò paurosamente e andò a conficcarsi contro la luna. Tutte le altre frecce, senza le piume, andavano sì lontanissime, perché scagliate con forza inaudita, ma sempre disegnando traiettorie vorticose e imprecise. La mela restò sull’albero.
Senza le altre sorelle anche la Forza era una nullità. Uscì dalla reggia a capo chino senza avere nemmeno la forza di sbattere la porta con rabbia. Ulisse e Penelope non si svegliarono.
La Forza si era illusa di essere la cosa più importante, ma era troppo orgogliosa anche lei per andare a riferire la sua consapevolezza alle sorelle.
E una dopo l’altra tutte vennero la sera nel palazzo di Ulisse a tendere l’arco e a scagliare le frecce per dimostrare a se stesse che avevano ragione e che solo loro erano la cosa più importante.
La Mira andò a provare l’arco anche lei.
Era quella che forse avrebbe potuto colpire il bersaglio senza bisogno di nessuno. Si sentiva un po’ il compendio delle altre sorelle, aveva occhio, avrebbe calcolato l’inclinazione, considerato il peso della freccia, il suo lento inclinarsi per la forza di gravità, avrebbe calcolato la distanza dal bersaglio, la forza e la direzione del vento, perfino la traiettoria del bersaglio che si muoveva nel cielo con le sue ali nere. A fatica però riuscì ad armare l’arco e a scagliare la freccia, perché la Mira non aveva in verità una grande forza. La freccia lasciò il budello dell’arco senza troppo vigore, e senza le penne cominciò a girare su sé stessa, come la punta di un trapano, andando storta e sgraziata. Non raggiunse nemmeno il corvo nero del malaugurio che già era volato più in alto. Ogni freccia scagliata era pietosa e ridicola. Quando la faretra fu vuota dovette riconoscere che anche lei la “Mira”, senza la Forza e le Penne avrebbe potuto scagliare mille frecce senza mai riuscire a colpire il bersaglio.
Albeggiava quando lasciò il palazzo di Ulisse. Era così consapevole della sua nullità e così mortificata per aver bisticciato a morte con le sorelle, che quando uscì a testa bassa non vide nemmeno il trave della porta e vi andò a sbattere la testa così forte che quasi restò decollata. Con la testa così ammaccata, della “MIRA” non restava che “IRA” ma era troppo depressa per avercela con qualcuno se non con sé stessa.
Il fatto è che ciascuna delle sorelle aveva capito quanto ciascuna fosse indispensabile, e che solo insieme avrebbero potuto colpire un bersaglio. Ma erano così orgogliose che mai più si incontrarono, né mai parlarono della loro consapevolezza, né mai più fecero la pace.
E ai giorni nostri è ancora così.
Basta ascoltare ogni giorno le migliaia di persone che sbraitano: intellettuali, politici, amministratori che nell’affrontare un problema (che è il bersaglio da colpire) litigano continuamente dicendo ciascuno:
la cosa più importante per me…. è fare…. fare questo, fare quello…”.
E altri che ribattono: 
No, la cosa più importante per noi è…” e illustrano la loro soluzione…
E il problema, come la mela mitologica, come il corvo del malaugurio, come il pipistrello che tesse sventure, sono ancora lì.


                                       

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 22 Dicembre 2013 12:30 )
 

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