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Antonella Filippi - su dalle antiche scale PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 16 Luglio 2013 08:03

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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SU DALLE ANTICHE SCALE

di Antonella Filippi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 16 giugno 2013

 







Alcuni anni fa, durante un’escursione in montagna, eravamo stati costretti a fermarci in un rifugio a causa delle avverse condizioni del tempo.
Pioggia e grandine ci avevano colti lungo il sentiero, mentre stavamo uscendo dal bosco, e ci eravamo riparati sotto un gruppo di larici.
In lontananza avevamo visto profilarsi il rifugio e, appena la tempesta aveva dato l’impressione di allontanarsi, ci eravamo messi a correre verso quelle luci e il calore ospitale in cui l’ansia ci faceva sperare.
Il rifugio si trovava sulla cima di una spianata brulla e livida, di rocce calcaree scivolose per i molti passi che le avevano rese bianche e infide, ai piedi del sentiero che portava alla cima della montagna più alta della regione, che incombeva, grigia e battuta dal vento.
Il gestore ci aveva accolto con una certa filosofica sufficienza e ci aveva accompagnati alle nostre camere, comunicandoci laconicamente che la cena sarebbe stata servita di lì a poco.
Era già fine estate e non erano molti gli ospiti del rifugio, perciò dopo cena ci eravamo seduti tutti davanti al camino della sala da pranzo.
Che fosse per il vento che sibilava attorno al rifugio, ricordandoci il vuoto e le ombre, o che fosse per le luci delle candele che tremolavano nella stanza, ci eravamo ritrovati a parlare di case infestate e di presenze oscure.
Penso sia capitato a molti: una casa avvolta dalle tenebre, interrotte solo dal bagliore dei fulmini e dal lontano rintocco del tuono, lo scroscio della pioggia sui muri e sui vetri, il crepitio del fuoco smosso dal vento che si incanala nella canna fumaria e si abbatte sulle braci, il sollievo di ritrovarsi a condividere il calore e la protezione, il brivido improvviso che coglie pensando alla precarietà delle ore e dei giorni, mentre il vapore dell’umida morte fa ammuffire i pensieri e gela il cuore.
Così qualcuno aveva iniziato a parlare di racconti letti nelle sere d’autunno, in cui il crepuscolo anticipa i lunghi mesi a venire, oscuri e freddi, finché una degli ospiti del rifugio, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, si era schiarita la gola.
Quel suono così prosaico aveva fatto affievolire le nostre voci, che fino a quel momento avevano tentato di coprire i suoni della tempesta.
“Vorrei raccontarvi un fatto accaduto a me, molti anni or sono.”
Ci eravamo voltati tutti verso di lei, cercando di vederne il viso, che rimaneva tra le ombre della stanza smosse dall’ondeggiare della fiamma delle candele.
Il nostro silenzio l’aveva incoraggiata a continuare: “Molti anni fa, per vari motivi, avevo dovuto trasferirmi in una delle nostre città di mare, uno dei porti che hanno dominato le rotte mercantili e ingaggiato aspre battaglie contro l’opposta superbia delle altre repubbliche marinare. Gli alterni eventi avevano portato reggenti e prelati a costruire solidi palazzi che incarnavano gli interessi commerciali, mentre mostravano ai cittadini le facciate della potenza congiunta dello Spirito e del denaro.
Il palazzo in cui avevo affittato un appartamento era stato costruito verso il 1400 e aveva ospitato anche il Cardinale Cybo, il futuro Papa Innocenzo VIII, che avrebbe poi istigato misure molto severe nei confronti di maghi e streghe e i cui principi sarebbero stati incorporati nel Malleus Maleficarum, il manuale di caccia alle streghe per antonomasia. Fu anche colui che nominò Tomas de Torquemada grande inquisitore di Spagna e che fu un grande sostenitore dell'Inquisizione spagnola. Morendo nel luglio 1492, però, non seppe mai che, di là dal vasto oceano, sarebbe stato di lì a poco scoperto un continente di peccati originali che non avrebbe mai potuto mondare.
Nei secoli il palazzo era passato di mano in mano fino alla famiglia dei Cellario Serventi, che avevano modificato l’impianto originale del palazzo, trasformando i chiostri interni in loggiati chiusi da grandi vetrate e suddividendo gli appartamenti in maniera bizzarra, almeno per i criteri del nostro secolo.
Infatti, il mio appartamento era disposto su due piani, attorno al cavedio interno, e aveva forma di una “L”: al piano inferiore c’era un grande ingresso, sul quale si aprivano le porte di un salone che si affacciava sul mare e dal quale si passava in due camere da letto, poste una dopo l’altra. Da una si entrava in un ampio bagno, per accedere al quale, dall’altra, era necessario uscire nell’ingresso e passare in una stanza attigua, che fungeva da guardaroba, a fianco della quale si trovavano le scale per raggiungere la parte superiore della casa.
Salendo, si entrava direttamente nella cucina, dopo la quale c’erano un altro bagno e una grande dispensa. La cucina e il bagno avevano due porte-finestre che si aprivano su un terrazzo, che in parte era stato chiuso in muratura per ricavare una minuscola sala da pranzo.
Sulla porta della cucina, in alto, erano ancora visibili, pur se non più funzionanti, i campanelli con i numeri delle stanze del piano inferiore. Si, perché quella era stata un tempo la zona occupata dalla servitù. Nella dispensa, al fondo dell’appartamento, infatti, si trovava un’altra scala che una volta portava all’ultimo piano della casa e che ora finiva in modo inquietante contro un muro di mattoni. Mi era stato detto che, un tempo, quelle stanze facevano parte di un appartamento più grande che le ristrutturazioni e i litigi degli eredi avevano diviso.
I primi giorni dopo il trasloco, come ognuno di voi sa o può immaginare, ero stata troppo impegnata a sistemare ogni cosa secondo i criteri richiesti dalla nuova sistemazione per rendermi conto dell’atmosfera della casa.
Anche se si fanno conti millimetrici su una piantina, al momento di disporre mobili e divani, tappeti e quadri, l’imponderabile spirito delle cose rende disarmonico un accostamento che nella casa precedente era adeguato, costringendoci a rifare tutto da capo.
Ogni edificio, ma soprattutto un vecchio palazzo che ha visto passare dalle galee agli aerei, ha una personalità ben definita, sempre meno disposta ad adattarsi a chi ospita, e sempre più decisa a imporre il proprio ritmo.
Ogni edificio, ogni appartamento risente del riverbero dei suoni e degli avvenimenti, rimanda a chi ci vive l’eco di voci antiche e il bagliore di ombre lontane.
Così avevo considerato in modo superficiale alcuni eventi che, all’inizio, mi avevano inquietato non poco, ma che avevo cercato di spiegare in modo razionale.
Una mattina, mentre stavo sistemando gli asciugamani in un baule nel bagno al piano superiore, con la coda dell’occhio avevo visto un movimento e mi ero alzata di scatto.
Una figura indistinta mi era passata accanto e si era rapidamente diretta verso la dispensa.
Avevo fatto in tempo a percepire, più che a vedere, che si trattava di una figura femminile.
In pochi secondi mi erano venute in mente tutte le possibilità, da quelle più realistiche a quelle improntate alle “zone di confine” tra inconscio e coscienza, che risentivano dell’atmosfera della casa: avevo, senza accorgermene, lasciato aperta la porta? (in effetti qualche ora prima ero rientrata con la spesa… aveva forse suonato il telefono in quel momento e la necessità di rispondere mi aveva fatto tralasciare…) o qualcuno l’aveva forzata? (potevo anche non aver sentito il rumore...) o era forse un’allucinazione? fino a pensare di essere morta e che la donna fosse la nuova inquilina dell’appartamento. Avevo sorriso.
Un brivido mi aveva colto, però, salendo lungo la spina dorsale, immobilizzandomi e gelando il mio sorriso: la donna, passando, non aveva fatto alcun rumore.
Ma qualcosa non tornava: avevo avuto l’impressione, quell’insieme di particolari colti al volo che si traducono in un’immagine d’insieme, che la donna fosse abbigliata come una cameriera.
Avevo sorriso nuovamente: in effetti, poco prima, china sul baule, avevo pensato che un aiuto sarebbe stato gradito e che non vedevo l’ora di sedermi.
Tutto questo avevo ipotizzato in quei pochi secondi prima di decidermi a seguire quell’ombra nella dispensa.
Nella stanza non c’era nessuno.
Devo premettere che già da quando avevo visitato l’appartamento la prima volta, accompagnata dall’incaricato dell’agenzia immobiliare, avevo tratto un’impressione negativa dalla dispensa, una vaga sensazione di pericolo e di angoscia, che razionalmente avevo attribuito alle scale terminanti contro il muro polveroso e sui cui gradini si trovavano ancora alcuni mattoni sbreccati.
Questa impressione mi era stata comunicata anche dalla mia amica Franca.
Nella sua famiglia si crede che solo le donne possano avere la percezione di ciò che si nasconde nelle ombre.
Era venuta a trovarmi un pomeriggio e, come fanno le donne tra loro, l’avevo condotta a visitare la casa.
Ridendo, avevo aperto le porte-finestre che davano sulla terrazza, facendo entrare il sole nella cucina e nel bagno.
Dopo aver ispezionato l’ampio spazio esterno, dove era presente anche un rubinetto per l’acqua, sotto il quale volevo far murare un antico lavandino di marmo, e aver fantasticato di amache, ombrelloni e tavolini, avevamo finito il giro con la dispensa.
Franca era impallidita e l’avevo vista rabbrividire, ma avevo pensato che si trattasse del rapido passaggio dal sole all’ombra fredda della stanza.
Solo dopo alcune esperienze che mi avevano procurato una certa ansia, si era decisa a dirmi quello che aveva provato quel giorno.
Le esperienze di cui parlavo poco fa si svolsero durante la notte, pochi giorni dopo aver visto la figura femminile passarmi accanto e svanire nella dispensa.
Quella sera mi ero addormentata abbastanza tardi, come sempre.
Non ho mai avuto disturbi o modificazioni del sonno, né risvegli notturni preda di pensieri angosciosi, né lenti rotolamenti tra le lenzuola, in attesa dell’abbandono alla notte.
Già da quando ero piccola, a quanto più tardi mi raccontarono i miei genitori, non volevo riposare al pomeriggio, dicendo che perdevo tempo, perciò potete immaginare come, crescendo e potendo regolare il tempo secondo i miei ritmi, andassi a dormire piuttosto tardi e mi svegliassi poco dopo l’alba. Il mio sonno è sempre stato tranquillo e popolato di sogni piacevoli, qualsiasi fossero i turbamenti o i problemi vissuti durante il giorno.
L’ho sempre ritenuta una grande fortuna, perché mai erano venuti incubi a visitarmi e al mattino, appena aprivo gli occhi, ero perfettamente sveglia e di buon umore.
C’è chi dice che questo dipenda da buona digestione e cattiva memoria, e ritengo sia la verità.
Una sera, come dicevo, e come al solito, mi ero addormentata poco dopo mezzanotte.
A un certo punto della notte avevo aperto gli occhi e mi ero ritrovata perfettamente sveglia, come se fosse ora di alzarsi.
Non potevo muovermi.
Avevo come sempre lasciato aperta la porta della camera da letto e, nell’arco dell’unica finestra dell’ingresso visibile dal mio letto, avevo visto muoversi lentamente uno sciame di piccole luci rosse.
Avevo sbattuto le palpebre, ma le luci non erano svanite.
Non riuscivo a muovermi.
La sensazione di immobilità mi rendeva difficile anche respirare o deglutire, come se qualcuno fosse sdraiato sopra di me.
Un formicolio che dal collo saliva alla nuca mi aveva fatto capire che mi si stavano rizzando i capelli in testa.
Ma non provavo paura, solo una certa ansia legata al fatto di non avere mai vissuto prima una simile situazione  e di non sapere cosa fare.
A un certo momento avevo pensato: “Chi sei?”
Subito la sensazione di paralisi si era dissolta, le luci erano sparite, e avevo percepito nuovamente il mio corpo.
Mi ero alzata.
A piedi nudi, senza perdere tempo, ero andata alla finestra davanti alla quale avevo visto ondeggiare le piccole luci rosse, pensando che, per un caso assurdo, il vicino avesse inaugurato un nuovo sistema di illuminazione, ma tutto, nel palazzo, era buio e quiete.
Anche i rumori della strada erano fiochi e lontani.
Ero tornata a letto e in pochi minuti mi ero addormentata.
La mattina dopo avevo liquidato il ricordo della notte come quello di un sogno lucido, che avevo manovrato a mio piacere per scopi che, come sempre, nei sogni rasentano quella sottile linea che divide la razionalità dai prodotti dell’inconscio.
Avevo anche pensato agli esiti di un’improvvisa e inspiegabile paralisi notturna.
Insomma, come tanti in quest’epoca di molti ingranaggi e poche nuvole, avevo cercato di spiegare l’episodio della notte in modo razionale.
Come se “razionale” volesse dire veritiero, valido e saggio, mentre tutti voi sapete che saremmo molto più savi, realistici ed efficaci se solo accogliessimo con fiducia le istanze inconsce.
Ma tant’è: non c’è società attuale che non reputi in alto grado la meccanica e disprezzi la filosofia.
Perciò, nelle sere a venire, ero andata a dormire senza timori.
Così, qualche notte dopo, quando riprovai la stessa sensazione di paralisi e vidi nuovamente le piccole luci rosse, da una parte ne fui sorpresa, mentre dall’altra fu come se avessi atteso quietamente che quel momento si ripresentasse.
Quella volta, però, non avevo chiesto: “Chi sei?”, ma “Cosa vuoi dirmi? Cosa posso fare per te?”
Subito avevo provato una profonda tristezza, un dolore che mi aveva strappato dalla mia penosa immobilità e avevo visto, come avvolta dalla nebbia, la dispensa: un piccolo letto addossato alla parete, un armadio basso a due ante, smaltato di bianco e verde chiaro, all’altra parete, quella da cui partivano le scale che portavano al piano superiore, una brocca e un catino sotto la finestra ai piedi del letto.
Una ragazza aveva appena finito di indossare una camicetta chiara e una gonna nera a pieghe, sulla quale era annodato un semplice grembiule bianco con due tasche e stava nascondendo una treccia di capelli scuri in una cuffia con piccoli ricami rosa.
In lontananza, un suono deciso aveva fatto scattare il numero di una stanza e la ragazza era uscita da quella che per me era adesso la dispensa.
Poi le luci e le immagini erano sparite e io ero piombata in un sonno senza sogni.
La mattina seguente avevo telefonato all’amministratore, chiedendogli se avesse notizie più approfondite delle persone vissute nel palazzo in passato, ma i dati in suo possesso risalivano al massimo a 30 anni prima.
Non volendo spiegare la motivazione reale che mi spingeva a cercare tali informazioni, avevo detto che mi interessava conoscere la storia del luogo in cui avrei abitato.
Probabilmente supponendo che fossi un’eccentrica perditempo, l’amministratore mi aveva detto che avrei potuto rivolgermi all’anziana proprietaria, che viveva nel palazzo stesso, al primo piano, oppure fare ricerche in biblioteca.
La proprietaria, una donna magra solo all’apparenza fragile, dava l’impressione piuttosto di qualcuno che ha superato le maree della vita riuscendo a schivare i colpi di un matrimonio mal riuscito e a raggiungere uno stato di eterea soddisfazione nell’essere finalmente vedova.
Dai suoi ricordi e dai sentito dire, che pure risalivano a quasi un secolo prima, non era emerso nulla che potesse chiarire il mistero di quell’apparizione.
La sua esposizione delle storie di famiglia, in ogni caso, era stata fonte di grande interesse per me. Alcune delle cose che aveva raccontato, infatti, mi avevano fatto immaginare un possibile scenario: una cameriera chiamata in una stanza, un uomo che chiude la porta, la costringe sul letto e lei è immobile, schiacciata, impossibilitata a respirare per la paura e il dolore.
E qualche mese dopo, quando il suo corpo comincia a cambiare, cade o qualcuno la spinge giù dalle scale e il suo triste fantasma ne ripropone l’agonia a chi abita in quell’appartamento.
Qualche giorno dopo, e per alcuni giorni, avevo setacciato i documenti delle raccolte storiche della biblioteca, ma senza esito alcuno.
Vorrei potervi dire che dalle mie ricerche avevo scoperto antiche cronache che parlavano della misteriosa scomparsa di una ragazza, di una cameriera, o del ritrovamento, nei lavori effettuati a fine ‘800, di uno scheletro dietro al muro di mattoni in cima alla scala della dispensa, e di uno scheletro più piccolo, ma non è così.
Qualche notte dopo, l’ormai familiare sensazione di immobilità si era ripresentata, insieme alle piccole luci rosse.
Non avevo trovato niente, nessuna notizia su di lei, ma forse non era importante.
Avevo provato una grande compassione per il suo lungo chiamare qualcuno, un estremo dispiacere per quel richiamo inascoltato, una profonda vicinanza con quella spaventata impotenza, per quella disperazione tradita.
Le avevo detto che, finché fossi vissuta, ci sarebbe stato qualcuno con lei, nel suo viaggio solitario.
La sensazione di immobilità e le danzanti luci rosse erano sparite e, non so come, avevo capito che non sarebbero tornate.
Forse ognuno di noi deve accompagnare qualcun altro lungo la via, non importa dove, non importa come. Solo essere vicino, al di là delle parole, del tempo, dello spazio, per lenire la sofferenza, per diminuire il tormento, per superare quella soglia solitaria che aspetta tutti noi.
Da quel giorno, e per tutto il tempo in cui rimasi nell’appartamento, non si verificarono più quelle strane manifestazioni e, a quanto ne so, non si ripresentarono più neppure dopo. Forse, alla fine della mia vita, lei sarà là, ad aspettarmi, e allora ci conosceremo.”

Eravamo rimasti tutti in silenzio per un po’. La pioggia aveva adesso un suono leggero, un rimpianto gentile per le capriole sulle foglie. I tuoni si stavano allontanando e nella caligine del cielo, dietro le nubi, si intravedeva la luna.

Sulla sedia non c’era più nessuno.





                                       

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 16 Luglio 2013 15:24 )
 

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