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Pietro Tartamella - musiche e animali PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 05 Luglio 2013 10:32
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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MUSICHE E ANIMALI

di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 16 giugno 2013

 




L’olifante è un corno d’avorio fatto con la zanna di elefante,
strumento a fiato che emette un suono intenso e caldo.
Famoso l’olifante dell’eroe Orlando che lo suona
per avvertire Carlo Magno, re dei Franchi,
a Roncisvalle, nell’imboscata che i saraceni gli hanno teso.
Si legge nella Chanson de Roland capolavoro di 4000 versi
scritto intorno alla metà dell’undicesimo secolo da un certo Turoldo:


Con gran pesanza e affanno e con gran duolo
soffia ne l’olifante Orlando. Il sangue
spiccia da la sua bocca e pulsan forte
a le tempia le vene; il suono vola
lontano, acuto, altissimo. Il re Carlo
l’ode a le fonde gole, e Namo e i Franchi.




L’arrivo a Torino, in corso Vigevano, era previsto per le ore 23.00 circa. Siamo in orario. Il pullman della ditta Linea Azzurra avrebbe fatto una breve sosta alla stazione di Lione dove Domenico, l’autista, avrebbe avuto il cambio alla guida. Un altro autista infatti lo aspettava in quella stazione. Forse saremmo riusciti a fare anche un’ultima tappa di qualche minuto nell’autogrill di Bardonecchia per un caffè e una pipì.
I ragazzi della compagnia integrata (normalità & disabilità) “Viaggi Fuori dai Paraggi” avevano rappresentato il loro spettacolo “Lo Strillone” a Gent, in Belgio.
Durante il lungo viaggio di ritorno avevano commentato con entusiasmo le loro esperienze. Le loro menti frullavano di ricordi da raccontare agli amici e ai genitori.
Il sole va già tramontando.
Eccoci alla stazione centrale di Lione. Sostiamo lungo la strada trafficata, accendendo le luci di posizione a intermittenza. Si tratta di restare lì solo qualche minuto.
L’autista scende per guardarsi intorno e, una volta che lo avesse intravisto tra la folla o seduto a un bar, avrebbe fatto un segno con la mano al suo collega per dirgli siamo qui, siamo arrivati. Scendo anch’io sul marciapiede.
L’autista di ricambio non si vede.
Domenico lo chiama al telefono, ma niente da fare: il collega ha il cellulare spento!
Scende dal pullman anche Luca. Poi scendono Antonella, Beatrice, Silvia, Anna, Clelia, Davide… Significa che da tre quarti d’ora siamo qui nella stazione centrale ad aspettare.
Hanno forse rapito l’autista?
Intreccio di telefonate con la sede centrale della ditta. Domenico è frenetico e nervoso.
Solo dopo un’ora finalmente rintracciamo il collega. Scopriamo che ci aspetta in un’altra stazione! E’ là da mezzogiorno che aspetta!
Il mio personale consiglio è di suggerire all’autista che si è perso di prendere un taxi o un treno e di raggiungerci alla stazione di Lione Centrale. Ma lui risponde che non ha abbastanza danaro per il taxi. I due autisti chiudono la comunicazione. Domenico mette in moto. Lo andiamo a prendere alla stazione di St. Exupéry, dice. Sono trenta chilometri circa. E’ già l’imbrunire.
Il nervosismo sta serpeggiando tra i ragazzi che ormai hanno intuito che non arriveremo per le ore 23.00 a Torino.
Sfortuna vuole che malgrado il tom tom incontriamo le strade bloccate, ora per un incidente, ora per lavori in corso.
Dopo lunghi giri, finalmente arriviamo alla stazione di St. Exupéry. É ormai è buio.
L’autista di ricambio? Nessuna traccia!
Domenico riesce a parlargli al cellulare. Sorpresa: si è spostato con un treno alla stazione centrale di Lione! Sembra di essere dentro un film comico in bianco e nero. Questa volta non ci muoviamo: che prenda un taxi e ci raggiunga qui, lo paghiamo noi il taxi! Il direttore della ditta è mortificato per questo assurdo inconveniente.
I ragazzi sono preoccupati e percepiscono il nostro generale nervosismo e il nostro disappunto. Tommy espone il suo ragionamento ad alta voce: “Così non si fa, non è giusto!”. Antonellina ha una lacrima, è preoccupata di arrivare in ritardo, e il buio fitto già la inquieta. Davide manda impropèri ad alta voce all’autista che si è perso.
Finalmente eccolo l’autista! E’ arrivato con un taxi e sta scendendo con gli occhi bassi.
Senza una parola si mette subito  al volante. Ripartiamo alla volta di Torino in un silenzio di tomba. Non eravamo mai tornati da un viaggio all’estero con un silenzio così cupo.
Giro di telefonate ai genitori per informarli che purtroppo non arriveremo alle 23.00, ma intorno alle 2/3 del mattino, se tutto va bene. Per fortuna li sentiamo al telefono comprensivi.
Tutti i ragazzi hanno lavorato con la loro immaginazione: quel contrattempo li ha messi in uno stato d’ansia. Cerchiamo di calmarli e tranquillizzarli. Mi viene l’idea di coinvolgerli in una storia, per distrarli.
E dunque inizio a gran voce, rompendo il cupo silenzio che regna nell’anaconda oscurità del pullman:

“Il SASSÒ-FONO aveva la testa dura, più dura di una TESTUGGINE.
La MARMO-TTA ce l’aveva ancora più dura e aveva il sogno di fare la CA-VALLETTA in televisione. Quando, un giorno d’estate, la MARMOTTA disse a bruciapelo al SASSOFONO: “Va’ a fanCHIURLO!”, il SASSOFONO ci rimase di sasso”.


I ragazzi non si aspettavano che avessi voglia di giocare in quel clima di tensione che si era creato. Sento alcuni risolini leggeri qui e là.
Dopo alcuni secondi di silenzio è Luca che prende al balzo la parola e continua:

“Offeso da quella impertinenza il SASSÒ-FONO si chiuse in casa nella sua STARNA trattenendo la voglia di mettere sotto i piedi della sua amica un BOMBO o un BOMBARDINO”. 

I ragazzi si girano a guardare Luca. Hanno capito che stiamo inventando una storia. Una storia assurda certo, come spesso ci capita di inventarne per gioco.
Silvia, seduta vicino a Luca, raccoglie il gioco e aggiunge:

“Non sopportava di essere preso per il NASELLO”.

Io continuo:
“Dalla porta filtrava uno sssssssssPIFFERO d’aria e un raggio di sole FRINGUELLO. La MARMOTTA aspettava fuori, immobile, impietrita dalla reazione insolita del suo amico, ed era molto BUFFALA col suo ombrellino parasole”.

I ragazzi ridono all’idea della marmotta sotto il sole con l’ombrellino. Bene, il clima sta cambiando nel pullman, forse ce la facciamo a concludere il viaggio con allegria come sempre avevamo fatto in passato. Continuo:

“TRIN-TRIN-TRIN… tri-llò tre volte il tre-lèfono, ma il SASSÒ-FONO non rispose una TRICCABALLACCA”.

I ragazzi non conoscono tutti i nomi degli strumenti musicali e degli animali che stiamo inserendo nella storia, e Tommy, Mila, Angelo, e perfino Grazia, la mamma di Simona, chiedono: “che cos’è un tricca-balla-hacca?”.
Il triccaballacca è un strumento a percussione utilizzato a Napoli e nel sud Italia nella musica popolare. E’ quello che ha tre bastoncini che percuotono un pezzo di legno montato al centro. Produce un suono ritmico, un ticchettio di legno su legno.

“Il SASSÒ-FONO tirò lo sciacquone dopo aver fatto la BI-SCIA due volte e la CACCAVELLA che sparìrono in un baleno risucchiate dal water”, aggiunge Luca sornione.

La caccavella, detta anche putipù, è uno strumento a membrana e a frizione. Quella specie di bidone con al centro un’asta di legno che viene spinta in su e giù e produce il suono per frizione della membrana. Lo usano i napoletani e nel sud Italia.

“Il SASSÒ-FONO avrebbe voluto risponderle: “Va’ affanCÙCULO tu!”. Ma si era trattenuto per EMÙcazione. La MARMOTTA, sorda come una CAMPANA, non si accorse di nulla”.
E’ ancora Silvia a continuare la storia. Con nostra sorpresa si dimostra versata in questo gioco di parole e frasi assurde. E’ dei nostri insomma.

“Sino a quel giorno erano sempre stati amici molto CARILLON”.
Parole di Davide! Davide, seduto dietro l’autista, è ancora pieno di ALCErrima rabbia per il contrattempo delle stazioni, e avrebbe voluto dire all’autista che aveva preso LUCCIOLE per LANTERMITI: “Chi rompe PAGURA e le COCCINELLE sono sue”.

“Cos’era successo dunque? Perché quell’insulto della MARMO-TTA? Perché tutto quell’ÀSTICE?”.
Beatrice, giovanissima, si è insinuata anche lei timidamente nel racconto. Tommy, Davide, Antonio, Debora, la incoraggiano.

“La visita che la DONNOLA aveva fatto al SASSOFONO il giorno prima, CETRA qualcosa? Da un po’ la DONNOLA GHIRONDAva intorno al sassofono. Le sue braccia come una CINGHIAla lo avevano stretto, prima forte forte e poi anche CIUFFOLOTTO, e poi PIANOFORTE. Fra i due era forse nato qualcosa di tenero e di GNU GNU? Per questo la MARMOTTA si era ingelosita?”.

Mi rendo conto che la mia frase è lunga e difficile. Mi precipito a specificare che la donnola è un animale ghiotto di galline, ha il pelo morbido, di colore fulvo, è agile, veloce, si arrampica e nuota con grande maestria, si fa la tana in mezzo a mucchi di pietre, nelle muraglie, nelle buche scavate per terra, e va a caccia di solito la notte.
Il ciuffolotto e un uccellino simile al passero e al fringuello, ha un ciuffo nero e il ventre di solito bianco, si nutre di semi e bocciòli.
Lo Gnu è un grosso animale dell’Africa, una specie di incrocio tra l’antilope, il bue e il cavallo. Pascola al mattino e alla sera, mentre di giorno riposa all’ombra degli alberi. E’ molto socievole, spesso sta in mezzo alle zebre e alle antilopi. Può affrontare con coraggio il leone emettendo un muggito simile a quello del bue.

Luca ha trovato intanto altre parole per continuare la storia:
“Il SASSOFONO dunque decise di fare FAGOTTO e di partire a piedi, senza una LIRA in tasca. Era davvero senza lo STAM-BECCO di un quattrino! S’incamminò a piedi, LEMMING LEMMING, perché non aveva una VESPA”.

Beh, il fagotto è facile: uno strumento a fiato, lungo circa due metri e mezzo ripiegato ad U. Anche la lira è facile: un antico strumento a corde che si può suonare col plettro o con le dita, molto usato nella Grecia classica, simile alla cetra che ha una cassa di risonanza più grande. Il lemming è un roditore artico simile al topo.

“Prima di incamminarsi il sassofono chiuse la porta a CLAVES. Non sarebbe stato PERNICIoso per lui avventurarsi tra le montagne, perché aveva un gran LIUTO per l’orientamento”.

Le claves sono quello strumento a percussione formato da due semplici bastoncini che vengono battuti ritmicamente fra loro.

Con sorpresa anche Antonella, l’amica di Beatrice, giovanissima anche lei, e decisamente magra,  dà il suo contributo: “Per la NUTRIA, facendo una buona CERNIA,  avrebbe fatto un FLAUTO pranzo”.

E Luca aggiunge:
“Avrebbe fatto un FLAUTO pranzo con una BACCA-LÀ, e frutti, fiori, radici, cardi, CARDELLINI, BARRACRUDA, a costo di scavare BRUCHI per terra, o di prenderli al LUCCIO, condendoli con olio e CRI-CETO, o friggendoli in PATELLA, CONGAS”.

Il barracuda è un grosso pesce d’acqua salata che può raggiungere qualche volta anche i due metri di lunghezza, ha due potenti mascelle e denti aguzzi, si nutre di pesci e calamari.
Il luccio è un grosso pesce d’acqua dolce con la testa grande e allungata, e una bocca enorme con denti uncinati. Sulla lingua ha 500 microdenti affilati. Caccia stando immobile tra le piante acquatiche e si nutre per lo più di pesci morti o malati. E’ buono da mangiare.

A questo punto mi sembra che ci stia bene una frase del tipo: “Di sicuro quella splendida PAPPA-GALLO … LOCUSTA mucho!”.

“Per il freddo aveva una lunga sciARPA di LAMA”, aggiunge Valeria seduta qualche posto più in là, vicino a Mila, e che sinora aveva soltanto ascoltato e sorriso.

Luca è molto preso dal gioco e continua ad aggiungere e costruire frasi:
“Di notte avrebbe fatto una piccola LUCErtola con una fOCARINA e avrebbe dormito su un FRISCALETTO”.

Il friscaletto è uno strumento aerofono, una specie di flauto.

I ragazzi restano sorpresi ora di sentirmi cantare le ultime parole della mia frase:
“Il SASSOFONO si incamminò tutto SOGLIOLO e soletto, ma VIPERATTIVO, COLIBRÌ… sottobraccio e a camicetta a fiori blu…”.

Ora, svegli e tranquillizzati, i ragazzi seguono la storia e cominciano a ridere alle diverse battute assurde che stiamo cucendo insieme.

“… Il Sassofono si incamminò verso le alte ciVETTE e raggiunse le più sperdute CIMECI senza temere la SETAR e senza che nessuno lo SEPPIA”.
Silvia è proprio una bella compagna in questo genere di giochi di parole!

Il setar è uno strumento di origine persiana a tre corde, della famiglia dei liuti. Si suona pizzicando le corde con il dito indice della mano destra.

“Avrebbe fatto TABLA rasa del suo passato”
, aggiunge Davide ridendo.

Anna e Clelia sedute in prima fila ascoltano nel buio. Anche Antonella, la mamma di Beatrice, seduta vicino ad Angelo, sorride. Antonio, Fabrizio, Enrico, e perfino Domenico, l’autista che ora si riposa sul sedile a fianco del guidatore, ascoltano con curiosità le frasi frammezzate da silenzi che emergono qui e là da posti diversi.
Perfino Nagi e Florian che sono a Parigi, e Ip e Denise che sono a Gent, possono sentire le nostre LONZATE.
E la storia piano piano va dipanandosi nella notte sino a Torino:
 
“Si arrampicò lungo i LOMBRICCHI più alti STRUZZOLANDO ogni tanto qui e là”.

“CAMMELLA, CAMMELLA, attraversò una vasta PIANOLA e poi un grande IPPO-CAMPO di grano”.

“Affrontò ogni fatica a MULO duro. E pensava: “Al riSTORNO PÀSSER-Ò di nuovo di qui di sicuro”.

“Sulla sua testa volavano alti nel cielo, tra le nuvole, uccelli neri e ciechi: CAPINERE, GRU CINERINE, e C-ORBI”. Anche le nuvole si erano fatte cupe e nere e pensò: “Speriamo che non PIOVRA”.

“Era l’anno 2013 dopo SISTRO, nel mese di arAGOSTO”.

“La MARMOTTA restò ad aspettare sotto il parasole per un tempo infinito, fino a che non le comparve sul VISONE la prima tartaRUGA. Faceva così caldo che quasi rischiò di liquefarsi al sole come un tamBURRO”.

“E intorno alla MARMOTTA chi c’è? Beh, c’è la LIBELLULA formica mica male che è stata appena eletta Miss Boschetto e che nascosta dietro un albero sta facendo la PIPÌ-STRELLA. E a guardarla, tutto nudo, chi c’è? C’è  lo SCUOIATTOLO, che esclama: CHI-HUA-HUAUUUU! E pensa: “Speriamo che non si COBRA”. E si pone anche un problema: quattro x quattrolo? Sedùcila!
Oggi ci sono anche i FORMICH-IERI.
Il TRUC-HECO c’è, ma non si vede. Aveva male ai DENTICI!”.


“Sul sentiero il SASSOFONO incontrò l’animale più religioso, il più spirituale, il più orientale che ci fosse: il CAN-GURU, che saltellava con una lunga BARBAgianni da un muro all’altra MUR-ENA”.

“Il CAN-GURU disse al SASSOFONO: “Vai sempre dritto, troverai presto uno stagno grande MILLEPIEDI, io pregherò, reciterò un’ ORATA per te”. E saltò via correndo RATTO”.

“Incontrò lo stagno dove un animale molto stRAGNO si innamorò di lui a prima vista e che,  presentandosi, gli disse lANGUILLANDO: “Io sono L’IPPOPOTÀMO”  e avrebbe voluto, TAC-CHINO su di lui tendere la zampa per toccarlo con la sua MAN-GUSTA. Per lui il SESSOFONO era un chiodo FISSARMONICO!”.

“Il SASSOFONO si TALPA le TUBE ché proprio non voleva rischiare un TRIANGOLO amoroso con l’IPPOTÀMO, la MARMÒTTA e la DONNÒLA. Tre MANTIDI erano troppi!”.

“Nei pressi dello stagno viveva anche ZARA, il PA-GURU veneziano balbuziente che era anche lui molto religioso, e zen e ZAN, ed era avvolto da una MINITAUREOLA di mistero. Dal CONIGLIOLO della sua casa usciva un fumo azzurrognolo. Il sassofono scambiò quattro NÀCCHERE con il PAG-GURU che non fece nemmeno una PAPERA, e poi riprese il viaggio”.

“Ed ecco dietro una diga di tronchi incontrò il più mansueto e ricco animale del mondo: il CAST-ORO che lavorava di buona IENA e che gli diede qualche LIRA per il viaggio. Ma il sassofono non sapeva che in quelle montagne le lire non servivano, perché le cose si pagavano con le “spine”: una spina valeva un CENTAURO”.

“Attraversò mezzo stagno a piedi e si bagnò sino al PETTIROSSO. Chissà se si ACCIUGA!” L’altra metà dello stagno lo attraversò in VONGOLA in un solo quarto d’ORATA andando contro COURENTA nel vento che FISCHIETTA. Per non fare fatica a remare avrebbe attraversato volentieri lo stagno con un aereo o un FENICOTTERO, o anche con due TASSÌ, uno adesso e uno al ritorno. Quando mise piede a terra sull’altra riva esclamò: pofferBRACCO!. C’erano cinque grosse femmine di TASSO ad aspettarlo con un cestino in mano. Se voleva proseguire, doveva pagare le TASSE.
Pagò cento spine e venti CENCERRI (strumento musicale latino-americano, una specie di campanella che si percuote con un legno)”.

“Il CLARI-NETTO, il più pulito e profumatissimo e schietto strumento musicale, gli augurò buona fortuna e, tornato a sdraiarsi con la schiena al sole, continuò ad ABBRANZINARSI e a prendere la TINCARELLA sui suoi fianchi a SPIGOLA”.

“Conobbe di persona il re della foresta: il LE-UAN, che era nato a Torino e aveva vissuto in Inghilterra, e si chiamava LEO-NE!”
Il sassofono gli chiese: “Dove posso fare la cacca?” ché gli era venuta una colica RENNA-LE. LEO, che parlava l’inglese e il GERMANO, gli rispose “FALLA-FAR, FALLA FAR…” e gli indicò un grande albero lontano dove c’era una fresca TR-OMBRA. Il sassofono la fece in un BATTERIO d’occhio, ma il TAN-FANO si sentiva anche da lì.
 “E’ CACATUA” commentò Leo, quasi sapesse che quel visitaTORO scaCOZZA sempre. (IL Cacatua è un pappagallo).
Il SASSOFONO, emise un lieve BRONTOLOSAURO e pensò che LEO fosse un imPICCIONE, e poiché FA-GIA-NO-TTE, comprò da LEO un kilo di cotica per 100 spine, e un fagiano vero che pagò ben 200 spine. Mangiò così tanto che la sera mollò più di un PITONE nel buio”.

“Incontrò da lì a poco il RICCIO che era perfino più RICCIO del CAST-ORO”.

“Incontrò l’animale più western, più scontroso, più ubriaco e più APEstato di wiskey, il BUFFALO BRILL che molto disinVOLPE ebbe il CORMORANO coraggio di dirgli “Io nemmeno ti MA-CACO”. E poco più in là c’era suo fratello col viso butterato, esperto di economia, BRUFFOLO-PIL così diverso e LUCCIDO. Avevano una forza TOTANICA. BRUFFOLO-PIL aveva la PEC-ORA, la posta certificata”.

“Incontrò di notte l’animale più galattico e misterioso, il G-UFO”.

“Conobbe, vicino al monumento del MITILE ignoto, l’animale gentiluomo: il “SER-PENTE”.

“Incontrò le GRU, famosi animali costruttori, e fu testimone del dono dell’ubiquità del volatile maestoso che andava dA-QUI-LA”.

“Incontrò i MAI-ALI, animali che non avrebbero mai volato”. 

“Incontrò il TOPO che di solito viveva a TOrino sul PO, e vide il più veloce di tutti: la TROTTA”.

“Sentì l’ultimo TA-RANTOLO della T-ORTO-RA contadina, ZEBBRA di BO-VINO che moriva. TU-CANO quoque! Le fece le più sentite CONDORGLIANZE e gli espresse il suo più vivo CAPODOGLIO. La tortora era caduta dal nido e a nulla servì la fasciatura delle zampe con una GARZETTA. Era un uccello saggio, coscienzioso, retto, ma quando morì, semplicemente, FU-RETTO. Lo seppellirono in una GRANCASSA”.

“Poiché a forza di camminare gli facevano male i POLPOCCI, si riposò qualche ora legando una LÙMACA a due alberi ”.

“Ripreso il lungo e impervio CAIMANO incontrò un ORSACCHI-OTTO, un LUP-OTTO, un GHI-OTTO-NE, un CONTROFAG-OTTO tutti esperti di matematica, e gran poeti, proprio come MER-LUZI”.

“Nel tardo pomeriggio, superata un’altura, scORSE un’allegra LOMBRICCOLA accampata sulle rive del FOLAGHETTO a fare un PIC-NICCHIO con grande frastuono e REMORA di voci. C’erano: il giornalista-editore inglese NEWS-PAPERO. C’era il tenero, sentimentale, ROMANTIDE e poetico À-CARO.
C’era un gruppo di rumorosi CHI-URLI cinesi che costruivano un MULO di cinta. C’era il più dispettoso di tutti: il COCCODRIN…
E il più odiato, tanto che ha pensato “Ora LO-STRUZZO”.
C’erano animali che parlavano agli alberi con gran CICA-LECCIO.
C’erano i due fratelli artisti, disegnatori, fumettisti: GHIRI-GORI.
C’era l’instancabile arrampicatore barese che come Tarzan si spostava da un albero all’altro con le L-IENE: era il famoso SCALA-FAGGIO.
C’era anche una falegnamessa: la FÒRMICA.
Fra tutti SPIC-CAVIA, col suo malloppo di mappe in mano, il famoso geologo roditore che aveva sempre mal di pANCIA: il Dottor: TOPO-NO-MÀSTICA.”

“Ah, dimenticavo: nella LOMBRICCOLA c’è anche un ricco imprendiTORO che BLATTE le mani!”

“Incontrò la TESTUGGINE di color RAMARRONE ignorante come una CARPA che con il cervello che pesava un GRAMMOFONO non capiva mai una GAZZA, né una GAZZELLA, né un KAZOO. E se gli chiedevi qualcosa rispondeva sempre come caduta da una nuvola: “A!-SI!-NO!”.

“Oltre a tizio e sempronio incontrò alcuni CRÒ-TÀLI e un formiCAIO.
Conobbe un animale d’alto rango, il più ballerino, che aveva vinto tante coppe in tante gare: l’O-RANGO-TANGO. E c’erano due altri ballerini che ballavano il CAN CAN, ma non era un CAN-CHÉ. Si chiamavano CAN-ARINO e PELLI-CAN. Quando non ballavano, cantavano canzoni di LUCCIO Battista”.

“Incontrò la LONTRA, animale capitale dell’INGHILDERRA”.

“E vide con suo grande stupore DELFINO il più dormiente degli esseri: il DORMEDARIO, ed esclamò “NIBBIO che portento, VACCHÉ sei furbo tu!”.

“il PIDOCCHIO, che lo aspettava sul sentiero tenendo in mano una paletta rossa con su scritto STOP-O, gli disse: “Credimi, io sono l’animale più veloce, non ti conto BALENE”. Il sassofono ci rimase di BIACCO (rettile diffuso in Liguria), perché non riusciva a capire come potesse il PIDOCCHIO, senza ZAMPOGNE, così piccolo, con quei minuscoli piedini e quelle sottilissime GAMBERETTE, essere l’animale più veloce. Vedendolo pensieroso il PIDOCCHIO, agitando la sua scritta in C-ORSI-VO, gli tolse ogni dubbio, e disse: “Perché sono sempre in testa!”.

“Si trovò faccia a faccia con Re Artù e il mago ERMELLINO che avevano le spalle come un ARMADILLO e insieme pesavano una TONNOLLATA. Ma lo contraddirono dicendogli: cala, cala, CALA-MARO. Li lasciò lì, tali e sQUALI, e camminando si S-GRANCHIÒ le gambe”.

“E vide sul sentiero una lunga fila di RAN-OCCHI che mettendosi sull’attenti lo guardavano fisso, e tutti gli dicevano: “Fermati non essere GECO, non essere ORBETTINO, facciamo insieme una GRILLA-TA, non essere GECO, non essere ORBETTINO, facciamo insieme una GRILLA-TA”.
E lui rispondeva, RANOCCHIO per RANOCCHIO uguale  sessanta RANOquacchio!”.

“Restò stupito di scoprire che il GABBI-ANO era orfano, perché gli era morto il BABBUINO, e aveva il culo come una prigione, e malgrado tutto cantava e suonava il MANZOLINO”.

“sentì nitrire un avvocato equino: il CAVILLO”.

“Il sassofono disse “Ehi RAGA! NELLA mia vita non ho mai incontrato tanta bella gente ed è MERLO un uovo oggi che una GALLINA ROSPA-NTE domani”. E tutto GONGolante, spostandosi sotto un’ombra più in là, fece CIN-CIL-LÀ bevendosi una birra alla SPINET fatta con il LUPOlo”.

“Attraversò la regione come una RAZZA con il TAPIRO roulant senza farsi nessuna BUE, quando si vide comparire davanti all’improvviso, bassa e canterina, Rita PAVONE”.

“Era il mese di MAGGIOLINO, o di LEPRIle, non riaccordo bene, quando finì il GHIRO delle montagne e ritornò nella sua casa con un gran male alle nàtiche e ai PÌNGUINI”.

“Chiuse la porta, che lasciava passare sempre uno sssssssssPIFFERO magico, mentre fuori ÙPUPA e CI-CALA il vento delle tre.”

“TRIN-TRIN-TRIN … tri-llò il tre-lèfono tre volte.  Il sassofono questa volta rispose”.

“Era la MARMOTTA con una tartaRUGA sulla fronte, che non era diventata CA-VALLETTA, ed era così invecchiata che ora doveva usare il PANGOLINO…”.

“La MARMOTTA, per non diventare una MARTORA: “BEN TORNADO” gli disse con voce CHIOCCIOLA “non pensavo che saresti andato sul serio in GIRINO per le montagne a fare in CHIURLO. Mi dispiace, vuoi fare la pace? Mangiamo un po’ di cocco insieme? Andiamo a giocare a DINGO? Ti preparo una buonissima torta come piace a te con il GIRAFFERANO e la CAMMELLA. Dai, P-ESCI di lì”.

“In qualche modo era un velato ALLODOLO”.

“Il SASSOFONO, che non voleva sentire il solito SALMONE, dapprima pensò: “Adesso MANDO-LINO”, ma poi, per non creare una seconda onta, e per non tenerle il MUFLONE si commosse e rispose EMUzionato, tirando fuori la sua voce suadente che era il suo SVASSO nella manica: “Va bene, restiamo MICI come prima”.

“E rinunciò alla BIS-ONTE”.

“Il SASSOFONO aveva DIDGERIDOOTO l’offesa”.

“La MARMOTTA fra un po’ si sQUAGLIA!”.

“Le canne CÒRMORANO al vento”.

“In ogni storia c’è chi perde e chi LINCE”.

“E c’è chi si chiede: posso o non OPOSSUM?”.

“Qui nessuno perde, nessuno LINCE”.

“Sperando che sia stato alto l’ISTRICE di gradimento di questo STORIONE, lasciamo il SASSOFONO e la MARMOTTA al tre-lèfono che COCCOTRILLA”.

“I sole rosso e infuocato va CALANDRA-NDO dietro le montagne. Il sassofono e la marmotta guardano ammirati quel magnifico TRA-MONTONE”.



E’ notte fonda, molti dei ragazzi si sono addormentati e ACCAMOSCIATI ascoltando la nostra strana storia. Ispirati dalla nostra CORNA-MUSA abbiamo scritto questo racconto e ne siamo contenti. Sono le 2 del mattino. Torino è deserta.
Malgrado il ritardo e l’avventura delle stazioni i ragazzi si sono comportati bene e sono stati tutti davvero molto BRADIPI!
Ecco, sul marciapiede di Corso Vigevano il gruppo di genitori ad attenderci.
La luce del lampione li AVVOLTÓIOLA tutti sul CIGNO della strada.
Scendendo dal pullman con un SALTERIO gli ASTTORI della compagnia Viaggi Fuori dai Paraggi s’imbattono in una bella AIRONE fresca, che accarezza il loro viso e il loro BOAto di saluto che rintrona i TIMPANI.
Non è ancora l’ALBAtro, ma ci manca PORCO.
Restiamo D’ACCORDEON di rivederci giovedì prossimo tutti qui in corso Vigevano.
Fumo l’ultima sigaretta gettando la CICCO-GNA in un cestino.
Qualcuno getta la BÙCCINA di banana che aveva mangiato durante il viaggio.
La bùccina era un antico strumento a fiato usato dalle legioni romane, antenato del corno e della tromba, un lungo tubo di ottone ripiegato come una G.
E’ stato un bel viaggio, dolce come una CIARAMELLA. Lascerà un bellissimo CLAVICORDO in tutti noi.
Il clavicordo è uno strumento a corde munito di tastiera.
Ci sentiamo come bambini piccoli, o come soldati, OLI-FANTI ed ELE-FANTI, morti di sonno sì, ma con le narici piene di un profumo di VIOLE, di VIOLINE, di VIOLONCELLE che questo ZUFOLO di vento ci porta nella notte.






                                       

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 03 Agosto 2013 09:55 )
 

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