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Licia Ficulle - risentire il rumore delle ali di una sola ape PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 05 Luglio 2013 10:11

 

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RISENTIRE IL RUMORE DELLE ALI

DI UNA SOLA APE

di Licia Ficulle

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 16 giugno 2013

 




Caterina si svegliò nel bel mezzo della notte e urlò.
Si sedette, prese fiato e rise. Una risata strana, quasi non sapesse cosa fosse. Da anni non le capitava di ridere, o anche solo sorridere, come se il riso fosse stato per tanto tempo schiacciato nella sua pancia.
Schiacciato poi da cosa?
Ma soprattutto perché Caterina sentiva il riso provenirle proprio dalla pancia? Troppe domande tutte assieme e a tarda notte.
Si riaddormentò e, svegliatasi a metà mattina, non sembrava ricordare nulla di quanto successo. Qualcosa, però, era avvenuto.
C’era il sole, e la pioggia delle settimane precedenti si era calmata almeno per quel giorno.
Uscì nel piccolo giardino e cominciò a leggere ascoltando musica; piaceri ai quali da poco si stava riabituando.
Ecco, di nuovo, saliva e le spalancava la bocca: una risata fragorosa e buffa, scomposta.
Si vergognò.
Per tutto il giorno Caterina dovette fare i conti con questi attacchi improvvisi che non sapeva spiegarsi e cui non riusciva ad attribuire un nome.
Inizialmente s’impaurì, poi lasciò che lo strano “fenomeno” la coinvolgesse totalmente.
Alle tre di pomeriggio si ritrovò a rotolare nell’erba e ogni parte del suo corpo seguiva l’incessante riso.
Si sentì libera, eppure tornò a chiedersi perché, che cosa, come…
Incapace di dare risposte esaustive o che la tranquillizzassero un po’ si ricordò di una volta, tanto tempo prima…
La sua terapeuta le aveva consigliato di smettere di voler per forza trovare risposte a interrogativi impossibili e talvolta dannosi.
- Caterina, sforzati di sostare in quelle domande e di viverle senza porti alcun obiettivo di risoluzione - così le fu detto.
E così fece, con non pochi sforzi.
Godette di quelle risate improvvise che quasi la commuovevano; fu sorpresa e meravigliata accorgendosi, di fronte al tramonto, di sentire dolore ai muscoli facciali e addominali.

I giorni successivi trascorsero fra scoppi di riso, libri e buona musica.
Era per lei un periodo di transizione e si era voluta isolare per stare con se stessa e ascoltarsi.
Quel ridere inatteso e del tutto involontario le tenne compagnia e non la abbandonava neanche durante il sonno allontanando gli incubi cui era ormai abituata.
Fu strano accorgersi di non ricordare quando aveva riso e sorriso l’ultima volta, da quanto tempo non si lasciava andare a un bisogno fisiologico e biologico quasi impossibile da contrastare, ma che lei era riuscita a bloccare.
Grazie al suo (maledetto) desiderio di onnipotenza, che da anni la attanagliava, c’era riuscita: aveva contenuto piacere e gioia a tal punto da non ricordarsene più, a tal punto da non sentirne per niente la mancanza.
Non esisteva più: il piacere era assente.

Tempo dopo, quando Caterina mi confessò di quei giorni, del ridere, del tentativo di non razionalizzare tutto, disse: - Sai, non ho mai sentito la mancanza del riso, del rumore di una risata, niente di ciò mi è mai mancato; sinceramente, non ci pensavo neanche, prima di quella strana notte. Non facevo caso alle persone per strada o in giro che ridevano, come se avessi un tappo nelle orecchie che non mi permetteva di sentire.
Tante cose non le conoscevo più, non le vedevo affatto. Ero una “tabula rasa”.
Ripensandoci, Caterina aveva ragione: in lei era avvenuto un fenomeno bizzarro, ma non troppo insolito, un “pieno d’assenza”.
E’ un ossimoro, lo so, eppure è ciò che le accadde e accade tuttora a lei, a me, a chiunque.
Era l’assenza di qualcosa di sconosciuto e non la mancanza, poiché, come Caterina stessa affermò, non le pareva proprio di essere mai entrata in contatto con quel modo di manifestare felicità e divertimento.
Tuttavia, la sensazione di qualcosa che dai visceri sale fino a costringerci ad aprire la bocca per farlo uscire, m’incuriosì molto.
Per questo, credo si trattasse di un “pieno d’assenza”.
Inaspettatamente Caterina, quella notte, aveva liberato “il pieno” che stava ben nascosto rendendosi così assente persino a lei.

L’assenza è un vuoto, un buco nero incolmabile, seppur si provi a riempirlo in qualche modo. Fa paura e si scaccia via, ma ho imparato, come Caterina, che solo sostando nelle tante domande “superflue” che mi pongo non avrò più timore di un non-esserci, di un’assenza.
Magari, imparerò anche ad accettare la mancanza e a viverla con un’accezione positiva.

Caterina ride quando vuole, conscia ormai di saper fronteggiare nuovi “pieni d’assenza”.


la iena ride
senza senso: presente
è a se stessa





                                       

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 05 Luglio 2013 10:17 )
 

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