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Pietro Tartamella - signor sì PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 05 Maggio 2013 17:11

 

 

 
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SIGNOR SI'

di Pietro Tartamella

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 21 aprile 2013

 





signor sì!”.
Siamo in un contesto militare, c’è qualcuno, un soldato, un bersagliere, un aviatore, un alpino, che si rivolge a qualcun altro, a un superiore in grado probabilmente.

signore sì”.
Siamo in un contesto civile, c’è qualcuno che risponde gentilmente a qualcun altro, a un signore appunto, e colui che parla ha l’aria di essere un signore anche lui.

Ma se il “Signore” fosse scritto in maiuscolo, saremmo allora in un contesto religioso dove c’è qualcuno che in forma di preghiera si sta rivolgendo a Nostro Signore, magari appeso ad una croce sull’altare di una chiesa semibuia, non lui, Nostro Signore, con la corona di spine sulla testa china, con le braccia aperte, le mani inchiodate, i piedi sovrapposti inchiodati anche loro, e il sangue fittizio di pittura che esce dal costato.
E se il fervore della preghiera fosse alto, questo qualcuno vedrebbe addirittura intorno a quel Nostro Signore di legno o di marmo, un’aureola che lo farebbe apparire come una stella caduta dal cielo, non lui, Nostro Signore.

Anche “signor no!” e “signore no”, pur con la negazione, ricordano un contesto militare il primo, e un contesto civile il secondo.
Nel contesto militare la parola “s i g n o r” è come se ci mettesse davanti agli occhi la “S” di “Sigonella”, o di “Servizi Segreti”, la “I” di Incursione, la “G” di Generale, la “N” di Nazione, la “O” di Ordini, la “R” di Reggimento, o di Recluta.
La vocale “e” messa alla fine, è come se funzionasse da cancellino, è come se fosse uno smacchiatore Dash che nella nostra mente elimina d’un tratto tutti i fucili, i carri armati, le mitragliatrici, i missili, le trincee, le bombe a mano.

In questo racconto siamo in un contesto militare, non in tempo di guerra, ma in tempo di pace, in tempo di semplice servizio militare.
Siamo nella grande caserma dell’artiglieria contraerea leggera, alla scuola per sottufficiali di Sabaudia, in provincia di Latina, negli anni ’70.
Ricordo che non vedevo l’ora di partire per fare il militare.
Non che mi piacessero particolarmente le armi, né che amassi particolarmente gli odori della caserma, ma per quella voglia giovanile di conoscere e fare esperienze nuove, specialmente il servizio militare che, come è risaputo da tutti, anche dalla pubblicità governativa, ti insegnava a diventare uomo.

Dopo il lungo viaggio in treno, eccomi dinanzi alle grandi mura di cinta della caserma, ancora odorante di ruggine e ferro della carrozza di seconda classe; non la caserma, io odorante di ruggine e ferro.
Non ero solo. Altri giovani, timidamente, si avvicinavano al grande portone d’ingresso dove il soldato nella garitta restava immobile, serio, con gli scarponi lucidi, sull’attenti, con il moschetto appoggiato diritto e verticale sul petto.
Se pioveva, il soldato nella garitta si prendeva l’acqua davanti, dalla fronte ai piedi, ma restava asciutto sulla parte posteriore. Se fosse stato un fiore solo da una parte sarebbe cresciuto.
Ma non pioveva. Era l’inizio dell’estate e il caldo già faceva ammollare l’asfalto sulla strada. Un caporale attendeva all’ingresso. Pur se faceva solo pochi passi avanti e indietro, da sotto la bustina, che portava un po’ inclinata sulla testa piccola, gli scivolavano dalla fronte gocce di sudore. Visionava le nostre cartoline e i nostri documenti e ci faceva accomodare in una saletta. Quando si formava un gruppetto ci veniva a prelevare un altro caporale che ci faceva attraversare il cortile e ci portava in un’altra sala dove ci davano la tuta mimetica, la divisa color cachi, gli anfibi, il moschetto… e poi dal barbiere per un taglio quasi a raso dei capelli.

Oltre le mura, il cortile era enorme, una piazza così grande che i soldati laggiù in fondo sembravano piccoli come soldatini di piombo. In mezzo alla piazza un palo di metallo altissimo dalla cui cima sventolava la bandiera tricolore. Gli edifici a tre piani, con le camerate e le mille finestre, circondavano l’enorme piazza, e lungo i marciapiedi crescevano filari di pini ad ombrello.

E così sono entrato nella caserma di Sabaudia per il corso sottufficiali.
Conosco man mano i miei compagni di corso, si familiarizza, si va in libera uscita, impariamo ad usare il moschetto, facciamo esercitazioni nelle campagne e sulle spiagge del Circeo, impariamo il funzionamento delle mitragliatrici contraeree, facciamo a turno la ronda, vediamo i film d’avventura nel cinematografo della caserma, impariamo a conoscere i nostri superiori, impariamo a marciare, e la sera ascoltiamo la tromba che suona il “silenzio” che commuove sempre tutti, perché porta con la salsedine marina e l’odore dei pini una nostalgia struggente della tua casa, del tuo paese, dei tuoi amici, e dei primi amori.

Era nel grande cortile della caserma che ci insegnavano a marciare.
A turno noi allievi sottufficiali, già diventati caporali, prendevamo il comando di una squadra o di un plotone e insegnavamo ai nostri stessi commilitoni a marciare con il classico battere il piede: pass-ssò! ’No-duè, ’no-duè, ’no-duè, pass-ssò!
L’allora tenente Lo Vergine, oggi probabilmente colonnello, se non generale in pensione, era severo e preciso. Per farci diventare scattanti e insegnarci la disciplina ci stava sempre col fiato addosso che pareva  uscirgli come fumo dalle narici di un naso aquilino che gli dava l’aspetto di un drago.
Erano pochi i letti fatti ad opera d’arte, il cosiddetto “cubo”, perfettamente orizzontale, che il tenente verificava con una pallina bianca da ping-pong che vi poggiava sopra.
Da quella orizzontalità dipendevano la libera uscita, le licenze premio, i permessi, oltre che dagli scarponi lucidi e dalla divisa in ordine.
Tutti gli altri caporali nel cortile della caserma quel giorno avevano la loro temporanea squadra che conducevano avanti e indietro in giro per il cortile. Era una marcia fiacca, svogliata, con tanti che non riuscivano a sincronizzarsi e sbattevano sul compagno davanti per non aver sentito il comando “squadra alt!”.
Ci allenavamo a rispondere ai diversi comandi: squadraaaa atttt-ttenti! Fiancooo-dèstr-DESTR! avanti march! Fiancoooo sinìstr-SINISTR! ’No-duè, ’no-duè, ’no-duè, pass-ssò!
I grossi scarponi erano lucidi sì, ma non facevano un granché di botto quando li sbattevamo sull’asfalto al comando: pass-ssò!
Ci allenavamo a consegnare la squadra a un nuovo caporale con un formula che consiste nello scattare sull’attenti con il saluto della mano alla visiera. Il nuovo caporale da quel momento prendeva il comando e si esercitava a condurre lui la squadra o il plotone.
Una squadra è formata da 8-12 uomini; un plotone da 3-4 squadre.
Mi viene consegnato il plotone con quel saluto rituale. Ora sono io a condurre.
Appena preso il comando mi viene l’idea di fare un esperimento. Un po’ per curiosità, un po’ per trasgredire, un po’ per mettere un pizzico di pepe in quella fiacca, un po’ per vedere davvero cosa succedeva, un po’ per diventare uomo e ottemperare così al fine che si presume debba avere il servizio militare. 

“Plotoneeeee – att-ttènti, avanti march!”.
Conduco il plotone lontano dagli altri plotoni che stanno marciando, sino a raggiungere l’angolo più remoto del grande cortile della caserma. Manovra che viene notata da tutti, perché non era il caso di andarsi ad allenare così lontano.
Incrocio il caporale Luciano Pedulli che viene in senso contrario marciando col suo plotone. Ci guardiamo negli occhi divertiti.
Luciano ha molta grinta, è uno dei migliori del corso. E’ lui che mi ha fatto conoscere la frase “il liberatore di oggi è l’oppressore di domani” su cui ho tanto riflettuto per anni. E’ un comunista vecchia maniera, convinto, persona onesta, intelligenza vivacissima, poeta, laureato in fisica, romagnolo, fotografo. Diventeremo grandi amici, verrà al mio matrimonio, scriverà per la rivista letteraria La Tenda che fonderò da lì a pochi anni. Luciano è anche appassionato di vela, e sarà il mare la sua tomba. Non sapeva ancora che avrebbe partecipato un giorno alla regata Transat Des Alizees senza più fare ritorno. Col suo equipaggio, 6 persone in tutto, morirà la sera del 3 novembre 1995 nel Golfo del Leone a causa di una tempesta di Mistral forza dieci che si abbatterà sul Parsifal, la sua mitica barca. 

In quel remoto angolo del cortile della caserma nessuno poteva sentirci.
“Plotoneeee – riiii-pò-sò!”
Tutte le reclute capelli-corti allungano in avanti il piede sinistro. Si tolgono il berretto a bustina. Col fazzoletto si asciugano il sudore. Allargano con le dita la tuta mimetica sul collo per fargli prendere un po’ d’aria. Poggiano a terra il calcio del moschetto tenendosi alla canna come ad un bastone. Sono le 11.30. Il caldo è soffocante. Ancora una trentina di minuti e finalmente suonerà l’ora del pranzo.

Cosa faremo in quei trenta minuti?

I ragazzi sono troppo rilassati. E’ meglio che li metta sull’attenti per farmi ascoltare con più attenzione e per dare più ufficialità al mio discorso.
“Plotoneeeee att-ttèn-tì! Adesso faremo qualcosa che qui a Sabaudia probabilmente non è stato mai fatto” esordisco, camminando lentamente e severamente intorno al plotone, guardandoli tutti negli occhi.

“Fra qualche minuto faremo affacciare alle finestre degli uffici tutti coloro che sono dentro a lavorare. Non solo, anche quelli che sono nelle cucine li faremo affacciare alle finestre e sulla soglia del refettorio. Faremo affacciare anche i capitani, e sbalordiremo il tenente Lo Vergine”.

Il plotone ha una corale espressione di punto interrogativo. Qualcuno sente già odore di bruciato, anzi, di pericolo.

“Se qualcuno non se la sente - continuo - può uscire dalle righe, faremo a meno di lui. Ma quelli che restano dovranno mettercela tutta”.
Sono sull’attenti, non possono parlare. Sono curiosi di capire che cosa mi è frullato in capo.
“Ora marceremo. Batteremo all’unisono il passo, così forte che dovrà sentirsi l’eco in tutto il cortile. Le pareti della caserma dovranno tremare”.

Sono in molti a credere che è cosa impossibile.
Li incoraggio: “Avremo pochissimo tempo per allenarci. Vi chiedo la concentrazione massima e vi chiedo di tirare fuori tutta la grinta e la volontà che avete, perché quello che faremo dovete “volerlo”. Cercheremo di guadagnarci un po’ di rispetto e un po’ di considerazione usando le loro stesse armi. Useremo la marcia. Ma in modo tale che tutti dovranno avere la sensazione di non aver mai visto un plotone marciare così!”.

Qualcuno sorride. L’idea comincia a piacere, specie a quelli che più di una volta non erano potuti andare in libera uscita, perché la pallina bianca da ping-pong era scivolata sui loro cubi non perfettamente orizzontali.

“Plotoneeee-riiiii-pò-sò!”.
Li invito a dire cosa ne pensano. Molti sono divertiti, e sono d’accordo. I più pigri cercano una scusa: con tutto quel caldo che fa… C’è anche chi pensa che sia una pagliacciata.

“Plotoneeee-att-tèn-tì! Bene, ho chiesto cosa ne pensate. Poiché vedo che non c’è abbastanza unanimità e nessuna determinata volontà, che invece questo gioco richiederebbe, facciamo così: obbedirete agli ordini e basta! Mi prendo io la responsabilità. E se non ce la metterete tutta sarò io a non farvi andare in libera uscita!”.
Il mio tono è severo, deciso, un tono da caporale stronzo. Tutti hanno capito che dovranno marciare come intendo.

“Ma faremo un’altra cosa….”  aggiungo.
Ho lasciato nella voce un alone di mistero, e la sensazione è che ciò che sto per dire sarà ancora più difficile e inquietante per loro.
“C’è un rituale preciso – spiego - che segna il passaggio del comando: il caporale mette la squadra sull’attenti, va verso il compagno o verso un superiore che prenderà il comando, con la mano tesa sulla fronte si mette sull’attenti e batte i tacchi. Questo è il semplice rituale con cui si deve passare il comando. Nessuno può dare ordini alla tua squadra, se prima non è stata consegnata con quel rituale. E la squadra può, anzi deve, rifiutarsi di obbedire al nuovo comandante, anche se è un capitano, o addirittura un generale, se prima la squadra non è stata “consegnata”.
Non so se oggi la regola è ancora la stessa.

“Quando saremo davanti al tenente Lo Vergine e dovrò consegnargli formalmente il plotone, bene, mi rifiuterò semplicemente di consegnarglielo.  Metterò in pratica il regolamento. Sarà una sorpresa per lui, non gli sarà mai capitato di trovarsi in questa situazione qui a Sabaudia”.
I commilitoni sono sbalorditi. Molti hanno paura. Paura che il tenente Lo Vergine possa rivolgersi a loro direttamente, impartendo un comando anche se non gli avevo consegnato il plotone. Cosa avrebbero dovuto fare?
“Non dovrete assolutamente obbedire! Dovrete prendere ordini soltanto da me”.
Questa era cosa davvero difficile.
E se il tenente si fosse vendicato impedendo a tutti la libera uscita, o peggio?
Tutti ritenevano difficilissimo resistere all’abitudine di obbedire a quella autorità di drago che era il tenente Lo Vergine.

“E invece dovete resistere, non dovete obbedire!
Plotoneeee, fianco-dèstr-DESTR! avantiiiii-màrch!”
Il plotone si incammina marciando. Ora tutti sapevano cosa andavamo a fare.
“Dritti con la schiena, maledizione, più dritti! ’No-duè, no-duè, passs-ssò!”.
I colpi degli anfibi sull’asfalto sono decisamente più forti, ma non ancora abbastanza.
“Più forte, più forte! Bàttere più forte il piede, non ho sentito nessuna eco nel cortile! ’No-duè, ’no-duè, passssss-sssò”.
Il colpo è decisamente più potente. Anch’io divento più grintoso e aggressivo, quasi come il tenente Lo Vergine”.
“Va già meglio, coraggio, possiamo fare di più! Passss-ssò, passss-ssò, passs-ssò, passs-ssò”.
Si sentono quattro battiti consecutivi sull’asfalto, sempre più forti. Stanno entrando nel ritmo e nel piacere di quel colpo potente che sembra lasciare un segno sull’asfalto. Restano sbalorditi a sentire il battito all’unisono dei loro scarponi.
Tutti gli altri plotoni sono già stati “consegnati” laggiù vicino al refettorio e poiché nessuno sta  più marciando i nostri passi si sentono echeggiare sul serio nel cortile. Già qualcuno si è affacciato alle finestre. Il tenente Lo Vergine fra poco scioglierà le righe e tutti sciameremo per andare a mangiare. Manchiamo solo noi laggiù dove tutti ci stanno aspettando..
Luciano Pedulli ci guarda avanzare meravigliato.
Abramo Agatino di Catania, un altro commilitone caporale, aveva anche lui già consegnato il suo plotone al tenente Lo Vergine. Ci sta guardando da laggiù con occhi sbarrati di meraviglia siciliana. Agatino è completamente diverso da Luciano; è una sorta di monaco zen, riflessivo, filosofo, scrittore. Anche lui uno dei migliori e dei più grintosi in questo corso per sottufficiali. Ma, come Luciano, e come me del resto, non metterebbe mai la firma, né mai intraprenderebbe una carriera nell’esercito. Siamo diventati amici. Saremo ancora insieme quando ci trasferiranno a Ghedi in provincia di Brescia.

Il mio plotone ora è consapevole che alle finestre ci sono tutti. Sulla soglia del refettorio si sono affacciati perfino i cuochi e i pelapatate e gli ufficiali addetti alla mensa.
Trasmetto ancora più energia al mio plotone che ormai è un blocco unico e compatto di uomini:
“Mancano pochi metri - incalzo - fra pòco sarà tutto finito. Questi ultimi passi devono far tremare la caserma! ’No-duè, ’no-duè, PASSS-SSÒ!”.
Il passo è un boato.
Andiamo verso il tenente Lo Vergine che ci aspetta sopra il marciapiede.
Dinanzi a lui tutti gli altri plotoni a riposo.
Giungiamo al suo cospetto.
“Plotoneeeee Alt! Riiii-pò-sò!”
I miei uomini allungano il piede sinistro in avanti. Il moschetto in spalla, le mani dietro la schiena. Il viso duro e fiero.
Mi incammino verso il tenente.
Mi par di sentire dietro le orecchie il frastuono dei cuori dei miei uomini che battono come un tamburo.
Chissà cosa succederà adesso? Come la prenderà il tenente Lo Vergine?
Ecco, sono di fronte al tenente.
Scatto sull’attenti battendo forte i tacchi, il tocco della mano tesa sulla fronte è secco ed energico. Un bel saluto devo dire, da vero militare, sicuro, fiero. Ci guardiamo negli occhi il tenente ed io, come a sfidarci.
Il tenente ha un ghigno nel suo grido denigratorio: “Tartamella - mi grida in faccia facendosi sentire bene da tutti - non si consegna un plotone in stato di riposo! Lo metta sull’attenti prima!”.
Sembra soddisfatto di potermi rimproverare davanti a tutti e darmi una lezione.
“Signor sì, lo so, Signor tenente, ma non è un errore…”.
Il tenente non capisce.
Tutti i compagni si accorgono che sta succedendo qualcosa di strano. Dimenticano che sino a poco prima non vedevano l’ora di correre a mangiare. Si crea un immobile silenzio, tutti sono in apnea.
In quel silenzio continuo con voce forte e chiara, che tutti possano sentire:
“Il fatto è Signor tenente, che ho deciso di non consegnarle il plotone! Per questo è in stato di riposo”.
Tutti hanno sentito.
Il tenente non riesce a spiegarsi subito cosa sta succedendo, ma è solo un attimo.
Non vuole consegnarmi il plotone?
“Signor nò” ribadisco
Perché non vuole consegnarmelo?
“Nessun motivo particolare Signor tenente. Ho solo deciso che in questa occasione non le cederò il comando del mio plotone”.
Il tenente ha molteplici espressioni in quei suoi occhi fulminei di drago. Non sa se arrabbiarsi, non sa se sorridere, non sa se farmi i complimenti per aver osato tanto, non sa bene cosa fare. Sa solo che in qualche modo lo sto sfidando.
Ora va verso il plotone con sguardo truce.
Si accinge a fare quello che avevo previsto: dare un comando direttamente al mio plotone. Tutti intuiscono la sua intenzione. Il silenzio si fa di ghiaccio.
Adesso anche il mio cuore batte forte. Tutto dipende dai miei uomini: avranno il coraggio di non obbedire? Non ho mai vissuto una simile tensione.
I cuochi, che erano sulla soglia del refettorio in grembiule bianco, si sono avvicinati in punta di piedi, per sentire meglio. Anche alcuni che stavano alle finestre hanno cambiato finestra per sentire meglio.
Guardo negli occhi profondamente i miei uomini cercando di infondere loro l’ultimo coraggio, cercando di convincerli che il regolamento ci consentiva di fare quello che avevo proposto. Anche loro mi guardano intensamente. In alcuni sguardi leggo una grande determinazione. Altri sguardi sono incerti. Sarebbe stato mortificante se al comando del tenente si fosse visto qui e là qualcuno obbedire e mettersi sull’attenti.
Il tenente si avvicina lentamente al plotone.
Gli uomini, pur essendo in stato di riposo, sono in una immobilità assoluta.
Il tenente li guarda dall’alto dello scalino del marciapiede. Il suo naso aquilino e quegli occhi quasi da maligno lo fanno assomigliare a un avvoltoio predatore.
Prende fiato, ed emette un comando da brivido, un grido così forte e con una essssse così sibilante che sembra un serpente che ti salta addosso sul collo:
“SSSSSSSSSQUADRAAAAA ÀTT-TÈNTI!”
Le mie reclute, allievi sottufficiali dell’artiglieria contraerea leggera della scuola di Sabaudia, restano immobili! Solo un leggero fremito di sopracciglia e qualche impercettibile tic nervoso sulle spalle, come se il serpente e il vento di quel fiato li avesse investiti e fosse passato oltre.
Non si erano messi sull’attenti!
Li guardo uno per uno negli occhi, in silenzio, mandando loro con lo sguardo un ringraziamento, un complimento, un’ammirazione, una riconoscenza.
Anche loro si sentono come felici per non aver obbedito al comando.
Il tenente resta senza parole.
Tutti i commilitoni degli altri plotoni sono rimasti di stucco, ma sul ciglio di quelle labbra di stucco fa capolino un remoto sorriso che, per quanto remoto e nascosto, pur affiora. 
Sento che il tenente prova un po’ di disagio.
Proprio in quel momento suona il segnale per il rancio. C’è subito un fremere di tutte le reclute che erano rimaste sotto il sole cocente in quegli interminabili minuti.
È il momento di sbloccare la situazione.
Vado verso il mio plotone:
“Plotoneeee, att-tènti!”
Tutti scattano a testa alta, sguardo fiero, petto in fuori. Vado verso il tenente. Colpo di tacchi e scatto sull’attenti. Gli consegno con il saluto rituale previsto dal regolamento il mio plotone.
Ci guardiamo a lungo negli occhi io e il tenente.
Sui bordi delle nostre labbra di stucco affiora, impercettibile, un sorriso.



 



                                     
 
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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Maggio 2013 17:26 )
 

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