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Elena Bonassi - Achille o la tartaruga PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 05 Maggio 2013 16:46

 

 

 
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Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 


ACHILLE O LA TARTARUGA

di Elena Bonassi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 21 aprile 2013

 

 


“attenti….. riposo…..rompete le righe…..signorsì”.
Com’è tutto semplice in un distretto militare. Gli ordini sono chiari, non si discute, si obbedisce.
Il bello è che non bisogna pensare molto. Capelli corti e idee chiare. Anche poche, fortunatamente.
Pensa così Gugielmo, guardando il vecchio film che ha ripescato sul web, nell’archivio rai.
Pensa anche che il film é quasi finito e tra poco  finirà anche il suo sollievo.
I suoi  pensieri  si stanno già affollando , si spingono e battono i pugni alla porta della sua testa.
Ho pestato una merda,h o preso una foglia per pulire la suola della scarpa, ma poi ho sfiorato con l’altra mano la parte sporca della foglia, e siccome non potevo lavarmi le mani  l’ho pulita col fazzoletto, e siccome non volevo buttarlo via , perché è il fazzoletto ricamato della nonna, l’ho messo in tasca, e poi ho rimesso la mano in tasca, e poi, tutto sudato, mi sono passato la mano sulla faccia e il sudore  mi è colato on bocca.  Adesso sono contaminato.
E’ arrivata anche la ragazza sepolta viva, con la faccia terrorizzata, per trascinarlo lì con lei.  E poi ogni tanto mi tocco il culo: vuol dire che sono gay?.
Tutti dicono che suo padre, cinefilo accanito, ha sbagliato a fagrli vedere tutti quei film violenti, da pulp fiction in su. Certo che poi i figli crescono pieni di paure.
Suo padre: ll signor no. Uno che non c’è  mai: fuori per il lavoro tutta la settimana  e nel w.e, stanco, pigro, acascito sul divano, in pantofole.
 Il contrario del sergente. Ora dorme.
 La mamma e le sorelle sono fuori, per commissioni.
Sembra che nessuno dei suoi amici sia disponibile in questo sabato pomeriggio grigio e nuvoloso di questa strana primavera che oscilla tra l’estate e l’autunno.
C’è pur sempre in canottaggio. 
Guglielmo ha il terrore del mare aperto, non potrebbe mia salire su un gommone, o nemmeno su una nave, si sentirebbe perso e risucchiato da quell’immensità, invece sul fiume si vede sempre l’altra riva, c’è il confine, c’è la sicurezza. E puoi remare avanti e indietro dalla diga dei  murazzi all’isolotto di Moncalieri quante volte vuoi, e stancarti ben bene e buttar fuori col sudore tutte le tossine.
Oggi non fa caldo, il cielo è coperto dalle nuvole,che però sono alte: non dovrebbe piovere: la giornata ideale.
Guglielmo prende il giubbotto dall’attaccapanni ed esce, dopo aver strofinato  sette volte il pomo della porta con la mano sinistra, per scaramanzia. 
Il 47 non arriva. Strano, è sempre puntuale: vien su dalla città,si ferma prima della piazza, gira intorno alla rotonda e poi riparte. Da sotto a su 17 minuti, sempre, più la sosta di 3 minuti al capolinea e fanno venti. Sempre così. Ma oggi no. 47 morto che parla. Meglio non salirci, quando arriva.  Guglielmo si avvia a piedi, tanto è discesa: meglio tardi ma vivo.
Arriva agli amici del fiume che l’allenamento è già cominciato: le barche sono tutte fuori. Ma puoi prendere il monoposto, se vuoi, e raggiungerli, gli dice Corrado, non c’è problema.  Col cavolo. Un  problema è già dire che c’è il problema: un problema più grosso del problema. E così Guglielemo si ritrova a scendere col passo doppio, che sarebbe far su e giù col piede, ad ogni gradino,contando anche i gradini, mentre regge la barca insieme a Corrado: lui davanti e l’allenatore dietro , a tener la prua e l’altro la poppa. Ma non era meglio il contrario?  Vento in poppa.
 Da dove tira il vento? Sembra da prua. Allora non va bene. Che fregatura. Ma non posso chiedergli di risalire e di rifare da capo. Ma perché non posso?. Un altro magari lo farebbe. Se una cosa è importante è importante. E se rinunci a chiedere una cosa importante sei inibito, non va bene.   “Corrado, per favore?” 
“Che c’è Gughi?”
 Ma che scemo che sono, non posso fare questa figura.
“ No, niente, pensavo una cosa , ma..no.”.
 Cristo,così ho perso il conto dei gradini. Cazzo! Momento però: questo pareggia il vento: 1 meno 1 uguale zero. Sono a posto.
Così arrivano alla zattera d’imbarco. Remi negli scalmi,cinghie alle scarpe,avanti e indietro dieci volte sul col seggiolino scorrevole e via nel fiume. 
E’ diventata molto più pulita l’acqua , nel corso degli anni. Adesso è verde e quasi limpida e c’è vita lungo le sponde.
 Guglielmo si ferma a guardare una tartaruga bella grande che se ne sta in bagnasciuga su un sasso. Pacifica e pigra. Apre e chiude gli occhi molto lentamente alzando e abbassando le palpebre rugose come se fossero le tapparelle di una finestra.
 Cosa guardano le tartarughe?  Le stesse cose che guardiamo noi.
Guglielmo e la tartaruga si guardano a lungo.
Non scappa, pensa Guglielmo, non deve avere paura. Anche se io sono molto più grosso. Beata lei. 
Passa di lì anche una papera, tutta fiera, con  due file di paperotti che nuotano dietro di lei in una V perfetta. Neanche loro hanno paura. Se ne vano a spasso felici e contenti.
Più in là c’è un airone elegante, che aspetta, immobile sui suoi trampoli. Che aspetterà? Qualcosa da mangiare?  No, quello se lo va a cercare. Magari si riposa. .   Si può anche non fare  niente. Un’ora di riposo non è un’ora persa.
Guglielmo smette di remare se non per recuperare,ogni tanto, lo scorrimento della barca dovuto alla corrente. Sta fermo nel fiume che scorre a guardare la tartaruga che lo guarda, come suo padre, sul divano, a guardare la televisione, o a dormire
Qualche volta il tempo non passa. Mentre contrasta lo scorrere del fiume Guglielmo sente di avere fermato il tempo negli occhi di quella tartaruga preistorica e millenaria. E’ in una bolla dove gli ordini del sergente e l’efficientismo della mamma sfumano e anche le  critiche al padre.
Guglielmo ora desidera soltanto stare lì, in quel movimento minimo necessario ad annullare il tempo, per tutto il tempo possibile, a guardare gli occhi vuoti della tartaruga che guardano lui, che vedono tutto il mondo dal momento in cui è stato creato. Occhi come i buchi neri delle stelle, pieni dell’energia di ciò che non esiste più.
La vita, la morte, l’eternità, negli occhi della tartaruga e nel suo lento andare e tornare da lei.
La sera stanno arrivando e il rosa accende l ’acqua grigia del fiume che riflette,calma,e le arcate del ponte.  Non sarebbe possibile distinguere, senza saperlo, il ponte vero dalla sua immagine virtuale: l’uno e l’altra, uniti, formano tre cerchi perfetti. Lo scorrere dell’acqua non si vede e il tempo esiste  soltanto nella luce che cambia.
Poi il rosa si spegne e dal fiume si alza una brezza leggera.
E’ ora di ritornare. Guglielmo, che peraltro non si era allontanato molto, riguadagna in fretta la riva. Le barche sono già tutte rientrate, Corrado lo sta aspettando
 “Dove ti sei ficcato?”lo apostrofa un po’ seccato e senza neanche aspettare la risposta lo aiuta a mettere a posto la barca.
 “Ti fermi a cena?” Guglielmo non lo sapeva della cena sociale,  a cui non partecipava mai
 “Sì – risponde di getto, ma poi pensa che  non si è prenotato -  Va bene lo stesso?”
“ Direi di sì, mi ha chiamato adesso Stefania: la sua amica che doveva venire non viene”
  “Mamy, non vengo a cena”
 ”Ah…no? Che ti prende?Dove sei?”, gli fa sua madre.
“Papà dormiva, sono venuto a remare”.
Lei  lo interrompe “ eh già, sempre così…quell’uomo!”
“Ma no -  taglia corto Guglielmo-  Qui c’è una cena,  mi va di fermarmi. Va bene?”
“oh bè…se te la senti” fa lei, incredula e allarmata
“Credo di sì” ribatte lui, laconico.
Si mettono d’accordo per il rientro e Giovanna rimane col telefono in mano e un
punto interrogativo in testa dopo quella chiamata incredibilmente corta e priva di tentennamenti.
Non sa cosa pensare, se rallegrarsi o adombrarsi per quella novità.
Quando il cuoco si informa su intolleranti, vegetariani e quant’altro richieda una variante del menù, Guglielmo, che a casa mangia tre cose e fuori non ci mangia mai, non dice niente.
Tutto è avvenuto così  in fretta che a Guglielmo non ha contato gradini, né pensato alle  cose da neutralizzare coi suoi rituali. Per la verità non ha pensato a niente.
Corrado lo ha messo vicino a sua figlia, al posto dell’amica assente, lo spazio tra i coperti è piccolo e  il gomito  della ragazza ogni tanto tocca il suo.
Lei parla animatamente col tipo che ha di fronte e che la intorta con le vittorie delle regate e Stefania sembra attratta da quel ragazzo fisicamente molto dotato.
Per pura educazione si rivolge anche a Guglielmo : “ ti sei allenato anche tu, oggi?”
“No, sono arrivato dopo, ho fatto giusto dieci remate e poi mi sono fermato a guardare una tartaruga.Scusa , devo andare a lavarmi le mani”
 e  si allontana nell’eco della risata beffarda del compagno. 
 Guglielmo fuma di rabbia,stringe i pugni e se ne infischia di lavarsi le mani per 13 volte e asciugarsele per 17. Al diavolo. Si guarda allo specchio: la sua faccia è quella di un toro che sta per sbuffare
Di là c’è Lucio dal remo veloce, che tiene banco, riconosciuto da tutti come  il vincente.
Stefania ascolta  e poi si rivolge  Guglielmo, pulita e seria: “E tu, che mi dici?”
Guglielmo ripensa alla luce del tramonto, durata quel breve momento perfetto, al tempo della vita, al padre che dorme e alla madre che corre, a questa ragazza bellissima che aspetta da lui la risposta vincente, ai filosofi greci e a quel paradosso.
La guarda negli occhi che adesso hanno preso il colore del fiume.
“Chi vince - risponde – Achille o la tartaruga?”
 





                                     
 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Maggio 2013 16:55 )
 

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